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Il museo di Yumiko Igarashi è zucchero filato e curiosità

La lieta cittadina di Kurashiki, nel sud del Giappone, vive fondamentalmente di turismo, e di due tipi: turismo culturale per la presenza dello splendido quartiere di Bikan rimasto intatto dai tempi del Periodo Edo, due secoli fa, coi suoi musei, i suoi templi e i suoi palazzi storici, e turismo otaku per essere un set naturale per cosplayer, set cinematografico per svariati film in costume (e dell’episodio 692 di Detective Conan) e sede di due musei di grande interesse per la cultura pop giapponese, ovvero quelli dedicati ai due fumettisti Shigeru Mizuki e di Yumiko Igarashi. Entrambi sono dei miti assoluti del manga, ed entrambi soffrono di una scarsa conoscenza del grande pubblico fuori dalla loro madre patria, dove invece sono celeberrimi: se il primo ha legato il suo nome soprattutto al folklore locale, la seconda sarà molto facilmente identificabile anche dal pubblico italiano grazie alle sue due opere più famose, ovvero Candy Candy e Georgie.

Museo d'arte di Yumiko Igarashi a Kurashiki.

L’esterno del Museo d’arte di Yumiko Igarashi a Kurashiki: il blocco giallo con la facciata a mattoni è l’edificio originale, mentre la struttura bianca & rossa davanti è la nuova caffetteria. Nel logo del museo (il tondo in alto a sinistra) c’è Fujino, la protagonista del romanzo Kurashiki monogatari ~Hachiman~, con un bel fiocco a strisce, un pattern caratteristico della Igarashi.

La presenza di un museo dedicato alla Igarashi a Kurashiki non è casuale ed è una storia che parte da lontano, e precisamente da Asahikawa, città sperduta fra i ghiacci dell’Hokkaido, nel nord del Giappone, dove l’autrice è nata nel 1950. Da bambina Yumiko comincia ad apprezzare i libri illustrati per poi passare ai fumetti, una passione che si fa pian piano sempre più forte fino agli anni delle scuole medie, quando scopre l’opera di Osamu Tezuka e se ne innamora. L’evento che le cambia la vita avviene mentre frequenta il terzo e ultimo anno delle scuole medie: a Sapporo, durante il celebre Festival della neve, la Igarashi incontra di persona il maestro Tezuka e gli stringe la mano. È una folgorazione che le fa decidere di consacrare la sua vita ai fumetti: l’anno dopo la Igarashi decide di trasferirsi nella lontana Tokyo per iniziare la sua carriera da autrice. Nella capitale la Igarashi non frequenta alcuna scuola di disegno o altro, ma da autodidatta riesce a mettere insieme una storia breve e a debuttare prima di concludere le scuole superiori: la sua prima opera si intitola Shiroi same no iru shima (“L’isola dove c’è lo squalo bianco”), è del 1968, ed è pubblicata sulla rivista Ribbon dell’editore Shuueisha sotto lo pseudonimo di Hitomi Igarashi. Shiroi same no iru shima non è un capolavoro, ma l’essere riuscita a pubblicare in così giovane età è comunque un grande risultato che la fa notare dall’editore Koudansha: l’anno dopo, a soli 19 anni, viene messa sotto contratto per la rivista Nakayoshi e Yumiko Igarashi, col suo vero nome, diventa una professionista.

Yumiko Igarashi e Osamu Tezuka in una foto del 1988 e in un disegno realizzato dalla Igarashi come regalo di compleanno per Tezuka.

Sopra: in una foto ricordo del 1988 sono insieme Yumiko Igarashi (al centro col vestito bianco & nero) e Osamu Tezuka (in piedi dietro di lei con occhiali scuri e l’immancabile baschetto, magrissimo, pochi mesi prima della sua morte per cancro allo stomaco). Si incontrarono anche nel 1977 in occasione della prima edizione del Premio Koudansha, in cui Tezuka vinse nella categoria shounen con Black Jack e la Igarashi nella categoria shoujo con Candy Candy. Sotto: un disegno realizzato come regalo di compleanno dalla Igarashi per Tezuka. Il rapporto fra i due autori si è sempre mantenuto fortissimo non solo sul piano professionale (la Igarashi è una profonda conoscitrice dell’opera di Tezuka che a sua volta era un ammiratore dell’autrice), ma anche umano: prima di morire, Tezuka ha donato il suo iconico baschetto alla Igarashi in segno di stima. Il cappello è ora conservato al Museo Tezuka a Takarazuka, con cui il Museo Igarashi di Kurashiki è gemellato.

I primi tempi non sono semplici perché la Igarashi lavora a ritmo industriale sui temi e testi assegnati dall’azienda, senza alcuna libertà creativa e con uno stipendio sulla soglia della sopravvivenza: come racconta nella sua autobiografia, fino al clamoroso successo anche economico di Candy Candy l’autrice si è trovata a vivere in condizione di shitazumi, una parola giapponese che indica coloro che vivono ben sotto la soglia di povertà e che per questo sono anche reietti della società (in Giappone non esistono mense dei poveri o altro tipi di sussidi agli indigenti). Ecco quindi che l’inizio della pubblicazione di Candy Candy nel 1975, quando l’autrice ha 25 anni, rappresenta sia una svolta umana alle miserie dell’autrice, sia una svolta artistica allo shoujo giapponese. La Igarashi, benché nata nel periodo del Gruppo del 24 (1949), non vi è assolutamente inclusa perché la sua opera non ha nulla di progressista; nonostante ciò, il suo stile grafico e narrativo ha influenzato in maniera imprescindibile il genere fino ai giorni nostri.

Immagini promozionali per cartoni animati della Toei e per "Candy Candy" di Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi.

Una semplice comparazione fra i prodotti per ragazze di quel periodo e Candy Candy chiarifica la portata rivoluzionaria di questo fumetto nel campo dell’intrattenimento, contemporanea e parallela alla portata rivoluzionaria dei fumetti del Gruppo del 24 nel campo della letteratura. In alto, un’immagine promozionale anni ’70 dei cartoni animati della Toei con le tre maghette Bia la sfida della magia, Una sirenetta tra noi, Lo specchio magico e appunto Candy Candy: i primi tre sono anime episodici, a contenuto morale o umoristico o entrambi, per lo più privi di intreccio psicologico, in cui i personaggi indossano sempre lo stesso abito con non più di tre colori piatti. Candy Candy era molto diverso: la storia è un intricato melodramma con una lunga trama, in toni sono molto variabili dal comico al tragico, non c’è una morale né univoca né immediata (al massimo una lezione vita), il fulcro sono le psicologie dei personaggi, e last but not least il look è estremamente dettagliato. Nelle pagine del fumetto e nelle illustrazioni di Yumiko Igarashi (in basso), Candice White indossa numerosi abiti di una certa complessità e soprattutto con stoffe con motivi a strisce, a losanghe, a scacchi e ovviamente a tartan scozzesi, costringendo gli animatori del cartone animato a notevoli semplificazioni grafiche. In maniera sconvolgente per quei tempi, il fumetto di Candy Candy era disegnato bene: si tratta di un precedente storico che costringerà tutti gli shoujo successivi a smettere di essere storielle di consumo usa & getta e cominciare a essere storie forti, belle da leggere e da guardare. Le tavole della Igarashi sono state le prime a presentare cura per il dettaglio grafico, e questo amore per l’aspetto visivo è giunto ai giorni nostri nella moda sia reale con le country lolita sia immaginaria con Ai Yazawa, nella musica con Kyary Pamyu Pamyu che nel videoclip di CANDY CANDY porta un enorme fiocco rosa su una doppia coda di cavallo, e naturalmente nei fumetti con importanti mangaka come Naoko Takeuchi, la quale ha dichiarato spesso di considerare la Igarashi la sua autrice preferita e che ha omaggiato in Sailor Moon pettinando Usagi Tsukino con una rivisitazione dell’acconciatura di Candy.

Dopo Candy Candy, il resto è storia: la Igarashi inanella fino alla fine degli anni ’80 altre quattro perle come Mayme Angel, Tim Tim Circus, Georgie e La spada di Paros, per poi sprofondare narrativamente e graficamente nel decennio successivo realizzando LC (ladies comics), un eufemismo giapponese per indicare quei fumetti dozzinali equivalenti ai romanzi Harmony stile Maryl Streep in She-Devil – Lei, il diavolo. Si riprende in anni piu recenti cominciando ad adattare romanzi famosi dei generi più disparati, da Anna dai capelli rossi ad Anna Karenina, fra cui alcuni titoli giapponesi ambientati nei secoli scorsi. Per documentarsi graficamente sull’urbanistica storica nipponica la Igarashi visita a fine anni ’90 il quartiere di Bikan: ne rimane folgorata, e si innamora della cittadina al punto da sceglierla come sede di uno dei due musei a lei dedicati e fondati nel 2000 per celebrare i 25 anni di successi editoriali (l’altro si trovava a Yamanakako, ai piedi del Monte Fuji, dove c’è la sede della sua casa editrice, ma ha chiuso dopo pochi anni). Per consolidare il legame con Kurashiki, la Igarashi ha illustrato nel 2010 il romanzo della scrittrice locale Seiko Mitsushiro Kurashiki monogatari ~Hachiman~ (“Una storia a Kurashiki – Il maschiaccio”), ambientato nel Periodo Meiji (fine XIX-inizio XX secolo) e in luoghi reali, fedelmente riprodotti nelle illustrazioni della fumettista.

La figlia di Seiko Mitsushiro è Mei Mitsushiro, scrittrice e saggista nonché grandissima fan, conoscitrice e amica della Igarashi, «Princess Concierge» (stando al suo biglietto da visita) e direttrice del museo che ha concesso a DF la possibilità più unica che rara di visitarlo con lei e persino di fotografarne l’interno.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

Superato l’ingresso, dove le sagome di cartone dei protagonisti di Kurashiki monogatari ~Hachiman~ attendono i visitatori, il museo presenta il nuovo spazio ristoro (col pavimento a scacchi) costruito nel 2015 per festeggiare il 15° anniversario del museo: di giorno è il Cafe Princess e di sera diventa il Bar Prince. A fianco, il negozietto dove è possibile acquistare gadget delle opere di Yumiko Igarashi. Caffetteria e negozio sono posti prima della biglietteria del museo e quindi sono liberamente accessibili senza biglietto.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

Entrando nel museo vero e proprio, il primo spazio che si incontra è un vasto set fotografico con scenografie di castelli e giardini, e mille costumi da principe e principessa fra cui scegliere: con un sovrapprezzo al biglietto è infatti possibile sperimentare l’eccitante possibilità di scattarsi una foto ricordo abbigliati da personaggio dei manga fiabeschi di Yumiko Igarashi, versioni a fumetti dei classici dei Fratelli Grimm, Perrault e Andersen (inediti in Italia). Per i più impavidi l’esperienza di cosplay può continuare anche all’esterno: con la Princess Experience si può girare in risciò l’elegante quartiere di Bikan in costume da Cenerentola o con un hakama kimono come una vera haikara di inizio secolo. Il museo inoltre organizza ogni terza e quarta domenica del mese degli eventi cosplay in cui si gira Kurashiki in sfilate colorate.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

I mille costumi, anche in misura bimba per baby principesse.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettaglio del murales.

Un muro del set fotografico è stato recintato con una tendina e trasformato in spogliatoio: è un enorme peccato, perché c’è un bellissimo murales dipinto all’inaugurazione del museo da Yumiko Igarashi stessa coi suoi personaggi più celebri. Ma come mai quest’opera originale è nascosta agli occhi dei visitatori, e come mai c’è uno specchio proprio in mezzo?

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettaglio del murales.

Ed ecco la risposta: l’Innominabile. Nel murales è infatti presente anche Candy, ma una contesa legale impedisce di mostrarla. Si tratta di uno degli aneddoti più tristemente celebri della storia dei fumetti giapponesi: da quasi trent’anni le due autrici di Candy Candy Kyoko Mizuki (autrice del romanzo originale e sceneggiatrice del fumetto) e Yumiko Igarashi (disegnatrice) litigano per l’assegnazione dei diritti d’autore e di sfruttamento commerciale dell’opera. La Igarashi sostiene infatti che il fumetto sia sostanzialmente tutto opera sua, e che la Mizuki ne sia solo la soggettista, ma non la sceneggiatrice, e quindi ne rivendica anche lo sfruttamento commerciale al 100%. Fatto sta che il tribunale ha deciso nel 2001 di assegnare i diritti d’autore di Candy Candy al 50% fra le due autrici, le quali non raggiungendo un accordo economico si rifiutano di collaborare e di autorizzare la riproduzione del fumetto, del cartone animato e di ogni altro media visivo collegato a Candy. Si tratta di una questione molto complessa perché negli anni ’70 la Igarashi firmò una serie di contratti commerciali distinti per tipologica mediatica: in pratica la Igarashi possiede il 50% dei diritti del fumetto, il 50% dei diritti del cartone animato, il 50% dei diritti della colonna sonora, il 50% dei diritti del merchandise, eccetera; poiché la Igarashi è in cattivi rapporti con Kyoko Mizuki e con la Toei, manga e anime sono bloccati. Lo stesso non è per la musica: al karaoke le canzoni di Candy Candy ci sono (e sullo schermo tv scorrono generiche immagini di fiorellini invece che immagini del cartone), la celeberrima sigla iniziale e normalmente cantata (e persino analizzata) in tv e normalmente coverizzata da molti artisti, e nel museo passa in sottofondo la colonna sonora dell’anime. In pratica, quest’opera così importante è nella paradossale condizione di poter essere nominata e cantata, ma non stampata e mostrata. Persino il nome è in una condizione ambigua: “Candy” come nome del personaggio è al 50% della Mizuki e quindi non è usabile, mentre Candy Candy come titolo di canzone è usabile; ecco perché il museo, il cui slogan era «I ♥ CANDY MUSEUM», ha dovuto staccare il nome della biondina tutta lentiggini dalla facciata e lasciare un misterioso «I ♥ [spazio] MUSEUM». Quando finirà quest’assurdità?

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettagli delle opere esposte.

Al piano terra, a fianco alla zona fotografica e al murales ignobilmente coperto, ci sono delle vetrinette con molti tesori: oggettistica dei tempi d’oro della Igarashi, materiali di cartoleria e persino i colori, i pennelli e gli strumenti da disegno originali della maestra.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettagli delle opere esposte.

Altre vetrinette mostrano la passione piuttosto originale di Yumiko Igarashi: i polli. Nei primi anni ’90 l’autrice aveva il polletto Hiyoyo come animale domestico, e dopo la sua dipartita si è consolata collezionando oggetti a forma di pollo: una piccola parte della sua collezione è esposta nel museo.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

Oltre alle vetrinette al piano terra e a vari cartonati e disegni su soggetto originale sulle scale, la gran parte del materiale espositivo si trova al primo piano, ben divisa in sezioni.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettagli delle opere esposte.

In una vetrina sono presenti alcuni numeri originali della rivista del fanclub della Igarashi (sopra) e degli esempi del processo creativo dell’autrice (sotto).

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettagli delle opere esposte.

Un’altra vetrina contiene una gran quantità di materiale promozionale anni ’70 e ’80 dedicato alle numerose opere della Igarashi non arrivate in Italia, ma celebri in Giappone. Inutile dire che in realtà il 90% dell’enorme mole di merchandise della Igarashi sarebbe legato a Candy Candy, ma per i suddetti problemi legali non è mostrabile al pubblico. Lo stesso per Georgie, che soffre di analoghi problemi fra Yumiko Igarashi e Mann Izawa: la prima afferma che la seconda non ha partecipato al processo creativo del fumetto, la seconda non è della stessa opinione. Fra le due litiganti il pubblico non gode.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettagli delle opere esposte.

Ovviamente la parte principale e più interessante del museo è l’esposizione delle opere originali. Mancando i due titoli best-seller Candy Candy e Georgie per questioni legali e le opere recenti dagli anni ’90 in poi perché erano esposte al museo di Yamanakako, il visitatore può ammirare lavori provenienti dalla prima parte della carriera della Igarashi. Non si tratta comunque di un’esposizione deludente, anzi: le numerose opere in mostra consentono di ammirare la crescita artistica dell’autrice che va dallo stile imitativo degli esordi nei primi anni ’70 (in alto) fino a sviluppare pian piano una propria personalità che si definisce in maniera inconfondibile nei tardi anni ’80 (in basso).

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettaglio di un'opera esposta.

L’osservazione ravvicinata delle opere della Igarashi consente anche di apprezzarne la celebre perizia grafica che ha fatto la fortuna dell’autrice. In effetti sono dei lavori meravigliosi che visti da vicino rivelano la totale assenza di errori o correzioni, oltre alla presenza fortemente materica del colore bianco, usato per la prima volta da questa autrice per rappresentare quella atmosfera di stelline e bollicine che sarà poi standard nello shoujo.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

In una parete in fondo alla sala sono esposti numerosi shikishi (disegni con dedica) dei fumettisti che hanno omaggiato la Igarashi.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki: dettagli delle opere esposte.

Alcuni shikishi risalgono agli anni ’70, altri sono più recenti, ma più che la data delle opere colpisce il fatto che queste attestazioni di stima provengano in massima parte da autori uomini apparentemente molto distanti dallo shoujo. Ecco alcuni degli shikishi esposti: in alto a sinistra una Maya di Suzue Miuchi (coetanea della Igarashi) e la coppia dei protagonisti di Lovely Complex di Aya Nakahara (fan della Igarashi). In basso, la crème de la crème: Sanpei di Takao Yaguchi, Lotti di Tetsuya Chiba, Cyborg 009 di Shoutarou Ishinomori, e Makoto-chan di Kazuo Umezu. Da Yumiko Igarashi in poi, anche lo shoujo di intrattenimento diventa un fumetto vero con una dignità riconosciuta dai grandi maestri.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

Lo spazio di lettura. Sul tavolo ci sono riproduzioni anastatiche di tavole di varie opere della Igarashi per poterne ammirare i dettagli, e sullo scaffale tutte le sue opere (comprese quelle oggi non più stampabili) più alcune di quelle dello suo mito Osamu Tezuka, da leggere liberamente a disposizione dei visitatori.

Interno del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

L’angolo del museo dedicato a Kurashiki: contiene gli originali delle illustrazioni per Kurashiki monogatari ~Hachiman~ e informazioni varie, come la mappa dei luoghi del romanzo.

Merchandise del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

Quando fa bel tempo, in primavera e in estate sulla terrazza ci sono eventi vari. Nel resto dell’anno ci si può consolare nel negozio del museo con i fantastici prodotti di Princess Rose. Ehm… chi è? È la mascotte del museo, nonché il personaggio creato da Yumiko Igarashi in sostituzione della ben più famosa orfanella della Casa di Pony che adesso è inusabile. Via le lentiggini, una sistemata alla frangetta, abiti lussuosi ed ecco Princess Rose, pronta a comparire sulla confezione del Princess Pink Curry (rosa!!!), del tè alla rosa Princess Tea Time, del Princess Pudding, eccetera eccetera. In basso a destra: Princess Rose ovunque, pure sulle placche delle prese della corrente (articolo non in vendita, purtroppo).

Foto ricordo del Museo d'arte Yumiko Igarashi a Kurashiki.

Tutto il personale del museo è composto da ragazze abbigliate da gothic lolita, da principessa o da haikara: stanno alla cassa, vestono i visitatori e servono ai tavoli il Princess Rose Afternoon Tea Set (rosa) nel Cafe Princess, dove il Signor Maiale ha scattato questa meravigliosa foto ricordo con la lolita Keiko Hiramatsu. Tanti cuori rosa.

Il Museo Igarashi è insomma una meta consigliata non solo a chi è già amante della fumettista, ma anche a chi non la conosce affatto e, ammirando da vicino le sue opere, può apprezzare quanto sia stato fondamentale il suo apporto per l’evoluzione del fumetto giapponese.

Piccola guida per moderne lettrici di shoujo manga

Come il titolo credo spieghi semplicemente, quella che mi accingo a proporre è una Guida orientativa per le moderne ragazze di oggi che, nonostante l’apparenza di tormentate fashion victim e ammiratrici, ma sdegnose, di belli e dannati da palcoscenico, sono inconfessabilmente sentimentali e nascondono sotto il letto i peluche puffosi di quando erano non-adolescenti e i fumetti romantici fabbricati in Sol Levante.

Perché, a parte tutto, una guida ce la vuole nel vasto, vastissimo panorama degli shoujo manga pubblicati da quasi tutte le case editrici esistenti. E lo so bene io, che mi vedo passare sotto gli occhi tutti, ma dico davvero tutti, i primi numeri delle storie per ragazze che arrivano sul mercato.

Non troverete nella guida la storia di questo genere a fumetti (non sarei comunque la persona più adatta a farlo) né celebrazioni di autori a discapito altri: posso soltanto ricordare brevemente come i tempi e i fasti di storie d’amore inserite in contesti storici, in qualche modo rappresentativi di un’epoca, un paese, un evento – per intenderci i Lady Oscar (La rosa di Versailles), i Candy Candy, i Madamoiselle Anne (Una ragazza alla moda) – non tornano più.

Mdemoiselle Anne (titolo italiano) racconta dell'occidentalizzazione del Giappone.

Mademoiselle Anne (titolo italiano) racconta dell’occidentalizzazione del Giappone.

Oggi le storie e le ambientazioni che vedono nascere e sviluppare amori giovanili e strappalacrime si svolgono prevalentemente tra i banchi di scuola, il luogo dove, d’altra parte, gli adolescenti nipponici trascorrono la maggior parte della loro giornata. Parentesi: sono stata in Giappone e posso assicurare che tutto ciò che è illustrato nei manga, usi, abiti, luoghi, costumi, è assolutamente realistico (a meno che non stiamo leggendo un fantasy) ed è così realistico perché uno degli scopi del fumetto è quello della catarsi, coinvolgere il lettore tanto da farlo identificare con i personaggi, e in questo modo, paradossalmente, farlo separare dalla propria realtà quotidiana e farlo sognare di essere qualcun altro, in altre situazioni, piacevoli o emozionanti. Lo sapevamo già, no? È lo scopo stesso della letteratura.

Lady Oscar ha insegnato a tutti la storia e la Rivoluzione Francese

Lady Oscar ha insegnato a tutti la storia e la Rivoluzione Francese

Anche le signorine italiane, anche se non vivono nella medesima realtà scolastica, possono identificarsi e sognare con i sentimenti delicati e sublimi che questi volumetti propongono. Eppure, bene o male, le situazioni presentate sono sempre quelle: un ragazzo incontra a scuola una ragazza (o viceversa), dopo vicissitudini ed equivoci capiscono di piacersi, la realizzazione del loro sogno d’amore è però ostacolata da un rivale (o una rivale) o da una situazione drammatica (una separazione, una morte ecc.) ma alla fine tutto si risolve per il meglio (oppure no) e nel frattempo sono maturati e sono pronti ad affrontare la loro vita post-adolescenziale. Questo è lo schema tipico del genere e va benissimo così, l’importante è saperlo, non aspettarsi nulla di troppo diverso, e se non piace leggere qualcos’altro.

Ma perché dunque dovremmo comprare (mi ci metto pure io) altri shoujo dopo aver letto il primo, sapendo benissimo quello che succederà mano a mano che i numeri vengono editati? Bèh, se una cosa ti fa star bene, ti fa sognare, ti insegna anche qualcosa, perché NON dovresti leggerla o comprarla? Finché è legale, shoujo e sogni d’amore a manetta, la vita è già tanto brutta e deludente! La ripetitività dà quel senso di sicurezza e tranquillità che ci manca nella vita, per il resto basta essere abbastanza con i piedi per terra da capire che si tratta solo di sane, innocenti, illusioni per non farsi troppo male e godersela.

Questo però non vuol dire che tutto quello che troviamo in fumetteria, reparto rosa/rose, è buono e giusto, esistono delle caratteristiche che distinguono un buon prodotto shoujo da uno di cui si può anche fare a meno, elementi semplici ma che assicurano quell’effetto morfina  a cui aneliamo.

Come può fare, dunque, una signorina che ha solo sentito parlare di Georgie e di Kiss me Licia (Love me Knight) a capire quali sono i titoli che meritano di essere acquistati e che produrranno indimenticabili batticuore? Stringendo ben bene, i punti cardinali per orientarsi sono essenzialmente tre.

In Italia Kiss me Licia è diventato un must

In Italia Kiss me Licia è diventato un must

Prima di tutto, e fondamentale per me: il buon disegno. Non voglio dire che se le protagoniste hanno occhi che coprono metà del viso ci troviamo di fronte a una cattiva realizzazione, ma dico che l’espediente di ingigantire l’occhio, riempiendolo di grazie e stelline, è utilizzato spessissimo per semplificare la resa delle espressioni del viso. Fateci caso: occhi giganteschi, naso che serve a dare un baricentro al tutto, sopracciglia perse dentro la romantica frangia, e bocca che può essere sorridente, dritta, all’ingiù. Per capire si capisce, ma… Insomma, se vi piacciono ben venga, ma un tratto delicato, l’abilità della mano, l’effetto delizioso di alcune opere vale già di per sé il costo dell’albo; oltre questo, naturalmente, nel campo “disegno” vanno inseriti anche la regia , la varietà delle inquadrature, dei tagli, delle pause riflessive ecc.

Occhioni a profusione! bocca a triangolo! Il naso c'è?

Occhioni a profusione! Bocca a triangolo! Il naso c’è?

Secondo: il carattere dei personaggi. Ormai per movimentare le storie si creano characters che presentano particolarità utili allo sviluppo del plot: lei più alta di lui, lei incredibilmente piccola, lui con problemi di socializzazione, lei che sembra Sadako di Ring, lui che ha un trauma infantile (se li avete collocati tutti nominando mentalmente il titolo siete dei veri appassionati di shoujo, complimenti!). Ci sta bene tutto, siamo favorevoli, anche perché così si offrono maggiori spunti di identificazione, ma almeno che questi personaggi siano simpatici! Si rendano indimenticabili! Ci facciano riflettere! Parentesi personale: io quelle che piangono in continuazione o reagiscono da dementi ad una situazione semplicissima, dove basterebbe dire una parola per chiarire un equivoco, proprio non le sopporto! Aggiungono pathos e commozione alla storia, ma sono deleterie! Anche perché, e torniamo agli espedienti usati dai meno dotati, avere un personaggio così semplifica tutto, non ti serve creare qualcosa di originale, basta buttare là ostacoli a caso (spesso faziosi) e diventano drammi di Euripide e il volumetto è composto. E tutto ciò ci porta al punto tre…

Anche se ci sono lacrime non c'è dramma, e il tratto è incantevole...

Anche se ci sono lacrime non c’è dramma, e il tratto è incantevole…

L’intelligenza della sceneggiatura: la trama non deve essere per forza originalissima (uno sforzo che potrebbe provocare danni più seri) la tranquillizzante ripetizione dei meccanismi ci va bene, ma ci sono dei titoli che mancano del tutto di quella scintilla che basterebbe a rendere unica l’opera.  Spesso basta la sensibilità giusta nel raccontare, l’impostazione di un “cast” con protagonisti e comprimari convincenti e coinvolgenti, e lo schema, per quanto già visto, può apparire nuovo e indimenticabile. Non sempre è bene  l’espediente del vezzo, un leitmotiv divertente che accompagna il protagonista, l’ho visto usare molte volte con effetti stucchevoli, ma non significa che un bravo autore non riesca ad introdurlo in maniera più che positiva. Inoltre il senso dell’umorismo non sta per forza nelle battute, in scenette comiche o ridicole, il senso dell’umorismo sta anche nel portare a risoluzione un evento in maniera originale, simpatica, edificante.

 no Haru ride

Ecco la parola che ho procrastinato per tutta la Guida. Uno shoujo manga ben fatto dovrebbe essere E d i f i c a n t e, dovrebbe essere chiuso con il sorriso sulle labbra, e magari con ancora in mente un passaggio, una vignetta, una frase. Per questo, e concludo, evito tutte le storie che intuitivamente promettono un finale triste. Quelli li vedo fin troppo spesso, non mi servono, mi serve invece lo sguardo con gli occhietti a cuore, almeno per dieci secondi dopo aver chiuso l’albo.

 

Tanti auguri Candy Candy

Buon compleanno “Signorina tutte lentiggini”!

Essì proprio oggi, ma 36 anni fa (il  1º ottobre 1976) viene trasmesso su TV Asahi il primo episodio della serie animata di キャンディ・キャンディKyandi Kyandi la famosa crocerossina che ha per amico un procione e porta un po’ sfiga come Remì (chiedete ad Anthony se non ho ragione).

Per la nuova guardia ricordiamo la storia della piccola Candy che viene abbandonata, insieme ad Annie, all’orfanotrofio Casa di Pony, dove saranno cresciute con amore da Suor Maria e Miss Pony.

Un bel giorno Annie viene adottata dalla famiglia Brighton e Candy rimane sola e disperata con il suo procione Klin, triste e sconsolata la piccola lentigginosa passa le sue giornate sulla collina vicino all’orfanotrofio dove un giorno incontra il suo primo amore Anthony, quello che puoi muore cadendo da cavallo.

Da li a poco anche Candy viene adottata, ma sarà più sfigata di Annie, sì perché lei andrà dai Legan in compagnia dei perfidi fratelli Iriza e Neal che le faranno tanti simpatici scherzetti.

In seguito la biondina tutta lentiggini studierà per diventare infermiera e conoscerà il suo più grande amore, Terence e… Non vorrete mica che vi racconti tutto vero?

Guardatevi i 115 episodi della serie tv e soffiate con noi sulle 36 candeline, tutte per la Dolce Candy.