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Crescere con un Carnotauro – Kids With Guns 2: Tribe di Capitan Artiglio

Cantava Caparezza «il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un artista». Se il discorso musicale intavolato dal capelluto rapper pugliese si potesse applicare anche al fumetto, Kids With Guns 2: Tribe di Capitan Artiglio, pubblicato ancora da Bao Publishing, in tale ottica diventa l’opera più importante per il giovane autore torinese.

L’ultima pagina del primo volume di Kids With Guns consegnò ai lettori un mondo appena scoperto, fatto di giganteschi dinosauri, ampi orizzonti orientaleggianti, cowboy e banditi pronti a darsi battaglia per affermarsi come peggior feccia che si possa incontrare.

I Fratelli Dave, Dan e Duke Doolin hanno affrontato il loro momento più buio subito dopo essere entrati in contatto con i misteriosi Teschi di Moloch, doni arcani ereditati dal padre, il temibile Bill “La Morte” Doolin.

Con tre obiettivi separati, le vite dei fratelli si sono complicate sempre di più, coperti dalla ingombrante ombra del padre – spesso con tragici risultati.

L’ambientazione costruita da Capitan Artiglio ha saputo ben custodire la storia della Bambina Senza Nome, una ragazzina di poche parole accompagnata da un feroce Carnotauro, protagonista in grado di mettere sottosopra l’intero status quo della terra selvaggia che la circonda.
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L’escalation di eventi contenuta nel primo atto di Kids With Guns cadeva spesso vittima di una sindrome naturale, insita a tutte le opere prime – nella costruzione di un credibile e accattivante personaggio principale e del relativo contesto narrativo, Capitan Artiglio aveva sacrificato limature e dettagli riservati ai personaggi di contorno.

In sede di analisi, il primo Kids With Guns risultava particolarmente interessante per la creatività dell’ambientazione, la natura puramente shonen manga della Bambina Senza Nome – frenato tuttavia da una generale mancanza di mordente per quel che riguardava i personaggi secondari. Il volume uno raccontava di un mondo bello e intrigante da vedere, ma ancora troppo acerbo.

Il secondo volume di Kids With Guns, Tribe, corregge il tiro e dimostra una discreta crescita autoriale per Capitan Artiglio che, libero dal fardello di dover “presentare” lo scenario, può concedere più spazio ai personaggi che lo vivono.

Contrariamente a quanto la sua popolarità possa suggerire, la Bambina Senza Nome appare solamente dopo il primo capitolo, interamente dedicato ai Fratelli Doolin – e al loro nuovo ruolo in questo secondo volume. Il ritorno di Dan, Dave e Duke riflette nuova luce sull’intera linea narrativa legata ai tre fuorilegge: l’introduzione vera e propria di Bill “La Morte” Doolin permette a Kids With Guns di poter giocare con un nuovo antagonista, accerchiato dai suoi tremendi scagnozzi. “La Morte” e il Mucchio Selvaggio introducono nuove dinamiche nella storia di Capitan Artiglio, in grado di fare chiarezza sugli allineamenti morali dei personaggi secondari e sulle meccaniche di pura trama in movimento sullo sfondo.

Le rivelazioni dietro i Teschi di Moloch e i relativi poteri, insieme al colorito cast di comprimari e nemici che qui Artiglio mette in risalto, elevano la didascalica sottotrama dei Fratelli Doolin del primo libro a un binario narrativo decisamente più interessante e tridimensionale.

Artisticamente, l’autore tende a differenziare questo filone di trama con tavole aggressive, ricche di primi piani “a muso duro”, alternati a splash page colossali, più congeniali al suo stile – chiaramente debitrici delle influenze più occidentali, figlie di artisti come James Stokoe e Geoff Darrow.

Strutturalmente solida, la griglia delle tavole di Capitan Artiglio inquadra bene il caos dell’azione dirompente ed esplosiva, sebbene resti qualche errore marginale in “sede di regia”. L’occhio segue comunque l’action in maniera fluida e divertente, con alcuni momenti degni di essere propriamente animati.
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Il ritorno in scena della Bambina Senza Nome inaugura, come citato in precedenza, una linea narrativa parallela piuttosto interessante. Come nel caso del primo Kids With Guns, ci troviamo di fronte al cuore dell’opera e alla sua componente meglio realizzata.

Capitan Artiglio introduce da subito una novità nella sua storia e, per un personaggio che ha vissuto gran parte del primo volume “in solitaria”, il suo inserimento in un gruppo di amiche e coetanee risulta immediatamente fresco: inquadrato il personaggio nel primo volume, Capitan Artiglio preferisce in questa occasione scuoterlo e renderlo più malleabile. La Bambina Senza Nome, da protagonista solitaria badass dalle tinte shonen si immerge ancora di più in alcuni temi tradizionali di questa categoria come la scoperta del valore dell’amicizia, della fiducia nel prossimo. Keoma, Ponygirl Curtis e Pixote saranno la ventata d’aria fresca che “umanizzerà” la pistolera invincibile e il suo temibile Carnotauro. La nuova ambientazione di Palanka City, così come le sue colorite gang di criminali, offrono all’autore la possibilità di sperimentare e di divertirsi con le quattro enfants terriblès di Kids With Guns: Tribe.

Il blocco centrale di questo secondo volume accompagna il lettore attraverso casinò, alberghi, bettole e ristoranti della città e vede Artiglio sperimentare, quasi sfidando se stesso, giocando tra esterno e interno degli edifici, disegnando vignette e sequenze visivamente più audaci. Senza alcun balloon di dialogo, Capitan Artiglio costruisce dal nulla un nuovo palcoscenico in un mix di easter eggs ad Akira Toriyama, interessanti scelte architetturali e strutture narrative e layout di pagine completamente nuovi per l’autore.

Il fil rouge di Kids With Guns: Tribe, come suggerisce il titolo, sta nel concetto stesso di “tribù”, di appartenenza e soprattutto di famiglia. Come rivelato dallo stesso autore nell’intervista rilasciata al nostro sito, le persone che entrano ed escono dalle nostre vite ci formano, ci guidano, ci lasciano qualcosa di loro e noi diamo in cambio altrettanto. Tribe parla di famiglie e di amicizie, siano esse il Mucchio Selvaggio, la famiglia Doolin o le nuove amiche della Bambina Senza Nome. Problematiche, tranquille, animate o silenziose, le “famiglie” di Kids With Guns: Tribe riempiono le pagine e l’escalation degli eventi di trama metterà sempre più in risalto quanto i legami che uniscono i personaggi siano importanti e, talvolta, pericolosi. Senza entrare nel dettaglio, gli ultimi capitoli di questo secondo volume prendono svolte drammatiche e, seppur prevedibile, il colpo di scena più pesante della storia finora colpisce duramente, lasciando al lettore il compito di farsi strada attraverso le macerie in vista del terzo e conclusivo volume.
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L’opera soffre ancora di qualche difetto consistente, ereditato dal primo arco narrativo: alcuni dialoghi si perdono in troppa esposizione, altri ancora sembrano non avere un tono adatto alla situazione. La “voce” che racconta la storia protagonisti ha bisogno di rodaggio, tuttavia si dimostra azzeccata e precisa, divertente quando ha a che fare con i personaggi più giovani del volume.

Capitan Artiglio brilla quando ha la possibilità di liberarsi e sperimentare, allontanandosi dal ruolo di narratore “parlante” e lasciando pieno campo alla tavola, alle sue sequenze action e al design accattivante del folle mondo da lui creato.

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non rappresenta la coronazione di Capitan Artiglio, né tanto meno l’opera che ne segna la sua definitiva maturazione – e aspettarsi tali risultati da un autore soltanto alla sua seconda graphic novel sarebbe folle. Tuttavia, Kids With Guns: Tribe mostra discreti e incoraggianti passi in avanti per Capitan Artiglio, più conscio di sé, soprattutto del potenziale narrativo che la sua storia nasconde, con una visione precisa sul come questo grand finale verrà messo in scena.

Il terzo volume della serie concluderà il percorso della Bambina Senza Nome e dei Fratelli Doolin in quello che si prospetta senz’altro uno dei titoli più interessanti e da tenere d’occhio del 2020.

Kids With Guns – Tribe, l’intervista e il ritorno di Capitan Artiglio

Kids With Guns 1Un saluto a Capitan Artiglio! Grazie per esserti fermato qui con Dimensionefumetto.it in questa splendida cornice del Napoli Comicon, per scambiare due parole sulla tua nuova opera, Kids With Guns 2 – Tribe.

So che questa è la tua seconda esperienza alla fiera partenopea: sei già stato ospite di COMICON grazie a Bao Publishing nel 2018, in occasione dell’uscita del primo Kids With Guns. 365 giorni dopo sei di nuovo qui a Napoli, sei ancora ospite Bao Publishing e ti chiedo dunque quali siano le tue impressioni sulla fiera, la città, il tuo rapporto con il pubblico.

Ciao Fabrizio! Napoli è bellissima, si mangia benissimo ed essere al COMICON è esaltante, stancante ma sempre soddisfacente e soprattutto molto, molto divertente.

Sono contento della risposta del pubblico: vedo molte persone acquistare il secondo volume, tanta gente che vuole scambiare qualche chiacchiera durante la sessione di firme, fanno la fila allo stand Bao per parlare insieme a me di Kids With Guns. Alcuni addirittura ricordavo di averli visti alla fiera precedente! È elettrizzante, vuol dire che il primo volume è piaciuto tanto e sono fiero di questo risultato.

Voglio entrare subito nel vivo della nostra intervista e farti qualche domanda su Tribe, secondo capitolo della trilogia Kids With Guns. Il primo volume si era concluso con il peggior momento nella vita dei Fratelli Doolin, che diventano propriamente protagonisti in Tribe. C’è molta più attenzione dedicata a loro padre, Bill “la Morte” Doolin, e al gruppo di fuorilegge al suo seguito, il Mucchio Selvaggio – senza dimenticare il mistero dei potenti ed occulti Teschi di Moloch.
Cosa puoi anticipare ai lettori riguardo il percorso dei Doolin in Kids With Guns – Tribe?

I Doolin hanno molto più spazio in Tribe e saranno al centro di importanti risvolti di trama.

Non voglio spoilerare troppo, ma ciascuno dei tre fratelli prenderà una direzione propria, che porterà la famiglia a separarsi. Hanno i loro obiettivi individuali, sono persone molto diverse e la storia li sta spingendo gli uni lontano dagli altri. Poi, come hai accennato, il potere distruttivo dei Teschi di Moloch sarà un elemento fondamentale di questo secondo volume, ne scopriremo le origini, capiremo il loro ruolo nel mondo di Kids With Guns – ma soprattutto, il lettore potrà rendersi conto di quanto siano pericolosi e particolari. Sono quel pizzico di soprannaturale che rende l’azione in Kids With Guns divertentissima da disegnare…

Un’altra parte importante di Tribe è riservata al Mucchio Selvaggio, una gang di predoni e fuorilegge con poteri assurdi e letali, “figli” di Bill Doolin che il lettore ha già sentito nominare nel primo volume, a seguito dell’introduzione del Reverendo e del Cherubino. Sono rimasto parecchio soddisfatto del lavoro sul Cherubino, è un personaggio che ha affascinato molti lettori già dal debutto e mi sento libero di poter rivelare che compirà un’ evoluzione importante.

KWGInsieme a questo gruppo di adulti scellerati e impegnati nelle loro dispute, c’è la Bambina Senza Nome, la protagonista silenziosa della tua trilogia e vero “cuore” della storia. Proprio dopo la grande battaglia shonen con il Cherubino, la ritroviamo in Kids With Guns – Tribe con un nuovo status quo, nel ruolo di leggendario bandito. Ma la sorpresa più grande, per me, è stata l’introduzione di una nuova dinamica nella storia: un gruppo di amiche nella vita travagliata di una bambina fuori dal comune.
Che ruolo ha questa “gang” di ragazzine per la Bambina Senza Nome?

Per me era fondamentale che la Bambina potesse entrare in contatto con ragazze della sua stessa età, che potesse toccare con mano una vita diversa dalla sua. Un tipo di rapporto nuovo per lei, che potesse riflettere nuova luce sul suo percorso di crescita.
Avere sempre a fianco un gigantesco Carnotauro ti segna un po’, come persona! [ride, nda] Ma proprio a causa di questo suo “essere anomala” era importante per me trovare qualcosa di “normale” con cui farla confrontare. In Tribe la Bambina Senza Nome affronterà molto di più la sua emotività, scoprirà un nuovo lato di sé e quanto è disposta a combattere per proteggere chi ama. Scoprirà di avere una famiglia e, al tempo stesso, dovrà mantenere fede alla sua fama da “invincibile fuorilegge” che si è creata.

Mi fa piacere che tu abbia parlato di “famiglia”, perché se è vero che il primo Kids With Guns era improntato alla costruzione del mondo e al setup della storia, in Tribe ho notato una maggior concentrazione proprio sul tema della famiglia, acquisita o meno, costruita da sé o naturale che sia. Dato che entrambi i volumi sono dedicati alla tua famiglia, suppongo sia un perno fondamentale della tua narrativa. Cosa ti va di rivelarci a riguardo?

Mi affascina raccontare questo aspetto in particolare della vita di ognuno di noi: l’individuo e chi gli sta intorno, i diversi cerchi che ci abbracciano e ci circondano. Analizzare i rapporti tra le persone è una mia fissazione, che cerco di inserire nella mia narrazione.

Io ho un buon rapporto con la mia famiglia ma so contemporaneamente di aver creato un’altra cerchia di conoscenze, di amici ai quali voglio bene. È un po’ il discorso del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, fino alla piena maturità: la famiglia si trasforma, assume un nuovo ruolo, magari si arriva a rinnegarla per poi tornarci – allo stesso modo funziona con le amicizie.
In ogni caso, questo intreccio di relazioni ci forma e la famiglia ha sempre un ruolo fondamentale, secondo me.

Ecco un aspetto di Kids With Guns che mi attira particolarmente: anche se la tua opera appare molto eccentrica, con elementi western, architetture orientali e dinosauri fantasy che interagiscono nello stesso contesto, Kids With Guns rivela in realtà una natura alquanto introspettiva e intimista, che sostanzialmente affonda le sue radici nel percorso di crescita di una bambina.

Questo era il mio preciso obiettivo, raccontare il percorso di formazione di una ragazzina così come degli altri protagonisti intorno a lei. Non è facile trovare il proprio posto in un mondo talmente caotico: fra action, splatter e poteri soprannaturali il mio scopo era raccontare il viaggio di persone insicure.

Il nuovo volume Tribe è ricco di extra che rivelano le tue origini come artista. Mi piacerebbe approfondire il discorso legato alla nascita di Kids With Guns – che, come accennavo prima, vive di una natura “giocattolosa”. Le storie di questo mondo sembrano quelle di un bambino dalla fervida immaginazione, immerso in un gigantesco playset nel quale poter inserire tutto ciò più gli piace.

A me piace creare “come farebbe un bambino”, non ci vedo assolutamente nulla di male nel dirlo. Ho voluto catturare l’energia creativa che tutti noi, quando eravamo piccoli, sfruttavamo per inventare storie assurde e ho scoperto in questa forma di narrazione e di disegno il mio habitat naturale. La fantasia va al primo posto e mi permette grande libertà con lo storytelling.
In secondo luogo, credo sia impossibile non notare alcune strizzate d’occhio ad un certo tipo di cultura pop. In Kids With Guns ci sono tante citazioni legate alla mia infanzia ed ai cartoni anni ‘90, con il quale siamo cresciuti un po’ tutti. Aver creato un collegamento tra l’infanzia del lettore e il mondo di Kids With Guns consente una connessione emotiva più facile, più curiosa e più empatica, a mio avviso.

Parlando di disegno – noti un’evoluzione nel tuo stile lavorando a Kids With Guns? Cosa è cambiato dal primo al secondo volume dell’opera, quanto è maturato Capitan Artiglio?

Lo stile è in continua evoluzione, direi! [ride, nda] Proprio di recente ho notato come le prime venti pagine di Tribe siano completamente diverse dal modo di scrivere e disegnare che ho adottato nel primo volume. Il processo di studio è assiduo: confrontarmi con altri artisti e colleghi del settore si sta rivelando fondamentale per il processo di crescita come narratore vero e proprio.
Ho tanta strada da fare ma, passo dopo passo, spero di migliorare ancora.

Tiriamo le somme di questa piacevole discussione: con Kids With Guns – Tribe chiudi il secondo capitolo della trilogia ed il finale della saga è ormai alle porte. Se potessi dare solo una anticipazione ai lettori, quale sarebbe?

Tanta, tanta azione e tanto, tanto caos. La conclusione di Kids With Guns riunirà tutti i personaggi – sarà un momento imperdibile, che non vedo l’ora di poter raccontare.

Il professor Astro Gatto esplora il corpo umano

Dominic Walliman è un fisico inglese che, dopo un dottorato sulla fisica dei computer quantistici nel 2010, si è dato a spiegare la scienza per tutti.

Così è diventato uno youtuber. E dal 2011 scrive libri illustrati per ragazzi.

Con l’aiuto dell’illustratore Ben Newman ha dato vita al Professor Astro Gatto, che si è dato all’esplorazione dei posti più interessanti, dallo spazio, all’atomo, al corpo umano.

I libri pubblicati in inglese dalla Flying Eye Books sono tre, insieme ad altrettanti activity books, una app, un account di Twitter.

In Italia, Bao Publishing li ha tradotti:

  • Professor Astro Gatto e le frontiere dello spazio (2014, ora alla prima ristampa)
  • L’avventura atomica del Professor Astro Gatto (2016)
  • L’odissea nel corpo umano del Professor Astro Gatto (2018)

Non si tratta esattamente di fumetti, ma di veri e propri atlanti illustrati dedicati ad argomenti scientifici. Ma hanno la struttura di una storia. Storia che viene raccontata dal nostro Professore, dedicando solitamente due pagine a ciascun aspetto dell’argomento trattato. Due pagine che raccolgono in modo molto gustoso le immagini e i testi che riguardano ciascuna parte.

I volumi sono in grande formato (29×29 cm), adatti ai bambini di tutte le età, perché mescolano la correttezza e la chiarezza delle spiegazioni grafiche con testi scientificamente corretti e leggibili a vari livelli.

Nei libri compaiono dei personaggi fissi, oltre al Professor Astro Gatto e l’Astro Topo, insieme fin dall’esordio spaziale. Sono quasi tutti animali antropomorfi che accompagnano il Professore nelle sue spiegazioni.

Nell’ultimo volume, Astro Gatto e Astro Topo formano un vero e proprio equipaggio di ricerca con la gatta Felicity (già intravista in precedenza), il coniglio Martha, la gattina Evie e la rana Gilbert.

In effetti il nostro Professore non vuole la ribalta tutta per sé, ma condivide l’impegno divulgativo con gli altri personaggi del libro. In particolare, in questo ultimo caso, i personaggi sono anche ben delineati, graficamente, ma anche con un minimo di caratterizzazione.

Questo mi ha fatto pensare ai personaggi storici di Richard Scarry, che aiutavano i bambini di circa mezzo secolo fa a conoscere la realtà in modo divertente. Soprattutto affezionandosi ai personaggi e sfruttando la loro caratterizzazione.

Ovviamente il contesto storico e culturale è completamente diverso. Anche gli argomenti trattati, ma ci sono secondo me punti di contatto tra le due opere, non ultima proprio l’interessante attenzione dedicata ai personaggi della storia, che non sono mai banali, anche se hanno solo una battuta.

Le illustrazioni sono semplici ma estremamente efficaci. I personaggi vengono tratteggiati con pochi poligoni, senza ombre o grandi dettagli, ma con una bella dinamicità

In questo ultimo volume il corpo che viene usato come itinerario del viaggio è proprio quello di Dominic Wallman, che si fa ritrarre dal suo illustratore.

Scientificamente il libro è ricchissimo di informazioni, consentendo ai più piccoli (o ai più pigri) di fermarsi a guardare le illustrazioni, ai più curiosi di leggere i testi che sono precisi e scritti con un linguaggio tecnico, ma non incomprensibile.

Nel caso del corpo umano, nomenclatura, anatomia, fisiologia di ciascun organo, arricchiti e spiegati in modo semplice e divertente nei dialoghi tra i personaggi.

Per rendere il lavoro ancora più coinvolgente e diretto, si toccano argomenti che possono interessare direttamente il lettore, al di là della curiosità scientifica. Anche un taglio di tipo interattivo: nel volume dedicato al corpo umano dall’alimentazione ai comportamenti per rimanere in buona salute.

E alla conclusione del volume si dà uno sguardo al futuro della scienza, negli argomenti finora divulgati. E una pagina di fattoidi, non intesi nella accezione data oggi alla parola, come traslitterazione italiana della parola inglese factoid, ma una sorta di piccolo elenco di curiosità.

Così non si tratta di another science illustrated book, ma di un lavoro che merita i diversi livelli di lettura visti sopra.

Le illustrazioni sono adatte e comprensibili anche per i bambini dagli 8 anni, come indica anche la BAO Publishing nella sua catalogazione con il parametro BaBAO. I testi sono a pannaggio anche di adulti, non certo per approfondire gli argomenti scientifici, ma da una parte possono dare soddisfazione nel leggerli con i propri figli o studenti, dall’altra hanno un linguaggio preciso e con termini che stimolano ad ulteriori letture.

Qui una intervista in inglese ai due autori dei libri dal sito dell’illustratore scozzese Greg McIndoe.


Dominic Walliman, Ben Newman (traduzione di Leonardo Favia)
L’odissea nel corpo umano del Professor Astro Gatto

BAO Publishing, Collana BaBAO, 4 ottobre 2018
64 pagine, colore, rilegato, € 20,00
ISBN: 9788832731323

“Death or Glory”, Rick Remender & Bengal – Motori! Dramma! Azione!

Death or Glory modQuando si pensa a qualcosa di “puramente Americano”, è solito fermarsi all’immagine di una strada desolata nel mezzo del deserto. Il sole cocente che picchia incessantemente, le stazioni di servizio, i classici diner. Un gigantesco truck in viaggio verso chissà quale destinazione. Nel corso degli anni, la cultura Statunitense ha saputo costruire un vero e proprio mito attorno alla highway, al culto del motore rombante, della vita solitaria a bordo di bestie metalliche. Una glorificazione della vastità del suolo a stelle strisce e della libertà, ma anche aggiornamento e rinarrazione del mito western. Grazie ad Image Comics e Bao Publishing, la vita sull’autostrada trova nuova linfa vitale con Death Or Glory, serie scritta da Rick Remender e disegnata dalla superstar francese Bengal.

É proprio l’incontro di stili, la fusione franco-americana a catturare l’occhio alla prima manciata di pagine dell’albo. Autore completo del fantasy Luminae e più volte collaboratore di Jean David-Morvan in Francia, Bengal ha saputo creare un curriculum piuttosto ricco di figure femminili aggraziate, bellissime e letali, fortissime, metabolizzando le lezioni e la sintassi del fumetto d’Oltralpe insieme alle forti influenze orientali, una sensibilità manga che si mostra nella sua versatilità nel design dei personaggi e nella loro “recitazione” sulla pagina.

Non a caso, Rick Remender opta per una protagonista femminile che favorisca i punti di forza del proprio artista: Glory è uno spirito libero, una ragazza nata a bordo di un autocarro, cresciuta girando per l’America con la madre ed il padre, Red. L’unica famiglia che abbia mai conosciuto era tutta lí, estesa esclusivamente a chi, come loro, ha scelto la strada e l’odore di benzina e asfalto come stile di vita. Biker, vagabondi, cameriere nei ristoranti, truck drivers popolano Yuma, Arizona, location che fa da sfondo a questo primo volume della serie.

Un ambiente come questo, però, porta con sé anche parecchi pericoli. All’idilliaco ritratto di America romantica e motorizzata, Death or Glory contrappone il lato oscuro di questa vita al limite, sporcata da gangster e mafiosi, trafficanti di droga – se non peggio – e sceriffi corrotti. Con tanti elementi da gestire e sviscerare, Remender predilige soffermarsi su un nucleo concentrato di personaggi e situazioni, incastri famigliari e l’immancabile, tragico passato che torna a causare problemi nel presente.

Il mDeath or Glory 2ondo di Death Or Glory gioca al confine di questa indefinita “zona grigia”, un contrasto che racchiude tutto ciò che c’è da sapere per mettere in moto la trama. Rick Remender e Bengal non vogliono sfociare spudoratamente nel western fatto di cowboy e banditi ai lati della barricata, ma provano decisamente gusto nell’avvicinarsi a queste atmosfere, dove a parlare prima erano le pistole e gli assalti alle diligenza erano all’ordine del giorno.

Sarà proprio Glory a dover decidere da che parte stare, quanto è disposta a spingersi oltre il limite pur di salvare il padre, afflitto da una terribile malattia. Quando tutto va storto e non c’è più nulla da fare, la strada criminale diventa pericolosamente facile da percorrere. È conveniente, per Rick Remender, caricare il personaggio principale con un’infanzia felice e improvvisamente spezzata, un’adolescenza ribelle e un presente carico di dubbi, tenacia e responsabilità. È un tipo di empatia fittizia, artificiale, forse fin troppo conveniente, ma funzionale allo scorrimento di queste prime 140 pagine. Una volta esplorate le radici della protagonista, la trama ha piena libertà ed ampio orizzonte per muoversi in verticale, sfrecciando freneticamente tra gli eventi.

Con Glory a fare da colonna portante della trama e da centro morale della storia, Remender può giocare con i personaggi di contorno. Pablo, un immigrato brasiliano, sarà la spalla della protagonista, una figura positiva fortemente legata alla parte più macabra della storia. La sua introduzione segnerà il punto di non ritorno che costringerà la giovane ragazza ad agire in maniera sempre più avventata, mettendosi contro l’impero criminale di Toby, suo ex-marito e viscido, pomposo redneck arricchito, disposto a tutto pur di riavere Glory al suo fianco.
Il sottobosco criminale attorno a Toby permette a Remender e Bengal di potersi scatenare nella creazione di personaggi coloriti – forse anche troppo.

Le pagine vengono improvvisamente riempite da macellai dalla Corea del Sud con il gusto per la carne freschissima, due sadiche suore dal grilletto facile, uno sceriffo con il perverso gusto del peperoncino piccante, un killer senza scrupoli che uccide con l’azoto liquido – e molto altro ancora. Impossibile negare l’influenza Tarantiniana di certe situazioni e comportamenti. Figure divertenti da leggere, terrificanti, che spezzano la narrazione con la loro natura sfacciata, ma la loro introduzione frenetica risulta quasi ingiustificata, come se gli autori avessero voluto inserire personaggi così esagerati per il puro gusto dello shock. Death or Glory 3
Non c’é niente che rovini la lettura, ben venga mettere alla prova Bengal con qualcosa di rischioso e caricaturale; eppure, avesse Death or Glory fatto a meno di questa macabra ironia, una massiccia dose di crudele realtá, fatta di uomini spregevoli e bassezze indicibili, avrebbe donato alla storia un tocco in più.

Parlando di Bengal, Death or Glory non poteva trovare interprete artistico migliore. Come già accennato, la scuola francese si fa sentire: la meticolosa divisione della tavola enfatizza e mette in risalto le grandi capacità recitative dell’artista. Glory è ricca di emozioni genuine, espressioni facciali a volte buffe, cartoonesche ma intense, drammatiche ed efficaci. Bengal sa dare spessore ad ogni personaggio grazie ad una fine eleganza nel rappresentarli su carta, dando loro voce anche quando non c’è dialogo. L’artista si piega strategicamente al gusto statunitense quando la trama lo richiede. Il climax di questo primo volume della serie cresce ed esplode in un inseguimento a folle velocità, una deflagrazione action á la Fast & Furious, valorizzata dalla frenesia di tavole, campi larghi e primi piani che si susseguono ed una gamma di colori caldi che rispecchia le emozioni e l’adrenalina pompante nei personaggi coinvolti.

Conclusa la lettura, il primo volume di questa nuova serie di Rick Remender e Bengal lascia al lettore la voglia di continuare a correre, di sfruttare l’impeto e l’energia per proseguire la corsa. Azione, dramma e il retrogusto grottesco sono benzina nel motore di una lettura presenta un sogno western e tutto americano, ribelle e romantico, corrotto dalla crudele realtà della peggior specie di criminali ed approfittatori. Un pulp crime ad alta velocità, Death Or Glory fa del suo cliff-hanger il suo manifesto: un autocarro sfrecciante sull’asfalto, gangster feroci alle costole e l’ultima speranza di rimettere a posto le cose che preme furiosa sul pedale.

“Gideon Falls”, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino – All’Ombra del Fienile Nero

Che David Lynch sia una delle maggiori ispirazioni di Jeff Lemire non dovrebbe stupire nessuno. Del resto, in più occasioni l’autore canadese ha espresso la sua vicinanza ai temi e la sua ammirazione per la brillante, lucida follia del regista e sceneggiatore di Missoula, nel Montana. Da sempre, l’autore esprime chiaramente la voglia di raccontare la sua personale visione del mondo, portandola al pubblico tramite il cinema, la televisione, la musica, la fotografia o la pittura.
Per i fan, Lynch è una sorta di figura mistica, un elemento di ispirazione irraggiungibile ed inarrivabile, eppure sempre pronto a donare nuove visioni e modi di interpretare le sue storie.

In questo momento della sua carriera, Lemire si trova molto vicino al “modello Lynch”. Dopo anni di onorata militanza tra Marvel e  DC e una carriera costruita su graphic novel di incredibile successo – con storie che hanno catturato attimi della sua vita, se pensiamo ad Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente Da Perdere Lemire ha saputo trovare una nuova dimensione in Image Comics. Pur mantenendo viva la fiammella del divertissement supereroistico in Dark Horse Comics e il suo Black Hammer, è proprio in Image che Lemire ha saputo accostarsi ancora di più a David Lynch.

Nel 1984, Lynch creò un cult con Dune, il kolossal sci-fi tratto dal romanzo di Frank Herbert, dedicato alla turbolenta guerra del Landsraad; nel 2015, insieme a Dustin Nguyen, Jeff Lemire pubblica Descender, fumetto fantascientifico costruito su un conflitto interplanetario che ha a cuore la sorte delle intelligenze artificiali. Nel 1991, David Lynch e Mark Frost rivoluzionarono la TV statunitense con Twin Peaks, thriller con le tinte paranormali che sconvolse il mondo con la morte di Laura Palmer e l’indagine dell’Agente Dale Cooper nell’omonima cittadina; nel 2018, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino debuttano con Gideon Falls, un horror – thriller che lega le vite di due individui intorno al mistero del Fienile Nero. «Coincidenze?»

PuGideon Falls 2bblicato da Bao Publishing in formato cartonato, il primo arco narrativo di Gideon Falls, Il Fienile Nero, introduce da subito tre elementi fondamentali per la storia. La prima splash page ci presenta Norton, protagonista affetto da gravi disturbi psichici: paranoico, ossessionato e intimorito dal mondo che lo circonda, morbosamente attratto dalla spazzatura di una megalopoli opprimente, alla forsennata ricerca di qualcosa nell’immondizia.

Andrea Sorrentino, invece, si presenta da solo: chi ha letto il suo Freccia Verde o Vecchio Logan conosce le capacità di questo talento nostrano, audace storyteller che gioca con le tavole e padroneggia con destrezza il ritmo della narrazione.

Ogni occasione é buona per sorprendere il lettore ed ecco che la primissima pagina di Gideon Falls – Il Fienile Nero esterna uno dei temi portanti della serie. Norton appare per la prima volta a testa in giù, in piedi su uno sfondo urbano rosso sangue.
La prospettiva del lettore si raddrizza nella vignetta successiva, ma il primo impatto distorce il senso della pagina e costringe a guardare tutto da un punto di vista insolito, “sbagliato”.

Non ci sono POV da assumere che giustificano questa scelta, il lettore non è portato al livello di qualche elemento che osserva il protagonista da qualche strana prospettiva. L’atmosfera disturbante, inquietante e squilibrante di Gideon Falls si fa strada da subito, un manifesto che Lemire e Sorrentino affiggono affinché il lettore possa meglio capire che tipo di storia vogliono raccontare.

Dopo l’accattivante introduzione del povero Norton, gli autori guidano su una strada desolata che porta al centro di Gideon Falls, una città rurale di pochi abitanti che ha recentemente perso il proprio uomo di chiesa. A sostituirlo è Padre Fred, parroco dal passato turbolento che sembra aver rubato il volto a Woody Harrelson. Sarà proprio questo personaggio a fare le veci del lettore nella conoscenza di Gideon Falls, un posto orribilmente silenzioso, abitato da gente di campagna poco avvezza ai nuovi arrivati.

Proprio come Dale Cooper in Twin Peaks, che durante il corso delle indagini scoprirà l’esistenza della terribile ed onirica Loggia Nera, Padre Fred toccherà con mano le stranezze di Gideon Falls, scoprendone i lati più oscuri e venendo a conoscenza del mito sul Fienile Nero, una struttura apparentemente fuori da questo mondo, un fantasma di legno oscuro come la notte, chiodi arrugginiti e incubi da custodire, che da secoli minaccia l’esistenza stessa di Gideon Falls. Contemporaneamente, Norton si trova catturato in una spirale paranoica, circondato da reliquie del Fienile che lo richiamano compulsivamente, costringendolo a scavare tra il pattume dei sacchi di spazzatura e a condividere le sue teorie sul luogo insieme alla sua psicologa.

Il ritmo della storia rallenta, Lemire e Sorrentino si assestano in una introduzione del ‘mondo’ tramite una narrazione che scorre doppio binario. Norton e Padre Fred vivono due realtà diametralmente opposte, tuttavia accomunate dalla onnipresente sensazione che qualcosa di oscuro stia per distruggere bruscamente la “quiete” della trama.

Gli ambienti chiusi, ingrigiti e decadenti della metropoli si alternano alla campagna desolata di Gideon Falls. Non c’è niente di pittoresco nella ruralità che circonda Padre Fred, così come gli abitanti della città non sembrano accorgersi del piattume urbano che fa da sfondo alla malattia mentale di Norton. Dave Stewart, il colorista, ci tiene a non rendere le due ambientazioni troppo distanti, a voler sottolineare come Gideon Falls – Il Fienile Nero non racconti due storie distinte e separate. Gideon Falls 2

A causa di questo tedio visivo, di questa disarmante banalità urbana e contadina sapientemente illustrata su carta, l’apparizione del Fienile Nero shocka il lettore. Il cielo si fa cremisi. La griglia delle vignette utilizzata finora da Sorrentino lascia il posto ad una struttura mastodontica, che riempie la pagina e impone la sua presenza sull’intera storia.

Nei momenti che precedono la visione del Fienile Nero, Lemire e Sorrentino alternano freneticamente i due protagonisti, lontani ma legati indissolubilmente, trascinati con forza nell’orrore che questo luogo – comparso dal nulla – custodisce diabolicamente al suo interno.

Ogni manifestazione del Fienile è indimenticabile, si imprime a sangue nella mente dei protagonisti e del lettore. Segna la narrazione, interrompe bruscamente il racconto e ripartire è ogni volta destabilizzante, come riprendersi dopo un violento shock.

Fortunatamente, lo svolgere della trama non sottrae spazio allo sviluppo e alla voce dei personaggi. Non ci sono manichini sacrificati al netto dell’intreccio: Gideon Falls pullula di figure umane, devastate, irrequiete, contaminate dal mistero del Fienile Nero.
Lemire architetta con intelligenza i dialoghi, le interazioni tra membri del cast: la vera protagonista è la diffidenza, la difficoltà nell’aprirsi all’altro. Sembra che l’influenza negativa soprannaturale del Fienile scorra davvero nelle vene di questi personaggi, abbia un peso sulle loro spalle.

Grande merito del senso di costante disarmonia tra realtà ed incubo, tra tangibile ed inafferrabile, tra Gideon Falls e il Fienile Nero é da attribuire ad Andrea Sorrentino.

L’artista sembra più volte invasato dallo spirito occulto evocato da Lemire. Occasionalmente, il fumetto si apre turpi ed oniriche frenesie allucinogene, dense di simbologia, significati nascosti, presagi del futuro ma anche lente di ingrandimento per i contorcimenti psicologici dei personaggi – ancora, i paragoni con la Loggia Nera di David Lynch sono piú che azzeccati.

La tavola si spezza,  si auto-distrugge per raccogliere i propri pezzi e riassestarsi. Sorrentino non ripete mai lo stesso schema, ogni splash page è costruita in maniera diversa dalla precedente, racchiude nuovi dettagli, nuove formule per raccontare il dettaglio più insignificante e sviscerare i temi della storia. L’equilibrio tra esperimento artistico-narrativo e story-telling tradizionale è incredibile, sotto questo aspetto.

La voglia di scoprire cosa si nasconde dietro le porte del Fienile Nero muove non solo le pulsazioni dei protagonisti, ma sembra coinvolgere anche gli autori, stimola la curiosità del lettore, lo invita a girare pagina, a prendere rischi e spaventarsi.

Gideon Falls – Il Fienile Nero è un volume introduttivo che non scopre tutte le sue carte nel tentativo di catturare l’attenzione ad ogni costo. Piuttosto, Lemire e Sorrentino giocano con le tempistiche del genere thriller e l’adrenalina del genere horror, unendo i personaggi attraverso i silenzi, più che i dialoghi.  Gideon Falls 3
Come i primi 8 episodi di Twin Peaks, non a caso, Lemire offre il preludio al mistero, lo affronta di petto ma non lo comprende, non lo sviscera a pieno. Ne offre un ricco, oscuro preambolo e tuttavia non ha alcuna intenzione di risolverlo in maniera semplicistica o, quantomeno, di dare qualche indizio al lettore ed ai personaggi.
Lemire preferisce immergerli nei loro rimorsi, terribili segreti, fobie e li mette alla prova sotto il peso degli eventi che li schiaccia ed intrappola. Norton e Padre Fred sono protagonisti che rifuggono tale status, oppressi dagli eventi, alla ricerca di un modo di fuggire dal “mostro” che ha imprigionato le loro vite in un incubo perverso.

Una storia che prende il meglio dalla struttura narrativa sempre piú vicina al modello televisivo, adottando ritmi e tempistiche, utilizzo dei cliffhanger e della costruzione dei personaggi, senza dimenticare le libertà, tutte a fumetti, dello psicotico, sfrenato story-telling di Andrea Sorrentino. É una lettura che offre atmosfere difficilmente reperibili altrove. Un fumetto unico nel suo genere, forse l’unico vero horror attualmente in circolazione.

Uma del Mondo di Sotto – non dimenticare mai i tuoi desideri

Uma, Marta Baroni, Bao Publishing

Il titolo Uma del Mondo di Sotto, da poco edito dalla Bao Publishing nella collana BaBao dedicata ai più piccoli, è sbagliato: Uma, una piccola vichinga norvegese, non è “del” Mondo di Sotto, non vi appartiene, vi si intrufola creando il maggiore e massimamente grave scompiglio della sua eterna storia.

Come bambina umana, pur anche se appartenente a un passato che possiede un’aura di meraviglia, non può e non deve entrare in un mondo che invece vive di magia, è sbagliato, e infatti crea disastri.

Come fa Uma ad arrivarci è qualcosa che, nonostante la premessa, lo so, tutti vorrebbero sapere, perché anche se non è corretto e potenzialmente distruttivo, tutti vorremmo poter usufruire della magia: ma purtroppo per noi c’è bisogno di un pozzo dei desideri, collegato con il sopraddetto Mondo di Sotto, dove solerti impiegati che parlano solo in rima sono pronti a registrare i nostri desiderata e a giudicare la loro possibile o non possibile realizzazione.

Oltre al pozzo, però, ci vuole una buona dose di disubbidienza e di determinazione, e queste sono le caratteristiche che contraddistinguono Uma, la creatrice della Canzone delle Guerriere, la piccola orfana che getta la pietra nel pozzo chiedendo di conoscere la propria famiglia e che genera, invece, un turbine di avventure e disavventure per tanti personaggi.

Uma, Marta Baroni, Bao Publishing

Questa bellissima fiaba scritta e disegnata da Marta Baroni, giovane autrice emergente, romana di nascita, che sembra possedere le stesse caratteristiche che plasmano il carattere della piccola protagonista, almeno quelle positive, è infatti una storia corale che si dipana nel tempo e nello spazio e racconta non solo di un mondo e di alcuni personaggi, ma del nostro stesso mondo, la nostra stessa storia, e dei tanti difetti che anche noi abbiamo e che spesso non ci riconosciamo.

Uma, “nel” Mondo di Sotto, dal momento stesso in cui ha il potere di usare la magia diventa una despota senza più nulla di umano, forse perché essendo un corpo estraneo in un diverso organismo rompe i contatti con le proprie radici e le sorgenti della sua natura. Inizia a desiderare spasmodicamente, eternamente insoddisfatta di quello che riesce a ottenere, dimentica di cosa sia l’altruismo e la comprensione e dimentica di quello che realmente vuole.

Nel momento in cui si riproduce magicamente e dà vita ad Haper, l’altra non ha nessuna vera libertà, è costretta a dipendere da lei, dai suoi ordini e capricci, non può neanche conservare i propri ricordi, che vengono estratti da lei e catalogati in files nel computer. I desideri che Uma stessa ha creato e poi dimenticato, non hanno più nessuna libertà, sono emarginati dalla vita del Mondo, rigidamente controllato dalla polizia che indaga, interroga, arresta e opprime.

Nel Mondo di Sotto, per colpa dell’infiltrata regina umana Uma, non c’è più felicità, né libertà, né amore.

Sarà un ragazzo umano e il suo amore innocente per Haper a risvegliare gli ardori sopiti, creando scompiglio, e quel sano pericolo che pericolo non è perché è lotta per l’indipendenza, per la giustizia e per la liberazione dall’oppressore. La fine della storia oppone i diversi valori della disobbedienza, appunto, quella che finisce per nuocere a sé e agli altri, e quella che serve ad aiutare gli altri sacrificando sé stessi.

uma-del-mondo-di-sotto-Bao Publishing-Marta Baroni

Ed è abbastanza incredibile che tanto emerga da un fumetto che sembra una storia per bambini, ed è anche una storia per bambini, ragazzi e i sognatori di ogni età, ma molto altro.

La fervida e prolifica fantasia della Baroni crea un mondo pieno di esseri divertenti e bizzarri, completo in sé e credibile, con trovate ilari e di grande effetto. I colori piatti e vivaci, su un disegno semplificato ma ben leggibile e che segue sempre le regole dell’armonia anatomica (almeno nella realizzazione degli umani) sono l’elemento che più associa l’opera a un fumetto per l’infanzia, mentre lo stile personale e gradevole del comparto grafico si rivolge a un pubblico più ampio. La cura dei particolari è evidente, con soluzioni che spesso sembrano un divertissement decorativista pur mantenendo una forte impronta personale e continuità estetica.

La Baroni crea un vero e realistico mondo di magia, di cui allega una mappa come nei migliori romanzi fantasy, con proprie regole e caratteristiche, strizzando l’occhio a Rodari e ai suoi racconti: questo permette al lettore di immergersi nel raccontato con sicurezza e relax, lasciandosi andare a sorrisi divertiti per le trovate originali e lasciandosi coinvolgere nel dramma dei protagonisti, fino al finale, semplice ma di sicuro effetto, che riporta tutto alla normalità.

Un ottimo fumetto per famiglie per sognare nell’immaginifico, ma un ottimo spunto per riflettere sul passato del nostro stesso mondo e sul futuro e sulle sue ombre scure che da quel passato si proiettano: un’opera completa, gradevole, matura, che stupisce come tutte le cose che sembrano tutt’altro ma non lo sono, e che mostra quanto ancora l’autrice ha da dire e noi da leggere.

Uno due tre – Stelle o sparo!

nova stelle o sparo

Quando ho preso in mano Stelle o sparo di Nova per la prima volta mi sono tornate in mente le fanzine punk anni ’90.  Quelle che si trovano in giro ai festival scalcinati e che erano stampate in genere con la fotocopiatrice dello spazio studenti, dove andavi due ore, fotocopiavi gratis, pinzavi e uscivi facendo finta di aver usato i potenti mezzi dell’Ateneo per importantissime dispense. Quelle fanzine zeppe di disegni strapazzati, storti, sghembi, dove spesso gli articoli erano scritti a mano, con calligrafie di solito incomprensibili e non al computer, dove gli Skiantos erano troppo mainstrem e i gruppi di tiro erano quattro sfatti che se riuscivano a mettere tre accordi di fila era già tanto.

Ecco se siete abbastanza âgée da ricordare queste fanzine e le avete lette, già alla prima pagina di Stelle o sparo, edito da BAO Publishing, vi sentirete trascinati indietro nel tempo, tirati per i capelli (chi li ha ancora) in quegli anni.

Stelle o sparo di Nova è, graficamente, un inno a quegli anni, punk grunge e garage, scegliete il vostro genere preferito, ed è la scommessa del 2018 di Bao Publishing, che nell’ultimo periodo pare avere tra le sue mission quella di raccontare e dare voce ai figli dimenticati degli anni Ottanta. Esce con due cover differenti: una disegnata da Nova e la variant di Zerocalcare colorata da Madrigal.

copertina stelle o sparo zerocalcare

L’opera di Nova attinge dunque a piene mani nell’immaginario anni  ’80/’90: già alle prima pagine, una tavola ricorda la morte di Kurt Cobain, morte che è  il trauma di una intera generazione, e sono presenti tanti riferimenti ai cult anni ’80 come Gremlins e Super Mario. I riferimenti non sono buttati a caso, ma si innestano in una caratterizzazione del personaggio e della fascia di persone che Stella, la protagonista, vuole rappresentare.

Stella è una ragazza che potrebbe avere trent’anni, la sua vita è confusione; vive in un ambiente disordinato, passa le sue giornate inerte aspettando un segnale, che qualcosa cambi. Come tutti i figli dei baby boomers ha sempre pensato che, passata l’adolescenza e le sue difficoltà, la vita da adulta avrebbe sistemato le cose, sarebbe arrivato un buon lavoro e una vita tranquilla.

La vita tranquilla per Stella non è mai arrivata,  la sua esistenza è cristallizzata in un infinito presente che si ripete uguale ogni giorno in cui “il momento della svolta” non arriva mai e ogni attimo è uguale a se stesso. Si invecchia, ma si rimane giovani, l’evoluzione personale rimane bloccata in un refrain di stesse frasi e stessi gesti come le televendite alla tv. In questa situazione di stallo, “un cambiamento è l’unica speranza”e viene da lontano, da Ed, una amica del liceo, l’unica con cui non ha perso i contatti, la sola a dimostrare empatia verso Stella da quando erano in classe insieme.

stelle o sparo cereali pistola

Ed vive all’estero, ha una sua vita, forse uguale a tanti altri ragazzi che sono rimasti in Italia, ma chissà perché chi vive fuori dal patrio confine sembra sempre avere una vita migliore. Ed convince Stella a partire per un viaggio, una settimana su un’isola greca; se per qualcuno potrebbe sembrare una avventura esaltante, per chi vive barricato in casa immersa nelle sue delusioni è anche troppo.

Stella accetta l’invito e parte con l’amica. L’isola non è il posto fashion che due ragazze giovani scelgono in genere come meta, è brulla, scabra, con abitanti vecchi e malandati. Tra queste identità fuori dal tempo una in particolare cattura l’attenzione di Stella: Cosmo.

Cosmo è un bambino, strano, folle, che vive ai margini del paese e come un randagio morde chiunque gli si avvicini: se dovessimo paragonare Cosmo a un personaggio della letteratura, sarebbe Arturo Gerace de L’isola di Arturo (Elsa Morante). Arturo Gerace vagava sull’isola sempre accompagnato dal cane Immacolatella, Cosmo invece vaga per l’isola con i suoi mostri, giocattoli assemblati con qualsiasi immondizia trovata sulla spiaggia.

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Quando Stella e Cosmo si incontrano, due solitudini entrano in contatto, due orizzonti diversi convergono in un unico punto, la paura: del buio, del fallimento, di non farcela.

Ma se Stella non sa affrontare le sue di paure può aiutare Cosmo a sconfiggere le sue. Prova empatia per il bambino, vi rivede se stessa. Stella non può salvarsi dal suo male interiore e dall’immobilismo che la affligge, ma una cosa può fare: aiutare un altro a sconfiggere il buio.

Oltre alle tavole a fumetti, Nova inserisce delle pagine di solo testo, il flusso di coscienza della protagonista in cui si dà libero sfogo ai sentimenti più profondi e ai timori radicati dentro il suo animo.

Nova non cerca di rassicurare, non dice che andrà tutto bene, espone semplicemente un fatto: ci sono dei momenti in cui la vita ci blocca, in cui si rimane in stallo, senza che davanti ci sia una via d’uscita. Più che un “viaggio di formazione” è un viaggio di trasformazione, che porterà Stella a un nuovo livello di autocoscienza.

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Ognuno nel suo percorso arriva a determinate le proproe mete attraverso percorsi differenti: il percorso  che Stella ha trovato è in fondo a questa storia che vi consigliamo di leggere.


Nova
Stelle o sparo
BAO Publishing
cm 16×24, b/n, brossura, 144 pagg., 17 €
ISBN 9788832730715

Un piccolo vagabondo, un grande viaggio

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

Il tema del viaggio è tra i più affascinanti, coinvolgenti ed emozionanti dell’intera arte mondiale: Il piccolo vagabondo edito da BAO Publishing, della giovanissima autrice taiwanese Crystal Kung, ne è uno degli esempi più eclettici.

L’opera di cui vi parliamo, però, non è un fumetto, perché del fumetto manca completamente la parte esplicitamente dialettica, ma è un’opera che riesce a trasmettere concetti ed emozioni senza bisogno di usare le parole.

Il primo racconto, che altro non è se non il primo viaggio del piccolo e misterioso protagonista vagabondo, ci mostra anche il perché non sono state usate: le parole sono segni, simboli, suoni, sono cioè elementi magici. Possiamo raccoglierle, ma non imprigionarle, dovremo prima o poi lasciarle andare ed esse si trasformeranno in lucciole e poi stelle per indicare il cammino a colui che si è perso cercandolo.

Il primo racconto è la rappresentazione su carta degli intenti poetici dell’autrice: è il primo tassello e anche il punto di arrivo di quel girovagare per città ed emozioni in cui l’autrice prende per mano il lettore e inizia con lui a viaggiare.

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

Infatti ogni racconto è un piccolo capitolo, e un grande viaggio, spaziale, temporale, interiore, metafisico, concreto e astratto; ed è un piccolo pezzo del passato dell’autrice, e un piccolo pezzo del suo animo, e un piccolo passo della sua arte. Ogni capitolo è anche una città dove ha vissuto e dove ha perso se stessa trovando altro da sé.

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

Nell’introduzione Kung stessa racconta che da sempre non ha fatto altro che cambiare città, senza mai averne una a cui tornare, continuamente spaesata e meravigliata dal nuovo, senza radici, talmente libera da capire infine che non esiste un luogo a cui rivolgersi, ma che la casa è il continuo viaggio in cui portiamo con noi tutto il bagaglio di quanto abbiamo visto e vissuto.

Così il piccolo vagabondo non è altro che lei stessa che torna in luoghi che non ricorda, a parte improvvisi sprazzi di memoria, ma dove può aiutare gli altri a poggiare i piedi verso il giusto sentiero di diversi viaggi: può aiutare un anziano a ritrovare i suoi ricordi di gioventù, un viaggiatore a trovare l’indicazione perduta, un cercatore a scegliere cosa è più importante inseguire. È un buffo e delicato oggetto magico che dimentica se stesso per far trovare agli altri ciò che stanno desiderando; uno strano Cappuccetto Rosso che vaga nel vasto bosco universale.

Lo stile per rappresentare tutto ciò trova soluzioni poetiche pur in una tecnica, come la colorazione al computer, che poetica in fondo non è. I disegni di Kung sono caricaturali il giusto e incisivi il giusto da non cadere mai nel grottesco, piuttosto al contrario si innalzano verso un lirismo grafico che non può essere ignorato, pur non usando linee nette di demarcazione, se non per occhi e capigliature.

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

La griglia è quanto mai libera, non segue schemi fissi, ma solo le necessità del racconto e il numero di immagini che occorrono per rappresentare una scena leggibile, senza l’uso di didascalie o dialoghi. I fondali non sono mai scontati e i colori ricoprono un’importanza fondamentale in ogni singola vignetta: sono i colori che ci dicono se è giorno o notte e con la loro luminosità o cupezza completano l’intento emotivo della scena.

Un’opera che non ci si stanca mai di sfogliare e “rileggere”, perché a ogni passaggio si nota una sfumatura nuova, un nuovo significato nascosto, una linea, o un colore, che colpisce l’occhio e ci trasporta in un’altra dimensione, proprio quella del piccolo vagabondo e del suo viaggio attraverso la carta e da lì dentro la nostra sensibilità. Un’opera che segna la nascita di un talento che sembra immenso, come narratrice, come artista, come rappresentatrice di anime: quello di Crystal Kung.


Crystal Kung
Il piccolo vagabondo
BAO Publishing, 2018
17×23 cm, 172 pagg., colore, € 18.00
ISBN 9788865439814

Eccezionali storie di ordinarie Indomite

Indomite, Biagieu, Bao Publishing

Indomite è il coloratissimo primo volume edito da BAO Publishing e realizzato da Pénélope Bagieu per raccontare, ai più piccoli e non solo, le storie straordinarie di persone che non hanno voluto sentirsi limitate dal proprio status, dal proprio corpo o dalla società e battendosi per i loro diritti hanno cambiato il mondo.

Nel caso specifico, queste persone sono donne, di epoche e culture differenti, con differenti personalità, ma tutte interiormente indomabili.

È molto difficile definire questo volume, e credo che questo dipenda dall’eterogeneità della cultura e della ispirazioni dell’autrice, nata in Francia, laureata in studi economici e sociali, che ha frequentato corsi d’arte figurativa e design a Parigi, avvicinatasi al fumetto tramite il suo blog, trasposto su carta, La mia vita è assolutamente affascinante (Ma vie est tout à fait fascinante) in cui racconta con ironia e grazia le sue avventure quotidiane.

Dicevamo: difficile definirlo un fumetto, anche se ne ha le caratteristiche vignette, per quanto irregolari, con i baloon che si alternano alle didascalie; i contorni neri a definire i personaggi, la sequenzialità cronologica delle scene, i colori che riempiono ed evidenziano gli elementi più importanti. Eppure la consecutio della storia, che si dipana in sole sei facciate per biografia, non è data dalle immagini, che hanno solo la funzione di illustrare quanto raccontato dal testo; anche il disegno, che riesce a dare la giusta caratterizzazione a storia e personaggi, dà il meglio di sé nelle illustrazioni a doppia pagina che concludono i racconti e immortalano le protagoniste nel loro momento indomito e indimenticabile, eseguite con uno stile molto minimalista, tra la grafica pura e il decorativismo.

Indomite, Bagieu, Bao Publishing

Con questo non si intende assolutamente sminuire il valore artistico dell’opera, però il vero pregio della stessa è nel suo contenuto, per quanto semplificato, poiché rivolto a un pubblico di piccoli lettori. La vera goduria sta nello scorrere le vite di queste persone che sono andate avanti per la loro strada, spianando tabù e superando le difficoltà che la società opponeva loro, aprendo la strada a tutti quelli che sono arrivati dopo. La narrazione rimane spassosa anche nei momenti di maggiore pathos e l’interesse non subisce mai flessioni, considerando anche che molti dei personaggi e le loro imprese sono spesso sconosciuti ai più.

Indomite, Bagieu, Bao Publishing

Ma non è solo la curiosità la chiave di volta che regge l’impianto di Indomite: spesso dimentichiamo che se possiamo godere di cose che riteniamo ovvie, come la libertà di indossare un bikini o di partecipare da leader alla vita politica, lo dobbiamo a qualcuno che prima di noi ha lottato, a volte mettendo a repentaglio credibilità e serenità personali, per far riconoscere come normale e lecito quello che prima era inaudito. Per farlo è occorso spesso solo tanto coraggio e la forza di non tradire il proprio sogno di fronte a nulla e a nessuno. E se si è nate donne, l’impresa necessita di dosi massicce di entrambi.

Ma questa non è un’opera femminista: è un’opera che apre la mente ai grandi orizzonti che ancora oggi aspettano un animo indomito per essere disvelati.


Pénélope Bagieu
Indomite
BAO Publishing, 2018
colore, 19×26 cm, 144 pagg., € 20.00
ISBN 9788865439920

Kids With Guns – Magia, Pistole e Dinosauri

Kids With Guns, Capitan ArtiglioJulien Cittadino, in arte Capitan Artiglio, nasce nel 1993 proprio come il sottoscritto.
Intorno al 1993, andando un po’ avanti con il tempo, Jurassic Park divorò i box-office, due videogame cult come Doom e Secret Of Mana cambiarono una generazione di videogiocatori, I Simpson erano sulla cresta dell’onda e le Tartarughe Ninja andavano a trazione anteriore, mentre venivano sfornati altri cartoni dalla qualità altalenante come Biker Mice From Mars e gli Street Sharks; la giappo-invasione si preparava a sbarcare nel Bel Paese, a soli due anni di distanza dalla pubblicazione di Dragon Ball in Italia e con Mediaset che preparava il campo alla messa in onda di tutta la serie Dragon Ball Z.
Si può dire, dunque, che capisco il contesto mediatico che traspare dalle pagine di Kids With Guns, opera prima di Capitan Artiglio, pubblicato da Bao Publishing.

La generazione degli inizi degli anni ‘90 è molto strana; ufficialmente, si può parlare di loro come millennials, che corrono sulla scia underground e ribelle della generazione X e si affacciano alla generazione Y dei social media e dello sharing ossessivo-compulsivo.
Capire le sfumature di nostalgia, influenze mediatiche di un cinema che scopriva la potenza dei computer, videogiochi che esplodevano in popolarità e proprietà intellettuali che hanno formato la nostra persona è complicato, ma non impossibile.

L’esperimento di proporre un fantasy western è davvero audace, specialmente considerando che si tratta solo del primo volume di una trilogia, un’opera dunque che si prospetta ben più ampia di come si presenta nelle fitte 205 pagine del fumetto.

Kids With Guns comincia proprio come un western dovrebbe, mettendo bene in chiaro che i protagonisti sono ben altro che brave persone; figli del leggendario Bill ‘La Morte’ Doolin, Duke, Dan e Dave Doolin sono tre banditi che si ritrovano in un misero bar dopo un colpo andato a male, con grosse taglie sulla testa… e una bambina muta al fianco di Dave, senza nome e dai grandi occhi verdi.

Sebbene i dialoghi non siano sempre perfetti e spesso cascano in cliché forse eccessivamente datati anche per un western, l’inizio della storia racconta la base necessaria dal quale partiranno poi i fili narrativi del primo volume, specialmente dopo aver introdotto i Teschi di Moloch, artefatti occulti e oscuri che permettono al possessore di risvegliare poteri sopiti.Kids With Guns, Capitan Artiglio

Si può già notare come Kids With Guns non sia un fumetto col freno a mano tirato, ama mischiare elementi diversi e combinarli in un unico mondo.
Le gigantesche città, costruite in grossi blocchi, con case ammassate l’una sull’altra, ricordano i paesaggi urbani del manga e di Hayao Miyazaki viste con lo sguardo iper-dettagliato di Geoff Darrow; i protagonisti nascondono anch’essi lo spirito orientale con tocchi più occidentali, che ricordano autori come Brandon Graham e Ulisses Farinas.
Il character design di molti personaggi principali, antagonisti compresi, racchiude le già citate influenze cartoonesche da entrambi i lati del globo culturale, mostrando armature da road warriors á la Mad Max, animali antropomorfi in giacca di pelle, violenti bracci della legge usciti fuori da un episodio di He-Man.
DKids With Guns, Capitan Artiglioa non dimenticare, ovviamente, i dinosauri, vero punto di forza dell’arte di Capitan Artiglio; potenti, fumettosi, letali, veloci, coloratissimi e sempre particolari.

Posta in questo modo, l’atmosfera di Kids With Guns sembra un grosso minestrone che cita, omaggia e tributa un’infanzia nostalgica di giocattoli e cartoon.
Ma, graficamente, il mondo della storia risulta coeso e credibile: una volta lasciata andare la mente, questo universo partorito dalla fantasia dell’autore risulta sorprendentemente coerente con la storia che Capitan Artiglio cerca di raccontare.

Porre delle solide radici per un mondo così vasto risulta più facile da illustrare graficamente piuttosto che descriverlo narrativamente.
Se, come detto, il fumetto è un bel fumetto da osservare svilupparsi sulle pagine, è un po’ più difficile star dietro con i dialoghi, specialmente quelli tra i Fratelli Doolin, a mio avviso uno dei punti deboli della serie.
Il tempo trascorso con loro non li rende interessanti a sufficienza da rimanere investiti nella loro trama personale, una poco avvincente corsa al recupero di un bottino perduto che si dimostra essere piú una vetrina per mettere in mostra i poteri soprannaturali dei quali entreranno in possesso.

Fortunatamente, i Doolin sono protagonisti secondari, dato che, superato il primo centinaio di pagine, è la Bambina a diventare assoluta protagonista, permettendo all’autore di scatenarsi e lasciarsi andare alle influenze shonen manga che pulsano nelle vene di questo personaggio.

L’aspetto piú affascinante del fumetto è senza dubbio osservare l’evoluzione di questa piccoletta con la cresta, creta da modellare in un mondo in cui sopravvive chi spara per primo e chi ha il carattere adatto per sopravvivere; a lei il compito di prendere in mano l’action  del finale del volume, con scontri a cavallo di giganteschi sauri scarlatti, battaglie contro criminali minorenni dalla personalità infuocata e il sogno di diventare una vera e propria rockstar.

Il “To be continued…” che chiude questo primo exploit di Capitan Artiglio promette tanto: c’è la sensazione di trovarsi di fronte a una storia che sa benissimo di cosa e di chi vuole raccontare ma è ancora ingabbiata da schemi, cliché e tropes dei generi che ha scelto come veicolo della storia.
Se il western sta stretto e rallenta il racconto, il fantasy e lo shonen, il battle manga, meglio si adattano ai punti forti del fumetto; a fronte di un world-building non eccellente e dialoghi che hanno un necessario bisogno di limatura, Kids With Guns di Capitan Artiglio ha tempo e spazio per svilupparsi al meglio delle sue potenzialità.