Capitan America

Who Watches the Watchmen – Il Marvel Movieverse e la crisi della Casa delle Idee

Quando nel lontano 2008 la Marvel decise di occuparsi in prima persona della trasposizione cinematografica delle sue proprietà intellettuali, nessuno avrebbe mai potuto prevedere che l’industria di Hollywood sarebbe stata travolta dal Movieverse, un vero e proprio uragano e che, forse per davvero, “niente sarebbe stato più lo stesso”. Eppure, col senno di poi, la cosa sembra estremamente naturale: in sessant’anni di pubblicazioni a fumetti la Marvel ha accumulato un patrimonio di proprietà intellettuali sensazionali, e una tale quantità di storie già scritte dai migliori creativi che basta buttare un amo nel mare delle pagine prodotte, tirar su a caso, e puoi stare sicuro di trovare qualcosa di buono.

Il successo incredibile delle pellicole supereroistiche degli ultimi dieci anni ci racconta una cosa che dovremmo voler sentire tutti quanti: che quelle storie per cui uscivamo pazzi da ragazzi, e che ancora oggi rileggiamo con passione, al di là della confezione popolare e semplificata e, diciamolo, a volte un po’ troppo kitsch, era roba davvero buona. Non eravamo noi, i nerd: erano gli altri, che non sapevano cosa si perdevano!

Partendo da questo presupposto, in questo articolo vogliamo usare i film Marvel come una lente attraverso cui guardare alla produzione a fumetti della Marvel dagli anni ’60 a oggi, nel tentativo di gettarvi sopra una luce inedita.

Abbiamo quindi preso ogni singolo film, raggruppandolo per personaggi, facendoci una semplice domanda: quanti dei concept e delle idee espresse nel film sono prese dai fumetti e, soprattutto, da quale decennio della sconfinata produzione Marvel?

Per farlo abbiamo seguito le seguenti regole:

1- Ogni concept viene conteggiato una sola volta. Iron Man viene da un’idea degli anni ’60 e viene conteggiato solo per il suo primo film; in tutti i successivi in cui appare, non viene conteggiato.

2- Non vengono conteggiate le apparizioni dei personaggi nelle scene dopo i titoli di coda, ma soltanto quando prendono parte al film vero e proprio: Scarlet e Quicksilver sono contati quindi per Avengers: Age of Ultron e non per Winter Soldier.

3- Gli anni ’60 comprendono anche quello che è venuto prima (quindi Bucky o Cap valgono come anni ’60)

4- Lo stesso personaggio può essere conteggiato due volte quando una certa evoluzione nasce da storie differenti. Ad esempio, Bucky Barnes viene contato come proveniente dagli anni ’60 ma, quando diventa Winter Soldier, come proveniente dagli anni ’00 del 2000.

5- Oltre ai personaggi, vengono contati luoghi (Wakanda, Sakaar, Xandar, Knowhere), saghe (Civil War, World War Hulk), oggetti particolari (il Cubo Cosmico, l’armatura Silver Centurion, il martello Stormbreaker).

6- I personaggi vengono contati uno a uno e come gruppo (quindi si conta sia Avengers come gruppo sia i singoli membri).

7- I personaggi sono contati per la reale controparte, anche se si chiamano diversamente (il Ned Leeds di Homecoming conta come il Ganke dell’Ultimate Spider Man).

8- Infine, sono considerati solo i film dei Marvel Studios (per i film Fox sui mutanti vorremmo fare un articolo simile a parte).

Cominciamo quindi con la saga principale, quella di Iron Man.

Come spesso capiterà, gli anni ’60 sono la principale fonte per i film di Iron Man: praticamente tutti i personaggi della saga provengono da quel periodo. Gli anni ’70 ci regalano qualche cattivo, poi la linea precipita per riprendersi vagamente soltanto negli anni ’00 grazie ai personaggi di Warren Ellis e alla sua saga Extremis.

Il grafico è ancora più sconfortante, sebbene l’andamento sia simile, per la trilogia del Dio del Tuono. Praticamente tutti i personaggi provengono dagli anni ’60, a esclusione di alcuni che si sono affacciati nei fumetti nei primi ’70 (come la Valchiria); per il resto, qualcosa esce fuori dal Thor di Simonson. Gli anni ’00 ci regalano qualcosa che non riguarda Thor, ma Hulk, cioè il pianeta Sakaar e la saga World War Hulk.

A proposito di Hulk, per la cronaca riportiamo il grafico dell’unico film a solo del personaggio, che fa parte ufficialmente del Movieverse.

L’unica variazione viene dalla run di Bruce Jones, con le chat tra Mr. Green e Mr. Blue.

Ma andiamo a esaminare il grafico della trilogia di Capitan America.

A parte l’altissimo numero di personaggi provenienti dagli anni ’60, si può apprezzare una maggior vivacità del grafico, con contributi importanti dagli anni ’80 (era Gruenwald) e degli anni ’00 grazie al Winter Soldier di Bruebaker. Gli anni ’90 vengono totalmente ignorati, così come (ma ci siamo abituati) gli anni ’10.

E finalmente giungiamo alla saga cardine del Movieverse, cioè Avengers.

Essendo gran parte dei personaggi già calcolati in altre saghe, il dato indica piuttosto le trame e i villain, con poche eccezioni (come la Visione). L’exploit degli anni ’10 è un po’ bugiardo, visto che riguarda principalmente l’Ordine Nero di Thanos, ovvero dei personaggi usa-e-getta presi dalla run di Hickman. Gli anni ’80 ci regalano Infinity Gauntlet, i ’70 ovviamente Thanos. Tristissimo lo zero degli anni ’00: sembra che la lunga run di Bendis abbia influito davvero poco.

Per trovare un grafico dall’andamento meno prevedibile, dobbiamo andare a esaminare quello relativo alla saga di Guardiani della galassia, che consta, come sappiamo, di soli due film.

Guardians of the Galaxy è l’unico franchise che conta più elementi dagli anni ’70 che dai ’60: la cosa è ovviamente dovuta al rooster di personaggi che, con poche eccezioni, proviene dalla Marvel cosmica dell’era Englehart, Starlin e compagnia bella. Da notare l’impennata, più unica che rara, degli anni ’10, che deriva dalle idee della coppia Abnett-Lanning, ancorché tutte da esplorare ancora.

Presentiamo in rapida successione  grafici di Ant Man, Doctor Strange e Black Panther che seguono più o meno lo stesso copione:

Un ventata d’aria diversa ci arriva dal grafico di Spider Man Homecoming.

C’è da dire che il materiale filmico su Spider Man, con i suoi tre reboot, meriterebbe un’analisi a parte come il franchise mutante. L’esigenza, in quest’ultima versione di Peter Parker, di diversificarlo dalle precedenti ha spinto gli sceneggiatori ad attingere da fonti più recenti: soprattutto il lavoro fatto da Bendis nella versione Ultimate, permettendo ai vent’anni del nuovo millennio un exploit più unico che raro.

Sovrapponiamo le curve e aggreghiamo i dati, così da avere con un unico colpo d’occhio il trend generale.

Infine, la curva con i totali:

A guardare le conclusioni della nostra statistica, possiamo tirare qualche filo.

Ancora oggi, a sessant’anni e più, il cuore delle proprietà intellettuali Marvel è stato concepito da un ristretto numero di artisti a New York negli anni ’60 del Novecento. Stan Lee, Jack Kirby, Steve Ditko, Roy Thomas, Gerry Conway, e forse pochissimi altri, nell’arco di due decenni hanno letteralmente tirato fuori dalle proprie teste un patrimonio immateriale in grado di fruttare miliardi e miliardi di materialissimi dollari; e di far sognare, divertire, commuovere diverse generazioni di persone.

A questa considerazione va fatta una postilla importante: oltre al set di personaggi, ambientazioni, mitologie, a decretare il successo è stata anche la struttura narrativa utilizzata: le due continuity orizzontali e verticali, i supereroi con superproblemi, l’ambientazione delle storie in uno spazio di fantasia però radicato nella realissima New York. Le incursioni dei personaggi Marvel al Cinema non avevano mai portato i frutti attesi proprio perché, ogni volta, mancava questo o quell’elemento: è stato quando si sono decisi ad applicare per intero la Ricetta Marvel (e il momento è simbolicamente sancito nel cameo di Tony Stark nella scena dopo i titoli di coda di Incredibile Hulk) che l’Universo Marvel ha davvero sfondato sul grande schermo, incontrando il meritato successo di cui oggi gode.

Proseguendo sulla nostra linea, notiamo che gli anni ’70 a fumetti hanno già contribuito abbondantemente al Movieverse, ma non tanto quanto potrebbero: se il lavoro degli eredi del gruppo originale, come Steve Englehart o Jim Starlin, ha cominciato a dare i suoi frutti, resta ancora inutilizzata una serie di idee che aspetta solo di essere pescata.

Per quanto riguarda i picchi negativi degli anni ’80 e ’90, potremmo spiegarceli in molti modi.

Fumettisticamente parlando, quelli furono gli anni in cui al centro del lavoro creativo stavano i mutanti, un parco di personaggi che soltanto recentemente, con l’acquisizione della Fox da parte della Disney, sono entrati nelle disponibilità del Movieverse. Non è difficile immaginare per questo franchise un andamento del grafico ben diverso, con i picchi proprio nel periodo a cavallo tra gli ’80 e i ’90, quando Claremont e i suoi eredi come Larry Hama, Scott Lobdell, Fabian Nicieza, e perché no, Jim Lee e Rob Liefeld, hanno dato un contributo massiccio e duraturo.

Il grafico aggregato torna a ringalluzzirsi in vista degli anni ’00 del nuovo millennio: una spinta decisiva la fornisce il lavoro fatto sul defunto Universo Ultimate, che ha fornito versioni più moderne di molti personaggi (pensiamo all’Occhio di Falco del Movieverse, che è una sintesi efficacissima delle versioni 616 e Ultimate della versione fumettistica) e la spinta creativa fornita dalla (bistrattata) gestione Jemas-Quesada, che a costo di una perdita di coesione narrativa permise a molti autori di provare idee nuove e accattivanti (Civil War di Millar e il Winter Soldier di Bruebaker ne sono degli esempi lampanti).

Infine, il grafico ha un nuovo picco negativo in corrispondenza dell’ultimo decennio, che ha fornito ben poco (come già detto, ben poco sul piano della sostanza: il contributo è più che altro fatto di personaggi usa-e-getta come l’Ordine Nero di Thanos). Probabilmente possiamo guardare a questo picco negativo come uno spartiacque, ovvero il momento in cui il rapporto tra i due universi, quello fumettistico e quello filmico, si è rovesciato: non sono più i fumetti a generare contenuti e idee a uso dei film, ma l’esatto contrario. È così che si spiega il proliferare, nell’Universo fumettistico, di saghe riciclate: la seconda Civil War, la seconda Infinity War, sono concept che hanno fatto un viaggio allucinante, dal fumetto al film e di nuovo al fumetto, un riciclo che è un segno dei tempi.

Molto probabilmente il processo di rovesciamento del paradigma fumetto-film sarà un processo ancora molto lento. Nel Movieverse è ad esempio a lungo mancata una fetta consistente, un vero pilastro della cosmologia Marvel: i Fantastici Quattro, la cui serie fornirà materiale per i film per i prossimi dieci anni e più. Ma non voler vedere il progressivo strutturarsi di questo rovesciamento è coprirsi gli occhi. L’incarnazione fumettistica dell’Universo Marvel ha smesso di produrre idee potenti e durature da almeno 10 anni (con le dovute, ma sempre più rare, eccezioni), e si arrotola in reinvenzioni al limite della fan-fiction: basti guardare alla terribile sorte occorsa a Spider Man, condannato al succedersi di saghe al limite del ridicolo e autoreferenziali come Spider Island e Spider Verse.

Ormai il fumetto è diventato la periferia di un processo creativo che incontra il suo cuore nel cinema, il quale potrà pescare dalla miniera d’oro di idee generatasi in milioni di pagine di fumetto e andare avanti, prevediamo, ancora per molti anni.

Anteprima del nuovo Captain America: Steve Rogers

Steve Rogers è tornato a vestire i panni di Capitan America proprio in concomitanza con il crossover Civil War II e con il nuovissimo cinecomic Marvel Captain America: Civil War.

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Di seguito un’anteprima di Captain America: Steve Rogers #1, che uscirà il 25 Maggio, e dello speciale per il Free Comic Book Day in uscita il 7 Maggio.

Testi: Nick Spencer. Disegni e cover: Jesus Saiz. Variant Cover: Steve Epting, John Tyler Christopher, Skottie Young, Paul Renaud

Jean Marc DeMatteis, una bibliografia multiforme

Oggi, 15 Dicembre, cade il genetliaco di Jean Marc DeMatteis, che è praticamente mio padre. Fumettisticamente parlando.

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Voglio dire che tra gli anni ’80 e gli anni ’90 ovunque ti girassi trovavi un fumetto scritto da questo francesone baffuto. Davvero. Avete presente Fantozzi che, cercando le prove del tradimento della Pina, apre cassetti e armadi pieni di pane in ogni forma? Ecco, se mia madre si fosse mai preoccupata di sfogliare gli albi di cui era zeppa la mia stanza, avrebbe sospettato una relazione con il buon Jean-Marc.

Cioè, se credete che Bendis sia sovraesposto oggi, è perché non avete vissuto gli anni ’80 con Byrne e DeMatteis. Con una differenza fondamentale, e cioè che Jean Marc, a rileggerlo oggi, non ha perso un’oncia di smalto.

Davvero. Nel campo dei supereroi ci piace tanto osannare questa o quella run, e ricordare coi lacrimoni storie che, a rileggerle oggi, si prova una gamma di sensazioni che va dalla tedesca Freudeshande (la vergogna che si prova per empatia verso una cosa veramente vergognosa) al giustificazionismo nostalgico (“eh, dovevi leggerla ai tempi, oggi ci pare ‘na schifezza ma allora era veramente rivoluzionaria”).

Invece le storie di DeMatteis all’epoca ti sembravano bellissime; e oggi ancor di più. Gli riusciva di tutto: se voleva farti ridere, ti faceva sganasciare, se voleva farti piangere, ti strappava il cuore, e se voleva farti riflettere, beh, ti faceva entrare in una libreria a comprare tomi di Freud col sorriso sulle labbra.

DeMatteis è stato un talento cristallino. E visto che molti di voi hanno la terribile sfortuna di essere giovani e ignoranti, ecco una breve bibliografia di quello che potete leggere della sua sconfinata opera.

Defenders, vol. I, 92-131

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A guardare questa tavola il sentimento di Freudeshande scorre potente, ma non bisogna farsi ingannare. Questo Hulk che gioca coi pupazzi è l’Hulk di quei tempi, un bambinone che parla in terza persona con la fissa per le tette di Betty (più o meno). Peter David è di là da venire. I Defenders uscivano da una lunga run di Peter Gillis che li aveva infarciti di storie dal sapore camp e calzemaglie di serie C come la Valchiria e il Nottolone. Come se non bastasse ai disegni c’era Don Perlin, detto er Quercia per il dinamismo del suo tratto. Eppure in una manciata di numeri DeMatteis riesce a rendere interessanti personaggi come Hellcat, Daimon Hellstorm e persino il Gargoyle; e imbastisce una trama a lungo termine, quella della Mano a sei Dita, che ci parla di satanismo, di incesto, della profonda provincia americana, dei sogni infranti, della droga, della vecchiaia.

La serie fu pubblicata ai tempi dall’eroico Paolo Accolti Gil su All american Comics a partire dal numero 14, e mai più ristampata in Italia. Ma basta scartabellare un po’ per trovarla nell’usato.

Moonshadow, 1-12

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A quei tempi pubblicare 12 numeri di una sorta di fiaba fantascientifica e psicanalitica, dipinta dal talento di John J. Muth, non era cosa da tutti. De Matteis aveva provato a proporlo per decenni a Jim Shooter, dotando il protagonista, il figlio di un alieno e di una hippy, di superpoteri. Shooter però evidentemente non ci ha visto dei dollari dentro e l’aveva rifiutato finché DeMatteis non si è rivolto alla DC Comics, che all’epoca aveva più voglia di rischiare. E così, via i superpoteri ed eccoci servito un capolavoro senza età.

In Italia è stata colpevolmente inedita per decenni, finchè la RW Lion non ci ha messo una pezza nel 2012, nell’ambito della collana DC Omnibus.

Captain America, Vol. I, 261-300

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De Matteis si trovò la scomoda eredità della run di Stern-Byrne e assolse al compito con grande nonchalance. Coadiuvati dagli ottimi disegni di Micke Zeck, ci regalò un ritratto del Teschio Rosso ancora oggi insuperato. Si tratta di una saga organica, in cui il Capitano si trova di fronte la piena contraddizione del suo ruolo di bandiera di un paese che della libertà ha fatto una facciata. Non si può dimenticare che, nell’intenzione originale di Jean Marc, Cap doveva morire nel numero 300, spossato dalla vecchiaia; sarebbe stato sostituito nientemeno che da Corvo Nero, ovvero un pellerossa nativo americano. Il vero Spirito dell’America, per DeMatteis. Ovviamente, a Shooter la cosa non piacque e non se ne fece niente.

Tutta la run è stata pubblicata sui primi numeri della serie Capitan America e i Vendicatori della Star Comics, e, che io sappia, mai più ristampata.

Justice League International

JLI

In coppia con un altro grande di quei tempi, Keith Giffen, e disegnato da gente del calibro di Kevin Maguire e Adam Huges, De Matteis ci regala i frizzanti ed esilaranti dialoghi di questa serie, che in una manciata di numeri demolì totalmente i canoni delle storie di supergruppi. I problemi economici di Booster Gold e di Blue Beetle, quelli caratteriali di Guy Gardner, la Justice League Antartica, prendono il sopravvento sulle avventure e i combattimenti e ci regalano uno spaccato assolutamente inaspettato della narrativa supereroistica. Personaggi come Mangha Khan e G’nort non possono essere raccontati in una bibliografia, ma soltanto letti.

La serie è stata ristampata di recente dalla RW Lion. Andate a comprarla, o voi che non sapete di cosa parlo.

Spider Man

È impossibile quantificare le storie che il De Matteis ha realizzato sul personaggio. Vi basti sapere che, con buona pace dei vari Slott, Conway, DeFalco, Stracchino, Jenkins e compagnia cantante, De Matteis è stato in assoluto il migliore scrittore dell’Uomo Ragno. Non importava se a disegnare ci fosse Sal Buscema o Mark Bagley; nè se le direttive dall’alto lo costringessero a muoversi in scenari ridicoli, come la saga del Ladro di Vita (se non sapete di cosa parlo, ritenetevi fortunati) o della Saga del clone. De Matteis ha sfornato sempre e comunque storie più che interessanti, dando dignità a saghe decisamente indecenti.

A volo d’uccello possiamo ricordare:

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L’Ultima Caccia di Kraven, una storia che doveva in origine essere di Batman e che De Matteis (per una volta) si trovò accettata alla Marvel. Chi ha letto le storie di Peter Parker in quel periodo ricorda come questa storia sia stata un fulmine a ciel sereno. Una storia adulta, narrata con tecniche che avrebbero influenzato i fumetti mainstream per decenni (l’uso di didascalie frammentate, il flusso di coscienza), e la riabilitazione di un personaggio come Kraven che ci ricordavamo solo per il gonnellino leopardato.

Ristampato di recente dalla Panini, non può mancare in qualsiasi scaffale che voglia darsi un certo tono.

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Il bambino dentro, la saga che ci ha consegnato il Goblin più inquietante e tormentato della storia del Ragno. Harry Osborn ne esce tratteggiato come mai prima: un personaggio lacerato dalla memoria del padre, dall’amicizia per Peter, dall’amore per il figlio e dall’eredità pesante di follia che ha ricevuto. Il tutto intrecciato con la straziante storia di Vermin, un personaggio già introdotto ai tempi di Capitan America e qui sviluppato come una cavia per mostrarci l’effetto orrendo che gli abusi sessuali possono avere sulla mente di un bambino. Da leggere e rileggere, oggi come ieri.

Anche questa storia è stata ristampata di recente. Compratela, sciocchi!

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La morte di zia May. Dopo decenni in cui non sopportavamo più questa vecchia petulante e pallosa, augurandoci la sua morte tra atroci sofferenze, De Matteis scrive una storia in cui riesce a farcela amare, a farci piangere per la sua dipartita, a farci immedesimare nella perdita di Peter; e anche in quella di Ben Reilly, che in silenzio piange lacrime nascoste. Se non è un miracolo questo.

De Matteis ha scritto anche molto, molto altro: una buona run di Daredevil, di X Factor, di Silver Surfer. Dove vai, con lui, non sbagli. Oggi scrive per la televisione, ha resuscitato insieme al compare Giffen la Justice League International (Justice League 3000 e 3001) e, a giudicare dal suo sito internet, sembra una persona felice. Beh, se lo merita.

Auguri Jean Marc, noi vecchietti ti vogliamo ancora bene!