Claudio Santamaria

Lo chiamavamo Koutetsu Jeeg, lo chiamavano Jeeg Robot

Durante il periodo Shouwa c’era in televisione una fascia oraria in cui mandavano i cartoni animati in replica¹, e quando facevo le scuole elementari al rientro a casa trovavo sempre in questa fascia le repliche continue di Mazinga Z e di altri titoli rappresentativi dei robottoni della Toei. Fra questi c’era anche Jeeg robot d’acciaio, io lo guardavo e ancora me lo ricordo. Era un anime a evidente contenuto morale in cui il buono con grande sforzo sconfiggeva i cattivi, ma ancora oggi che sono cresciuto e sono diventato un uomo di mezza età quelle serate durante gli anni delle elementari sono rimaste un indelebile ricordo di gioventù.

Benché sapessi che gli anime giapponesi sono famosi in Italia, quando ho letto una news in cui si diceva che Jeeg robot d’acciaio era diventato il tema di un film di grande successo, francamente la prima reazione che ho avuto è stata di spaesamento. Sarà sicuramente un ridicolo anime per bambini. Non posso nemmeno pensare che sia un film dal vivo. Davvero va bene questa cosa?

Ma adesso, dopo aver visto in anteprima questo film a Tokyo², i dubbi sono scomparsi e al loro posto provo una sensazione di enorme gratitudine per aver usato Jeeg robot d’acciaio in questo meraviglioso capolavoro.

Poster giapponese di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il poster giapponese di Lo chiamavano Jeeg Robot, identico a quello italiano a parte per l’inversione di dimensione fra il titoli.

Per prima cosa ho molto apprezzato che il protagonista sia un uomo di mezza età, ingrassato, recidivo al furto e allo scippo, che si è infilato in un vicolo cieco fatto di giornate in cui si consola con budini e video porno. Situazioni simili erano già presenti in uno dei miei film preferiti, ovvero quel Trainspotting in cui Ewan McGregor interpreta Renton che annega fra la droga e un “senso di blocco” che gli impedisce di vedere il domani, ma quel Renton era un giovane che riusciva comunque a essere in qualche modo affascinante: ecco perché nel finale del film il suo lasciarsi alle spalle la droga e il salto nell’età adulta sono credibili. Qui però il personaggio di Enzo, interpretato da Claudio Santamaria, è un adulto che ormai ha già superato l’adolescenza da un bel po’, e la scena della corsa all’inizio del film con il corpo grasso in vista comunica una sensazione di bruttezza che non ha proprio nulla di affascinante.

Per aprire uno squarcio in questa storia su cui galleggia il “senso di blocco”, il regista Gabriele Mainetti lancia una palla veloce chiamata Jeeg robot d’acciaio: l’anime robotico giapponese diventa un mondo di sogno al cui interno vive Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, una ragazza figlia di un uomo ucciso durante una trattativa di vendita di stupefacenti. All’inizio Jeeg robot d’acciaio sembra il sogno animato in cui si è rifugiato l’animo malato di una trentenne zitella con problemi mentali, ma poi man mano lo spettatore capisce che Alessia ha scelto quel mondo perché possiede il cuore puro di un bambino, e al contempo quello stesso mondo viene usato in maniera effettiva e convincente per risvegliare in un uomo di mezza età come Enzo il suo spirito da eroe. Come spettatore giapponese ne sono entusiasta. In una trama del tutto assurda, il regista vi ha inserito dentro Jeeg robot d’acciaio in un modo che riesce a dar vita a questo lavoro.

Regista e protagonisti di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il regista del film con i tre attori principali: da sinistra Luca Marinelli, Claudio Santamaria, il regista Gabriele Mainetti e Ilenia Pastorelli.

Qualche decennio fa, in Giappone, la sera c’era un bambino delle elementari che stava davanti alla TV a guardare Jeeg robot d’acciaio, e adesso quel bambino è diventato un otaku di mezza età che ancora oggi legge fumetti e guarda cartoni animati. Allo stesso modo, qualche decennio fa, anche in Italia c’erano bambini che guardavano Jeeg robot d’acciaio, quei bambini sono cresciuti, e anche se sono diventati uomini di mezza età sono sicuro che conservano ancora lo stesso spirito di quel periodo.

Al regista Mainetti e a tutto lo staff che ha realizzato questa meravigliosa opera, e a tutti gli italiani che hanno saputo accogliere la cultura degli anime giapponesi, a tutti loro sono profondamente grato.


Note

1: in Giappone le repliche televisive sono estremamente rare e la stragrande maggioranza degli anime viene trasmessa una volta sola. Durante il periodo Shouwa, quindi fino al 1989, il numero di serie animate per la televisione era ancora sufficientemente contenuto da consentire le repliche, ma attualmente l’enorme quantità di serie prodotte non lascia spazio ai vecchi titoli. Per maggiori informazioni consultare l’articolo Il secondo Second Impact sulla ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

2: il film uscirà in tutto il Giappone il prossimo 20 maggio.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Una delle locandine del film

Una delle locandine del film

Enzo Ceccotti è uno sfigato: vive in uno squallido appartamento di Tor Bella Monaca, ingurgita quantità industriali di budini alla crema e possiede una vasta collezione di film porno. E nella vita fa il ladro. Un giorno, inseguito dalla polizia per il furto di un orologio, per scappare da cattura certa si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli donerà forza sovrumana. Questo l’opening di Lo chiamavano Jeeg Robot, primo lungometraggio del regista romano Gabriele Mainetti già autore di alcuni corti ispirati, più o meno marcatamente, al mondo del fumetto, prodotto interamente dalla Goon Films (dello stesso Mainetti) e da Rai Cinema, e con un cast in grande spolvero, formato dagli altrettanto romani Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli.

Il film non è una trasposizione del celebre personaggio di Go Nagai ma ne riprende alcune caratteristiche: infatti Enzo e Hiroshi Shiba sono simili, entrambi pensano a sé stessi, entrambi scoprono di punto in bianco di avere dei poteri e per entrambi una donna è determinante nel loro percorso per diventare (super)eroi.

La sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti segue una struttura piuttosto classica: abbiamo un banale incidente che dona poteri all’uomo qualunque, ritroviamo l’assioma da grandi poteri derivano grandi responsabilità e il percorso affrontato è lastricato da colpe, mancanze, difetti, cadute, redenzione, maturazione, consapevolezza del proprio ruolo e di come agire in base ad esso. C’è l’eroe chiamato a salvare? Sì. C’è la storia d’amore? Sì. C’è il villain con il piano malefico che ad un certo punto chiederà all’eroe di allearsi? Sì. Ma quindi stiamo parlando della solita banale storia piena di cliché e di elementi triti e ritriti? Qui la risposta si trasforma in un gigantesco NO. Questa base classica è affrontata in maniera nuova o, se vogliamo, all’italiana.

Enzo è un asociale, non ha amici, la gente gli fa schifo, non ha qualità brillanti, è scorretto e la prima cosa che fa con la superforza appena acquisita è usarla a proprio vantaggio, cavando a mani nude un bancomat dal muro. Si lascia coinvolgere dall’inquilina del piano di sotto solo perché il padre della ragazza è morto sotto i suoi occhi, poco prima, e la tipa non ha nessuno, se non un branco di criminali dentro casa che potrebbe stuprarla, torturarla o addirittura ucciderla.

Murales

La storia d’amore ricopre un ruolo importante, e infatti la parte centrale del racconto perde un po’ del suo ritmo per dare lo spazio giusto alla componente umana. Ovviamente la scintilla scocca tra l’eroe e la ragazza salvata, ma è chiaro fin da subito che lei non è la classica fidanzatina alla quale siamo abituati. Alessia vive nello stesso palazzo di Enzo, ha passato anni terribili e l’unico modo che ha avuto per sopravvivere è stato quello di dissociarsi dalla realtà. La sua è quella di Jeeg Robot. I personaggi e le loro avventure sono la chiave per decifrare quello che le succede intorno, suo padre infatti è il Ministro Amaso e non ci sono dubbi che il vicino dotato di superpoteri sia Hiroshi, ossia Jeeg. Capite quanto possa essere disfunzionale una relazione tra un asociale e una malata mentale? Eppure la dolcezza che emerge dal mare di marciume è qualcosa che vi farà venire i lacrimoni.

Il villain: probabilmente potrei passare ore a parlare di Fabio Cannizzaro, aka lo Zingaro, una sorta di Joker della periferia romana ossessionato dal successo mediatico e da quegli anni ’80 dai quali non si può in alcun modo uscire vivi; vuole la visibilità ad ogni costo, vuole emergere sopra tutti gli altri criminali e sopra lo schifo in cui è costretto a vivere. Anni prima ha fatto una comparsata in televisione e da quel momento non è riuscito a scrollarsi di dosso il desiderio di essere visto e riconosciuto dalla gente comune, dagli altri criminali, da chiunque gli passi accanto e per ottenere ciò che vuole è disposto a tutto, non ha scrupoli. Sono sue le scene maggiormente violente ed eccessive del film.

Tre personaggi scritti col cuore e tre attori bravissimi diretti altrettanto bene.

Un frame dal film

Un frame dal film

Santamaria è perfettamente calato nel personaggio col suo sguardo sempre un po’ truce e quei venti chili in più per dare l’idea di uno che se ti prende a pizze in faccia ti fa male sul serio. Marinelli deve essere esagerato in ogni particolare e ci riesce perfettamente senza smettere di farsi prendere sul serio. La Pastorelli, lo ammetto, mi ha sorpreso positivamente. Venendo dal Grande Fratello non credevo potesse riuscire a trasmettere disagio e tenerezza in maniera così misurata.

La grande forza di Lo chiamavano Jeeg Robot sta nel non cercare di copiare gli americani, appiccicando poi tratti tipicamente italiani, ma nel dare una personale visione del genere supereroistico; Gabriele Mainetti riesce a raccontare di vite complesse, attentati, criminalità organizzata e superpoteri senza violare mai quei caratteri richiesti dalla suspension of disbelief; il lato tecnico è curato in ogni sua forma a partire da una regia attenta, una sceneggiatura solida, sonoro e montaggio belli che aiutano la narrazione, colonna sonora figa.

Concedetemi una piccola digressione sul piano del marketing dell’opera. Forse non tutti sanno che un paio di giorni prima dell’uscita cinematografica, in edicola è arrivato il fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot con soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni, disegni di Giorgio Pontrelli, colori di Stefano Simeone e quattro diverse nonché bellissime copertine ad opera di Giacomo Bevilacqua, Leo Ortolani, Zerocalcare e lo stesso Recchioni. Il fumetto non è un adattamento ma un episodio breve, autonomo e successivo a quanto vediamo nel film, pertanto non contiene spoiler sulle vicende di Ceccotti&Co., solo dei rimandi e la storia riprende il concetto della visibilità inserendo quella caratteristica umana che nell’era di Internet è sempre più esasperata: la volubilità.

Terminando, mi sento di applaudire Mainetti per l’ostinazione nel voler portare alla luce questo film e di dirgli grazie per aver mostrato che anche in Italia siamo capaci di avere un supereroe perfettamente in linea con la città che abita e nel momento storico nel quale vive.

Il video di Claudio Santamaria che canta la sigla di Jeeg Robot D’Acciaio, utilizzata nei titoli di coda.

Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”

Comunicato Stampa

Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto di “Lo chiamavano Jeeg Robot”

Disponibile con quattro copertine diverse sarà in edicola insieme alla rosea da sabato 20 febbraio

Milano, 26 gennaio 2016 – In attesa che Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti arrivi nelle sale il prossimo 25 febbraio, Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto omonimo basato sul film.

L’operazione, in coerenza con il carattere originale riconosciuto al film dal pubblico e dalla critica della Festa del Cinema di Roma, intende proporre al pubblico di lettori e spettatori un prodotto creativo nuovo, unendo due forme d’arte – film e fumetto – e generando qualcosa di completamente autonomo e parallelo, senza il rischio di spoiler.

Scritto e curato da Roberto Recchioni, curatore editoriale di Dylan Dog e creatore di Orfani, con i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone e i personaggi ispirati a quelli del film di Gabriele Mainetti, il fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot sarà in edicola con La Gazzetta dello Sport da sabato 20 febbraio al prezzo di €2.50 con quattro copertine da collezione realizzate da Leo Ortolani, Roberto Recchioni, Giacomo Bevilacqua e Zerocalcare. In avvicinamento alla data di uscita del fumetto, le quattro copertine verranno mostrate in anteprima.

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Di seguito le anteprime delle altre tre  copertine. Tutte e quattro saranno in edicola con il fumetto da sabato 20 febbraio. Il lettore potrà così scegliere quale acquistare o se decidere di collezionarle tutte:

  • venerdì 29 gennaio Leo Ortolani (Rat-Man)
  • giovedì 4 febbraio Roberto Recchioni (Dylan Dog, Orfani)
  • martedì 9 febbraio Giacomo “Keison” Bevilacqua (A Panda piace)

Il fumetto accompagnerà l’uscita del film, diretto e prodotto da Gabriele Mainettisceneggiato da Nicola Guaglianone e Menotti e interpretato dagli attori Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. In sala dal 25 febbraio.

Il fumetto con le quattro copertine di Lo chiamavano Jeeg Robot sarà in edicola da sabato 20 febbraio insieme a La Gazzetta dello Sport al prezzo di €2.50 più il costo del quotidiano.