Assassination Classroom

Una visione in rosa: la primavera in Giappone

Uno degli episodi più celebri di Card Captor Sakura è quello della carta del fiore. La maghetta è con i suoi compagnetti al festival sportivo scolastico, i genitori assistono alle gare dei loro figli, è una splendida giornata di primavera e i petali degli alberi di sakura “cadono danzando”, come dicono i giapponesi; pian piano però i petali cominciano a cadere in quantità e velocità sempre maggiori fino a formare una vera tempesta di fiori che rischia letteralmente di seppellire e uccidere gli astanti, finché Sakura non capisce che la causa è la carta The Flower e la cattura ristabilendo la tranquillità.

La cosplayer taiwanese ririka interpreta Sakura Kinomoto al WCS.

La cosplayer taiwanese Ririka interpreta Sakura Kinomoto, col celebre costume della terza sigla d’apertura dell’anime, davanti a una muraglia di sakura in fiore in occasione della sua partecipazione al World Cosplay Summit.

L’episodio è così paradossale e improbabile da essere ricordato dai fan come uno dei momenti più perplimenti della storia del fumetto giapponese, al livello della bambola di Maya, eppure una volta osservato effettivamente il Giappone effettivamente nel periodo di mankai (piena fioritura), ci si rende conto che effettivamente la folle ipotesi di venire soffocati dai troppi fiori non è poi così peregrina.

Strade e parcheggi ricoperti dai petali dei sakura.

Fenomeni di ordinaria amministrazione durante il periodo di fioritura dei sakura: strade imbiancate di petali e parcheggi dove quasi non si distingue più la segnaletica orizzontale, per non parlare di altri veri e propri problemi come le fogne intasate dai troppi petali. È tutto vero.

Oltre alle geisha, alle katana e al sushi, l’albero di sakura, ovvero il ciliegio giapponese, è diventato negli ultimi anni un’altra delle immagini stereotipiche del Giappone nel mondo, e la gran parte del merito è da attribuire proprio all’opera di evangelizzazione svolta da manga e anime. Il sakura è storicamente amato in patria, dove è assurto a livello di simbolo di unità nazionale, e quando viene usato a scopo narrativo si fa riferimento ad alcune sue caratteristiche legate essenzialmente al peculiare comportamento dei suoi fiori: essendo un albero solo da fiore che non dà frutto (una delle differenze coi ciliegi occidentali), il fiore rappresenta il fulcro stesso dell’esistenza della pianta, il motivo per cui viene piantato e per cui è stato studiato e selezionato dai botanici giapponesi nei secoli, piegandolo ai loro gusti fino a ottenere all’inizio del XX secolo la varietà Somei Yoshino, oggi la più diffusa, che produce fiori rosati alla base e particolarmente pallidi all’estremità dei petali.

Alberi di sakura modificati dall'uomo per assumere forme innaturali.

Alberi di sakura piegati alle esigenze dei giardinieri: i lunghi rami dell’albero sono plasmati fino ad aggiungere forme del tutto innaturali e creare vere e proprie tettoie sotto le quali godere dello spettacolo di una pioggia di petali.

Ora, la caratteristica saliente dei sakura è che la loro fioritura è tanto stupefacentemente bella, ricca ed emozionante, quanto inevitabilmente veloce: è una metafora del senso della vita. La fioritura dei sakura dura solitamente una settimana, tradizionalmente a inizio aprile (ma variabile in base alla latitudine fra metà marzo e metà maggio), durante la quale l’albero passa dalla fase di mezakura in gemma, a mankai in piena fioritura, e poi sfiorendo hazakura quando le foglie prendono il posto dei fiori, finché nel giro di pochi giorni non resta più nemmeno un fiorellino sui rami, ed ecco perché il significato più comune del sakura è lo scorrere del tempo, in maniera molto simile a come accade nella cultura europea col soggetto della vanitas, ovvero un monito alla brevità e fugacità della vita umana. Inoltre, la fase più spettacolare non è la piena fioritura, ma bensì quando si formano quelle giustamente celebri piogge di petali immortalate in mille cartoni animati, ovvero mentre l’albero sta sfiorendo, ovvero quando sta morendo: il momento di estremo splendore del sakura è proprio il momento della morte, e se il sakura è simbolo del tempo della vita umana, allora anche nella vita umana il momento di massimo splendore è quello della morte, il che spalanca le porte a tutte le metafore del caso sul suicidio rituale seppuku, sui kamikaze della seconda guerra mondiale e su tutta la cultura della morte di cui il Giappone è intriso e su cui Donatella Rettore ci ha pure scritto un album. Non c’è spettacolo più ricco e sfolgorante della piena fioritura (nascita e giovinezza), ma poi non c’è spettacolo piu splendido e commovente della sfioritura (vecchiaia e morte).

Stampa ukiyoe di Hiroshige III raffigurante un uccellino su un ramo di albero di sakura.

Un uccellino su un ramo di albero di sakura (in giapponese il nome della pianta si riferisce al prodotto, il frutto o in questo caso il fiore, e mai all’albero) in una stampa di Hiroshige III, allievo meno dotato del geniale e omonimo maestro dell’ukiyoe. Nel XIX secolo andavano ancora di moda i sakura dai fiori belli colorati, al contrario di adesso che si preferiscono sui toni pallidi.

Il collegamento fortissimo fra il ciclo del sakura e il ciclo della vita umana è uno dei motivi per cui il fiore è abbinato alla casta dei samurai, guerrieri aristocratici che combattevano seguendo un rigido codice morale, concettualmente non dissimili dai cavalieri della Tavola Rotonda. Benché la cosa sia in contraddizione con la domanda «Ti piacciono i fiori?» del test dei tre giorni, in Giappone i fiori sono la rappresentazione fisica della virilità e in particolare i sakura, poiché così strettamente collegati al concetto di morte, sono i fiori dei samurai, dei cavalieri, dei guerrieri e anche degli assassini. La forza di quell’albero apparentemente secco e spoglio che, dopo l’inverno, usa tutte le sue energie vitali per produrre le gemme e poi i fiori, è abbinata alla forza e all’energia del guerriero, guerriero che però uccidendo semina morte: la grande contraddizione dell’energia della vita che produce la morte è la stessa della filosofia dello yin & yang e in generale dell’intero pensiero orientale, che segue percorsi di pensiero circolari (com’è circolare il ciclo di vita & morte del sakura) e non necessariamente alla ricerca di una risposta alle domande, al contrario del pensiero filosofico occidentale che lavora sulla ricerca della verità e sulla logica.

Takeshi Kitano taglia un albero di sakura nel meraviglioso finale del film Gohatto di Nagisa Oshima: è la fine del mondo come lo conosceva, e quindi taglia il sakura così che finisca il suo ciclo di vita, morte e ancora vita la successiva primavera.

Un altro aspetto basilare dei sakura è che sbocciano tutti insieme: essendo per la maggior parte cloni dello stesso albero di Somei Yoshino, i sakura tendono a sbocciare all’unisono una volta passato il freddo inverno e raggiunte certe condizioni meteorologiche, e l’effetto è stupefacente: la sera prima tornando a casa vedi gli alberi ancora muti, ma la mattina dopo li ritrovi che esplodono di fiori. Il mondo diventa completamente rosa da un giorno all’altro, letteralmente. Dev’essere per questo che in Giappone ad aprile inizia l’anno scolastico, lavorativo, fiscale e in generale ricomincia a scorrere il tempo.

L’Università femminile di Kobe ha lanciato l’anno scorso un cortometraggio promozionale composto da scene surrealiste fortemente metaforiche che ipotizzano un futuro radioso per le studentesse; dal corto sono stati estratti segmenti da 30 secondi da usare come spot tv: uno di questi vede la protagonista che riflettendo sul proprio futuro si ritrova un albero di sakura in fiore in classe, a simboleggiare l’inizio di un nuovo splendido periodo della propria vita. In Giappone i sakura in fiore rappresentano la fine della scuola (fine marzo) come pure il suo inizio (inizio aprile), come si vede in qualunque manga ad ambizione scolastica come pure ad esempio nel film di Arrivare a te.

Quindi il sakura rappresenta la nascita, la rinascita, la bellezza giovanile, la maturità, la morte, il ciclo della vita: ce n’è abbastanza per abbinarlo a praticamente qualunque cosa, ed è proprio quel che fanno i giapponesi. Oltre alla vanitas, alla vita, alla morte, alla bellezza, ai samurai e ai ricordi di scuola, il sakura è il fiore matrimoniale dato che col suo rinascere ogni anno è propiziatorio per il ciclo della vita e, quindi, per avere dei bambini.

Foto matrimoniali al giardino Kourakuen di Okayama.

Il signor Maiale e la signora Girasole posano in abiti matrimoniali tradizionali giapponesi al giardino Kourakuen di Okayama sotto una pergola che ospita i rami di uno shidarezakura, una varietà particolarmente spettacolare di sakura piangente. Benché il Somei Yoshino sia attualmente il cultivar più diffuso, non è assolutamente né l’unico né il più bello.

Dato che per i giapponesi non c’è niente di meglio che bere alcol in compagnia, ecco che da oltre dieci secoli la fioritura dei sakura diventa un pretesto perfetto per unire la contemplazione estetica degli alberi al piacere di godersi la vita: hanami vuol dire letteralmente “guardare i fiori” ed è una pratica amatissima dai nipponici che ha ormai preso piede anche in Italia. Nei giardini, nei parchi, sulle sponde dei fiumi e in generale ovunque sia possibile, gli amanti dei fiori piazzano coperte per terra, barbecue, cestini da picnic e si danno ai convivi: si allestisce il pasto insieme, si mangia insieme, si passa del tempo insieme, perché la bellezza della vita è fuggevole come la fioritura di un delicato fiore rosa pallido e bisogna approfittare dei doni della natura e condividerli finché è possibile.

Sakura di notte con matsuri e pesca al pesce rosso.

L’hanami notturno è particolarmente amato dai giapponesi perché consente di bere alcolici (vietati di giorno) e di ammirare gli yozakura, cioè i sakura di notte: stagliati come spettri bianchi sul nero della notte, sono incredibili visioni fantasmatiche che l’immagine fotografica non coglie, bisogna vederli dal vivo. Per apprezzare al meglio gli yozakura non c’è posto migliore dei filari di alberi sulle sponde dei fiumi, che in aprile si popolano di mercatini con cose buone da mangiare come i dango e giochi retrò tipo la pesca al pesce rosso, proprio come si vede nell’episodio del matsuri di tanti anime.

Dati tutti questi motivi legati praticamente a qualunque aspetto della vita e della morte degli esseri umani, non stupisce quindi che il sakura sia onnipresente nella cultura giapponese, anche in quella pop dominata ovviamente dai manga.

Fumetti con sakura: "Arrivare a te", "Le situazioni di Lui & Lei", "Assassination Classroom", "One Piece" e "5 cm al secondo".

I fiori di sakura sono una costante dei fumetti a partire ovviamente da quelli per ragazze come Arrivare a te (in alto a sinistra) a quelli per giovani donne, ovvero la fetta di pubblico conosciuta dagli americani come “young adults”, come Le situazioni di Lui &; Lei (in alto al centro), ma non sono estranei neanche ai titoli per ragazzi come Assassination Classroom (in alto a destra). Ovviamente non potevano mancare piogge di petali nei fumetti trasversali dedicati al pubblico generalista come One Piece (al centro) né tantomeno nelle opere introspettive di Makoto Shinkai come 5 cm al secondo (in basso).

Fra tutti gli autori giapponesi di fumetti, forse quello più legato ai fiori di sakura è il celebre gruppo CLAMP, composto da quattro donne che hanno iniziato l’attività il primo aprile del 1989 e che tutti gli anni festeggia il compleanno con iniziative speciali per i fan. Profondamente legate al ciliegio giapponese, le CLAMP hanno insistito riferimenti al fiore o suo al nome (o a entrambi) in praticamente tutte le loro opere, hanno battezzato Sakura il loro personaggio forse più celebre, e hanno stabilito al primo aprile il compleanno di alcuni loro personaggi particolarmente significativi come la stessa Sakura di Card Captor Sakura, Watanuki di xxxHOLiC e Seishiro di Tokyo Babylon.

L'albero di sakura visto dalle CLAMP: "RG Veda", "X", "Kobato." e "Tokyo Babylon".

L’albero di sakura nella sfaccettata interpretazione delle CLAMP: dall’alto, Ashura e Karyoubinga nell’Arcadia di RG Veda, Fuuma e Kamui bambini ancora puri e felici in X, Kobato canta gioiosa fra i petali in Kobato, e infine Seishiro e Subaru di Tokyo Babylon in un fatale vortice di eros e thanatos.

La presenza dei fiori di sakura nella cultura popolare e collettiva non poteva non estendersi anche al mondo della musica: in Giappone il passaggio delle stagioni è un indicatore così sentito e così continuamente ricordato che i musicisti scrivono canzoni a tema col periodo dell’anno, un po’ come si fa in Occidente per Natale o per l’estate. Ecco quindi che alle canzoni autunnali e invernali dei cantautori si contrappongono i brani primaverili ed estivi degli idol; in particolare, ovviamente, il periodo dei sakura è quello più trattato, citato e cantato nell’intera storia della musica giapponese, da secoli.

Il musicista Michio Miyagi era cieco, ma questi non gli impedì di diventare fin da giovane il più importante compositore ed esecutore di musica per koto di tutti i tempi. Nel 1923 Miyagi affrontò la sfida di scrivere delle variazioni sul tema di Sakura sakura, uno dei motivi folk più noti al pubblico nipponico, e il risultato fu una splendida suite ancor oggi eseguita in occasione della fioritura degli alberi.

Sakura del gruppo pop-rock Remioromen è un tipico esempio di canzone di inizio amore giovanile: siamo in primavera, i fiori sbocciano e il cantante vuole abbracciare la sua bella.

Harusaki sentimental del gruppo rock Plastic Tree è invece la tipica canzone di fine amore adulto: il testo è una lettera che un uomo scrive alla donna amata e perduta, il cui ricordo è giunto all’improvviso osservando un sakura mentre camminava per strada di notte.

Infine, il gruppo visual kei D interpreta la componente memento mori dei sakura in Ouka saki some ni keri, che vuol dire qualcosa tipo “Ricordo quando i fiori di ciliegio si tinsero aprendosi” e che ha un testo tragicissimo.

Infine, più si avvicina la primavera e in particolare aprile, e più i sakura, i fiori in generale o anche solo il colore rosa invade letteralmente i negozi.

Conbini giapponese nel periodo dei sakura.

Il negozietto sotto casa fino a cinque minuti fa era rassicurantemente grigio e triste come sempre, e poi TA-DAAAN! ecco che diventa il negozio di Barbie.

Prodotti alimentari a base di sakura.

Una minuscola, anzi microscopica rappresentanza di cibi contenenti, o al sapore di, o profumati al, o al colore di, o comunque a base di sakura. In alto, da sinistra: dolci tradizionali giapponesi composti da una sfoglia soffice al sakura con dentro anko koshian (marmellata di fagioli dolci passati) e mochi (preparazione morbida di riso); nikuman dolce con pasta esterna cotta al vapore al sakura e ripieno di anko tsubushian (marmellata di fagioli dolci in pezzi); versione primaverile al gusto sakura & cioccolato di un gelato che il resto dell’anno è al gusto panna & cioccolato; snack al mais senza nessunissimo collegamento coi sakura a parte che la mascotte sulla confezione indossa un copricapo coi fiori rosa. Al centro alcuni prodotti da forno, da sinistra: manjuu cotti al vapore rosa sakura, dorayaki con esterno standard e ripieno al sakura, e corrispettivi dorayaki con esterno con impasto al sakura e interno standard con anko. infine, in basso, a sinistra una quantità e varietà di tè verdi, neri e bianchi variati al sakura, puro o con altri aromi, accompagnati dai relativi biscottini e dolcetti e cosettini vari; a destra i realtivi dolcetti da tè, essenzialmente gelatine al sakura semplici o arricchite con petali e altri ingredienti dolci.

Bevande collegate al sakura.

E col mangiare, ovviamente il bere. Dall’alto a sinistra: versione primaverile del bicchiere per il caffè del conbini FamilyMart; Red Bull in «Spring Edition» (???); Pepsi al gusto e colore di sakura, veramente terribile; due marche di tè verde sulla cui confezione sono spuntati rami di sakura piangente e sakura Somei Yoshino; una rassegna di lattine di quattro marche di birra che, essendo probabilmente la bevanda più amata dai giapponesi (sì, più del tè verde, sì), si sono cambiate d’abito vestendosi di rosa per l’arrivo di aprile; infine una lattina di chuu-hai, ovvero una famiglia di bevande frizzanti leggermente alcoliche (sui 5° o meno) aromatizzate in vari gusti: questa è alla fragola, ma la cosa non ha impedito al grafico di decorare la confezione con una ventata di fiori.

Cosmetici a base di sakura.

Con la scusa dei sakura simbolo di rinascita della vita, i giapponesi ne approfittano per produrci qualunque prodotto, compresa un’infinità di cosmetici che vado dalle cremine passando per le maschere facciali fino alle bombe di sapone da buttare nella vasca da bagno, come fa sempre Usagi Tsukino.

Per la ricchezza di significato, la diffusione, la celebrità e l’influenza culturale, non c’è forse un elemento che riesca a sintetizzare l’intero Giappone in un solo simbolo come ci riesce il fiore di sakura. Il primo aprile rappresenta, più che l’inizio dell’anno, la rinascita dell’anno, in un significato perfettamente simile quello che avevano le feste in onore di Proserpina nell’antica Roma. È tornato il sakura, è tornata la primavera, è tornata la vita: si ricomincia e, come diceva Kyoko a Godai in Maison Ikkoku, ganbatte kudasai, “forza e coraggio”!

Alberi di sakura nel centro commerciale Aeon Mall di Okayama.

La signora Girasole e il signor Maiale gioiosi davanti a una composizione di sakura all’interno di un centro commerciale: la vita è più bella sotto un albero tutto rosa.

Assassination Classroom – Video e visual della seconda stagione

Il 7 Gennaio su Fuji TV è finalmente cominciata la seconda stagione di Assassination Classroom, serie animata tratta dall’omonimo manga di Yusei Matsui

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Pubblicato in Italia da Panini Comics, Assassination Classroom ha cominciato la sua serializzazione nel Luglio 2012 su Shonen Jump della Shueisha. La serie racconta le vicende di un potentissimo insegnante dalle fattezze di una piovra e dei tentativi dei suoi studenti di ucciderlo al fine di salvare il pianeta Terra dalla distruzione.

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La prima stagione dell’anime, prodotta dallo Studio Lerche, è cominciata nel Gennaio 2015 per la durata di 22 episodi alla fine della quale è stata annunciata la seconda stagione.

Qui le sigle di apertura e chiusura:

Queste invece sono alcune immagini promozionali uscite sulle riviste specializzate.

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I 10 Film più visti in Giappone nel 2015

Il quotidiano giapponese Bunka Tsushin ha stilato una classifica dei 10 film prodotti domesticamente che hanno incassato di più in Giappone nel 2015. Sei di questi sono Anime e due sono dei live-action basati su manga (Attacco dei Giganti e Assassination Classroom).

Questo l’elenco:

10) Assassination Classroom (2.77 miliardi di yen, circa 21 milioni di Euro)

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9) Love Live! The School Idol Movie (2.8 miliardi di yen, circa 21.5 milioni di euro)

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8) Biri Gal (2.84 miliardi di yen, circa 21.8 milioni di euro)

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7)  Attacco dei Giganti (3.25 miliardi di yen, circa 25 milioni di euro)

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6) Dragon Ball Z Movie 15: Fukkatsu no F (3.74 miliardi di yen, circa 28.7 milioni di euro)

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5) Doraemon Movie 35: Nobita no Space Heroes (3.93 miliardi di yen, circa 30.3 milioni di euro)

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4) Detective Conan Movie 19: The Hellfire Sunflowers (4.48 miliardi di yen, circa 34.5 milioni di euro)

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3) HERO (4.67 miliardi di yen, circa 36 milioni di euro)

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2) Bakemono no Ko (5.85 miliardi di yen, circa 45 milioni di euro)

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1) Youkai Watch Movie 1: Tanjou no Himitsu da Nyan! (7.8 miliardi di yen, circa 60 milioni di euro)

Youkai-Watch-Movie-1-Tanjou-no-Himitsu-da-Nyan

Gli anime più attesi dell’inverno 2016

Un sondaggio di Charapedia ha chiesto a 10,000 fan di anime quale anime tra quelli in uscita il prossimo inverno fosse il più promettente. Il campione statistico è così suddiviso: pubblico maschile (47.4%), pubblico femminile (52.6%) di cui il 69.9% è dai 15 ai 29 anni mentre il restante 30.1% composto da trentenni e over..

Questi i risultati:

20) Oshiete! Gyaruko-chan
19) Active Raid: Kidou Kyoushuushitsu Dai Hakkei
18) Sekkou Boys
17) Norn9: Norn+Nonet
16) Musaigen no Phantom World
15) Prince of Stride: Alternative
14) Kono Subarashii Sekai ni Shukufuku wo!
13) Shouwa Genroku Rakugo Shinjuu
12) Divine Gate
11) Haruchika: Haruta to Chika wa Seishun Suru
10) Fairy Tail Zero

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9) Ooya-san wa Shishunki!

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8) Nijiiro Days

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7) Dagashi Kashi

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6) Boku Dake ga Inai Machi

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5) Ajin

ajin-anime-visual
4) Akagami no Shirayuki-hime (seconda stagione)

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3) Durarara!!x2 Ketsu

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2) Gate: Jieitai Kanochi nite, Kaku Tatakaeri – Enryuu-hen

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1) Assassination Classroom – seconda stagione

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Benvenuti in Giappone 02 – Interno & esterno

La storia del genere umano ci insegna che i conflitti non avranno mai fine in un interminabile ciclo di corsi e ricorsi definiti dalle peculiarità dei popoli. Di queste peculiarità, la più forte è forse la religione dato che si propone di dare un senso a tutto quello che esiste (al contrario della scienza che vuole darne una spiegazione), e proprio perché si occupa di tutto quello che esiste la religione occupa un posto principale nella mentalità di un popolo. Non fa eccezione quello giapponese, dove la tradizione religiosa ha forgiato il pensiero di generazioni.

Se però in Occidente le grandi religioni monoteiste hanno influenzato le genti con la loro presenza del divino, in Giappone è stata la sua non presenza a caratterizzare le abitudini degli abitanti, tant’è vero che una buona parte degli stereotipi e dei modi di fare dei nipponici sono spiegabili dalla frase:

In Giappone Dio non c’è quindi nessuno vede il tuo dentro, ma tutti vedono il tuo fuori.

Per quanto possa sembrare spiazzante, a ben vedere questa è quella che, parlando di Giappone, è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Sette dèi della Fortuna.

Gli Shichifukujin, letteralmente “Sette dèi della Fortuna”, sono citati in molte opere come Lamù, mentre in altre come Yu degli spettri e Abenobashi sono presenti le Quattro bestie sacre.

La tradizione religiosa giapponese, ovvero lo Shintou “via del divino” (dove con «via» si intende “percorso iniziatico”, esattamente come il kendou è la “via della spada”) contempla un esteso pantheon di divinità che hanno le proprie storie e i propri intrecci narrativi esattamente come il pantheon degli antichi greci-romani, ed esattamente come per gli antichi greci-romani queste divinità se ne stanno in cielo o in mare o nei boschi e hanno un comportamento umano con umani vizi & virtù e non interferiscono con la moralità degli esseri umani, cioè non vedono dentro il cuore degli esseri umani, cioè per i giapponesi l’essere umano è libero dal giudizio divino. Questi vuol dire che mentre la caratteristica principale del dio delle religioni monoteiste occidentali è proprio il suo essere trascendente e immanente insieme, gli dèi giapponesi sono solo trascendenti e non bisogna rendere conto loro di nulla. Invece, ed ecco il nocciolo della questione, è agli altri che bisogna rendere conto, perché gli altri mi vedono e mi giudicano. Nessuno vede il mio aspetto interiore, ma tutti vedono il mio aspetto esteriore.

Ponyo e Sosuke in barca.

Ponyo e Sosuke salpano verso la morte, stando all’interpretazione alternativa del film.

L’assenza di Dio, di religioni oppressive e di chiese-marionettiste sembrerebbe il sogno di John Lennon, un mondo senza religioni, e invece paradossalmente la mancanza di un dio superiore con cui confrontarsi ha impedito quel processo storico per cui i cristiani, gli ebrei e gli islamici si sono riconosciuti tutti inferiori a Dio e quindi tutti suoi figli, tutti fratelli, tutti uguali. Che poi questa idea sia costantemente disattesa da continue guerre è palese, ma almeno il concetto c’è. In Giappone invece non c’è un dio sotto il quale tutti gli uomini sono uguali, anzi le diseguaglianze sociali sono terribili e la legge non è uguale per tutti (proprio nel senso forense dell’espressione), il che si è trasformato nei secoli in una ripidissima piramide sociale come in Occidente non si vede dai tempi dei vassalli, valvassori e valvassini. Eppure, l’assenza di un dio a cui rivolgere le proprie grida di dolore ha forgiato la popolazione giapponese alla resistenza a tutto. Se prima le scene post-tsunami nel film Ponyo sulla scogliera mi sembravano assurde e ridicole, con tutte quelle persone sulle navi tutte festanti nonostante avessero appena subito una catastrofe, oggi realizzo che non sono poi così distanti dalla realtà giapponese: i nipponici hanno questo modo di reagire davanti ai problemi con la parola shouganai che letteralmente vuol due “non c’è rimedio”, ma che si usa per dire “eh pazienza” o “che ci vuoi fare” o “ormai è andata così”.

Inutile stare a piangere, e non lo fanno: durante le alluvioni a Ibaraki dello scorso settembre, delle migliaia di sfollati visti in tv non c’è n’era uno che è uno che versava una singola lacrima. Anche gli anziani che avevano perso tutto, la casa, la terra, i ricordi di intere generazioni, al massimo raccontavano quanto si erano impauriti e preoccupati di riuscire a sopravvivere, ma non erano disperati, non piangevano gridando pietà a un dio e in generale tutti erano già nello spirito di rimboccarsi le maniche e ricostruire. La forza d’animo dei giapponesi è straordinaria, sono dotati di una tempra incredibile e di una volontà fuori dal comune, come i molti fumetti e cartoni animati sportivi mostrano da decenni: gli allenamenti disumani dei personaggi di Mimì e la nazionale di pallavolo o della Signorina in Punta al Top! GunBuster forse non vengono eseguiti davvero dai ragazzi giapponesi (o almeno lo spero per loro), ma sono un riferimento narrativo di primaria importanza per la formazione morale esattamente come lo sono le fiabe in Europa. Da questo punto di vista il culmine dell’insegnamento è dato da Tommy, la stella dei Giants, risalente al 1966 eppure ancora notissimo per l’incredibile e stoica tenacia con cui il protagonista affrontava i più duri allenamenti sotto la neve o indossando telai di molle per rendere più difficili i movimenti e fortificarsi, nonché per essere l’anime dove è stato inventato il cosiddetto chabudaigaeshi o table-flip, cioè l’azione di ribaltare il tavolino a causa di un improvviso accesso di rabbia come viene fatto dal padre di Tommy, e che in Giappone è diventato ormai così proverbiale e così noto da aver generato anche un campionato di ribaltamento del tavolino.

Non sono poi solo gli sportivi a impegnarsi al massimo: il tema del dare tutto sé stessi (evidentemente perché non c’è un dio che ti aiuta) è tipico anche degli shoujo manga, cioè dei fumetti per ragazze, rappresentato in pieno da Maya Kitajima, la protagonista de La maschera di vetro – Il grande sogno di Maya in sequenze impressionanti/deliranti come la preparazione al ruolo teatrale di una immobile bambola di porcellana per il quale Maya si riveste di una corazza di taglienti bambù così da impedirsi i movimenti.

Tommy in imbracatura.

Tommy is not amused.

Siccome in Giappone non c’è Dio, fino a prova contraria nessuno conosce veramente le mie vere intenzioni. Proprio per questo la lingua giapponese ha elaborato due paroline di basilare importanza per capire la società nipponica, o quantomeno il modo in cui essa vede sé stessa: hon’ne (“origine + suono = suono originale”) e tatemae (“costruzione + davanti = facciata”) sono le parole con cui i giapponesi identificano quello che veramente pensi di una cosa, ma non lo dici, e quello che dici pubblicamente di una cosa. L‘hon’ne te lo tieni per te, il tatemae è quello che fai quando conversi con gli altri, ed è un’abitudine così radicata da non avere mai, mai, mai la certezza di star parlando onestamente con il proprio interlocutore, a volte anche con le persone più intime e fidate. C’è sempre un tatemae che impedisce di scorgere l’hon’ne, che d’altronde è ignoto a tutti, compreso a Dio che non c’è e alle divinità che non leggono nel cuore. I fumetti e i cartoni animati hanno sublimato spesso questo tatemae: due esempi celebri e vistosi li si ritrovano nella “maschera di vetro” del già citato Il grande sogno di Maya e soprattutto nell’A.T. Field di Neon Genesis Evangelion, che non a caso sta per “Absolute Terror Field”, cioè la barriera invalicabile non tanto per una questione fisica, ma di personale e insormontabile fobia sociale, un elemento cruciale tramite il quale l’anime dello studio Gainax viene percepito dal pubblico giapponese come una storia di formazione più che di fantascienza.

Il mantenimento del tatemae è una necessità sociale assoluta di origine storicizzata come ben spiegato qui: mi limiterò a riportare il dato di fatto che, stando alle dichiarazioni dei giapponesi stessi (e alle storie brevi di Rumiko Takahashi), per gli uomini sposati avere l’amante è più comune che non averla, ma il fenomeno è tollerato perché finché non si danneggia effettivamente la moglie allora la relazione extraconiugale è accettabile. In Occidente si dice che per i giapponesi non esiste il concetto di peccato, ma non è vero: Dio non c’è quindi non esistono i sette peccati capitali cristiani, non esiste il peccato morale, ma esiste il peccato come colpa sociale dovuta al danneggiamento altrui, perché gli altri ti guardano e ti giudicano. Come dice Satsuki in X delle CLAMP, non si uccidono gli altri esseri umani perché poi porteresti danneggiamento ad altri esseri umani rendendoli tristi, e non perché compi un atto orribile che lacera la tua anima come dice il professor Lumacorno in quel corso di catechismo che è Harry Potter e il Principe Mezzosangue.

Satsuki eremita.

Satsuki l’eremita fa chiaramente parte degli Illuminati.

Se davvero Dio non c’è, per logica non è più il giudizio divino, ma bensì il giudizio umano, il giudizio altrui a definire il comportamento. Per questo i giapponesi tendono a mostrarsi sempre perfetti, e per questo anche le città giapponesi sono sempre pulite e ordinate, fra l’altro tenute pulite e tenute ordinate dai cittadini stessi e non dall’amministrazione cittadina (il che dovrebbe fare da esempio ai cittadini italiani, sempre in attesa che sia “qualcun altro” a svolgere il proprio lavoro). Un’altra conseguenza positiva del peso del giudizio altrui è che la microcriminalità è bassissima, ma in questo caso il rovescio della medaglia è l’inumana e sproporzionata umiliazione pubblica a cui viene sottoposto chi delinque, non solo i criminali, ma anche i ragazzini beccati a commettere piccoli furti. Forse questo dipende dal fatto che, come mi è stato detto una volta, «la base della società giapponese è la vergogna»: si è portati a non delinquere per l’incredibile gogna pubblica a cui si è sottoposti per qualunque sciocchezza. Poiché l’umiliazione con i vicini di casa, con i colleghi, con i compagni di scuola, con i genitori, con tutti gli altri può raggiungere livelli così forti, ecco che tutti tendono a dare il meglio di sé stessi, a impegnarsi di più, a studiare di più, a lavorare di più, in una competizione che porta il Giappone a eccellere a livello mondiale in molti campi, ma che al contempo non trova sfogo nella meditazione o nella consolazione religiose e che sfora nel patologico e nelle relative tragiche conseguenze, molto note anche agli occidentali e ai lettori di fumetti, come sa bene chi legge Bakuman. ripensando allo zio del protagonista.

Rei e Asuka in ascensore.

Ecco LA scena.

Per fortuna non tutti sono allineati su questa strada autodistruttiva: Eikichi Onizuka di GTO con aspetto malavitoso e cuore puro offre un modello virtuoso di superamento della convenzione sociale, e un altro insegnante tanto inquietante fuori quanto sensibile dentro è Korosensei di Assassination Classroom, così metaforicamente alieno alla società da essere un alieno vero e proprio. A ben vedere il dualismo fra dentro e fuori è forse uno dei temi in assoluto principali e più caratteristici della narrativa giapponese e, quindi, di fumetti e cartoni animati: i robot dentro umani e fuori meccanici, le maghette che cambiano di età o talento quando si trasformano, e gli orfanelli dall’aspetto angelico benché rosi dal tormento interiore sono esempi di come il mascheramento dell’aspetto interiore, sconosciuto agli dei e agli uomini, sia stato il cardine su cui si è mosso l’intrattenimento giapponese da mezzo secolo a questa parte. Il culmine è rappresentato ovviamente da Neon Genesis Evangelion, che è il culmine di molte cose, e le cui protagoniste Rei e Asuka sono i prototipi e al contempo i modelli perfetti dei tipi di personaggio noti rispettivamente come tsundere (fredda fuori, ma calda dentro) e yandere (brillante fuori e oscura dentro). Una continua recita, un continuo interpretare un ruolo, un continuo giuoco delle parti sul teatro della vita, lo stesso dell’episodio 26, i cui spettatori sono gli altri uomini e non Dio, perché in Giappone Dio non c’è.


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