Conan il barbaro

The Walking Dead is dead – Anatomia di un fenomeno

E così, con una martellata su un cranio putrescente, Robert Kirkman ha deciso di interrompere la marcia dell’opera che lo ha reso ricco e famoso.

Con il numero 193 dell’edizione americana, e senza alcun preavviso, The Walking Dead chiude, e, dopotutto, dovremmo esserne tutti grati. Il rischio che la serie si trasformasse in un cadavere ambulante era davvero alto, sempre che non fosse già accaduto: la creatura di Kirkman e Adlard si trascinava già da un po’, strascicando il passo in territori narrativi inusuali, nei quali, appunto, si muoveva con l’insensata lentezza di un morto vivente.

Ma andiamo con ordine.

Ci sarebbe da chiedersi cosa ci fosse di tanto affascinante in questa distopia post-apocalittica in bianco e nero, e per quale motivo una serie che, a guardarla con un po’ di distanza temporale, non era altro che l’ennesima variazione di un genere vecchio come il cucco, potesse aver raggiunto un tale livello di popolarità cross-mediale. Ma la risposta, come spesso accade, è nella domanda stessa.

The Walking Dead è andato cosi bene proprio perché era l’ennesima variazione di un mito che esiste da quando vivevamo nelle caverne: e gli zombi, con questo mito, c’entrano proprio poco. E il tocco di genio di Kirkman è stato proprio quello di far passare per una storia di zombi quella che invece non era altro che una rivisitazione dell’Apocalisse di Giovanni senza l’Apocalisse.

Signore e signori, la catarsi

Rick Grimes si sveglia in un ospedale e scopre che il mondo è finito mentre lui dormiva. I morti si sono risvegliati, le città sono diventate orrende bolge infernali: Kirkman inizia dalla fine, senza mai indugiare troppo sui morti viventi di per sé. Quello che ci titilla, e che ci tiene incollati alla sedia col fumetto in mano, e che ci attira morbosamente come un film splatter, è l’idea che da domattina non ci sia più il lavoro, la macchina, il capufficio; non ci sia più la lista della spesa e il problema dei migranti; né l’aliquota IRPEF o le elezioni europee, né il capodanno e i gruppi WhatsApp, né il prossimo film Marvel o la campagna acquisti del Milan. Ci siamo solo noi, i morti che camminano, e quanto distante sia il prossimo luogo sicuro.

Questo è stato il segreto di The Walking Dead: la catarsi, ovvero quel senso di libertà che segue alla catastrofe. In fondo lo sappiamo tutti: questo complesso intreccio di rapporti sociali in cui siamo avviluppati è una ragnatela invisibile, nella quale ci sentiamo impotenti come la mosca che avverte il ragno avvicinarsi. Questo sistema, fragile ed eterno, ci risputerà fuori soltanto da cadaveri; a meno che i cadaveri non se lo mangino per primi. Ed è questo che ci piace. Per gran parte del suo svolgimento, The Walking Dead è una finestra aperta nei nostri sogni più inconfessabili: quelli dove rischieremmo volentieri lo sbranamento nostro e dei nostri cari, pur di poterci sentire liberi. Dove l’idea di non avere casa, e di non sapere cosa mangerai e cosa berrai o dove vivrai domani, è confortante invece che terribile.

Questo tipo di catarsi è il lusso che possiamo permetterci perché abbiamo la pancia piena e viviamo dentro un centro commerciale grande come città intere.

Ecco perché ci è piaciuto tanto, The Walking Dead. Kirkman ci ha accompagnato per anni, al sicuro oltre la quarta parete, mostrandoci cosa possono arrivare a fare gli uomini per sopravvivere, e facendoci chiedere cosa faremmo NOI per sopravvivere. Non è un caso che questo tipo di narrazione abbia trovato nel genere dei videogiochi immersivi uno dei suoi terreni più fertili: dalla serie di The Walking Dead stesso, a The Last of Us, siamo stati chiamati a definire noi stessi di fronte a scelte radicali che implicavano la nostra stessa sopravvivenza.

Ma i morti viventi non si lasciano blandire a lungo

C’è stato un momento, nella serie, in cui The Walking Dead è cambiato. Possiamo trovare quel momento, più o meno, con l’arrivo ad Alexandria, quando era ormai chiaro che i morti non sarebbero stati più un vero problema. La narrativa post-apocalittica è un genere storico, ma da quel punto in poi Kirkman ha voluto spingere il carro in territori scarsamente esplorati. Ha voluto andare a vedere cosa accade dopo, quando, alla pars destruens, succede la pars costruens. Il suo Rick è un uomo carismatico e giusto: sarebbe riuscito a costruire una società altrettanto giusta? E quale forma avrebbe preso questa società?

Da quel momento in poi, nella serie, è nato un sottotesto strisciante che ha pian piano rischiato di divorarsela: se avessimo la possibilità di ricostruire la convivenza umana secondo criteri di giustizia ed equità, dove andremmo a finire?

Così, nella seconda parte della serie, Kirkman ha iniziato a procedere su due binari paralleli: da un lato la parte gastronomica, che si può ridurre essenzialmente in “chi morirà nel prossimo numero?”, con l’avvicendarsi di massacri e l’ingresso di nuovi personaggi pressochè inutili (a partire da Ezechiel per arrivare a Princess) destinati a diventare carne da cannone presto o tardi; dall’altro lato, sempre più marcato, il lato etico-politico in cui il gruppo di Rick incontra altre società, basate su presupposti di ingiustizia e disorganizzazione vari, e li conquista con la forza del proprio ideale. Un ideale in cui non esiste moneta, in cui ognuno svolge il lavoro che sceglie a beneficio della comunità, ricevendo per quanto dà, e in cui nessuno, nemmeno i capi, godono di privilegi rispetto agli ultimi. E anche chi comanda, non si serve di un esercito per mantenere il potere: lo fa perché è bravo nel comandare, per unanime consenso, vivendo la stessa vita di chi coltiva i campi.

In altre parole, e per sommi capi, il marxismo.

Non è ben chiaro se Kirkman se ne sia mai accorto, di certo non lo dà mai a vedere. La questione non è davvero approfondita né resa esplicita, ma è lì, un grosso elefante nel negozio di cristalli di cui non si parla mai: soprattutto nell’ultima saga, dove una società terribilmente simile a quella pre-apocalisse zombie è difesa da soldati in tenuta antisommossa e presentata come profondamente ingiusta, se non fascista. L’utopia realizzata di Rick si staglia sullo sfondo delle ultime storie come una montagna inesplorata. I nemici delle saghe della seconda parte (Negan, i Whisperers, e, infine, il Commonwealth) sono semplicemente modelli di società alternativi, basati su principi diversi e, infine, sempre perdenti. Al punto che qualcuno di loro, come Negan, arriva a riconoscere la superiorità della visione di Rick e, in sostanza, ad arrendersi ad essa.

Chissà, ripetiamo, se Kirkman avesse previsto tutto questo quando iniziò la serie e durante il suo svolgimento. La nostra impressione è che a un certo punto si sia accorto che, esaurita la catarsi di cui abbiamo parlato all’inizio, The Walking Dead si stava avventurando nell’esplorazione di tematiche complesse, a tratti scomode, completamente diverse dalle premesse. Ovvero l’effetto Cerebus, la celebre serie indipendente che partiva come una parodia del Conan il barbaro di Howard e, nell’arco dei suoi 300 numeri, è diventata una riflessione sulle grandi religioni monoteiste e una feroce critica al femminismo.

Tra le tante ragioni che avranno spinto così Kirkman a chiudere una serie che, ne siamo sicuri, ancora gli garantiva ricchi assegni, c’è a nostro parere anche l’essersi accorto che la serie stava andando a parare in tematiche sin troppo impegnative. E forse non è un caso che l’ultimo numero, su cui non facciamo spoiler, torni essenzialmente a parlare di zombi, con un anticlimax che riesce a chiudere egregiamente la saga.

Conan: La Leggenda

Sabato 17 Marzo ad Ascoli Piceno, presso il centro giovanile l’Impronta, Dimensione Fumetto e Acta Druidica presentano “Conan: La Leggenda”.

Un incontro a 360° sul personaggio creato da Robert E. Howard.
Enrico Santodirocco presenta il suo saggio “Conan: La Leggenda“. Interviene Riccardo Ascenzi

Pochi personaggi della letteratura possono vantare un impatto così travolgente sulla cultura popolare come Conan il barbaro, la creatura nata dalla penna dello scrittore R.E. Howard nel 1932. Nei racconti dell’autore texano Conan è stato tante cose: ladro, pirata, mercenario, avventuriero, guerriero; allo stesso modo, nella realtà è stato eroe della narrativa, icona cinematografica, successo nel mondo dei fumetti, brand d’indiscusso richiamo.
Conan la leggenda indaga e approfondisce il “fenomeno Conan” partendo dalla vita del suo controverso creatore e spostandosi poi sulla sua corposa produzione letteraria.
Un’analisi che si focalizza non solo sui trascorsi famigliari di Howard, utili a comprendere l’uomo dietro la macchina da scrivere, ma anche sui suoi lavori con aneddoti, trame e storie che permettono di delineare in modo completo la figura del cimmero.
Un’attenzione particolare è rivolta alla cinematografia sul personaggio, che ha saputo farsi pioniera del genere fantastico accrescendone la popolarità. Film ma anche serie televisive e cartoni, oltre a progetti mai venuti alla luce.
Un libro che si prefigge di offrire ai fan di Conan un punto di riferimento per riscoprirne il fascino e alle nuove generazioni uno strumento imprescindibile per avvicinarsi a questo antieroe mitico capace di dimostrarsi ancora oggi attuale e immortale.

Generale: Un’altra vittoria! Questo è bene. Ma qual è il meglio della vita?
Guerriero: La steppa immensa, un veloce cavallo,
falchi sul tuo polso e il vento che ti stordisce.
Generale: No! Conan, qual è il meglio della vita?
Conan: Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono
e ascoltare i lamenti delle femmine.
Generale: Questo è bene.
– dal film Conan il barbaro di John Milius, 1982-

“Vieni con noi nell’Era Hyboriana!
Torna insieme a noi nei secoli oscuri che vanno dalla scomparsa di Atlantide
all’alba dei tempi di cui resta memoria, ai giorni in cui la terra di Aquilonia,
ormai caduta nell’oblio, era la più potente fra le nazioni e la vita
di un uomo dipendeva dalla forza del suo braccio destro!
Vieni con noi nel mondo violento e selvaggio di Conan il barbaro!”
– didascalia introduttiva al fumetto Conan il barbaro! di Roy Thomas e Barry Windsor-Smith, 1970 –

Enrico Santodirocco, classe 1982, è scrittore e grafico pubblicitario. Da sempre appassionato di narrativa, nel 2014 pubblica la sua opera d’esordio Onda di sangue per il Ciliegio edizioni. Nel 2015 per Echos edizioni esce Vita da cani che riceve una segnalazione al merito nel concorso internazionale Golden Books Awards. Attualmente collabora come recensore e articolista per il noto Mangaforever.

Gastronogeek – I francesi bevono i cocktail di Sailor Moon

La casa editrice francese Hachette, nota in Italia soprattutto per le raccolte da edicola tipo Costruisci la nave romana o I like uncinetto, è in patria un grande editore generalista che dal 1826 pubblica insieme la grande narrativa francofona e le guide del bricolage. Col tempo e con l’espansione nei mercati internazionali, la Hachette si è riorganizzata: attualmente nel mondo è nota grazie al grande successo dei fascicoli, mentre in Francia la casa editrice punta principalmente sulle due divisioni di fumettistica Les Éditions Albert-René (ovvero Astérix) e Pika Edition (ovvero manga), e di manualistica con la collana Hachette Pratique che pubblica testi su qualunque argomento pratico indiscriminatamente, dai trattati tecnici sui vini di Borgogna fino ai libri per imparare a fare i braccialetti con gli elastici. La parte più interessante è che Hachette Pratique possiede i diritti per tutte le pubblicazioni (fumetti esclusi) in lingua francese della Disney, e questo vuol dire sostanzialmente che possiede anche i diritti per tutte le pubblicazioni (fumetti esclusi) della Marvel e di Star Wars, e li fa fruttare alla grande non solo traducendo in lingua locale i volumi già esistenti nel mercato nordamericano, ma soprattutto inventandosi prodotti nuovi e bizzarri, tipo i libri antistress da colorare coi numeretti, ed altri sorprendentemente originali come il progetto Gastronogeek.

La regina Padmé Amidala interpretata da Natalie Portman nel film "Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma" e ritratta nel libro "Art-Thérapie Star Wars".

A sinistra, una Natalie Portman di indicibile bellezza interpreta la regina Padmé Amidala in Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma. Benché il film sia considerato fra i più brutti dell’intera saga, la visione della Portman nei saloni della Reggia di Caserta è indimenticabile, e ancora oggi il suo celebre abito rosso resta assolutamente iconico, superando in notorietà tutti gli altri pur splendidi look, diventando un best-seller fra i costumi per bambini, e comparendo anche nel libro Art-Thérapie Star Wars (a destra).

Dal 2014 infatti la Hachette si è superata producendo due volumi che mettono insieme la cultura pop con quello che è probabilmente il patrimonio d’oltralpe più celebre al mondo: la cucina francese. Lo chef & nerd Thibaud Villanova s’è infatti inventato questo progetto intitolato Gastronogeek in cui mette insieme il suo mestiere di cuoco con le sue passioni personali. L’idea si è concretizzata al momento in due uscite: l’omonimo primo libro Gastronogeek con ricette di cibo e il secondo Le livre des potions con ricette di bevande, uscito nel 2015. A questi si aggiungono una pagina Instagram promozionale e soprattutto un sito web aperto all’inizio del 2016, che ospita un blog aggiornato piuttosto spesso da Villanova in persona con novità, ricettine inedite, la sua vita da geek perso (tipo al cinema in cosplay per Star Wars VII), e soprattutto interessantissimi approfondimenti sugli aspetti gastronomici dell’entertainment, come quello sui bento de Il mio vicino Totoro, che fanno rimpiangere di non conoscere quella futura incomprensibile lingua morta che è il francese.

I due autori del primo volume di "Gastronogeek", Maxime Léonard e Thibaud Villanova.

I due autori del primo volume di Gastronogeek: a sinistra, quello con l’aspetto di uno chef professionista è lo chef professionista Maxime Léonard, mentre a destra, quello con l’aspetto di un nerd over 9’000 è il nerd over 9’000 Thibaud Villanova.

Ma in che consistono effettivamente questi due volumi? Sono libri di ricette ispirate a cinque (in realtà quattro) grandi aree tematiche: fantascienza, fantasy, horror e fumetti divisi in comics e manga; nel volume sulle bevande c’è la sesta categoria, videogiochi. Ci sarebbe da alzare il sopracciglio sul fatto che libri & film sono stati divisi per genere mentre invece fumetti & videogiochi sono grossolanamente indicati come due cose a parte (forse fanno genere a parte? Non sono solo tecnicamente differenti da libri e film, lo sono anche narrativamente? Non esistono fumetti o videogiochi fantascientifici, fantasy e horror?) e ancor più grossolanamente divisi per nazionalità, ma la semantica non è il principale interesse di Villanova quindi in questo caso non c’è da preoccuparsene.

Il trailer del volume Gastronogeek in cui si vedono alcune ricette, tipo la torta a forma di occhio di Sauron, e in cui è esplicitato che sì, quella forchetta in copertina è un cacciavite sonico di Doctor Who.

Nel volume Gastronogeek, Villanova riesce a inventarsi, col supporto tecnico di Léonard, ben 42 ricette da 15 titoli, che vanno da Il signore degli anelli a La notte dei morti viventi, mentre in Le livre des potions i titoli di riferimento sono addirittura 57, fra cui Final Fantasy e The Legend of Zelda, da cui vengono ricavate 70 ricette fra zuppe, cocktail, frullati e drink vari, stavolta grazie alla collaborazione con la bartender professionista francese Stéphanie Simbo.

Alcune pagine tratte da "Gastronogeek".

Alcune pagine tratte da Gastronogeek con i piatti ispirati da Star Wars, Conan il barbaro, Dracula e One Piece; quest’ultima ricetta, ovvero i Frutti del diavolo, è disponibile gratuitamente sul sito della Hachette.

Alcune pagine tratte da "Le livre des potions".

Alcune pagine tratte da Le livre des potions con le bevande e zuppe ispirate da Alien, Star Wars, Dragon Ball e Harry Potter; quest’ultima ricetta, ovvero la Burrobirra rivisitata, è disponibile gratuitamente sul sito della Hachette.

Sembrerebbe tutto meraviglioso, fa quasi apparire l’immagine degli spocchiosi Galli un po’ meno spocchiosa, ma la dura realtà è che il progetto Gastronogeek si scontra con i macrodifetti della cucina francese (almeno fuori dalla Francia): ingredienti complicati o in numero esagerato, procedimenti complessi, tecnicismo di tempistiche e strumenti. L’esatto contrario della cucina italiana. Nonostante ciò, però, le ricette presentate sembrano così gustose e così fantasiose che effettivamente vale la pena di mettere da parte i pregiudizi sui cugini d’oltralpe e impegnarsi un pochino ai fornelli. In particolare, Le livre des potions ha alcune proposte (sia alcoliche sia analcoliche) che non sono niente male:

Drink de "I Cavalieri dello Zodiaco" da "Le livre des potions".

La Preparazione al santuario, ovvero gli shottini de I Cavalieri dello Zodiaco. Sono cinque drink ispirati a Pegasus, Sirio, Cristal, Andromeda e Phoenix, e preparati con vari liquori di varia gradazione, dal gin al vino, per ottenere colori diversi abbinati ai personaggi (ma inspiegabilmente lo shot di Andromeda non è rosa).

Drink di "Sailor Moon" da "Le livre des potions".

Il drink di Sailor Moon si chiama Scettro lunare ed è composto da un mix di svariati ingredienti fra cui uovo, Campari, pompelmo e tequila. Uhm, non sembra molto adatto a delle ragazzine che vestono alla marinara, ma l’aspetto è delizioso quindi per le ex-ragazzine va benissimo.

Drink di "Doctor Who" da "Le livre des potions".

Assolutamente indispensabile in un libro per nerd è il drink ispirato a Doctor Who, che da quando ha ripreso la programmazione sulla BBC nel 2005 è diventato il fenomeno televisivo britannico più seguito, clamoroso e remunerativo di sempre. Per le numerose fan/schiave d’amore del Dottore, Villanova e Simbo propongono il long drink Sexy Blue Box (il nome dice tutto) miscelando tequila, Parfait d’Amour (liquore viola a base di fiori) e Curaçao Bleu (liquore blu a base di arancia amara). «Hello, sweetie».

Drink di "Ritorno al futuro" da "Le livre des potions".

Infine, un classicone: il milkshake del Lou’s Cafe di Ritorno al futuro che George McFly afferra al volo sul bancone (sì, ovviamente c’è anche la .gif). Mille ingredienti e una preparazione lunghissima, ma questo va gustato assolutamente.

Il progetto Gastronogeek è per ora fermo al secondo volume, e non sono state annunciate né nuove uscite né traduzioni per il mercato italiano, ma tutto è possibile. D’altro canto, sembra proprio che i francesi abbiano finalmente trovato delle valide alternative alle baguette, alle rane e alle lumache: tutti i nerd buongustai del mondo ne sono molto felici.