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“Gideon Falls”, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino – All’Ombra del Fienile Nero

Che David Lynch sia una delle maggiori ispirazioni di Jeff Lemire non dovrebbe stupire nessuno. Del resto, in più occasioni l’autore canadese ha espresso la sua vicinanza ai temi e la sua ammirazione per la brillante, lucida follia del regista e sceneggiatore di Missoula, nel Montana. Da sempre, l’autore esprime chiaramente la voglia di raccontare la sua personale visione del mondo, portandola al pubblico tramite il cinema, la televisione, la musica, la fotografia o la pittura.
Per i fan, Lynch è una sorta di figura mistica, un elemento di ispirazione irraggiungibile ed inarrivabile, eppure sempre pronto a donare nuove visioni e modi di interpretare le sue storie.

In questo momento della sua carriera, Lemire si trova molto vicino al “modello Lynch”. Dopo anni di onorata militanza tra Marvel e  DC e una carriera costruita su graphic novel di incredibile successo – con storie che hanno catturato attimi della sua vita, se pensiamo ad Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente Da Perdere Lemire ha saputo trovare una nuova dimensione in Image Comics. Pur mantenendo viva la fiammella del divertissement supereroistico in Dark Horse Comics e il suo Black Hammer, è proprio in Image che Lemire ha saputo accostarsi ancora di più a David Lynch.

Nel 1984, Lynch creò un cult con Dune, il kolossal sci-fi tratto dal romanzo di Frank Herbert, dedicato alla turbolenta guerra del Landsraad; nel 2015, insieme a Dustin Nguyen, Jeff Lemire pubblica Descender, fumetto fantascientifico costruito su un conflitto interplanetario che ha a cuore la sorte delle intelligenze artificiali. Nel 1991, David Lynch e Mark Frost rivoluzionarono la TV statunitense con Twin Peaks, thriller con le tinte paranormali che sconvolse il mondo con la morte di Laura Palmer e l’indagine dell’Agente Dale Cooper nell’omonima cittadina; nel 2018, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino debuttano con Gideon Falls, un horror – thriller che lega le vite di due individui intorno al mistero del Fienile Nero. «Coincidenze?»

PuGideon Falls 2bblicato da Bao Publishing in formato cartonato, il primo arco narrativo di Gideon Falls, Il Fienile Nero, introduce da subito tre elementi fondamentali per la storia. La prima splash page ci presenta Norton, protagonista affetto da gravi disturbi psichici: paranoico, ossessionato e intimorito dal mondo che lo circonda, morbosamente attratto dalla spazzatura di una megalopoli opprimente, alla forsennata ricerca di qualcosa nell’immondizia.

Andrea Sorrentino, invece, si presenta da solo: chi ha letto il suo Freccia Verde o Vecchio Logan conosce le capacità di questo talento nostrano, audace storyteller che gioca con le tavole e padroneggia con destrezza il ritmo della narrazione.

Ogni occasione é buona per sorprendere il lettore ed ecco che la primissima pagina di Gideon Falls – Il Fienile Nero esterna uno dei temi portanti della serie. Norton appare per la prima volta a testa in giù, in piedi su uno sfondo urbano rosso sangue.
La prospettiva del lettore si raddrizza nella vignetta successiva, ma il primo impatto distorce il senso della pagina e costringe a guardare tutto da un punto di vista insolito, “sbagliato”.

Non ci sono POV da assumere che giustificano questa scelta, il lettore non è portato al livello di qualche elemento che osserva il protagonista da qualche strana prospettiva. L’atmosfera disturbante, inquietante e squilibrante di Gideon Falls si fa strada da subito, un manifesto che Lemire e Sorrentino affiggono affinché il lettore possa meglio capire che tipo di storia vogliono raccontare.

Dopo l’accattivante introduzione del povero Norton, gli autori guidano su una strada desolata che porta al centro di Gideon Falls, una città rurale di pochi abitanti che ha recentemente perso il proprio uomo di chiesa. A sostituirlo è Padre Fred, parroco dal passato turbolento che sembra aver rubato il volto a Woody Harrelson. Sarà proprio questo personaggio a fare le veci del lettore nella conoscenza di Gideon Falls, un posto orribilmente silenzioso, abitato da gente di campagna poco avvezza ai nuovi arrivati.

Proprio come Dale Cooper in Twin Peaks, che durante il corso delle indagini scoprirà l’esistenza della terribile ed onirica Loggia Nera, Padre Fred toccherà con mano le stranezze di Gideon Falls, scoprendone i lati più oscuri e venendo a conoscenza del mito sul Fienile Nero, una struttura apparentemente fuori da questo mondo, un fantasma di legno oscuro come la notte, chiodi arrugginiti e incubi da custodire, che da secoli minaccia l’esistenza stessa di Gideon Falls. Contemporaneamente, Norton si trova catturato in una spirale paranoica, circondato da reliquie del Fienile che lo richiamano compulsivamente, costringendolo a scavare tra il pattume dei sacchi di spazzatura e a condividere le sue teorie sul luogo insieme alla sua psicologa.

Il ritmo della storia rallenta, Lemire e Sorrentino si assestano in una introduzione del ‘mondo’ tramite una narrazione che scorre doppio binario. Norton e Padre Fred vivono due realtà diametralmente opposte, tuttavia accomunate dalla onnipresente sensazione che qualcosa di oscuro stia per distruggere bruscamente la “quiete” della trama.

Gli ambienti chiusi, ingrigiti e decadenti della metropoli si alternano alla campagna desolata di Gideon Falls. Non c’è niente di pittoresco nella ruralità che circonda Padre Fred, così come gli abitanti della città non sembrano accorgersi del piattume urbano che fa da sfondo alla malattia mentale di Norton. Dave Stewart, il colorista, ci tiene a non rendere le due ambientazioni troppo distanti, a voler sottolineare come Gideon Falls – Il Fienile Nero non racconti due storie distinte e separate. Gideon Falls 2

A causa di questo tedio visivo, di questa disarmante banalità urbana e contadina sapientemente illustrata su carta, l’apparizione del Fienile Nero shocka il lettore. Il cielo si fa cremisi. La griglia delle vignette utilizzata finora da Sorrentino lascia il posto ad una struttura mastodontica, che riempie la pagina e impone la sua presenza sull’intera storia.

Nei momenti che precedono la visione del Fienile Nero, Lemire e Sorrentino alternano freneticamente i due protagonisti, lontani ma legati indissolubilmente, trascinati con forza nell’orrore che questo luogo – comparso dal nulla – custodisce diabolicamente al suo interno.

Ogni manifestazione del Fienile è indimenticabile, si imprime a sangue nella mente dei protagonisti e del lettore. Segna la narrazione, interrompe bruscamente il racconto e ripartire è ogni volta destabilizzante, come riprendersi dopo un violento shock.

Fortunatamente, lo svolgere della trama non sottrae spazio allo sviluppo e alla voce dei personaggi. Non ci sono manichini sacrificati al netto dell’intreccio: Gideon Falls pullula di figure umane, devastate, irrequiete, contaminate dal mistero del Fienile Nero.
Lemire architetta con intelligenza i dialoghi, le interazioni tra membri del cast: la vera protagonista è la diffidenza, la difficoltà nell’aprirsi all’altro. Sembra che l’influenza negativa soprannaturale del Fienile scorra davvero nelle vene di questi personaggi, abbia un peso sulle loro spalle.

Grande merito del senso di costante disarmonia tra realtà ed incubo, tra tangibile ed inafferrabile, tra Gideon Falls e il Fienile Nero é da attribuire ad Andrea Sorrentino.

L’artista sembra più volte invasato dallo spirito occulto evocato da Lemire. Occasionalmente, il fumetto si apre turpi ed oniriche frenesie allucinogene, dense di simbologia, significati nascosti, presagi del futuro ma anche lente di ingrandimento per i contorcimenti psicologici dei personaggi – ancora, i paragoni con la Loggia Nera di David Lynch sono piú che azzeccati.

La tavola si spezza,  si auto-distrugge per raccogliere i propri pezzi e riassestarsi. Sorrentino non ripete mai lo stesso schema, ogni splash page è costruita in maniera diversa dalla precedente, racchiude nuovi dettagli, nuove formule per raccontare il dettaglio più insignificante e sviscerare i temi della storia. L’equilibrio tra esperimento artistico-narrativo e story-telling tradizionale è incredibile, sotto questo aspetto.

La voglia di scoprire cosa si nasconde dietro le porte del Fienile Nero muove non solo le pulsazioni dei protagonisti, ma sembra coinvolgere anche gli autori, stimola la curiosità del lettore, lo invita a girare pagina, a prendere rischi e spaventarsi.

Gideon Falls – Il Fienile Nero è un volume introduttivo che non scopre tutte le sue carte nel tentativo di catturare l’attenzione ad ogni costo. Piuttosto, Lemire e Sorrentino giocano con le tempistiche del genere thriller e l’adrenalina del genere horror, unendo i personaggi attraverso i silenzi, più che i dialoghi.  Gideon Falls 3
Come i primi 8 episodi di Twin Peaks, non a caso, Lemire offre il preludio al mistero, lo affronta di petto ma non lo comprende, non lo sviscera a pieno. Ne offre un ricco, oscuro preambolo e tuttavia non ha alcuna intenzione di risolverlo in maniera semplicistica o, quantomeno, di dare qualche indizio al lettore ed ai personaggi.
Lemire preferisce immergerli nei loro rimorsi, terribili segreti, fobie e li mette alla prova sotto il peso degli eventi che li schiaccia ed intrappola. Norton e Padre Fred sono protagonisti che rifuggono tale status, oppressi dagli eventi, alla ricerca di un modo di fuggire dal “mostro” che ha imprigionato le loro vite in un incubo perverso.

Una storia che prende il meglio dalla struttura narrativa sempre piú vicina al modello televisivo, adottando ritmi e tempistiche, utilizzo dei cliffhanger e della costruzione dei personaggi, senza dimenticare le libertà, tutte a fumetti, dello psicotico, sfrenato story-telling di Andrea Sorrentino. É una lettura che offre atmosfere difficilmente reperibili altrove. Un fumetto unico nel suo genere, forse l’unico vero horror attualmente in circolazione.

100 anni di Feynman: un elogio a fumetti

L’11 maggio del 1918 nasceva Richard Phillips Feynman.

Cento anni esatti dalla nascita di uno dei più grandi fisici del secolo scorso. E dire che ce ne sono stati tanti: da Einstein a Bohr.

E di molti di questi abbiamo una biografia a fumetti, ancora una volta grazie a Jim Ottaviani che più volte ha trovato posto su queste pagine, anche con una straordinaria intervista.

Questa biografia non è di nuova uscita, ha già avuto più edizioni, ma mi pare indicato parlarne in questi giorni. Perché preferisco sempre ricordare le persone scomparse in occasione della loro nascita. Soprattutto i grandissimi, che meritano di essere ricordati per la loro vita, non per la loro morte.

Ottaviani, come nel suo stile, si documenta moltissimo (alla fine del fumetto c’è una bibliografia quasi completa). Sia dal punto di vista biografico che scientifico. E nonostante la lunghezza dell’opera (oltre 250 pagine densissime) fa delle scelte obbligate, sottolineando tutti gli aspetti belli della vita di Feynman.

Utilizza inoltre per la maggior parte le parole dello scienziato nella sceneggiatura, partendo dalla trascrizione del Discorso al liceo di Far Rockaway.

E così scrive una sceneggiatura spumeggiante, ricca di sfaccettature e battute, quasi irregolare.

Irregolare nei tempi, con salti temporali continui che danno un’idea anche dell’eclettismo di Feynman, che in ogni periodo della sua vita è stato un grande visionario della scienza. E un uomo di grande cultura e di grandi e molteplici passioni.

Irregolare nel modo di mescolare i tanti e affascinanti aspetti scientifici della vita del fisico statunitense. Dall’invenzione dell’elettrodinamica quantistica che lo ha portato al Nobel in comproprietà, ai numerosi interventi divulgativi dal grande impatto sull’opinione pubblica. Basti pensare alla partecipazione alla commissione d’inchiesta sull’incidente dello Shuttle del 1986. Fino ai momenti cruciali della sua formazione, a partire dagli stimoli che ebbe in famiglia fin dalla più tenera età.

Irregolare nel sottolineare l’estro e l’istrionismo, la totale e piena umanità, accanto al genio.

È bravo a inserire pillole di scienza, integrandole perfettamente tra la biografia e la filosofia più o meno spicciola. A far ciò lo aiuta molto la scelta del punto di vista in soggettiva. In ogni vignetta, o compare il protagonista, o sembra di vedere il mondo attraverso i suoi occhi, o si materializzano i suoi pensieri.

Allo stesso modo Leland Myrick evidenzia i medesimi aspetti con un tratto pulito, il suo stile a linea chiara, ma con un che di irregolare. Non cerca l’iperrealismo. Il disegno è semplice, e consente di concentrarsi sulla ricerca delle caratteristiche del personaggio. Non soffoca, ma accompagna, una storia impegnativa ma, alla fine, molto soddisfacente.

Ed è irregolare e parimenti pulito nel continuo movimento della gabbia e nell’uso cinematografico delle inquadrature. E nell’alternarsi dei registri cromatici, che, mantenendo coerentemente uno stile molto soft e pastello, sottolineano i continui cambi di scena.

Anche lui integra in modo molto efficace i disegni a sfondo scientifico nel racconto grafico, evidenziando anche un grande lavoro di informazione scientifica, anche attraverso il supporto di Ottaviani, che ha un forte background nel campo.

Così, ancora una volta, il fumetto si dimostra un linguaggio efficacissimo per raccontare la scienza, e non solo le storie degli scienziati. Perché anche le formule possono essere disegnate e integrarsi nell’opera. Perché con il disegno si perde quell’alone noioso che circonda la cultura in generale, e quella scientifica in particolare. Soprattutto nel nostro paese.

Se poi il fumetto è anche scritto e disegnato ottimamente, diventa un efficace trampolino di lancio per approfondire.

Ci permettiamo infine di citare la digressione scientifica sulla stessa opera pubblicata su Lo Spazio Bianco da Gianluigi Filippelli, anche lui fisico, come il sottoscritto. Anche lui, come il sottoscritto, affascinato da Feynman. Ed è riuscito a fare un riassunto efficace del percorso scientifico di Feynman e di come Ottaviani e Myrick lo hanno reso nell’opera.

Feynman
di Jim Ottaviani e Leland Myrick

BAO Publishing, 2012
266 pagg., cartonato, colore, € 19

I grandi della scienza a fumetti 1, 2017
266 pagg., brossurato, colore, € 9.90

Kids With Guns – Magia, Pistole e Dinosauri

Kids With Guns, Capitan ArtiglioJulien Cittadino, in arte Capitan Artiglio, nasce nel 1993 proprio come il sottoscritto.
Intorno al 1993, andando un po’ avanti con il tempo, Jurassic Park divorò i box-office, due videogame cult come Doom e Secret Of Mana cambiarono una generazione di videogiocatori, I Simpson erano sulla cresta dell’onda e le Tartarughe Ninja andavano a trazione anteriore, mentre venivano sfornati altri cartoni dalla qualità altalenante come Biker Mice From Mars e gli Street Sharks; la giappo-invasione si preparava a sbarcare nel Bel Paese, a soli due anni di distanza dalla pubblicazione di Dragon Ball in Italia e con Mediaset che preparava il campo alla messa in onda di tutta la serie Dragon Ball Z.
Si può dire, dunque, che capisco il contesto mediatico che traspare dalle pagine di Kids With Guns, opera prima di Capitan Artiglio, pubblicato da Bao Publishing.

La generazione degli inizi degli anni ‘90 è molto strana; ufficialmente, si può parlare di loro come millennials, che corrono sulla scia underground e ribelle della generazione X e si affacciano alla generazione Y dei social media e dello sharing ossessivo-compulsivo.
Capire le sfumature di nostalgia, influenze mediatiche di un cinema che scopriva la potenza dei computer, videogiochi che esplodevano in popolarità e proprietà intellettuali che hanno formato la nostra persona è complicato, ma non impossibile.

L’esperimento di proporre un fantasy western è davvero audace, specialmente considerando che si tratta solo del primo volume di una trilogia, un’opera dunque che si prospetta ben più ampia di come si presenta nelle fitte 205 pagine del fumetto.

Kids With Guns comincia proprio come un western dovrebbe, mettendo bene in chiaro che i protagonisti sono ben altro che brave persone; figli del leggendario Bill ‘La Morte’ Doolin, Duke, Dan e Dave Doolin sono tre banditi che si ritrovano in un misero bar dopo un colpo andato a male, con grosse taglie sulla testa… e una bambina muta al fianco di Dave, senza nome e dai grandi occhi verdi.

Sebbene i dialoghi non siano sempre perfetti e spesso cascano in cliché forse eccessivamente datati anche per un western, l’inizio della storia racconta la base necessaria dal quale partiranno poi i fili narrativi del primo volume, specialmente dopo aver introdotto i Teschi di Moloch, artefatti occulti e oscuri che permettono al possessore di risvegliare poteri sopiti.Kids With Guns, Capitan Artiglio

Si può già notare come Kids With Guns non sia un fumetto col freno a mano tirato, ama mischiare elementi diversi e combinarli in un unico mondo.
Le gigantesche città, costruite in grossi blocchi, con case ammassate l’una sull’altra, ricordano i paesaggi urbani del manga e di Hayao Miyazaki viste con lo sguardo iper-dettagliato di Geoff Darrow; i protagonisti nascondono anch’essi lo spirito orientale con tocchi più occidentali, che ricordano autori come Brandon Graham e Ulisses Farinas.
Il character design di molti personaggi principali, antagonisti compresi, racchiude le già citate influenze cartoonesche da entrambi i lati del globo culturale, mostrando armature da road warriors á la Mad Max, animali antropomorfi in giacca di pelle, violenti bracci della legge usciti fuori da un episodio di He-Man.
DKids With Guns, Capitan Artiglioa non dimenticare, ovviamente, i dinosauri, vero punto di forza dell’arte di Capitan Artiglio; potenti, fumettosi, letali, veloci, coloratissimi e sempre particolari.

Posta in questo modo, l’atmosfera di Kids With Guns sembra un grosso minestrone che cita, omaggia e tributa un’infanzia nostalgica di giocattoli e cartoon.
Ma, graficamente, il mondo della storia risulta coeso e credibile: una volta lasciata andare la mente, questo universo partorito dalla fantasia dell’autore risulta sorprendentemente coerente con la storia che Capitan Artiglio cerca di raccontare.

Porre delle solide radici per un mondo così vasto risulta più facile da illustrare graficamente piuttosto che descriverlo narrativamente.
Se, come detto, il fumetto è un bel fumetto da osservare svilupparsi sulle pagine, è un po’ più difficile star dietro con i dialoghi, specialmente quelli tra i Fratelli Doolin, a mio avviso uno dei punti deboli della serie.
Il tempo trascorso con loro non li rende interessanti a sufficienza da rimanere investiti nella loro trama personale, una poco avvincente corsa al recupero di un bottino perduto che si dimostra essere piú una vetrina per mettere in mostra i poteri soprannaturali dei quali entreranno in possesso.

Fortunatamente, i Doolin sono protagonisti secondari, dato che, superato il primo centinaio di pagine, è la Bambina a diventare assoluta protagonista, permettendo all’autore di scatenarsi e lasciarsi andare alle influenze shonen manga che pulsano nelle vene di questo personaggio.

L’aspetto piú affascinante del fumetto è senza dubbio osservare l’evoluzione di questa piccoletta con la cresta, creta da modellare in un mondo in cui sopravvive chi spara per primo e chi ha il carattere adatto per sopravvivere; a lei il compito di prendere in mano l’action  del finale del volume, con scontri a cavallo di giganteschi sauri scarlatti, battaglie contro criminali minorenni dalla personalità infuocata e il sogno di diventare una vera e propria rockstar.

Il “To be continued…” che chiude questo primo exploit di Capitan Artiglio promette tanto: c’è la sensazione di trovarsi di fronte a una storia che sa benissimo di cosa e di chi vuole raccontare ma è ancora ingabbiata da schemi, cliché e tropes dei generi che ha scelto come veicolo della storia.
Se il western sta stretto e rallenta il racconto, il fantasy e lo shonen, il battle manga, meglio si adattano ai punti forti del fumetto; a fronte di un world-building non eccellente e dialoghi che hanno un necessario bisogno di limatura, Kids With Guns di Capitan Artiglio ha tempo e spazio per svilupparsi al meglio delle sue potenzialità.

Il suono del mondo a memoria – Uno, due, tre, quattro

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Uno

Giacomo Bevilacqua per me è il miglior fumettista tra le “nuove leve” (ma anche alcune vecchie) che abbiamo in circolazione al momento. Non si possono usare altri giri di parole, altre espressioni. Quello che viene spontaneo dopo avere letto alcuni dei suoi lavori è niente altro che questa lapidaria sentenza. E Giacomo è un fumettista nel senso più puro della parola (non me ne vogliano gli altri nobilissimi appartenenti alla categoria), perché si scrive le storie e se le disegna, addirittura nella sua ultima fatica se le colora, anche se questo lo ha costretto a “rimettersi a studiare”, come lui stesso ammette.

In tutti i suoi lavori (e ne parlerò ancora su Dimensione Fumetto) è possibile trovare una profondità che è difficile riscontrare in altri autori. Ogni suo volume richiede almeno due letture, per poterne apprendere appieno il significato, per poterselo gustare e goderne pienamente. Bisogna sedersi, perdere due/tre ore del proprio tempo, e immergersi nella lettura di quello che scrive, per non perdere il flusso della storia, per non perdere la visione di tutto ciò che viene raccontato. Come quando si ascoltano i vecchi vinili, non ci si può alzare dalla poltrona fino a che la puntina non sta gracchiando sul solco, oramai vuoto, del disco.

Due

suono1Il suono del mondo a memoria, edito da Bao Publishing, è l’ ultima fatica dell’autore romano; 192 pagine che ti prendono e non ti lasciano più andare, che ti rapiscono nella loro narrazione, nella loro descrizione e che a ogni rilettura diventano sempre più belle da vedere.

La storia, rigorosamente spoiler-free, è quella di Sam, giornalista mandato a New York per scrivere un articolo. Il problema è che l’articolo deve trattare come sia vivere per due mesi a New York senza parlare con nessuno. Un’impresa apparentemente semplice, che Sam sa di poter portare a termine. Ma ovviamente non tutto va come ci si aspetta. E con le cose non previste Sam potrebbe scriverci un libro. Da questo punto in poi è impossibile dare qualche informazione in più sulla trama senza rovinare l’esperienza di poterla leggere.

Il protagonista però non è solo, è costantemente accompagnato da un silenzioso e onnipresente comprimario: New York.

Mai in altri fumetti (salvo forse Sin City di Miller) la città ha avuto un ruolo così importante nella narrazione degli eventi; ogni elemento di questa metropoli sembra avere vita propria: i suoi cittadini, i suoi paesaggi, le sue peculiarità. Spesso è lo stesso Sam che ci lascia qualche nota, come se fosse a fondo pagina, su quello che sta osservando, sul suo punto di vista della città; in altri casi ci sono semplicemente delle immagini stupende, che ti colpiscono all’improvviso, proprio nei momenti in cui ci si estrania dall’ambiente attorno alla storia. Ora, io non sono mai stato a New York, ma nel vedere i disegni di Giacomo mi sono sentito davvero dentro la città, e adesso sento una necessità estrema di andarci.

Tre

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Questa non è la prima opera da solista di Bevilacqua, già con A Panda piace l’avventura o l’ottimo Metamorphosis, il fumettista romano aveva scritto e disegnato delle storie a tutto tondo, senza l’ausilio di sceneggiatori esterni, dimostrando quanto la sua maturità artistica fosse cresciuta rispetto ai tempi dell’editoriale Eura, per cui aveva illustrato un numero della terza stagione di John Doe.

Con questa opera decide di superarsi ulteriormente, aggiungendo la fase di colorazione del fumetto, a cui si avvicinava da “inesperto”, e con la quale ha decisamente raggiunto degli ottimi risultati. In particolare nelle scene in cui si vede New York nella sua interezza, nei suoi momenti quotidiani, c’è una riproduzione dei colori e delle luci quasi maniacale. Anzi, mi correggo. C’è una riproduzione dei colori e delle luci che dimostra il massimo amore dell’autore per questa città. Bevilacqua pochi mesi fa, relativamente a una puntata di Fumettology di Rai2 , dichiarava su Facebook : «Ho fatto vedere il processo di colorazione di una tavola. Alla 200esima finestra che coloravo credo che l’operatore volesse spararsi in bocca». A questo punto non fatico a crederlo, data l’attenzione posta nel colorare ogni singola tavola.

Il colore viene usato non solo per dare vita alle scene cittadine, ma anche per dare un ritmo specifico alla lettura e per mettere in evidenza le parti salienti della storia. Non mancano infatti dei momenti in cui i colori o sono poco presenti o si predilige il semplice bianco e nero; questi momenti sono spesso caratterizzati da un utilizzo della gabbia non convenzionale, anche con un’unica vignetta che va ad occupare un’intera pagina bianca. In questi frangenti il lettore è spinto a fermarsi e ad esaminare quell’unico elemento, esattamente come accade a Sam, che nello stesso istante osserva, si stupisce e vive qualcosa di irripetibile.

Una messa in scena funzionale alla storia, ma anche alla lettura, con vignette che non hanno un netto segno di separazione con il bianco della pagina; semplicemente si interrompono, e noi siamo costretti a seguirne il flusso o nella vignetta o nella pagina successiva.

Il tratto di Giacomo è molto pulito e va fatto un plauso all’espressività che viene data ai singoli personaggi, secondo me sempre molto realistica e mai caricaturale.

Quattro

La storia di Sam non è quella che ci si potrebbe aspettare. Io ne sono rimasto rapito e, proprio quando pensavo di aver capito tutto, spiazzato. In alcuni momenti mi sono quasi commosso, in altri ho riso di gusto. Fidatevi quando vi dico che non è facile riuscire a veicolare tutte queste sensazioni tramite una “semplice” storia a fumetti. Anche qui è impossibile aggiungere dettagli senza trattarne in parte lo svolgimento, quindi preferisco fermarmi e lasciare a voi la scoperta.suono3

Io, appena conclusa la prima lettura, ho chiuso il volume e mi sono fermato un secondo a riflettere su ciò che avevo appena visto, come se avessi appena finito di degustare un ottimo vino. Poi ho riaperto il volume, sono tornato alla prima pagina, e ho riletto tutto una seconda volta. Ci sono davvero tanti livelli su cui soffermarsi per comprendere a 360 gradi l’ultima fatica di Giacomo, e sarebbe davvero un peccato perdersene alcuni a causa di una lettura superficiale o frettolosa.

Come ho già scritto sopra, è evidente l’amore spassionato di Bevilacqua per la città di New York; un amore che non è quello del semplice turista, ma quello di una persona che ci ha vissuto per un tempo significativo, al punto di coglierne le tante sfaccettature. Si nota un che di autobiografico nella narrazione, che ti fa capire quanto possa essere importante questo libro per il suo autore, quanto egli stesso si sia messo in gioco, e questo non può che aumentarne il valore intrinseco.

P.S. Il fumetto, se comprato da Feltrinelli, è disponibile anche in una variant edition, con la copertina che potete ammirare qui al lato.