Brian Michael Bendis

“Gilmore Girls” incontra “Una Signora in Giallo” nei fumetti

Gilmore Girls ha fatto il suo trionfale ritorno su Netflix, ma qualcosa di ancora più straordinario succede dietro le quinte. Rory e Lorelei incontrano la popolarissima (e temutissima) Signora in Giallo: Jessica Fletcher.

Questo fumetto di una sola pagina è stata commissionata infatti da Scott Allie (uno dei dirigenti Dark Horse) come regalo a sua moglie Elisabeth ed è stata scritta nientemeno che da una delle penne di punta della Marvel Comics: Brian Michael Bendis, reduce dalla sua run sul megacrossover Civil War II, e disegnato da Mike Norton e Dave Stewart.

La pagina si colloca durante la seconda stagione di Gilmore Girls durante un viaggio in auto di Lorelei e Rory. Come avranno fatto le due a sopravvivere all’incontro. Questo è probabilmente il mistero più grande mai affrontato dalla Fletcher.

Anteprima Invincible Iron Man #1 (Bendis, Caselli)

Il prossimo nove novembre uscirà negli Stati Uniti il primo numero di Invincible Iron-Man che vedrà al timone dell’armatura di Iron-Man non più il beniamino dei fan Tony Stark ma una nuova eroina Riri Williams.

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Invincible Iron Man #1 vede ai testi Brian Michael Bendis e il “nostro” Stefano Caselli ai disegni:

 

“Dalle strade violente di Chicago nasce un nuovo eroe in armatura! Rivestita dalla sua armatura da Iron Man Riri Williams è pronta a mostrare al Marvel Universe cosa può fare in qualità di eroe del domani. Ma è pronta  a rivestire i panni di Iron Man e ad affrontare tutti i problemi che questo comporta? Dov’è un genio miliardario playboy filantropo quando te ne serve uno?”

Anteprima Jessica Jones #1

Il prossimo 12 Ottobre, mnell’ambito dell’operazione di rilancio Marvel Now 2.0, Brian Micheal Bendis e Michael Gaydos tornano al personaggio da loro creato: Jessica Jones.

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Nota al grande pubblico per la recente serie TV Marvel/Netflix, Jessica ritorna con una serie a lei dedicata sugli scaffali delle fumetterie statunitensi a dieci anni da Alias (di cui abbiamo parlato QUI).

Come già detto la serie sarà scritta da Brian Michael Bendis e disegnata da Michael Gaydos con David Mack alle copertine. Il primo numero avrà, come di consueto, diverse variant cover a opera di Alex Maleev, David AJA, John Tyler Christopher, Mike Deodato, Jeffrey Veregge e Jeff Dekal.

Qui le prime pagine di Jessica Jones #1:

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Brian Bendis e Michael Gaydos, The Pulse 13

Nel mio scorso “pezzo dell’Ubalda”, la rubrica in cui segnaliamo e analizziamo pagine particolarmente interessanti di arte fumettistica, (qui un’altra puntata ad opera del nostro esimio Direttore), lanciavo una frecciatina a uno scrittore molto in voga, il caro Brian Michael “la Marvel è mia” Bendis.

La verità è che con Bendis ho sempre avuto un rapporto ambivalente. Da un lato lo trovo un innovatore, che è riuscito a portare una bella ventata d’aria fresca sia nel modo di raccontare storie del fumetto americano, sia più specificatamente in quello Marvel. Dall’altro trovo che il suo modo di narrare le storie abbia creato un nuovo standard, e che questo standard, esteso praticamente a tutto il parco testate della Marvel, lo abbia decisamente snaturato nella sua essenza.

C’era un tempo però in cui Bendis non scriveva tutto quanto; la sua influenza si limitava alle serie che scriveva e tutti i suoi lati migliori emergevano alla grande. The Pulse è una di quelle serie, e il numero 13 ha un passaggio che è Bendis allo stato puro; e che è fumetto nel massimo delle sue potenzialità narrative.

Eccolo qui in tutto il suo splendore: leggetelo con calma che torniamo a parlarne tra poco. (Se avete l’albo in italiano, e cioè L’Uomo Ragno Panini numero 350, usate quello. La carta è sempre la carta!)

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Abbiamo tre strisce di vignette di due dimensioni diverse: la più grande è esattamente il doppio della più piccola. La scelta di una successione così regolare rende la storia particolarmente focalizzata sugli elementi essenziali della narrazione: parole, espressioni e gesti, eliminando qualsiasi altro tipo di distrazione. Conferisce inoltre al narrato un’atmosfera di tranquillità, silenzio e regolarità: siamo nelle fogne, non c’è nessun altro tranne i due protagonisti del dialogo; gli unici suoni sono le loro parole, gli unici movimenti i loro gesti. L’occhio si muove con sicurezza e regolarità, non deve cercare nulla all’infuori del contenuto delle vignette.

La pagina scorre come un ruscello di primavera, ma nella sua apparente semplicità rivela la potenza del nostro medium preferito nel mettere in scena uno degli elementi più difficili dell’arte narrativa, ovvero il dialogo. Nello specifico Bendis e Gaydos riescono praticamente a sfruttare tutte le potenzialità dell’arte sequenziale in una sola tavola doppia.

Prima di cominciare l’analisi di questo magnifico Pezzo dell’Ubalda, è necessario sapere che Ben Urich, il giornalista del Daily Bugle, sta indagando su un supereroe vestito come Devil che sventa rapine nei negozi e, prima di sparire, ruba qualcosa. Dopo un po’ di indagini scopre trattarsi di D-Man, una fantastica creazione di Mark Gruenwald: il supereroe senzatetto che vive nelle fogne.

È proprio nelle fogne che Urich scende per incontrare D-Man e comprendere cosa possa spingere un uomo dotato di superpoteri a vivere nelle cloache e a rubacchiare mentre sventa i crimini.

 

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La prima immagine di D-Man è immersa in una penombra che è quella delle fogne ma è anche il riflesso del dubbio che, in quel momento, sta attanagliando Urich. Se notiamo l’inquadratura, troviamo che è leggermente bassa rispetto a D-Man, come fosse una soggettiva di Urich. Cosa aspettarsi da questa persona? È un eroe, un ladro, o semplicemente un pazzo? Urich non lo sa, ed è per questo che l’ombra dell’incertezza ammanta D-Man, lasciando spiccare soltanto gli occhi.

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Le due vignette successive sono di dimensioni doppie per suggerire un lasso di tempo più lungo: i personaggi parlano a lungo. La prima non è una soggettiva di D-Man ma quasi: siamo immediatamente dietro di lui, e vediamo Urich dall’alto. Il giornalista è una figura più luminosa. Scopriamo che D-Man legge i giornali e apprezza il lavoro dell’altro. La vignetta successiva è speculare, dalla parte di Urich: D-Man non è più così in ombra, lo vediamo meglio, quasi percepiamo il sollievo del giornalista quando capisce di star parlando con una persona che, dopotutto, non deve essere poi così folle.

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Qui, nella prima e terza vignetta, vediamo Urich e percepiamo i suoi dubbi: che il suo sia stato un viaggio a vuoto? D-Man sembra fin troppo normale. Lo sguardo fermo sulle mani che si stringono è lo sguardo del giornalista: il tempo della vignetta di mezzo è dato dai baloon di dialogo, così concludiamo che la stretta di mano sia lunga, come se rimanessero così per qualche secondo. Poi Urich porta la mano al mento. Si sta chiedendo se andarsene.

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Il gioco di sguardi continua mentre D-Man mostra il suo costume accennando alla sua grande ammirazione per Devil. Tutto fila liscio, finché…

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Le ultime tre vignette sono delle stesse dimensioni delle altre, rappresentano gli stessi soggetti; la seconda e la quarta sono praticamente uguali, eppure ecco che accade la magia del fumetto. Senza didascalie esplicative, senza baloon di dialogo, in quelle ultime tre vignette passano mille pensieri, paure, storie. D-Man, appena scopre che Urich non è lì per caso, ma anzi, è lì per cercare lui, tace. Il suo sguardo è indecifrabile. Nella penultima vignetta, con pochissimi tratti, Gaydos ci mostra la paura sul volto di Urich. Le sue paure iniziali si stanno materializzando: è solo, nelle fogne, con un superessere dotato di forza straordinaria e non tutte le rotelle a posto. Che lo guarda senza proferire parola. Qualcosa sta per accadere, la tensione sale.

Ed ecco cosa accade, a un Urich semplicemente pietrificato.

UR # 450b_0036-37 - 6D-Man lo tocca. E poiUR # 450b_0036-37 - 7

L’inquadratura si sofferma sull’essenzialità di quel gesto, che Urich subisce senza battere nemmeno le palpebre. Nella vignetta di mezzo possiamo leggere l’universo interiore di Urich mentre aspetta che D-Man lo tocchi di nuovo, ed è proprio questa la magia del fumetto di cui parlavamo tanto: la capacità di significare tantissimi contenuti pur utilizzando pochissimi tratti. Cosa pensa Urich in quel momento? Io sono praticamente sicuro che tutti i lettori, nella loro diversità, avranno letto in quella vignetta lo stesso smarrimento, la stessa pietà, la stessa sensazione di vulnerabilità che Bendis e Gaydos hanno voluto esprimere.

Potenza del fumetto.

La scena si scioglie in modo perfettamente conseguente.

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“Sei reale”

“Sì”

“A volte è difficile capirlo. Scusa”

Tre linee di dialogo semplice, asciutto, ma cariche delle vignette precedenti, che ci dicono mille cose dei due personaggi. D-Man se ne va, e Urich esita, indeciso se seguire quell’uomo gentile ma sul baratro della follia; indeciso se andare a fondo per rischiare di scoprire fino a che abisso può portarti un costume da supereroe.

Vi invitiamo a procurarvi quella storia, o a rileggerla, per scoprire cosa deciderà di fare Urich. Qui vi lasciamo fino al prossimo Pezzo dell’Ubalda, la rubrica che vuol mettere a nudo la bellezza del fumetto.

 

Alla Marvel è tempo di Civil War II

I primo di Ottobre, tramite una cartolina pubblicitaria mandata ai rivenditori, nel 2016 la Marvel produrrà il sequel di Civil War, saga/crossover/megaevento che scosse il Marvel universe nel 2006.

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Oggi sono stati resi noti i nomi degli autori coinvolti nel progetto. Al posto del duo Millar/McNieven stavolta ci sarà il team creativo di Invincible Iron Man. “Civil War II” sarà infatti scritto da Brian Michael Bendis e disegnato da David Marquez.

Per una fortuita coincidenza “Civil War II” debutterà nel Maggio 2016 contemporaneamente all’uscita del film “Captain America: Civil War”.

 

Alias 3, ovvero: come Jessica Jones uccise la Marvel Comics

Era il Gennaio dell’anno del signore 2001 d. C. e sugli scaffali delle fumetterie americane faceva la sua comparsa l’ultimo vagito della Marvel degli anni ’90.

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Uno dei peggiori crossover a memoria d’uomo, Maximum Security faceva il rumore di una palata di terra sulla tomba della Marvel.

La Casa delle Idee non se la cavava niente bene, in quegli anni: la grande sbornia degli anni ’90, fatta di cover alternative, zinne e pistole, aveva portato i suoi postumi peggiori. La bancarotta era ormai diventata ufficiale e si respirava aria di crepuscolo.

Come una fenice, però, nelle proprie ceneri la Marvel covava i semi di una rinascita: e questa rinascita aveva già da un anno preso il nome di Bill Jemas.

Jemas veniva da una controllata della Marvel, la casa produttrice di figurine Fleer, e piombò nel bullpen come un alieno. E non un alieno puccioso con gli occhioni, ma una cosa più simile a questa:

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Jemas pensò semplicemente che se la Marvel era in bancarotta la colpa non era soltanto del destino cinico e baro. Forse, e diciamo forse, un po’ di colpa ce l’avevano anche gli scrittori e i disegnatori che non erano più stati capaci di produrre storie degne.

Chissà se aveva ragione. Fatto sta che la sua furia iconoclasta, la sua sistematica distruzione di tutti i cliché artistici e produttivi del settore trovò, per fortuna, un filtro in Joe Quesada. I due divennero una sorta di Giano bifronte che seppe sperimentare in diecimila nuove direzioni. Novantanovemila di quelle si rivelarono assurde, insensate, stupide e inutili; ma altre salvarono la Marvel.

Una di queste iniziò nel mese di Novembre del 2001. Maximum Security era finito da poco e le pernacchie dei rivenditori ancora riecheggiavano nell’aria. Fu allora che, nell’ambito di un’etichetta creata a posta, la Marvel MAX, fece il suo esordio una serie scritta da Brian Michael Bendis e disegnata dallo sconosciuto Michael Gaydos.

...e copertine di David Mack, che non è poco

…e copertine di David Mack, che non è poco.

 

Chi si ferma alla superficie dirà che non è mettendo un sacco di “fuck” in bocca ai personaggi o mostrando il sesso anale tra supereroi che si salva una casa editrice. A noi però piace andare in profondità.

Prenderemo quindi un numero in particolare, ed esattamente il numero 3, e cercheremo di dimostrare come esso contenga in sé tutto ciò che sarebbe poi successo al fumetto di supereroi Marvel.

Alias n. 3, Gennaio 2002

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L’albo si apre con 9-pagine-9 di dialogo tra due persone, sedute una di fronte all’altra, nello stesso ambiente.

Nove pagine, praticamente metà albo. Ora, se la cosa non vi sconvolge, è perché forse non avete una grande idea di come possa essere difficile gestire un’impresa del genere. Lo stile Marvel classico non lesinava in dialoghi, di certo, ma faceva uso di una serie di distrattori ben precisi che servivano a scandire il tempo e a dare al lettore l’impressione che qualcosa stesse accadendo.

La tattica più grossolana (e, per questo, la più usata) era quella di “stendere” il dialogo su una serie di vignette action: mentre i personaggi lottavano, si prendevano a cazzotti o volteggiavano sui tetti, si scambiavano minacce, aneddoti o profonde riflessioni filosofiche.

Bendis, ai tempi ancora in forma smagliante, e Gaydos, con una padronanza della tavola da far invidia a gran parte dei disegnatori più blasonati di lui, si impegnano a mostrare cosa si può fare con dei dialoghi ben scritti e la capacità di metterli in scena.

 

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Utilizzando tavole come questa, praticamente demoliscono nell’arco di poche pagine un canone narrativo che in ambito supereroistico era durato decenni. E lo fanno con una grazia tale che nemmeno ce ne accorgiamo.

Il dialogo scorre senza mai appesantire. Jessica viene interrogata a lungo, finchè qualcuno non fa irruzione nella stanza.Alias03-15

Chi sarà mai questo tizio?

Ovviamente l’uomo si presenta al poliziotto. Noi lo sapevamo già: è Matt Murdock. Qualificandosi come l’avvocato di Jessica, la porta fuori dalla stazione di polizia.

Altre due pagine di dialogo fuori dalla stazione di polizia. Matt Murdock non dice una sola volta di essere Devil.

La cosa, per l’epoca, era semplicemente sconvolgente. Alla Marvel si faceva di tutto, sin dagli anni ’60, per assicurarsi che il lettore fosse completamente informato su tutto quello che c’era da sapere sui personaggi che comparivano nelle pagine.

Claremont avrebbe inserito cinque o sei baloon di spiegone, Stan Lee invece se la sarebbe cavata con qualche didascalia, ma quello che è certo è che mai, mai, mai avrebbero corso il rischio che un solo lettore potesse non sapere che quell’avvocato cieco vestiva panni rossi per salvare gli innocenti nelle strade di Hell’s Kitchen!

E invece no, Bendis non ce lo dice. Un po’ perché, in fondo, è irrilevante ai fini della storia, e un po’ perché il paradigma è veramente cambiato. Bendis non scrive per un ragazzino che potrebbe aver preso l’albo in mano per la prima volta; scrive invece per l’uomo che ha letto di supereroi per decenni e che forse, chissà, queste cose le sa già e quello che cerca ora è ben altro.

A oggi mi chiedo se questo cambio di paradigma sia stato una sconfitta o una vittoria.

Una sconfitta, perché è un po’ un gettare la spugna, come se si stesse pian piano rinunciando all’idea di poter di nuovo essere quello che la Marvel era un tempo: una gran figata per i ragazzini.

Una vittoria, perché quei lettori rimasti ragazzini non erano più, ed erano stufi di essere comunque trattati come tali.

La storia prosegue quando Jessica decide di andare a chiedere aiuto alla sua amica Carol Danvers. E la trova così.

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Carol inizialmente si riufiuta di aiutare la sua vecchia amica Jessica. La tratta molto male, e solo alla fine decide di aiutarla.

Poi più tardi le manderà un’email per scusarsi e per spiegare il suo comportamento:

Alias03-23Ebbene sì, anche le supereroine hanno le mestruazioni.

Questo modo estremamente realistico di trattare i supereroi trovava in Alias una delle sue prime manifestazioni. Potremmo chiamarlo il “realismo supereroistico”. Il mondo Marvel viene affrontato in maniera più adulta: la sospensione dell’incredulità non è più un argomento valido per giustificare qualsiasi sciocchezza venga in mente agli autori. Ciò che è importante ora non è tanto mostrare il combattimento tra i supereroi, ma le conseguenze reali che il ripetersi di tali eventi può causare nel mondo; così come viene portato in primo piano il loro vissuto come persone dotate di superpoteri, piuttosto che le loro vicende tra i pianeti. Saghe come Civil War e House of M partono dritte dritte da qui.

Così Alias appare come il manifesto programmatico della Marvel che sarebbe seguita, e che, non a caso, ha avuto in Bendis uno dei suoi principali animatori.

Oggi non ci dobbiamo sorprendere se Jessica Jones diventa la protagonista di una serie TV di successo e acclamata dalla critica. È esattamente quel tipo di personaggio adatto a mostrare le potenzialità del genere supereroistico declinato a uso e consumo del pubblico adulto dei serial televisivi.

E fa un po’ specie che un personaggio con tante potenzialità sia degno di 15 episodi di un’ora in televisione e non sia abbastanza degno di una sua serie, adulta, a fumetti.