Carletto il principe dei mostri

Cinemanga: Carletto il principe dei mostri

Continua il viaggio di Dimensione Fumetto all’interno della cinematografia giapponese live action tratta dai fumetti: i cinemanga!

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


Uno dei filoni più sfruttati dal fumetto giapponese è senza dubbio l’horror. Probabilmente ci sono delle ragioni culturali derivate dal teatro di strada kamishibai, come pure ragioni tecniche legate all’uso dell’inchiostro nero, fatto sta che in Giappone la produzione horror ricopre una percentuale molto superiore a quella dei fumetti del resto del mondo. Di più: l’horror giapponese è trasversale. Anche nei fumetti per bambine ci sono spesso elementi paurosi (basti pensare all’episodio della “prova di coraggio” così comune in molti shoujo), e tantissimi sono gli horror commedie o addirittura comici. Fra questo spicca per celebrità Kaibutsu-kun, noto in Italia come Carletto il principe dei mostri.

Cast della serie animata "Carletto il principe dei mostri".

Il cast della serie animata del 1980, la seconda dedicata a Carletto il principe dei mostri dopo quella in bianco & nero del 1968 mai arrivata in Italia.

Prima del film

Carletto il principe dei mostri è stato realizzato da uno dei due componenti del gruppo Fujiko Fujio, e ha avuto un eccezionale successo negli anni ’60 col fumetto e poi negli anni ’80 con il cartone animato che poi è arrivato anche in Italia.

Al contrario dell’opera più famosa del duo Doraemon, che gode di successo ininterrotto dal 1969 a oggi restando sempre uguale, Carletto il principe dei mostri ha avuto bisogno nei decenni di essere fortemente rivitalizzato tramite la conversione in nuovi media: dopo il fumetto e il cartone animato nel secolo scorso, in questi anni ’10 i giapponesi ci hanno riprovato con un telefilm dal vivo interpretato da famosi caratteristi nei ruoli comprimari e da idol (popstar tuttofare) giovani e fighetti per le parti principali. Ne è uscita fuori una serie in dieci puntate di particolare povertà narrativa e realizzativa, inferiore anche ai Super Sentai che pure hanno un loro vanto proprio nelle scenografie di cartone.

Il cast del telefilm "Kaibutsu-kun".

Il cast del telefilm Kaibutsu-kun, andato in onda su Nippon TV durante la primavera del 2010.

Il protagonista è interpretato dal celebre cantante Satoshi Oono, membro della boy band Arashi e inabile alla recitazione, che lo caratterizza in una maniera odiosa oltre ogni limite: Carletto non è più un marmocchio briccone animato da una qualche nobiltà, ma una sorta di stereotipo tsundere di teppista arrogante che vuole dimostrare di essere bravo. Per dieci puntate a stento regala un paio di sorrisi. Il suo rivale Demokin, modellato sulle fattezze di Sephiroth di Final Fantasy VII, è interpretato da Masahiro Matsuoka (anch’egli da una nota boy band, i TOKIO) che è un attore se possibile ancora più scarso di Oono. Ai tre attori di Lupo, Frank e Dracula e ai due bambini il compito di salvare la baracca. Spoiler: non ce la fanno.

Il film

Nonostante la qualità mediocre del telefilm, la presenza delle due star Oono e Matsuoka ha portato buoni ascolti e quindi a realizzare un film cinematografico nel 2011. Dato che nella serie TV Carletto è un grande amante del curry (al contrario del dolce anmitsu com’era nel cartone animato), gli sceneggiatori hanno avuto l’idea di realizzare un film fuori continuity e di ambientarlo nella patria del curry: l’India.

Immagine promozionale del film "Kaibutsu-kun".

Il cast del film con Satoshi Oono che tenta disperatamente di convincere il pubblico di essere un attore sfaccettato.

Carletto il principe dei mostri viene mandato sulla Terra da suo padre il re dei mostri per fargli imparare un po’ di disciplina, dato che alcuni mostri si erano lamentati che il principe era viziato poiché durante un banchetto si era rifiutato di mangiare la verdura. Accompagnato da Lupo, Frank e Dracula sul drago volante, il quartetto cade in India invece che in Giappone; lì verrà accolto nel palazzo del maharajah Vishal che lo scambia per il Valoroso Guerriero caduto dal cielo come narrato negli antichi rotoli tramandati da secoli. Il maharajah chiede a Carletto & co. di dimostrare il loro valore andando a riprendere la giovane principessa Pirari sequestrata da briganti in montagna. Usando i suoi poteri da mutaforma Carletto riesce a recuperare la principessa, ma quando la riporta a palazzo Vishal lo rinchiude con i suoi tre vassalli in prigione: il cosiddetto maharajah è in realtà anche lui un demone che controlla pietre e rocce, ed è sceso sulla Terra per conquistarla rubando l’energia ai terrestri tramite certe sue pietre magiche; il coinvolgimento di Carletto era una volontaria vendetta, poiché Vishal nel Regno dei mostri lavorava come cuoco ed erano state proprio le sue verdure quelle che Carletto aveva rifiutato al banchetto.

Dopo una fuga rocambolesca, Carletto e i suoi tre scagnozzi apprendono dalla principessa Pirari la sua triste storia: i briganti non l’avevano sequestrata, ma bensì ci era andata lei per ritrovare il suo fratellino Kah, nonché legittimo erede al trono, che Vishal aveva cacciato e che i buoni briganti avevano accolto nel loro villaggio. Ora Vishal rivoleva la principessa per sposarla e usarla per convincere tutti i sudditi a donargli il loro potere tramite le pietre.

Nei sotterranei del castello Vishal convoglia tutta l’energia rubata agli umani verso il suo signore Demokin, che la usa per tentare di riportare in vita la sua amata Demolina. Per sveltire la raccolta d’energia ed eliminare i contrattempi Vishal decide di sbarazzarsi del principino Kah, ma quando va al villaggio per scovarlo e ucciderlo gli si frappone Pirari, che accetta di sposarlo.

Carletto è disgustato dal gesto di Pirari, ma quando comprende che la ragazza l’ha fatto per poter salvare la vita al fratello comprende il significato dell’altruismo e decide di lasciarsi indietro il suo egoismo. Durante le nozze Vishal raccoglie molta energia dai sudditi, ma Carletto e gli altri riescono a sabotare la cerimonia svelando l’inganno di Vishal e rimettendo in trono Kah. Vishal, furioso, recupera la sua forma demoniaca diventando un mostro di roccia gigante, ma nel combattimento finale dopo un’estenuante battaglia viene sconfitto da Carletto grazie all’aiuto di Demokin, disperato perché l’energia raccolta ha consentito solo di riportare in vita Demolina giusto il tempo di salutarlo per sempre prima di morire definitivamente.

Sconfitto Vishal, Kah e Pirari tornano a regnare nel palazzo, mentre Carletto e soci vengono di nuovo riconosciuti come Valorosi Guerrieri, onorati col curry d’oro leggendario, e infine tornano a casa nel regno dei mostri.

Horror, ma nel senso cattivo

Il film di Kaibutsu-kun è il tipico prodotto destinato esplicitamente ed esclusivamente al suo pubblico di riferimento. In questo caso se ne individuano almeno tre tipi, il che conferma per l’ennesima volta il grande talento dei giapponesi nella pianificazione commercialmente funzionale.

Ovviamente ci sono i fan del fumetto, o del cartone animato, o di Fujiko Fujio, o del drama, o comunque tutti quelli che più o meno avevano una vaga idea di quel che stavano per andare a vedere prima di entrare nel cinema, o anzi hanno scelto il film volontariamente attratti dal titolo. Poi ci sono i bambini, accompagnati volentieri dai genitori nostalgici data la campagna pubblicitaria completamente family friendly.

Infine, ed è senza dubbio il pubblico più ricercato e disposto a spendere soldi, a perdonare bassezze artistiche e anzi a fargli pubblicità, ci sono i fan dei tre idol. Tatsuya Yamaguchi dei TOKIO è nel mondo dello spettacolo dal 1994 e ormai conta fra le sue fan un pubblico soprattutto femminile dai 30~40 anni in su, Umika Kawashima come idol femminile richiama generalmente un pubblico maschile di fascia d’età molto ampia e spesso anche dai 50~60 anni in su, ma è soprattutto Satsoshi Oono la star.

I tre protagonisti del film "Kaibutsu-kun".

I tre protagonisti del film di Kaibutsu-kun. Da sinistra: Satoshi Oono degli Arashi interpreta Carletto, Umika Kawashima che al tempo delle riprese era nelle 9nine (e ora è una solista) interpreta la principessa Pirari, e Tatsuya Yamaguchi dei TOKIO è Demokin.

La boy band di cui è il leader, gli Arashi, è sulla piazza dal 1999 quando lui aveva 19 anni. Il debutto è stato fra i più clamorosi che la musica giapponese ricordi, ma anche il successivo crollo non è stato da meno. Il miracoloso ritorno di fiamma degli Arashi a un passo dallo scioglimento è avvenuto a metà anni 2000, quando il loro diabolico produttore Johnny Kitagawa ha convertito la boy band in una macchina da dorama (i telefilm giapponesi): di volta in volta i cinque cantanti a rotazione avrebbero interpretato il ruolo da protagonista in un telefilm e la band al completo ne avrebbe cantato la sigla. Il primo esperimento fu nel 2005 col telefilm di Hana yori dango con Jun Matsumoto come protagonista e WISH come sigla, ma il successo arrivò due anni dopo col sequel Hana yori dango 2 e Love so sweet come sigla.

Il pacchetto completo attore & sigla in alcuni casi funziona (tipo con il discreto Jun Matsumoto), in alcuni casi è eccezionale (tipo con Kazunari Ninomiya, che era un attore teatrale già prima di cantare ed è stato anche scelto da Clint Eastwood per Lettere da Iwo Jima), e in alcuni casi è veramente terrificante, tipo con Satoshi Oono. Se nel telefilm Kaibutsu-kun Oono dimostrava scarsissime doti attoriali, in questo film il livello si abbassa ulteriormente e lui conferma di essere quello che i giapponesi chiamano «un daikon», cioè un coso che sta lì totalmente inespressivo come un vegetale, ai livelli tristemente famosi di Mika Nakashima nei film di Nana. Se però in Nana la daikon Nakashima se non altro aveva un ruolo drammatico, non d’azione e doveva cantare, in Kaibutsu-kun il daikon Oono ha un ruolo comico, d’azione e senza canzoni.

Il risultato sono 103 minuti di disastrosa comicità in cui la trama sempliciotta, la sceneggiatura da scuola elementare, gli effetti speciali analogici molto casalinghi, la CG ancor più casalinga, la totale assenza di attori indiani rimpiazzati da giapponesi col fard color Terra di Siena bruciata come per i neri in Nascita di una nazione, e in generale la povertà realizzativa viene messa ancor più in rilievo dalla terrificante prova attoriale del cast.

Locandina del film "Kaibutsu-kun" di Yoshihiro Nakamura.

Quel coso orribile sulla destra è il magico drago volante di Carletto.

Forse degli attori degni avrebbero potuto anche far ridere il pubblico e esaltare la pochezza della messinscena del regista Yoshihiro Nakamura come una scelta voluta: peccato non sia questo il caso. Alla fine a Kaibutsu-kun restano solo un paio di pregi effettivi: una buona lezione morale per i bambini basata sul riconoscere e correggere il proprio egoismo, e la deliziosa sigla finale Monster degli Arashi che era già nel telefilm. Per il resto, può andar bene solo per i nostalgici hard core che troveranno effettivamente divertente almeno almeno la scena di Lupo, Frank e Dracula sul drago a cantare «quando a mezzanotte l’orologio fa din-don, dodici rintocchi per i mostri fa din-don!»: i ricordi di gioventù migliorano sempre anche le cose peggiori.

Benvenuti in Giappone 03 – Aldiquà & aldilà

La religiosità giapponese non si riconosce in un singolo culto, bensì oscilla fra lo Shintoismo e il Buddhismo in virtù di un fenomeno storico noto come sincretismo, e solitamente si fa riferimento allo Shintoismo soprattutto per gli eventi gioiosi o quotidiani come nascite, matrimoni e preghiere, e al Buddhismo per le faccende luttuose o straordinarie come morti, cimiteri o esorcismi. In particolare, la versione giapponese della religione buddhista conosce due cerimonie funebri: la prima è il funerale, che si svolge uno o due giorni dopo la morte della persona (e successive veglia funebre, cremazione e inumazione nella tomba familiare) presso il tempio a cui è legata la famiglia del defunto, dove i familiari e solo i familiari si presentano vestiti rigorosamente ed esclusivamente di nero dalla testa ai piedi (una regola che in Occidente sta venendo meno, ma che in Giappone è ancora rigidissima), con la sola eccezione degli studenti che si presentano in divisa scolastica essendo considerata in tutto e per tutto un abito formale. Finito il funerale, i familiari vanno a mangiare tutti insieme un ricco pasto a casa o al ristorante; amici, colleghi e conoscenti del trapassato possono intervenire solo alla veglia, come si vede anche nel film del 2008 Departures: a loro la presenza nel tempio è vietata.

Confezioni di tè da regalare in occasione di cerimonie buddhiste.

Confezioni di tè da regalare in occasione di cerimonie buddhiste, aka funebri: si parte dai 30 € per arrivare ai 150 €.

La seconda cerimonia funebre è il cosiddetto Shijuukunichi, cioè “giorno numero 49” perché si svolge appunto il 49esimo giorno dopo la morte, giorno del decesso incluso, in quanto il 7×7=49esimo giorno è quello in cui l’anima del defunto raggiunge il luogo dove si trova il Buddha, l’equivalente orientale dei Campi Elisi. La cerimonia dello Shijuukunichi è molto più informale: i familiari si possono presentare vestiti come preferiscono, alla fine del rito in memoria del caro estinto ci si scambiano dei doni (tradizionalmente scatole di tè pregiato avvolte in stoffa viola, il colore del lutto per il Buddismo) e poi di nuovo si va a mangiare in allegria. Questo festoso convivio post-cerimonia deriva dal semplice fatto che per le famiglie giapponesi è molto raro trovarsi tutti insieme, dato che invece è storicamente molto comune, molto più che per quelle italiane, essere disperse per tutto il territorio nazionale, soprattutto per motivi di lavoro: le aziende tendono infatti a spostare i propri dipendenti in sedi quanto più lontane da quella dove sono stati assunti (non ho idea del perché).

La sigla iniziale della prima serie animata del 1968 di Gegege no Kitarou, la cui canzone, scritta da Mizuki in persona, è diventata così celebre da essere stata mantenuta anche nelle successive produzioni del 1971, 1985, 1996 e 2007.

Se lo Shijuukunichi è un evento gioioso, allora tanto vale festeggiarlo: il 17 gennaio 2016 cade lo Shijuukunichi di Shigeru Mizuki, morto lo scorso 30 novembre a 93 anni, una di quelle persone che ha letteralmente costruito l’intera cultura pop giapponese dal secondo dopoguerra in poi. Mizuki non era un cantante o un attore, ma uno scrittore e disegnatore: qualche volta ha fatto solo il primo mestiere, qualche volta solo il secondo, ma la maggior parte delle volte li ha svolti entrambi insieme scrivendo fumetti che oggi sono dei capisaldi mondiali della Nona arte, in particolare a tema bellico come il dramma Verso una nobile morte e a tema folk come la commedia Kitarou dei cimiteri. Dire che Mizuki è famoso in Giappone è riduttivo: è celeberrimo, e Kitarou dei cimiteri è una di quelle quattro-cinque cose che tutti, ma proprio tutti hanno letto almeno una volta nella vita, nonché il punto di partenza di tutti, ma proprio tutti i fumetti giapponesi a tema fantasy-horror, a partire dal di dopo successivo Bem il mostro umano per arrivare alla grande stagione horror anni ’80 col suo vertice nella saga delle sirene di Rumiko Takahashi, passando per Hayao Miyazaki e Yu degli spettri, fino al recente xxxHOLiC delle CLAMP e a tutti quei fumetti in cui i protagonisti vedono gli spiriti e chiunque altro no (ormai uno stereotipo), compresi quelli di shinigami tipo BLEACH.

La nascita dell’opera si deve alla fusione di vari elementi: tornato dalla seconda guerra mondiale, Mizuki cominciò a mettere su carta quelle storie fantastiche che la vecchia matta del paese gli raccontava da bambino, e integrandole con le leggende narrate nel kamishibai (una sorta di teatrino per bambini con figurine di carta al posto delle marionette) e con profondi e rigorosi studi di entoantropologia, le convertì dal 1959 al 1969 nel racconto episodico di Kitarou e di suo padre (resuscitato in forma di bulbo oculare antropomorfo), esseri sovrannaturali che abitano fra il mondo degli umani e quello degli spiriti. Il risultato è Kitarou dei cimiteri (o Gegege no Kitarou a seconda delle versioni), ovvero il più vasto, ricco e affascinante affresco sul folklore giapponese, un’opera di assoluto valore letterario, narrativo e documentario paragonabile alle raccolte dei fratelli Grimm o di Calvino, con la differenza che le storie raccolte da Mizuki non sono distinte fra loro, ma continuative poiché inserite in una cornice narrativa generale come nel Decameron di Boccaccio. Inoltre, Kitarou dei cimiteri illustra meglio di qualunque saggio tecnico quanto la popolazione giapponese viva a contatto diretto con l’aldilà. Non c’è giapponese giovane o vecchio che non creda nel sovrannaturale o che non abbia storie di personali incontri ravvicinati del terzo (se non addirittura del quarto) tipo con gli obake, che letteralmente vuol dire “i trasformati” ed è il nome generico per indicare qualunque tipo di ente non dimostrabile scientificamente, immateriale o no, diviso dai giapponesi nelle tre categorie principali:

  1. 幽霊 yuurei (“spirito flebile”), ex esseri umani la cui anima dopo la morte continua a vagare sulla Terra, l’equivalente dei fantasmi occidentali;
  2. 妖怪 youkai (“mistero inquietante”), ex esseri umani o animali che hanno sofferto una qualche terribile sofferenza e, spinti dalla rabbia o dall’odio o dal dolore o comunque da un motivo interno, si sono mutati in creature altre tramite l’intercessione del divino;
  3. 怪物 kaibutsu (“cosa misteriosa”), ex esseri umani o animali che per una maledizione, o l’interazione con il male, o il contatto con un oggetto, o comunque per un motivo esterno si sono trasformati in mostri; sono le creature della saga delle sirene della Takahashi, ma anche i mostri in senso occidentale e quindi anche le creature di Carletto il principe dei mostri, il cartone animato di Fujiko Fujio che non a caso in originale si chiama Kaibutsu-kun.

Mizuki si concentrò soprattutto sugli youkai, che sono le creature in qualche modo più drammaticamente e narrativamente affascinanti essendo il frutto di una mutazione generata dai sentimenti e dalle pulsioni umane, e questo gli ha consentito di scrivere per dieci anni un’opera ancor oggi continuamente adattata per il piccolo e il grande schermo, in animazione e anche dal vivo. Al lavoro di questo autore geniale, che da mancino ha reimparato a scrivere e disegnare con la destra dopo aver perso il braccio sinistro in guerra, il suo paesello natale nella prefettura di Tottori ha dedicato un grande museo e spazi celebrativi. Inoltre, vari luoghi a memoria sono sorti più o meno spontaneamente in diverse località del Giappone: uno di questi si trova a Kurashiki, amena cittadina storica della prefettura di Okayama.

Il quartiere Bikan chiku di Kurashiki è un unicum per l'archeologia urbana giapponese dato che presenta miracolosamente conservata una zona piuttosto vasta sopravvissuta negli ultimi secoli a incendi, terremoti, guerre, modernizzazioni e bombardamenti americani che in Giappone (per via dell'alta quantità di edifici in legno) hanno letteralmente raso al suolo le città, anche quelle non colpite da bomba atomica. Il quartiere è facilmente riconoscibile per la peculiare soluzione di rivestimento degli edifici, intonacati di bianco e poi decorati con quadrettature ortogonali o a 45°. Non fa eccezione il palazzo dove si trova lo spazio dedicato a Kitarou dei cimiteri, chiamato molto didascalicamente 妖怪 youkai "spirito sovrannaturale" + 館 yakata "palazzo" = 妖怪館 youkaikan "palazzo degli spiriti".

Il quartiere Bikan chiku di Kurashiki è un unicum per l’archeologia urbana giapponese dato che presenta miracolosamente conservata una zona piuttosto vasta sopravvissuta negli ultimi secoli a incendi, terremoti, guerre, modernizzazioni e bombardamenti americani, che in Giappone (per via dell’alta quantità di edifici in legno) hanno letteralmente raso al suolo le città, anche quelle non colpite da bomba atomica. Il quartiere è facilmente riconoscibile per la peculiare soluzione di rivestimento degli edifici, intonacati di bianco e poi decorati con quadrettature ortogonali o a 45°. Non fa eccezione il palazzo dove si trova lo spazio dedicato a Kitarou dei cimiteri, chiamato molto didascalicamente 妖怪 youkai “spirito sovrannaturale” + 館 yakata “palazzo” = 妖怪館 youkaikan “palazzo degli spiriti”.

All'ingresso si trova questa nostalgica saletta con arredamento di legno, sedie Thonet 214 e stufetta con bollitore dell'acqua calda come in Ranma ½ o Kamikaze Girls, dove bere birra locale accompagnata d'inverno da yaki'imo (patate dolci abbrustolite) e d'estate da kakigoori (l'equivalente della granita).

All’ingresso si trova questa nostalgica saletta con arredamento di legno, sedie Thonet 214 e stufetta con bollitore dell’acqua calda come in Ranma ½ o Kamikaze Girls, dove bere birra locale accompagnata d’inverno da yaki’imo (patate dolci abbrustolite) e d’estate da kakigoori (l’equivalente della granita).

All'interno c'è un bel negozietto che vende roba sia collegata a Okayama patria di Momotarou e delle pesche, sia a tema cartoni animati però declinati in stile Okayama patria del jeans: ecco quindi i prodotti ufficiali dello Studio Ghibli e di molti altri franchise realizzati a forma di pesca o in stoffa denim, le cui prime fabbriche giapponesi aprirono appunto in questa prefettura.

All’interno c’è un bel negozietto che vende roba sia collegata a Okayama patria di Momotarou e delle pesche, sia a tema cartoni animati però declinati in stile Okayama patria del jeans: ecco quindi i prodotti ufficiali dello Studio Ghibli e di molti altri franchise realizzati a forma di pesca o in stoffa denim, le cui prime fabbriche giapponesi aprirono appunto in questa prefettura.

In un angolo c'è una statua a grandezza naturale di Kitarou e suo padre che ci invitano a entrare. Il cartello recita "La magione dei mostri è al primo piano" (o secondo per il modo di contare dei giapponesi).

In un angolo c’è una statua a grandezza naturale di Kitarou e suo padre che ci invitano a entrare. Il cartello recita “La magione dei mostri è al primo piano” (o secondo per il modo di contare dei giapponesi).

Ed ecco quindi la scala per salire al primo/secondo piano (quello che è). La ringhiera di legno è foderata con quella tipica stoffa verde a riccioli bianchi vista in tanti cartoni animati (e spesso usata da ladri e ninja, chissà perché) e alle pareti sono appresi numerosi poster delle serie tv, film e quant'altro è stato tratto da Kitarou dei cimiteri.

Ed ecco quindi la scala per salire al primo/secondo piano (quello che è). La ringhiera di legno è foderata con quella tipica stoffa verde a riccioli bianchi vista in tanti cartoni animati (e spesso usata da ladri e ninja, chissà perché) e alle pareti sono appresi numerosi poster delle serie tv, film e quant’altro è stato tratto da Kitarou dei cimiteri.

Pareti dello Youkaikan di Kurashiki.

Eccoci al piano superiore. Il visitatore viene subito accolto da gadgettistica (tipo i cuscini a forma di testa di Kitarou o le cartoline) appoggiata a degli inquietanti shouji (pannelli scorrevoli di carta) da cui ci guardano innumerevoli occhi. Forse questo museo (chiamiamolo “museo”, ma ripeto, non è un museo ufficiale, ma uno spazio allestito in onore di Mizuki) è in riorganizzazione dato che fino a qualche mese fa c’erano molti più prodotti, nonché un angolo video dove un televisore trasmetteva a loop gli episodi del cartone animato. Per fortuna invece sono ancora presenti alle pareti le stupende stampe (non originali) in cui Shigeru Mizuki riprende i soggetti paesaggistici tradizionali delle immagini di viaggio ukiyoe, declinandoli secondo il suo gusto e inserendovi mostri che spaventano gli umani. Sono immagini di grande qualità grafica che svelano il profondo studio compiuto da Mizuki non solo sul folklore, ma anche sull’arte giapponese. Sotto le riproduzioni delle stampe c’è un oggetto così brutto che fa il giro e diventa bello: un orologio a forma di Padre/bulbo oculare immerso come suo solito a fare il bagno in una coppa di sake caldo (il modo tradizionale di berlo). Le tavole bianche rettangolari sugli shouji mostrano le creature fantastiche non inventate da Mizuki (cioè praticamente tutte a parte il ristretto gruppo dei protagonisti) e le fiammelle azzurre mettono a confronto l’iconografia degli spiriti con la loro rappresentazione nel fumetto.

Questa mappa mostra dove vivono alcuni youkai celebri nelle varie zone del Giappone. È bellissima.

Questa mappa mostra dove vivono alcuni youkai celebri nelle varie zone del Giappone. È bellissima.

Ma la parte più interessante (e anche abbastanza folle) del museo è la galleria fotografica, che non è una galleria di foto: è una galleria per farsi le foto. All'ingresso c'è questo tendone nei colori rappresentativi di Kitarou, le bande gialle e nere. Notare sul soffitto i lampadari a forma di Padre/bulbo oculare e il terrificante spettro chiamato 一反 ittan "unità di misura del terreno corrispondente a un decimo di ettaro (10×100 metri)" + 木綿 momen "cotone" = 一反木綿 ittan momen, che come tutti gli spettri di Mizuki è basato e documentato sul folklore popolare e, come dice il nome, è uno spettro in forma di lungo nastro di stoffa che vola e spira per le notti ventose. Nel fumetto Kitarou lo usa spesso come cavalcatura: inquietantissimo, ma non il più inquietante, che invece aspetta dentro.

Ma la parte più interessante (e anche abbastanza folle) del museo è la galleria fotografica, che non è una galleria di foto: è una galleria per farsi le foto. All’ingresso c’è questo tendone nei colori rappresentativi di Kitarou, le bande gialle e nere. Notare sul soffitto i lampadari a forma di Padre/bulbo oculare e il terrificante spettro chiamato 一反 ittan “unità di misura del terreno corrispondente a un decimo di ettaro (10×100 metri)” + 木綿 momen “cotone” = 一反木綿 ittan momen, che come tutti gli spettri di Mizuki è basato e documentato sul folklore popolare e, come dice il nome, è uno spettro in forma di lungo nastro di stoffa che vola e spira per le notti ventose. Nel fumetto Kitarou lo usa spesso come cavalcatura: inquietantissimo, ma non il più inquietante, che invece aspetta dentro.

Ecco l'interno: un corridoio stretto pieno di sagome dei personaggi, costumi, parrucche, maschere, scenografie, oggetti di scena, spettri ovunque, chincaglieria e prendipolvere vari. Lungo il corridoio sono distribuiti alcuni set, tipo quello con lo youkai più inquietante di tutti: il 塗り nuri "copertura" + 壁 kabe "muro" = 塗り壁 nurikabe "muro intonacato", che per via del gioco di parole del verbo nuru che indica " ricoprire" sia in senso reale sia metaforico, nurikabe può essere inteso sua come "muro ricoperto [di intonaco]" sia come "muro che ricopre [il malcapitato che ci si appoggia]". Il nurikabe è un muro che abbraccia, avvolge e pian piano assimila la persona che ci si appoggia. Brivido.

Ecco l’interno: un corridoio stretto pieno di sagome dei personaggi, costumi, parrucche, maschere, scenografie, oggetti di scena, spettri ovunque, chincaglieria e prendipolvere vari. Lungo il corridoio sono distribuiti alcuni set, tipo quello con lo youkai più inquietante di tutti: il 塗り nuri “copertura” + 壁 kabe “muro” = 塗り壁 nurikabe “muro intonacato”, che per via del gioco di parole del verbo nuru che indica ” ricoprire” sia in senso reale sia metaforico, nurikabe può essere inteso sua come “muro ricoperto [di intonaco]” sia come “muro che ricopre [il malcapitato che ci si appoggia]”. Il nurikabe è un muro che abbraccia, avvolge e pian piano assimila la persona che ci si appoggia. Brivido.

Allo Youkaikan non c'è il cartello "non toccare", anzi tutto è messo lì apposta per essere usato. Pareti e i mobiletti della galleria sono pieni di oggetti terribili come lampade e soprammobili di gusto macabro, e soprattutto tanti, tantissimi GATTI MORTI. Cioè, sono gatti di peluche, ma buttati lì per essere usati come oggetti di scena per le foto fanno veramente paura.

Allo Youkaikan non c’è il cartello “non toccare”, anzi tutto è messo lì apposta per essere usato. Pareti e i mobiletti della galleria sono pieni di oggetti terribili come lampade e soprammobili di gusto macabro, e soprattutto tanti, tantissimi GATTI MORTI. Cioè, sono gatti di peluche, ma buttati lì per essere usati come oggetti di scena per le foto fanno veramente paura.

L'ultima parte fotografabile della galleria è quest'angolo col vecchio-bambino e armadietti vari che non ho aperto. Il cartello in alto a sinistra recita "Sola andata per quel mondo": inutile dire che «quel mondo» è l'oltretomba.

L’ultima parte fotografabile della galleria è quest’angolo col vecchio-bambino e armadietti vari che non ho aperto. Il cartello in alto a sinistra recita “Sola andata per quel mondo”: inutile dire che «quel mondo» è l’oltretomba.

L'ultima parte della galleria è infotografabile (a parte se non si hanno adeguate attrezzature) perché è totalmente all'oscuro: è allestita come un cimitero pieno di lapidi, tele di ragno, ombrelli rotti, scheletri vari e anche qui ovviamente ittan momen e gatti morti a pacchi. L'unica fonte di luce sono delle fioche lucine di Natale blu e delle lampade sparse qua e là. Fra gli oggetti di scena sono presenti questo specchio dove appare un sorriso altrui e la casetta dove dorme il Padre.

L’ultima parte della galleria è infotografabile (a parte se non si hanno adeguate attrezzature) perché è totalmente all’oscuro: è allestita come un cimitero pieno di lapidi, tele di ragno, ombrelli rotti, scheletri vari e anche qui ovviamente ittan momen e gatti morti a pacchi. L’unica fonte di luce sono delle fioche lucine di Natale blu e delle lampade sparse qua e là. Fra gli oggetti di scena sono presenti questo specchio dove appare un sorriso altrui e la casetta dove dorme il Padre.

Insomma non un vero museo, ma più un posto dove passare un’oretta in allegria, nonché un buon modo per mantenere la memoria di Shigeru Mizuki, come giustamente merita, e addentrarsi nel mondo degli spiriti giapponesi che abitano sia questo sia l’altro mondo.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.