Capitan Harlock

I mille volti di Mi-kun – l’universo di Matsumoto

Le mille vite di Mi-kun Hikari

Le mille vite di Mi-Kun, storie di gatti giapponesi, edito da Hikari, non è semplicemente la storia di un gatto, ma è una vera dichiarazione d’amore dell’autore, Leiji Matsumoto, verso il suo gatto, quel Mi-kun protagonista di diverse incarnazioni (per ora quattro, a meno che non sia già arrivato Mi-kun V) che appare alla fine del volume. Quando parliamo di incarnazioni lo facciamo nel modo più giroscopico possibile, perché il felide in questione non è solo un gatto in baffi e artigli, appartenente alla famiglia Matsumoto in diverse personificazioni (ma sempre tigrato), ma è anche uno dei personaggi del multi fantasioso universo dell’autore. Impossibile dimenticarlo come compagno di bevute del dottor Zero e allo stesso tempo nemico giurato della cuoca e ladro di pesce, sull’Arcadia.

Questo volume è dedicato tutto a lui, o meglio a lei, perché questa Mi-kun, (o anche Mime, e spero di non dover sottolineare l’uso di questo nome), che si potrebbe tradurre in “baffetto”, è una femminuccia, solo che il pelo tigrato sul musetto la fa sembrare un maschio. Ma Matsumoto oltre a parlare delle sue avventure fa una rappresentazione sentita e coinvolta della vita dei gatti giapponesi, sia randagi che “di famiglia”.

Leiji Matsumoto

L’autore con uno dei cinque sketch donati all’Associazione Leiji Matsumoto per l’asta di beneficenza e la mostra al Lama Comics&Games

Dichiarazione d’amore dicevamo, e lo è, indiscutibilmente, verso questa particolare micetta e il mondo felino tutto: i primi cinque capitoli raccontano dell’arrivo della piccola Mi-kun nella famiglia, poco dopo la nascita della secondogenita, Atsuko, e di come le due crescano insieme. E se la bimba non è poi tanto bella, la gatta lo è tantissimo e tutti la amano. Umani e animali. Ma il tempo di esistenza delle due non è lo stesso, e dopo tredici anni la gattina deve abbandonare la famiglia e iniziare un altro viaggio. Dalla sua tomba partono così i ricordi e le riflessioni di coloro che restano, che raccontano di come Mi-kun fosse la regina del territorio vicino la casa e di come interagisse con gli altri gatti.

I racconti che hanno un’impostazione sempre buffa e umoristica nascondono, neanche troppo a fondo, una profonda malinconia, tipica di chi ha dovuto dire addio al proprio amico a quattro zampe, ma esaltano allo stesso tempo le caratteristiche tipiche dei gatti, che diventano, come nelle favole, i catalizzatori di un messaggio universale da cui trarre insegnamento.

«I gatti hanno una loro tristezza. I gatti hanno una loro gioia». Questo motto torna nei diversi capitoli, pubblicati negli anni ’70 (dal 1975 al ’77) sulla rivista Princess, e basta questo a creare un’atmosfera di fratellanza che avvicina immediatamente il lettore al loro mondo. Oltre a soffrire, esattamente come gli umani, i gatti sanno perfettamente cosa sono la lealtà, il coraggio, il senso di libertà, l’affetto fraterno. Sentimenti di cui invece a volte gli uomini difettano: infatti sono loro che cercano di snaturare la loro forza istintuale e pura, e che poi li abbandonano, senza rimorsi.

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Tra i disegni donati e messi all’asta, l’immancabile Mi-kun; una riproduzione di questo cartoncino è allegata a ogni volume dell’edizione speciale.

Dopo aver letto questi racconti non stupisce più pensare che lo stesso autore abbia creato le saghe meravigliose di Capitan Harlock e la Corazzata spaziale Yamato: tutti gli elementi lì presenti sono già sviluppati qui, in questo apparente micro universo, verosimile, quotidiano, quasi banale, ma che contiene tutta la poetica che ha dato la vita e lo spirito eroistico agli altri, più celebri, personaggi. Solo perché Mi-kun è una gattina, non pensate di sottovalutare le sue storie, dunque. Parlano molto saggiamente.

A completare il volume appaiono anche le prime tavole, create nel 1968, disegnate da Matsumoto, molto simili tra loro, ma variate, dell’arrivo di Mi-kun. Se nelle avventure degli anni ’70 il disegno è ancora grezzo, ma già ben caratterizzato, con tutti i tipi caratteristici della produzione matsumotiana (donne bellissime, uomini bassi e brutti, fisicità e prospettiva in secondo piano rispetto alla necessità narrativa della vignetta, ma sempre e comunque dinamismo e narrazione chiara), in queste del ’68 possiamo leggere tutta la genuinità degli esordi, con corpi ancora sgraziati e qualità poco continuativa, con un tratto che è ancora molto vicino allo stile di Tezuka. Ma il senso della narrazione era già innato, e questi “ritornelli a fumetti” (mi viene da chiamarli così, vista la ripetitività, eppure costante qualità) ne sono la prova.

Copertina originale di Princess, dove furono pubblicati i primi cinque racconti. Da questa immagine la Hikari ha creato la cover variant in edizione limitata.

Copertina originale di Princess, dove furono pubblicati i primi cinque racconti. Da questa immagine la Hikari ha creato la cover variant in edizione limitata.

Ultima curiosità: questo volume io lo possedevo già, trovato in un mandarake a Nakano, di seconda mano e tutto scritto in giapponese, naturalmente, ma lo comprai perché era di Matsumoto e inedito in Italia. Ora, ho una copia in tiratura limitata, in 99 volumi, con copertina variant rispetto a quella normale edita a gennaio, acquistata in occasione della Mostra organizzata dal Lama Comics&Games di settembre.

Grazie all’Associazione culturale Leiji Matsumoto, alla Hikari, alla Mostra e alle aste di beneficenza, sono stati raccolti più di 7.000 euro da donare in favore delle zone del centro Italia vittime del sisma di agosto.

Un sentito grazie, anche, per aver portato un po’ più vicino il meraviglioso mondo del maestro Matsumoto.

 

Un film tra Italia e Hollywood per Capitan Harlock?

Il rivenditore giapponese Manga Zenkan ha messo in vendita sul suo sito il primo volume della “complete edition” del manga di Capitan Harlock, popolare personaggio creato da Leiji Matsumoto. L’albo uscito giovedì ha una descrizione nella quale si legge: “I progetti per un adattamento cinematografico live-action Italo-Hollywoodiano stanno procedendo”.

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Non c’è nessun annuncio ufficiale di un adattamento cinematografico e nessun altro distributore Giapponese oltre Manga Zenkan fa menzione di questa co-produzione. Quale sarà la verità?

Il papà di Capitan Harlock in aiuto alle vittime del terremoto

Gli appassionati di fumetti sicuramente conoscono il nome di Leiji Matsumoto ma sicuramente anche chi è meno addentro al mondo dei manga e degli anime conosce molte delle sue opere: Capitan Harlock, Star Blazers, Galaxy Express 999 e molti altri. Grazie all’Associazione Culturale Leiji Matsumoto (di cui il Maestro è presidente onorario) il papà di Capitan Harlock è riuscito a essere vicino alle vittime del terremoto dello scorso 24 Agosto in maniera concreta realizzando 5 sketch da mettere all’asta il cui ricavato andrà a beneficio delle vittime del terremoto.

 

A questa news ha poi fatto seguito questo breve videomessaggio di Matsumoto-sensei alle popolazioni colpite dal sisma.

Il messaggio è stato raccolto grazie alla collaborazione del Leiji Matsumoto Official Fan Club di Tokyo che a sua volta metterà all’asta un altro shikishi come quelli giá inviati in Italia in Giappone e l’intero ricavato sará devoluto in beneficenza. Le parole dello shikishi recitano “A tutti gli italiani che soffrono. Il mio cuore è addolorato per le persone decedute. Vi prego di tenere duro”.
Nel cerchio l’ideogramma “vita”.

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Di seguito il comunicato congiunto del Fan Club e del Maestro.

“Porgiamo sentite condoglianze alle vittime del sisma e alle loro famiglie, ed esprimiamo dal profondo del cuore la nostra solidarietà a tutte le persone ancora attualmente costrette a una vita difficile. Preghiamo di cuore affinché tutti possano recuperare una tranquilla e sicura quotidianità nel più breve tempo possibile”.

Riportiamo il comunicato stampa dell’Associazione Culturale Leiji Matsumoto:

“Raggiunto dalle terribili notizie del recente sisma che ha colpito il Centro Italia il Maestro Matsumoto ha espresso telefonicamente al nostro presidente Francesco tutta la sua solidarietà per il popolo italiano con non poca commozione. Ci ha dunque inviato tramite Toshiro Fukuoka manager della Art Space di Tokyo 5 shikishi dedicati “VICINO AGLI AMICI ITALIANI” che saranno esposti il 24/25 settembre in occasione del Lama Comics & Games a Castel di Lama (AP) all’interno di una mostra a lui dedicata. Gli shikishi saranno a breve messi all’asta e l’intero ricavato devoluto alla popolazione terremotata.”

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Capitan Harlock – Dimension Voyage: sì, ancora lui

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Mi sembra già di sentire le risate sardoniche di chi mi conosce bene e sa che questo è il mio argomento preferito, almeno parlando di anime, ma che vi devo dire, mi stava quasi sfuggendo questa ennesima pubblicazione con protagonista il mio Capitano, uscita a gennaio per i tipi RW Goen, dal titolo Capitan Harlock: Dimension Voyage (titolo che, a me, sembra terribile) e ne devo parlare!

Gli autori sono il maestro Leiji Matsumoto che ha affidato i disegni al talento da lui scoperto (così ci dice la terza di copertina) Kouiti Shimaboshi. E i disegni sono infatti molto buoni, motivo per cui non ho resistito a comprare il volume, nonostante la copertina (non brutta, anzi) realizzata al computer: sono di un’altra generazione, a me vedere Matsumoto firmare qualcosa prodotto con tecniche così moderne stona un po’ (nella serie di Harlock si vede che Kirita manda un messaggio nello spazio scrivendolo su carta e spedendolo attraverso un tubo pneumatico luuuunghissimo! Posta iperspaziale. Ecco quello che Matsumoto immaginava come tecnologico nel 2979…).

Tornando al nostro fumetto: devo ammettere che alla fine ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Il progetto a grandi linee è questo: prendere tutto l’universo creato attorno ai character di Matsumoto, in tutte le loro diverse incarnazioni, e trasportarli insieme nella storia classica dell’invasione mazoniana. Abbiamo così la stessa impostazione delle opere di Leiji, gli incipit con panorami cosmici su cui veleggiano cartigli pirateschi con riflessioni filosofiche sull’uomo e sul mondo, la ripresa della trama e dei personaggi, con inquadrature simili e autocitazioni, con il pennant mazoniano già schiantato sulla città e il tentativo di sensibilizzare lo stolto Primo Ministro mondiale contro il pericolo.

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La storia è dunque esattamente la stessa, molto vicina alla sua rappresentazione animata, più che al manga originale, ma oltre ad Harlock si parla anche degli altri grandi personaggi che hanno combattuto per la Terra, come l’equipaggio della Yamato; Mime non è l’aliena che conosciamo ma la sua incarnazione “nibelunga”, più vicina all’iconografia dell’ultimo film CG; sulla scrivania del capitano c’è il mirino analogico protagonista de L’Arcadia della mia giovinezza. Il disegno è ispirato a quello del maestro ma molto modernizzato, riesce a rendere l’epicità e la “bellezza” dei personaggi come faceva Rintaro nella serie, e si concede anche del service che però risulta un vezzo, non fondamentale per la riuscita grafica. Altri cambiamenti più evidenti sono il segretario Kirita, l’antagonista di Harlock, che diventa giovane e virile, ma Raflesia è decisamente più tettona e “burina”, senza l’eleganza seducente dell’originale.

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Ancora una volta infatti si ribadisce che la forza del “personaggio Harlock”, oltre alla sua immagine iconica, è la storia: è questa che appassiona e che si fa rileggere a distanza di anni come una cosa fresca, attuale e originale. Sarebbe quindi tutto bellissimo, perché abbiamo un nuovo prodotto di qualità che non ci fa rimpiangere la vecchia serie (sperando anzi che questo abbia una conclusione, visto che Matsumoto ha “scordato” di disegnare la lotta finale tra Harlock e Raflesia, facendo finire il manga in modo fin troppo aperto), se non fosse che… devo esporre delle rimostranze sull’edizione della casa editrice. Lascia in bocca una sensazione di incuria: si inizia dopo poche pagine con errori grossolani come la presentazione della location – «Siamo a Megalopolis» – per voltare pagina e leggere sui manifesti da ricercato «ufficio di polizia stazione di Metropolis». Sullo stesso manifesto si legge il nome di Toshiro, ma poco dopo è riportato giusto, Tochiro. Poi perché Rafflesia con due F? Insomma sviste che fanno pensare a un lavoro eseguito con poca voglia, che dispiace molto visto che il contenuto sembra di alto livello.

Conto di trovare miglioramenti nei prossimi volumi… perché credo proprio che li acquisterò!

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Capitano o mio Capitano – Je suis Wertham

Je suis Wertham perché… quando mi hanno proposto di scrivere per questa rubrica, quindi di parlare di un fumetto, un personaggio, una serie, imprescindibile per la mia storia personale, non ho avuto dubbi né incertezze né minuti di riflessione: io parlerò di Capitan Harlock.

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Io sono una della vecchia guardia, sono cresciuta con i primi anime giapponesi, quelli mitici ed epici, Goldrake, Heidi, Candy Candy. Eh lo so, sono stati la fortuna della mia infanzia e la pietra su cui ha iniziato a ergersi l’impero della mia fantasia. Ma niente e nessuno ha determinato un impatto così potente come quel «capitano tutto nero che per casa ha solo il ciel»: un pirata, una specie di Creatura di Frankenstein (se lo si guarda antropologicamente intendo, magrissimo, gambe lunghissime, orbo, sfregiato, capellone, con teschi dappertutto), un possibile stereotipo del male, dell’antagonista fiabesco, della malvagità. Eppure…

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Nato nel 1977 ad opera di Leiji Matsumoto, la saga di Capitan Harlock (prima un manga poi due serie di anime, poi prequel, sequel, film, reboot, cameo e comparsate nelle diverse storie dell’universo matsumotiano) racconta della sua battaglia personale contro i nemici della Terra, che possono venire dallo spazio (Mazoniane) o dal tuo stesso pianeta. Unico a comprendere il pericolo che i terrestri corrono nella loro ignavia, oltre a cercare di fermare la conquista nemica, deve anche fronteggiare le forze terrestri che lo ritengono un fuorilegge e un pazzo pericoloso. Solo alcuni che ancora si pongono domande, e non si sottomettono alla globale acquiescenza irresponsabile, decidono di combattere al suo fianco…

E dalla semplice trama inizia a comprendersi l’importanza simbolica di questo personaggio. Per quanto l’educazione familiare o scolastica ci provi, nulla, e ripeto nulla, insegna davvero come l’esempio. E il mio esempio migliore, più resistente ed elevato, il mio imprinting morale, è stato il Capitano.

Capitan Harlock mi ha insegnato che bisogna andare al di là di apparenze e pregiudizi: poco tempo fa un amico mi ha detto che da bambino era inquietato, per non dire spaventato, da questo pirata nero e brutto e io ho pensato che, a rigor di logica, ne aveva tutte le ragioni, normalmente la reazione dovrebbe essere questa, soprattutto per un bambino. Eterno onore al genio di Leiji Matsumoto che ha ribaltato completamente la prospettiva di questo archetipo, rendendo il Capitano il pirata della giustizia, colui che combatte per il bene, quando il male è rappresentato dalla gente comune, i colletti bianchi, gli stolti che si fanno fare il lavaggio del cervello dalla televisione, che non pensano più con la propria testa. Lo ha fatto così bene che anche io, bambina di campagna, ho compreso perfettamente che non è quel teschio sul petto a fare la malvagità dell’animo, ma sono le azioni, gli atteggiamenti e la volontà.

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Capitan Harlock mi ha insegnato che cosa vuol dire Libertà: me lo chiedevo da piccola, come può definirsi libero uno che deve per forza vivere su un’astronave, che se scende sulla Terra viene arrestato e perseguitato, che è malvisto da tutti? È che la libertà di cui si parla qui è quella mentale, interiore, morale, la libertà di poter scegliere con la propria testa, di decidere cose voler fare e perché farlo. Non importa se si hanno catene ai polsi quando dentro di te c’è l’universo. (Non confondete il concetto col “non seguire le regole”, perché siete sulla strada sbagliata eh).

Capitan Harlock mi ha insegnato il rispetto per gli altri: come dimenticare la toccante vicenda del capitano Goram (Zoru) che, costretto dalle Mazoniane a combattere per loro, vittima di un vile ricatto, decide di morire piuttosto che coprirsi ancora di tale vergogna. Mentre ancora il fuoco dell’esplosione della sua navicella brilla nel vuoto siderale, Harlock alza il suo bicchiere commosso e brinda all’”amico” (episodio 21). Goram è un alieno, un avversario, ma Harlock fa breccia nel suo animo e lo risveglia: parlando i due si riconoscono come spiriti affini, come pari nella battaglia per la dignità. E per questo Harlock non intende fermare il suo gesto da kamikaze: è quello che il suo amico ritiene giusto fare, per riscattare il suo onore e quello del suo popolo, e, anche se triste, non si può impedire a qualcuno di portare a termine il suo obiettivo. Da piccola non capii: anche io ormai conquistata dalla testa verde a uovo di Goram non volevo che morisse e pensai che bisognava impedirgli di fare una cosa tanto stupida come andare incontro a morte certa. Ma il rispetto di una persona comprende accettare le sue scelte, di vita e di morte: è un insegnamento crudele ma enorme. Inoltre la vita, in ogni sua forma, deve essere salvaguardata, anche se non se lo merita (vedi i terrestri, nella serie classica) (e per questo la scena iniziale del film in CG del 2013 è semplicemente inaccettabile).

Due coprotagonisti di cui torneremo a parlare: Tadashi Daiba e Yuki Kei.

Due coprotagonisti di cui torneremo a parlare: Tadashi Daiba e Yuki Kei.

Harlock mi ha insegnato l’etica e la tolleranza: sono due concetti diversi, ma riguardano entrambi il modo del capitano di essere un capo, una delle cose più difficili che esistano. Conosce il nome di tutti gli uomini del suo equipaggio, ma non dà confidenza a nessuno di loro, neanche al suo giovane padawan Tadashi Daiba, che come tutti i ragazzetti strepita e si agita invece di cercare di comprendere, ad esempio quando non capisce come sia possibile che la maggior parte degli uomini sulla nave passi il tempo a giocare o dormire o bere (scena indimenticabile della sua prima volta sull’Arcadia) senza che il capitano intervenga a rimproverarli. La risposta di Harlock è semplice: i suoi uomini sanno perfettamente cosa fare nel caso in cui sopraggiunga un pericolo o un problema, si fida di loro e non ha motivo di vessarli quando possono invece divertirsi e non pensare alla morte e alla tristezza della guerra.

Traduco: Sono Mime, la donna che ha dato la sua vita per Harlock (tu-tum)

Traduco: Sono Mime, la donna che ha donato la sua vita ad Harlock (tu-tum!)

L’unica persona a cui Harlock svela paure e sentimenti è Mime, aliena bellissima, senza bocca e che si nutre solo di alcool (fantastica). E insomma, lei è la sua fidanzata!!! Da bambina io volevo accoppiare tutti i personaggi di ogni serie che guardavo; all’interno della rosa dei personaggi DOVEVA esserci per forza un compagno o una compagna per ognuno, sarebbe stato troppo triste altrimenti, no? Ed ero così sciocca da cercare in tutti i modi di mettere insieme Harlock con Yuki Kei, quando anche uno scemo capirebbe che lei sta bene con Tadashi (ehm). Ed è altrettanto evidente che Mime ama Harlock, ma io proprio non ne volevo sentir ragione perché Mime è … diversa. Ecco la parola che oggi neanche si può pronunciare senza tema di denunce, ma che invece è un concetto bellissimo e sottovalutato: lei è diversa, non è umana, eppure è l’unica persona che riesce a stare con lui, che lo capisce davvero e darebbe la sua vita per lui (citazione diretta dall’opera).

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Infine, Capitan Harlock mi ha insegnato cosa è il fascino. Non ho spiegazioni da dare su questo punto, se ne avete bisogno vuol dire che non lo capireste comunque.

PS: Tristezza per chi oggi cresce con Peppa Pig e i suoi grugniti.

 

“Storie di un Tempo Lontano” – Matsumoto, ovvero: la morale di nonno ‘Ndonì

storie-di-un-tempo-lontanoStorie di un tempo lontano, di Leiji Matsumoto, Edizioni RW Goen, è una raccolta di venticinque storie brevi originariamente concepite negli anni ’70 e pubblicate prima in Giappone, poi nel resto del mondo, anche negli ’80, e oggi riproposte in Italia.

L’autore è il padre di titoli famosissimi come Capitan Harlock e Galaxy Express 999. Il tema è apparentemente e come al solito fantascientifico, ma in effetti non solo, negli episodi si riprendono altre creazioni, sia nei personaggi (anche graficamente) che nello sviluppo narrativo, ma le ambientazioni sono disparate, dalla preistoria al mare, ai monti, al deserto, e la maggior parte delle vicende ha un piglio scherzoso se non addirittura ilare e ridicolo.

  • V – Allora? Come è?
  • R – Un classico Martini in perfetto stile retrò, se non sbaglio con il Boodles…
  • V – Come al solito hai ragione!
  • R – Ottimo gin! Ottimo Martini! Bello freddo!
  • V – Grazie! E cerchiamo di farlo durare che le donne sono sempre in ritardo…
  • R – Non ti lamentare che senza di lei oggi saremmo spacciati…
  • V – …Il campanello!?
  • R – Sì! Ma è troppo debole, si sente appena…
  • V – E tanto chi deve venire qua…?
  • R – Beh, oggi per fortuna Silvia! L’esperta di Leiji Matsumoto.
  • V – Benvenuta esperta e consulente Silvia!
  • R – Benvenuta consulente ed esperta Silvia, entrambi qui ci siamo un po’ scorati nella lettura…
  • S – Onorata di essere con voi, gentlemen! Ma… cos’è quest’atmosfera brumosa, non ditemi che Leiji Matsumoto non vi è piaciuto!? Il creatore dell’amore della mia infanzia, Capitan Harlock? Uno dei miei autori preferiti? Colui che attraverso il manga di fantascienza ha fatto rivivere il mito di Ulisse, di “virtute e canoscenza”, in chiave spaziale…54-page-001
  • V – Personalmente dire che “non mi è piaciuto” forse sarebbe esagerato, e da ritenersi un giudizio privo di pretese di oggettività; non si vuole togliere nulla alla maestria del suo ideatore, il venerabile Matsumoto che conosco molto meno di voi… solo… noi gentiluomini siamo refrattari ad argomentare “per autorità” e per me la lettura, francamente, è stata pesante, non scorreva. Specie dopo fumetti americani… appare limacciosa… ci si impantana. E questo è il punto più ostico per me!
  • R – Ma quanto sei pomposo!
    Io non disdegno affatto Matsumoto e ne amo assai il disegno fantascientifico, ma questo fumetto in particolare ha degli aspetti risibili.
    In primo luogo devo capire come si faccia ad affidare a un fumettista che ama le navi spaziali ed eccelle lì, storie tutte ambientate in contesti diversi: deserto, preistoria con mammut, cime montane, scimmie e via discorrendo. Devi essere proprio cretino!
  • V – Forse di fantascienza c’è troppo poco… ho colto riferimenti a 2001 Odissea, per esempio, nel pilastro che emette un forte segnale…
  • R – Sì, sì, ma fammi finire! Tutti i riferimenti che ti pare: lo spaziotempo, lo stesso pianeta che visto da due punti di osservazione diversi è al passato o al futuro… è tutto piuttosto rabberciato comunque, e insufficiente…
  • S – Ma questo non è importante! Come mai nella tecnologia altisonante, ma imprecisa delle opere dell’epoca… con sigle strambe, cosmo radar, rotta 2020… ma la poesia del tratto! La regia!
  • R – E sia! Ma inoltre da quasi tutte le storie trapela un messaggio che decontestualizzato un attimo e per dirla chiara… pare la morale “di nonno ‘Ndonì”: le donne vivono in uno strano limbo tra violenza sessuale subita e accettata, spinta riproduttiva ed erotica fuori controllo, prosecuzione della specie e maternità come realizzazione dell’esistenza, sottomissione e accettazione della loro condizione di debolezza… è tutto orribile!
  • 85-page-001V – Non ne so molto di Giappone, anzi mi piacerebbe capire se tutto ciò, che ho notato anche io, dipende dalla “cultura” giapponese, oppure è solo il punto di vista di un autore determinato.
  • R – Certamente i piani si intersecano…
  • S – Fermi, fermi! Andiamo con ordine! È molto interessante invece che le storie sono tutte formate in riferimento ad avvenimenti del secolo passato, sicuramente avrete notato El Alamein, le battaglie dell’aviazione, le maschere anti gas, l’estinzione come prospettiva concreta, i rifugi, insomma tutto l’immaginario sociopolitico del dopoguerra, che specie per il Giappone fu estremamente duro da assimilare, non solo per la tragica fine, con l’uso delle due atomiche, ma anche perché non è proprio della mentalità giapponese accettare la resa. E infatti è linea guida di molte opere di quei decenni, compresi gli orfanatrofi alla Uomo Tigre, i paesaggi post nucleari alla Kenshiro…
  • V – Sì, e in effetti mi pare di aver notato anche qualche riferimento al processo di Norimberga, i vincitori che processano ipocritamente i vinti… nell’ultima storia… o la penultima?
  • R – Penultima! “Il pianeta scomparso”.
  • S – Dovete contestualizzare il tutto sia storicamente che culturalmente, ma anche dal punto di vista particolare e biografico dell’autore; pensate che ha vissuto nella miseria postbellica, tanto estrema che non aveva mai visto uno smeraldo e pensava che fosse rosso (confondendolo col rubino) …solo a trent’anni ha avuto accesso a conoscenze che per noi ora sono scontate, e ha scoperto che non era così, e intanto aveva creato Esmeralda, la piratessa rossa…
  • V – In effetti quello del Giappone è stato uno dei miracoli della storia, la sua rinascita…
  • R – E smettila!
  • S – Quanto al messaggio che si evince, beh, va riconosciuto che solo in parte esso può essere ricondotto alla cultura giapponese, per quanto alcuni stilemi sono piuttosto canonici: l’erotismo, la fragilità e al contempo la forza femminile, l’amore tragico, il suicidio, il languore.
  • V – Alcuni elementi io li ho anche graditi, specie perché per me hanno significato un po’ un tuffo nel passato, erano eoni che non vedevo il cosciotto rotondo… sapete, quello con l’osso che spunta da entrambi i lati…
  • R – Ma falla finita! …Il cosciotto mo!
  • V – Eddai! Poi mi è tornato alla mente Kyashan, la mia infanzia, e quelle ingiustizie esorbitanti, le vessazioni gratuite, le umiliazioni che erano tipiche dei plot nipponici, forse in riferimento alla loro società in parte ancora “feudale”, gerarchica. Nel testo per esempio abbiamo l’essere condannati a morte per aver sognato zozzerie.
    O forse sono situazioni mutuate ancora dall’oppressiva condizione post bellica, sono analogie di una cultura che doveva scomparire e riconfigurarsi in qualcos’altro, metafore, o persino allegorie, in cui l’umanità è costretta a vivere a stento, invasa da “alieni”, che forse sono proprio gli americani, così diversi…
  • S – Ma infatti Matsumoto ripropone queste come “storie di un tempo lontano” e lo fa come un samurai nostalgico ripropone il suo mondo che sta scomparendo per sempre…
  • R – …La morale di “nonno ‘Ndonì”!
  • S – Ma insomma!108-page-001
  • V – Dai alcune vicende, va concesso, sono abbastanza ridicole… me le sono segnate: la gelosia maritale e la pratica della fellatio viste come disdicevoli nella stessa frase-tavola! La storia dell’uomo troppo serio, a cui viene consigliato di farsi una sega e dormire! Il padre che sprona il figlio a giacere con la bella donna che sta aiutando, e che poi afferma che “inseguire una donna troppo a lungo è vergognoso”…
  • R – … Ad Harlock viene anche consigliato di scoparsi un paio di tipe, e peggio ancora, lui manco ci pensa a farlo!
  • S – Ma Harlock è un personaggio tragico! Persegue la filosofia del Bushido e lui non “scopa”!
  • R – Ci mancherebbe!
  • S – E ricordiamoci anche che la sua fidanzata ufficiale è Mime! La donna senza bocca!!! Come dire…
  • R – …Che se sei così pirla da combattere per la libertà, sei anche così pirla da non scopare! Forse Leiji odia Harlock, queste sono violenze al personaggio che nemmeno Martin… gesto di scherno estremo!
  • S – Ecco!
  • V – Il mio eroe personale è Goma e il mio momento preferito nell’albo è sentirlo scegliere di continuare a leggere, invece di trombare:
    «come sei dotto Goma! (dotto!) Scopiamo?
    … maaaaa… no! Preferisco leggere! Sai…»
  • R – Ma poi ci pensa il capitano a ristabilire le leggi di natura… Mica è Harlock!
  • S – Voi siete troppo occidentalizzati! Qua si parla della spiritualità di Miyamoto Musashi, che pur di raggiungere la perfezione nella sua arte ha eliminato qualsiasi tentazione carnale! Ed è diventato un mito!
  • R – Mito!
  • S – Se lo conosceste meglio non vi stupirebbe che Harlock “non scopa”, perché i grandi giapponesi hanno passato la vita ad inseguire un rigido ideale di perfezione che aborre il cedere ai piaceri carnali!
  • V – Il piacere per il piacere, alla Wilde, non è proprio cosa delle cultura e spiritualità giapponese, se ho capito, sai che ne so poco…
  • S – Esatto! Da questo punto di vista siamo molto differenti, anche le battute dei personaggi piccolini e un po’ porci o beoni, sono indegne di un samurai, ed è per questo che loro sono anche fisicamente caratterizzati così, come “non-samurai”; un samurai è bello perché spiritualmente retto, e duro, volitivo, non si fa dominare dai bassi istinti.
  • V – Su questo trovo analogie con l’antico mito greco del guerriero, il “kalòs kaì agathòs”, ciò che è bello è anche giusto, buono e viceversa…
  • R – Sì sono miti e figure strettamente correlate, ma tu oggi sei di una pallosità incredibile!
  • V – E fammi finire, scusa! Non essere così irritabile! Volevo aggiungere che comunque la cultura nipponica è anche più estrema di quella classica dove ha sempre serpeggiato quell’eudemonismo a cui mi ascrivo, è più simile a Sparta, se non addirittura peggio, se pensiamo che non solo non ricercano il piacere, e non rifuggono il dolore, ma cercano proprio, assumono volontariamente il dolore, il dolore fisico, non solo la sofferenza morale. Anche nel fumetto, mi è tornato in mente ora, il tizio preistorico piccolo e brutto afferma che loro passano ore ed ore stesi sul greto sassoso del fiume e si mazzulano con la clava… per indurirsi! Perché tutto ciò che viene mazziato si indurisce…
  • R – Comprese le mie palle a leggere certi fumetti e sentire certe interpretazioni!
  • V – Bah! Comunque la frase migliore rimane: «il sakè non è che una delle più grandi invenzioni umane»…
  • R – …E ce lo vuole, e tanto, per sopportare ‘sto fumetto, scritto e disegnato nelle ore di pausa pranzo, eh! Anzi! Qua ci vuole un altro Martini, che questa discussione sul nulla non si strozza altrimenti. Non ci sta una tavola che sia all’altezza del nome!
  • S – Lo stile grafico non è brutto, dai!
  • R – Ma per cortesia! A parte i primi episodi, negli altri si scorda ampiamente i fondali, fa inquadrature paracule per non ridisegnarli…
  • V – Quindi stavolta niente rubrica “tavola preferita”?
  • R – Ma vai via, anche tu!
  • V – Be’ a me è piaciuta la tavola dell’alba che ricorda un po’ il sole giapponese, e alcune della Città delle Macchine…
  • R – Ok, ma basta a parlare di questo fumetto, su! Metti un po’ questo pezzo, senti: Grace Potter and Joe Satriani cover Cortez the Killer! Farei qualunque cose per non rileggerlo.
  • S – Siete cattivi! Non capite Matsumoto!
  • V – Gradisci un Martini?
  • S – No grazie! Me ne vado, e sdegnata!
  • R – Alla prossima!
  • V – Scusalo, diventa così intrattabile quando ha la sensazione di perdere tempo… non che dopo tutto abbia mai troppo da fare comunque… eh!
  • R – Questo Martini arriva? E la musica?