Bakuman

Rin di Harold Sakuishi – la semplicità dei classici

La copertina giapponese del primo albo, identica a quella dell'edizione italiana

La copertina giapponese del primo albo, identica a quella dell’edizione italiana

Harold Sakuishi è l’autore di Beck, il fumetto di un decennio fa che, diventato un anime programmato dalla rimpianta Mtv, è diventato popolarissimo in Italia. In molti conoscono la serie, in meno hanno letto il manga, che non solo merita, e tanto, per qualità di sceneggiatura, ma che va ben oltre la storia adattata per la tv, quindi chi si è fermato a quella si è perso un sacco di divertimento.

Le opere di Sakuishi sono infatti molto divertenti: non perché ci sono gag esagerate o demenziali, ma perché l’umorismo dell’autore trapela con semplicità dalle vignette, attraverso una narrazione plasmata dalla sua personalità. Lo humor viene fuori dalla visione personale della vita (ad esempio i suoi protagonisti non sono mai baciati dalla fortuna, sono ragazzi dai ragionamenti “elementari” ma sinceri, istintivi e da qui nascono le situazioni ilari) unita ai temi che vengono affrontati, che di solito sono ben noti all’autore; insomma, il Nostro segue saggiamente il consiglio classico dei letterati: scrivi di ciò che conosci.

E Rin, questo titolo appena pubblicato da RW Goen, parla di qualcosa di estremamente quotidiano per lui, cioè di manga. Il protagonista Norito Fushimi, un liceale più o meno trasparente, vuole diventare un mangaka di successo. La ragazza più bella della classe un giorno si accorge della sua abilità nel disegno e quello che nasce tra di loro spinge il ragazzo a impegnarsi ancora di più, soprattutto dopo che il redattore della sua casa editrice del cuore ha brutalmente bocciato una sua opera. Parallelamente, Rin, una bellezza di periferia, riceve numerose offerte di diventare una idol, ma lei ha altri progetti… Una trama non esattamente originale, direte, non è forse simile a quella di Bakuman? Anche lì il protagonista vuole diventare un mangaka, la ragazza più bella della classe, che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo, diventa la sua musa ispiratrice, dopo qualche avversità inizia a sfondare e bla bla, quindi niente di nuovo.

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No, se pensate che sia la stessa cosa, state prendendo una cantonata micidiale!

La storia di un ragazzo che vuole diventare un disegnatore di fumetti si è già sentita, e ci credo, perché è la storia di tutti i mangaka di cui comprate i volumi! Questa non è davvero la copia dell’epopea di Muto Ashirogi (nome d’arte del duo protagonista di Bakuman, N.d.A) forte invece è il sospetto che sia la biografia dello stesso Sakuishi: Norito è davvero uno sfigato, ma dopo la stroncatura della sua opera decide di passare l’intera estate ad allenarsi nel disegno, mettendo il lucchetto (filo di ferro) al cellulare, senza uscire con gli amici (uno solo, più sfigato di lui), soffrendo (un unico messaggio ricevuto in tutto il periodo di isolamento) e sudando per poter realizzare il suo sogno. Senza neanche mezza strategia, disegnando quello che gli piace, cioè imitando il suo autore preferito, andando ad urlare sul tetto per dar sfogo alla sua, ehm, vis creativa. Ancora più forte è il sospetto che Sakuishi, mentre ha impostato questa storia, abbia tenuto ben presente Bakuman e abbia fatto di tutto per prendersene gioco. Infatti, a ben pensarci, situazioni ed elementi ricordano molto l’altro titolo, ma sono ribaltati! Ad esempio Rin, la fanciulla bellissima che dà il titolo, all’opera non ha nessuna intenzione di diventare famosa (né idol, né doppiatrice, insomma) anzi, non vorrebbe mai lasciare l’isola dove vive, ma è perseguitata da agenti e manager che la vogliono far debuttare, e, ancora peggio, ha una condizione davvero pesante da gestire, visto che è una medium capace di interagire con i morti. E questo è solo il primo volume, di cui non vi svelerò tutto, perché dovete assolutamente leggerlo.

...impossibile non guardare quelle bocche...

…impossibile non guardare quelle bocche…

Il divertimento e l’ironia non permeano solo la trama di Rin, ma si rivelano anche nello stile di disegno di Sakuishi, apparentemente molto pulito e solido (molto più sicuro e gradevole rispetto agli esordi) ma che ha i punti di forza espressivi negli occhi e nelle bocche: gigantesche queste ultime, enormi, pronte a deformarsi per esprimere i moti interiori. Tutto questo su anatomie e fondi estremamente realistici, plastici e familiari. Un contrasto che già di per sé dà una impronta inconfondibile all’opera e rivela la personalità dell’autore, che poi si riversa nella creazione dei personaggi, plasmati con pochi ed incisivi elementi, che emergono e si impongono con perentorietà. La storia sarà pur semplice, come in Beck (e c’è una simpatica autocitazione tra le pagine) si parla della strada verso il successo, contorta e difficile, dei fallimenti e le fatiche, ma è tutto così vivo e vero che essa entra subito in circolo nel lettore e resta nella memoria.

Come fanno i classici appunto, senza forzare le strutture tipiche, senza esagerazioni o colpi di scena improbabili, ma con equilibrio, semplicità e divertissement.

Come sono andati gli Oscar Giapponesi

Non c’era il dramma di Leonardo di Caprio a tenere viva l’attenzione del pubblico giapponese lo scorso 4 Marzo quando sono stati assegnati i Japan Academy Awards (Nippon Akademī-shō), l’equivalente nipponico degli Oscar ma la premiazione si è tenuta comunque dando parecchie soddisfazioni (e premi) ai film tratti da manga.

Partiamo dalla “nostra” categoria principe: il premio per il miglior film di animazione è stato assegnato a Bakemono no ko (“La bestia e il ragazzo”) dello Studio Chizu ha primeggiato sugli altri cinque candidati

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Umimachi Diary (Our Little Sister) di Hirokazu Kore-eda basato sull’omonimo manga di Akimi Yoshida ha vinto il premio per il miglior film.

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Il film ha vinto anche il premio per la miglior regia (Hirokazu Kore-eda), miglior fotografia (Mikiya Takimoto), luci (Norikiya Fujii) ed esordiente dell’anno (Suzu Hirose).

Il film tratto da Bakuman ha invece riportato due premi a casa per la colonna sonora (Sakanaction) e per il montaggio (Yasuyuki Ōzeki)

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Oltre a Hirose il premio per “esordiente dell’anno” è stato assegnato anche a Tao Tsuchiya (Orange), Yōjiro Noda (Toilet no Pieta), Kento Yamazaki (Orange, Heroine Shikkaku) e Ryōsuke Yamada (Assassination Classroom ).

I consigli Natalizi di Dimensione Fumetto

Arriva Natale e voi state correndo a destra e a manca per fare gli ultimi regali. Ma avete amici supernerd che proprio non si sa cosa vogliono. Chi vi può aiutare? Come diceva uno famoso «Questo è un lavoro per…» La redazione di Dimensione Fumetto!

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Mauro Paone: SHIN MAZINGER ZERO di Yoshiaki Tabata e Yuuki YogoSHIN-MAZINGER-ZERO-VAR.001

L’universo robotico nagaiano viene stravolto dal duo artistico Yoshiaki Tabata e Yuuki Yogo in questo che non può essere considerato assolutamente un remake della storia del Mazinger quanto un’evoluzione che, riprendendo i suoi punti cardine, li estremizza dando loro nuova forma per mezzo di una storia scritta e orchestrata magistralmente, unita a disegni che si sposano davvero bene con i temi descritti. Il manga è concepito sia per chi non conosce la storia originale, sia per i cultori del genere che, grazie alle continue citazioni, camei e ogni altra “strizzata d’occhi” degli autori, avranno sicuramente di che goderne! Altamente consigliato a tutti gli appassionati del genere!

Silvia Forcina: DOOMBOY di Tony Sandoval

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Una storia che tocca i temi della crescita, della morte, dell’arte, della fantasia, del mistero, con il disegno onirico e delicato di Sandoval, che qui raggiunge risultati altissimi, di tratto e colore. Consigliato a tutti, dai 13 anni in su, perché anche se ermetica, è una storia appassionante, che fa riflettere, e nasconde tanti piani di lettura, che si svelano a ogni rilettura, a ogni passaggio di maturità. «- E dimmi, sei tu che crei quei venti turbinanti? – No, ma sai, esistono delle forze incomprensibili che ci travolgono.»

Andrea Topitti: RAGE OF ULTRON di Rick Remender, Jerome Opena e Pepe Larraz

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La storia forse “definitiva” dell’androide. La vera nemesi dei Vendicatori (almeno nei fumetti) qui diviene una minaccia come non lo è mai stata. Le idee di Remender fanno capire le possibilità quasi infinite di Ultron e del perchè un robot mette in difficoltà il più potente gruppo di supereroi. La minaccia arriva fino a Titano, pianeta natale di Thanos, e il rapporto padre (Hank Pym)/figlio (Ultron) è davvero messo in un modo drammatico, più delle vecchie storie, con un Pym che prova per la prima volta affetto per la sua creatura, cosa mai successa prima. Ma sappiamo che Pym non è mai stato bene di testa, di conseguenza….. consigliato SOPRATUTTO a chi NON è piaciuto il film “Age Of Ultron”. Qui forse troverete quello che non avete trovano nella pellicola di Whedon.

Andrea Cittadini Bellini: FRANCESCO PETRARCA di Filippo Rossi e Nuke

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Perché un fumetto può parlare dei classici in maniera leggera e senza essere pesante, mostrando in poche pagine l’umanità delle persone senza che siano necessariamente personaggi. Utilizzando le poesie e intercalandole con dialoghi molto meno “aulici”, con una linea che è realistica più negli sfondi (alcuni starebbero bene in un libro di illustrazioni) che nei personaggi, si legge in un attimo, ma lascia un bel retrogusto, che ti invita a riassaggiarlo pezzo per pezzo, pagina per pagina. Raccontando il viaggio del poeta da Genova a Roma per il Giubileo del 1350 (quindi in un tema di attualità) si divide naturalmente in capitoli, ciascuno dei quali suona una corda diversa della storia e tocca una corda diversa del lettore.

Francesco Pone: MAUS, di Art Spiegelman, il primo volume

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Non perché mi piaccia vincere facile, ma perché nel primo volume si racconta la vita di un profugo. Vladek Spiegelman ancor prima di entrare ad Auschwitz ci racconta come si vive quando sei costretto a lasciare la tua casa, quando devi vagare di luogo in luogo cercando di conservare la dignità vivendo alla giornata. Solo il primo volume, perchè se quello non è capace di smuoverci dalle nostre peggiori convinzioni, allora ciò che accade nel secondo volume diventerà una inevitabile realtà.

Mario Pasqualini: CARD CAPTOR SAKURA di CLAMP

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Nel 2016 ricorreranno i venti anni dalla prima pubblicazione, eppure Card Captor Sakura continua ancora a essere continuamente ristampato in nuove edizioni, a comparire nelle classifiche di gradimento, e a beneficiare di un vasto merchandising come se fosse ancora in campagna promozionale. È un caso più unico che raro per uno shoujo manga e tanto più per uno di genere “maghette”, dove anche i titoli più celebri sfioriscono velocemente e tornano alla ribalta solo negli anniversari. Card Captor Sakura invece non è mai andato fuori catalogo: merito soprattutto di una trama che vede celebrata la famiglia nel senso più vasto possibile, da quella amicale a quelle di ogni genere e condizione sociale. In tempi di teorie del gender, una boccata di buon senso.

Roberta Sarti: SAILOR MOON tutta la saga!

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Un manga che ha rivoluzionato molti degli schemi tipici dei cosiddetti “Majokko”… Un manga che è stato anche avanguardista e lo consiglio nel suo anniversario.

Michela Leodori: THE WALKING DEAD di Robert Kirkman

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Il fumetto che ha ispirato la serie omonima e creato un universo in cui gli zombie sono solo un mezzo per capire l’essere umano e la sua vera natura. Niente preamboli, si va subito in scena con sentimenti, drammi, strategie di sopravvivenza, mostri umani e non, in una cornice affascinante e fuori dalle regole del solito fumetto. L’opera massima di Kirkman che non può mancare a chi ama il survival pieno di chiacchiere, violenza e zombie.

Aldo Caurio: RG VEDA delle CLAMP

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È stato il loro primo lavoro professionale. Grazie all’enorme successo hanno avuto la possibilità di creare capolavori come Card Captor Sakura, Chobits, xxxHolic e Tsubasa Reservoir Chronicle.
Rg Veda ha una delle trame più complesse e maestose mai create dalle disegnatrici. Un mix tra mitologia e intrighi amorosi (ricordo che le CLAMP hanno lanciato pubblicamente le prime relazioni tra persone dello stesso sesso, in questo manga, ad esempio, viene raccontata la meravigliosa storia tra Kendappa-oh e Sohma, Ashura e Taishakuten , Yasha e Ashura) per poi sfociare nella follia e nella cattiveria che solo le CLAMP riescono a creare.
I protagonisti combattono contro un destino già deciso e già predetto, qualcosa di inevitabile e irremovibile.
I personaggi non sono piatti e noiosi, anzi persino il personggio più onesto e gentile ha sempre un lato oscuro e malvagio. Ma nonostante tutto, anche le peggior azioni alla fine hanno un fondo di bontà e qui parte il “lieto fine”. E poi è stato il primo manga che ho letto! Ha creato fin troppi traumi!

Andrea Gagliardi: PINOCCHIO di Winshluss

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La fiaba di Collodi rivisitata in chiave grottesca dal noto regista/fumettista/animatore francese Vincent Paronnaud. Winshluss (questo il suo nome d’arte) riscrive Pinocchio tramite una narrazione ad immagini completamente muta. A questo silenzio fanno da contraltare gli inserti dedicati allo scarafaggio Jiminy, versione winshlussiana del grillo parlante (appunto). Una storia cupa quella del Pinocchio di Collodi resa ancora più cupa dal tratto scuro dell’autore che si colloca a metà tra quello di Crumb e quello di Segar. Potente, forse violenta e sicuramente spiazzante. Non può mancare in nessuna libreria.

Maurizio Vannicola: BAKUMAN di  Tsugumi Ohba e Takeshi Obata.

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Dopo anni di totale piattume è stato quello che mi ha fatto salire l’ansia, ridere, piangere, in poche parole emozionare davvero.
Una storia semplice, quella di Mashiro Moritaka, Takagi Akito e Azuki Miho, tutti e tre inseguono un sogno, voler diventare autori di manga i primi due e doppiatrice l’altra. Una storia d’amore, quella tra Mashiro e Azuki, un rapporto così romantico e fresco da far palpitare il cuore.
Un fumetto scritto e disegnato davvero a ottimi livelli.
Questo manga vi conquisterà dal primo all’ultimo volume riaccendendo il cosmo che è in voi. Ops! Volevo dire il fuoco della passione… Per la lettura!

Riccardo Ascenzi: 100 BULLETS di Azzarello e Risso

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Dopo tutti questi consigli da palati fini ci vuole qualcosa di truculento, testosteronico, complottista ma scritto e disegnato divinamente. Fatevi travolgere dal mondo corrotto e politicamente scorretto raccontato da Azzarello e Risso.

Enrico Farnedi: BONE di Jeff Smith

Bone

Nella versione rigorosamente b/n. Perché c’è tutto: la trama coinvolgente, i personaggi a cui volere bene, una corsa di mucche, il passato che ritorna, oscuri presagi e le stupide, stupide creature ratto (anche se preferivo la prima, infedele traduzione: “rattodonti”)…

…E I YAM WHAT I YAM, il primo volume del Popeye di E.C. Segar

Popeye

curato dall’editore americano Fantagraphics. Un’edizione incredibile con le prime strip e tavole domenicali. Umorismo, nonsense, slapstick comedy, avventura, feulleiton, spinaci e cazzotti in un frullato esplosivo. La lettura in lingua originale permette di godere degli strafalcioni del marinaio guercio più tosto che ci sia, già immenso alla sua prima apparizione.

Veronica Antonucci: MIMÌ E LA NAZIONALE DELLA PALLAVOLO di Chikako Urano

Mimì

Arrivato in Italia dopo tanti anni, anche se l’anime era già famoso, e rileggere le avventure originali di Mimì dà sempre un brivido, per vari motivi: 1) si capisce che cosa sono la passione e l’amore per lo sport e l’impegno costante per migliorarsi; 2) ha una grande funzione pedagogica (non a caso molte pallavoliste cresciute con l’anime anni ’80 dicono che hanno scelto questo sport DOPO aver visto Mimì); 3) perché personalmente preferisco la caparbietà di Mimì alla “cugina”, che poi cugina non era, Mila; 4) perché leggere su un fumetto “Unione Sovietica” e URSS ti ricorda proprio un periodo diverso, quello della Guerra fredda che seppur recente è abbondantemente dimenticato dai più. In questo fumetto si capisce che proprio durante quel periodo, il campo di battaglia si sposta e non è più la trincea, ma sono i palazzetti dello sport e i campi di atletica: gli atleti russi, statunitensi e giapponesi si sottoponevano a durissimi allenamenti per vincere le medaglie e far capire al mondo che la loro nazione era la migliore, essere davanti alla Russia equivaleva a un grande smacco morale; 5) c’è anche da dire che la storia è stata scritta quando la squadra giapponese di pallavolo era davvero forte e vinse il titolo mondiale.

Valerio Carradori: UDWFG

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Acronimo di UnderDarkWeirdFantasyGround edito dalla HOLLOW PRESS. Sono fino ad adesso tre volumi in divenire che portano avanti, ogni volume, un capitolo di cinque storie fantasy diverse fatte da cinque fumettisti diversi che sono: Mat Brinkman, Miguel Angel Martin, Tetsunori Tawaraya e gli italiani Ratigher e Paolo Massagli. Lo consiglio per due motivi: 1) è il top del fumetto underground un questo momento, dei big del fumetto indipendente che collaborano insieme e ognuno dei quali fornisce una sua particolare visione del fantasy. Il livello di weird nelle storie è altissimo, alienantissime e dark come poco si vede in giro, e il lato estetico è da bellezza pura, ricercatezza massima; 2) perché è una produzione italiana che nasce il Italia e che ha un particolarissimo e nuovo metodo di produzione: per pagare i fumettisti, l’editore, ha comprato in anticipo le tavole degli artisti fornendogli così un pagamento per il lavoro e l’editore, per rientrare nei costi, le rivende a chiunque le voglia comprare.

Giulia Pasqualini:  MONSTER ALLERGY

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Dal fantastico duo Barbucci-Canepa prende forma nel lontano 2002 un’opera divertente e originale. Zick ha la capacità di vedere i mostri che vivono normalmente nel nostro mondo senza che chiunque altro li noti, peccato che ne sia allergico! Purtroppo nessuno gli crede, tranne la nuova vicina di casa dal nome memorabile: Elena Patata. Insieme sveleranno i misteri che avvolgono la città. Ma perché consigliarlo ora? Ebbene, a distanza di ben 13 anni finalmente è stata annunciata una ristampa in due volumi che comprendono l’ultimo capitolo inedito! Correte in edicola, su Amazon o sotto casa di Barbucci, PRESTO!

 

 

Benvenuti in Giappone 02 – Interno & esterno

La storia del genere umano ci insegna che i conflitti non avranno mai fine in un interminabile ciclo di corsi e ricorsi definiti dalle peculiarità dei popoli. Di queste peculiarità, la più forte è forse la religione dato che si propone di dare un senso a tutto quello che esiste (al contrario della scienza che vuole darne una spiegazione), e proprio perché si occupa di tutto quello che esiste la religione occupa un posto principale nella mentalità di un popolo. Non fa eccezione quello giapponese, dove la tradizione religiosa ha forgiato il pensiero di generazioni.

Se però in Occidente le grandi religioni monoteiste hanno influenzato le genti con la loro presenza del divino, in Giappone è stata la sua non presenza a caratterizzare le abitudini degli abitanti, tant’è vero che una buona parte degli stereotipi e dei modi di fare dei nipponici sono spiegabili dalla frase:

In Giappone Dio non c’è quindi nessuno vede il tuo dentro, ma tutti vedono il tuo fuori.

Per quanto possa sembrare spiazzante, a ben vedere questa è quella che, parlando di Giappone, è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Sette dèi della Fortuna.

Gli Shichifukujin, letteralmente “Sette dèi della Fortuna”, sono citati in molte opere come Lamù, mentre in altre come Yu degli spettri e Abenobashi sono presenti le Quattro bestie sacre.

La tradizione religiosa giapponese, ovvero lo Shintou “via del divino” (dove con «via» si intende “percorso iniziatico”, esattamente come il kendou è la “via della spada”) contempla un esteso pantheon di divinità che hanno le proprie storie e i propri intrecci narrativi esattamente come il pantheon degli antichi greci-romani, ed esattamente come per gli antichi greci-romani queste divinità se ne stanno in cielo o in mare o nei boschi e hanno un comportamento umano con umani vizi & virtù e non interferiscono con la moralità degli esseri umani, cioè non vedono dentro il cuore degli esseri umani, cioè per i giapponesi l’essere umano è libero dal giudizio divino. Questi vuol dire che mentre la caratteristica principale del dio delle religioni monoteiste occidentali è proprio il suo essere trascendente e immanente insieme, gli dèi giapponesi sono solo trascendenti e non bisogna rendere conto loro di nulla. Invece, ed ecco il nocciolo della questione, è agli altri che bisogna rendere conto, perché gli altri mi vedono e mi giudicano. Nessuno vede il mio aspetto interiore, ma tutti vedono il mio aspetto esteriore.

Ponyo e Sosuke in barca.

Ponyo e Sosuke salpano verso la morte, stando all’interpretazione alternativa del film.

L’assenza di Dio, di religioni oppressive e di chiese-marionettiste sembrerebbe il sogno di John Lennon, un mondo senza religioni, e invece paradossalmente la mancanza di un dio superiore con cui confrontarsi ha impedito quel processo storico per cui i cristiani, gli ebrei e gli islamici si sono riconosciuti tutti inferiori a Dio e quindi tutti suoi figli, tutti fratelli, tutti uguali. Che poi questa idea sia costantemente disattesa da continue guerre è palese, ma almeno il concetto c’è. In Giappone invece non c’è un dio sotto il quale tutti gli uomini sono uguali, anzi le diseguaglianze sociali sono terribili e la legge non è uguale per tutti (proprio nel senso forense dell’espressione), il che si è trasformato nei secoli in una ripidissima piramide sociale come in Occidente non si vede dai tempi dei vassalli, valvassori e valvassini. Eppure, l’assenza di un dio a cui rivolgere le proprie grida di dolore ha forgiato la popolazione giapponese alla resistenza a tutto. Se prima le scene post-tsunami nel film Ponyo sulla scogliera mi sembravano assurde e ridicole, con tutte quelle persone sulle navi tutte festanti nonostante avessero appena subito una catastrofe, oggi realizzo che non sono poi così distanti dalla realtà giapponese: i nipponici hanno questo modo di reagire davanti ai problemi con la parola shouganai che letteralmente vuol due “non c’è rimedio”, ma che si usa per dire “eh pazienza” o “che ci vuoi fare” o “ormai è andata così”.

Inutile stare a piangere, e non lo fanno: durante le alluvioni a Ibaraki dello scorso settembre, delle migliaia di sfollati visti in tv non c’è n’era uno che è uno che versava una singola lacrima. Anche gli anziani che avevano perso tutto, la casa, la terra, i ricordi di intere generazioni, al massimo raccontavano quanto si erano impauriti e preoccupati di riuscire a sopravvivere, ma non erano disperati, non piangevano gridando pietà a un dio e in generale tutti erano già nello spirito di rimboccarsi le maniche e ricostruire. La forza d’animo dei giapponesi è straordinaria, sono dotati di una tempra incredibile e di una volontà fuori dal comune, come i molti fumetti e cartoni animati sportivi mostrano da decenni: gli allenamenti disumani dei personaggi di Mimì e la nazionale di pallavolo o della Signorina in Punta al Top! GunBuster forse non vengono eseguiti davvero dai ragazzi giapponesi (o almeno lo spero per loro), ma sono un riferimento narrativo di primaria importanza per la formazione morale esattamente come lo sono le fiabe in Europa. Da questo punto di vista il culmine dell’insegnamento è dato da Tommy, la stella dei Giants, risalente al 1966 eppure ancora notissimo per l’incredibile e stoica tenacia con cui il protagonista affrontava i più duri allenamenti sotto la neve o indossando telai di molle per rendere più difficili i movimenti e fortificarsi, nonché per essere l’anime dove è stato inventato il cosiddetto chabudaigaeshi o table-flip, cioè l’azione di ribaltare il tavolino a causa di un improvviso accesso di rabbia come viene fatto dal padre di Tommy, e che in Giappone è diventato ormai così proverbiale e così noto da aver generato anche un campionato di ribaltamento del tavolino.

Non sono poi solo gli sportivi a impegnarsi al massimo: il tema del dare tutto sé stessi (evidentemente perché non c’è un dio che ti aiuta) è tipico anche degli shoujo manga, cioè dei fumetti per ragazze, rappresentato in pieno da Maya Kitajima, la protagonista de La maschera di vetro – Il grande sogno di Maya in sequenze impressionanti/deliranti come la preparazione al ruolo teatrale di una immobile bambola di porcellana per il quale Maya si riveste di una corazza di taglienti bambù così da impedirsi i movimenti.

Tommy in imbracatura.

Tommy is not amused.

Siccome in Giappone non c’è Dio, fino a prova contraria nessuno conosce veramente le mie vere intenzioni. Proprio per questo la lingua giapponese ha elaborato due paroline di basilare importanza per capire la società nipponica, o quantomeno il modo in cui essa vede sé stessa: hon’ne (“origine + suono = suono originale”) e tatemae (“costruzione + davanti = facciata”) sono le parole con cui i giapponesi identificano quello che veramente pensi di una cosa, ma non lo dici, e quello che dici pubblicamente di una cosa. L‘hon’ne te lo tieni per te, il tatemae è quello che fai quando conversi con gli altri, ed è un’abitudine così radicata da non avere mai, mai, mai la certezza di star parlando onestamente con il proprio interlocutore, a volte anche con le persone più intime e fidate. C’è sempre un tatemae che impedisce di scorgere l’hon’ne, che d’altronde è ignoto a tutti, compreso a Dio che non c’è e alle divinità che non leggono nel cuore. I fumetti e i cartoni animati hanno sublimato spesso questo tatemae: due esempi celebri e vistosi li si ritrovano nella “maschera di vetro” del già citato Il grande sogno di Maya e soprattutto nell’A.T. Field di Neon Genesis Evangelion, che non a caso sta per “Absolute Terror Field”, cioè la barriera invalicabile non tanto per una questione fisica, ma di personale e insormontabile fobia sociale, un elemento cruciale tramite il quale l’anime dello studio Gainax viene percepito dal pubblico giapponese come una storia di formazione più che di fantascienza.

Il mantenimento del tatemae è una necessità sociale assoluta di origine storicizzata come ben spiegato qui: mi limiterò a riportare il dato di fatto che, stando alle dichiarazioni dei giapponesi stessi (e alle storie brevi di Rumiko Takahashi), per gli uomini sposati avere l’amante è più comune che non averla, ma il fenomeno è tollerato perché finché non si danneggia effettivamente la moglie allora la relazione extraconiugale è accettabile. In Occidente si dice che per i giapponesi non esiste il concetto di peccato, ma non è vero: Dio non c’è quindi non esistono i sette peccati capitali cristiani, non esiste il peccato morale, ma esiste il peccato come colpa sociale dovuta al danneggiamento altrui, perché gli altri ti guardano e ti giudicano. Come dice Satsuki in X delle CLAMP, non si uccidono gli altri esseri umani perché poi porteresti danneggiamento ad altri esseri umani rendendoli tristi, e non perché compi un atto orribile che lacera la tua anima come dice il professor Lumacorno in quel corso di catechismo che è Harry Potter e il Principe Mezzosangue.

Satsuki eremita.

Satsuki l’eremita fa chiaramente parte degli Illuminati.

Se davvero Dio non c’è, per logica non è più il giudizio divino, ma bensì il giudizio umano, il giudizio altrui a definire il comportamento. Per questo i giapponesi tendono a mostrarsi sempre perfetti, e per questo anche le città giapponesi sono sempre pulite e ordinate, fra l’altro tenute pulite e tenute ordinate dai cittadini stessi e non dall’amministrazione cittadina (il che dovrebbe fare da esempio ai cittadini italiani, sempre in attesa che sia “qualcun altro” a svolgere il proprio lavoro). Un’altra conseguenza positiva del peso del giudizio altrui è che la microcriminalità è bassissima, ma in questo caso il rovescio della medaglia è l’inumana e sproporzionata umiliazione pubblica a cui viene sottoposto chi delinque, non solo i criminali, ma anche i ragazzini beccati a commettere piccoli furti. Forse questo dipende dal fatto che, come mi è stato detto una volta, «la base della società giapponese è la vergogna»: si è portati a non delinquere per l’incredibile gogna pubblica a cui si è sottoposti per qualunque sciocchezza. Poiché l’umiliazione con i vicini di casa, con i colleghi, con i compagni di scuola, con i genitori, con tutti gli altri può raggiungere livelli così forti, ecco che tutti tendono a dare il meglio di sé stessi, a impegnarsi di più, a studiare di più, a lavorare di più, in una competizione che porta il Giappone a eccellere a livello mondiale in molti campi, ma che al contempo non trova sfogo nella meditazione o nella consolazione religiose e che sfora nel patologico e nelle relative tragiche conseguenze, molto note anche agli occidentali e ai lettori di fumetti, come sa bene chi legge Bakuman. ripensando allo zio del protagonista.

Rei e Asuka in ascensore.

Ecco LA scena.

Per fortuna non tutti sono allineati su questa strada autodistruttiva: Eikichi Onizuka di GTO con aspetto malavitoso e cuore puro offre un modello virtuoso di superamento della convenzione sociale, e un altro insegnante tanto inquietante fuori quanto sensibile dentro è Korosensei di Assassination Classroom, così metaforicamente alieno alla società da essere un alieno vero e proprio. A ben vedere il dualismo fra dentro e fuori è forse uno dei temi in assoluto principali e più caratteristici della narrativa giapponese e, quindi, di fumetti e cartoni animati: i robot dentro umani e fuori meccanici, le maghette che cambiano di età o talento quando si trasformano, e gli orfanelli dall’aspetto angelico benché rosi dal tormento interiore sono esempi di come il mascheramento dell’aspetto interiore, sconosciuto agli dei e agli uomini, sia stato il cardine su cui si è mosso l’intrattenimento giapponese da mezzo secolo a questa parte. Il culmine è rappresentato ovviamente da Neon Genesis Evangelion, che è il culmine di molte cose, e le cui protagoniste Rei e Asuka sono i prototipi e al contempo i modelli perfetti dei tipi di personaggio noti rispettivamente come tsundere (fredda fuori, ma calda dentro) e yandere (brillante fuori e oscura dentro). Una continua recita, un continuo interpretare un ruolo, un continuo giuoco delle parti sul teatro della vita, lo stesso dell’episodio 26, i cui spettatori sono gli altri uomini e non Dio, perché in Giappone Dio non c’è.


Una versione diversa dello stesso testo è pubblicata qui.

Mezzo milione di spettatori per il film di Bakuman

500.000 biglietti sono stati venduti in Giappone nei primi nove giorni di programmazione del film live action di “Bakuman”

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Il film è basato sull’omonimo manga di Tsugumi OhbaTakeshi Obata che già tanto successo avevano riscosso con Death Note e che hanno da poco annunciato il loro prossimo fumetto.

Il film ha debuttato in Giappone il 3 e si è piazzato subito al primo posto della classifica vendendo 184,263 biglietti per un totale di 251,607,900 yen (circa 2.08 milioni di dollari).

I due interpreti principali sono Takeru Satoh (Kamen Rider Den-O, Beck, Kanojo wa Uso o Ai Shisugiteru, Ryōmaden, Rurouni Kenshin)e Ryunosuke Kamiki (Rurouni Kenshin, Il Castello errante di Howl, Summer Wars e Arrietty).

Il film diretto da Hitoshi Ōne (Moteki, Koi no Uzu/The Vortex of Love) vede tra gli altri interpreti:  Nana Komatsu, Kenta Kiritani (Beck, Crows Zero), Hirofumi Arai (Kiki’s Delivery Service), Sarutoki Minagawa (Death Note, Ashurajō no Hitomi), Takayuki Yamada, Lily Franky, Kankuro Kudo, Shōta Sometani (Parasyte, Himizu)