Battaglia

Battaglia: Ragazzi di morte – Una recensione che sa

Copertina di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so.

Io so perché sono un intellettuale, che legge fumetti e libri e giornali da 34 anni senza sosta, in ogni momento della giornata. Io conosco il fumetto italiano degli ultimi tre decenni, conosco la storia italiana perché la insegno e perché la amo.

Conosco l’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini perché ho letto di lui e su di lui, ho visto i suoi film e i film su di lui.

Io so perché ho scoperto la serie di Pietro Battaglia da quando l’Editoriale Cosmo ci ha messo le mani sopra, ne ha ristampato il già edito e ne ha prodotto e continua a produrne albi nuovi, che trasudano energia, coraggio, amore. L’energia di chi affonda le mani nel corpo della storia, smonta e rimonta i miti trasformando la Storia in fiction, così da ricavarne un senso compiuto. Il coraggio di chi affronta i propri temi con la purezza dell’animo privo di pregiudizi, senza sovrastrutture: un tipo di animo che a Pasolini sarebbe piaciuto.

Io so.

Io so che trattare di Pasolini è come maneggiare una bomba innescata (così come era avvenuto per Padre Pio), come un’operazione chirurgica sulla spina dorsale dell’Italia, quando un millimetro più in là rischia di uccidere il paziente. Io so che ci vuole la sfrontatezza di un ragazzo di vita per rendere quella figura, tragica ed eroica, un personaggio della vicenda di un vampiro italiano, senza sminuirne la vicenda, senza renderlo una macchietta.

Io so che mostrarlo così, come ha fatto il team di Battaglia, soggetto Roberto Recchioni, ideazione grafica di Leomacs, sceneggiatura Luca Vanzella e disegni di Valerio Befani e Pierluigi Minotti; mostrarlo con il crudo realismo di cui costoro sono stati capaci, la sua attività artistica, il rapporto con la madre, con gli amici, la sua sessualità, la sua terribile, terribile morte senza colpevoli; io che fare tutto questo e farlo così, sembrava un’impresa impossibile.

Tavola di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so chi ha ucciso Pasolini e lo sanno anche gli autori di questo fumetto. Lo so perché ho letto i suoi scritti e ho capito che non serve dare un nome ai mandanti, anzi, che farlo sminuirebbe la portata universale della sua morte. Lo so perché Pasolini è stato schiacciato e triturato da quel meccanismo sociale di depravazione di tutto ciò che è bello che ha odiato e combattuto per tutta la vita, tramite le uniche armi che possedeva, la parola e l’immagine. Io so che quelle figure mascherate che ne decretano l’omicidio non hanno bisogno di nomi e cognomi perché non sono persone, ma ingranaggi di un mondo che noi permettiamo, e che quindi in qualche modo vogliamo.

Io so che lo scioglimento finale è un triste omaggio alla storia di quest’uomo; un modo di rendergli giustizia almeno sulle pagine di un fumetto. Io so che se oggi questo albo e questa storia possono uscire nelle edicole di tutta Italia e raccontare l’enormità di quello che racconta, è anche perché a qualcosa, Pasolini, è servito.

Io so, perché scrivo su un bel sito di critica fumettistica, che se soltanto un lettore distratto leggerà questo noioso articolo, e si incuriosirà di questo bellissimo albo, e poi cercherà di conoscere l’opera e la vicenda di Pier Paolo Pasolini, e ne comprenderà anche solo un decimo di quanto dice; io so che se tutto questo accadesse, l’Italia sarebbe, per un sessantamilionesimo, un luogo migliore.

Battaglia 6 – Il Pio padre, una recensione significativa

BATTAGLIA-VARIANT-06Pietro Battaglia è tornato, e finalmente posso scriverne una recensione. Avevo perso il treno della prima serie targata Editoriale Cosmo, ma questo sesto albo della collana dedicata al vampiro siciliano mi permette di togliermi un paio di sassolini dalle scarpe.

Sì, perché ritrovare Pietro Battaglia in edicola (per modo di dire, perché dopo averlo cercato invano ho dovuto ripiegare nella mia fumetteria di fiducia) è un po’ come ritrovare fiducia nel futuro del fumetto italiano. Certo, la scelta di abbandonare il formato pocket che tanto ricordava i veri progenitori di questa idea, ovvero i fumetti neri di trent’anni fa, i vari Kriminal, Satanik, e persino Diabolik, mi ha fatto temere che anche il buon Battaglia si fosse borghesizzato: invece, dietro una ingannevole veste bonelliana, ho ritrovato il Battaglia di un tempo, quello che non ha paura di muoversi tra le pieghe della storia d’Italia, tirandone fuori le viscere sanguinolente e cibandosene col sorriso sulle labbra.

Potremmo certamente parlare dell’ottima realizzazione dell’albo, per mano di Giulio Antonio Gualtieri e Valerio Nizi sotto il cappello (e per il soggetto) di Roberto Recchioni, ma non lo faremo. Chi già conosce la serie sa bene come Battaglia sia un fumetto essenziale, a tratti scarno, pieno di energia primordiale; chi invece non la conosce non si farà certo convincere da quattro complimenti di circostanza sui disegni d’un bianco e nero quasi metafisico, e sui testi semplici e pieni di padronanza.

BATTAGLIA 01No, l’unico modo per convincere chi già non compra Battaglia è facendo appello a quel piccolo nucleo di violenta irriverenza giovanile che ancora alberga nel suo cuore. Quella specie di buco nero che, in un periodo della vita forse troppo lontano, risucchiava qualsiasi rispetto per le regole, ogni minimo senso della sacralità; e che era in grado di risputare fuori al contrario il desiderio di imbrattare un muro, di rispondere male, di tornare a casa un’ora più tardi del dovuto. Quella voglia matta di ridurre il mondo in macerie per ricostruire qualcosa di migliore.

Ecco, le storie di Pietro Battaglia utilizzano la grammatica del classico fumetto nero italiano, rivisitato secondo la sensibilità contemporanea, per fare una liberatoria pisciata sul muro dei sepolcri imbiancati del politicamente corretto di cui è imbevuto il mondo della narrativa italiana. Quella stessa regola non scritta che ha spinto per decenni i nostri editori ad ambientare le storie ovunque tranne che in Italia, in ogni tempo tranne che nella nostra storia recente, e a trattare di qualsiasi argomento tranne di quelli che possono rischiare di importare davvero.

BATTAGLIA 02Le storie di Battaglia, che non hanno paura di parlare del rapimento di Aldo Moro, o, come nel caso dell’albo in questione, del Pio Padre, non hanno la minima pretesa di darci una lezione. Per quanto profondamente iconoclaste, e per quanto evidentemente frutto di un grande lavoro di documentazione preliminare, le storie di Battaglia non smettono mai di essere Storie, potenti come le storie e innocenti come le storie; storie che nascono dalla Storia; storie nere che nascono dalla Storia più nera di tutte, quella della nostra sciagurata Italia.

Non lo so se mai avremo di nuovo un fumetto con il coraggio di questa serie. C’è però qualcosa di cui potete essere sicuri: questo albo è bello (e la trovata finale è forse geniale), e soprattutto significativo: vale a dire che può essere (speriamo che sia) uno di quegli spartiacque tra un prima e un dopo che di tanto in tanto capitano nell’evoluzione di ogni forma espressiva, e che ne determinano l’incessante maturazione.

Comprate Battaglia, dunque, prima che qualcuno vi dica che è sbagliato farlo.