Animal Man

Il Vangelo secondo Grant Morrison

Nel 1987, al culmine del consenso critico per il lavoro di Alan Moore su Swamp Thing e Watchmen, la DC Comics aveva spedito nel Regno Unito una banda di mediatori con le direttive di rivoltare la vecchia terra di Albione in cerca di altri strambi autori britannici in grado di fare meraviglie con alcuni di quei personaggi vecchi e polverosi che languivano nel catalogo DC.

Durante il viaggio in treno Glasgow-Londra per incontrare la dirigenza DC, il cervello scoppiettante di Morrison si illuminò ricordando la figura di Animal Man, personaggio secondario comparso negli anni ’60 sulle pagine di Stranges Adventures, che aveva affascinato lo scozzese durante l’infanzia, definendo fin da subito quelli che sarebbero stati i temi chiave del suo lavoro sul personaggio: un supereroe di serie C disoccupato, sposato e con prole, che inizia a impegnarsi nella questione dei diritti animali e trova la sua autentica vocazione nella vita.

Inizialmente Animal Man sarebbe stato concepito come una miniserie  di quattro numeri, con l’obbiettivo di radicalizzare il personaggio, per poi lasciarlo in mano a qualcun altro che lo prendesse e lo sviluppasse, quasi in maniera analoga a quanto fatto in tempi recenti da Warren Ellis sul personaggio di Moon Knight in Marvel.
Tuttavia successivamente venne chiesto a Morrison di proseguire la serie e di farne un mensile regolare e, non avendo l’autore alcun desiderio di produrre un’altra esplorazione realistica di un superuomo e/o di un vigilante con problemi emotivi, tentò di cercare una nuova direzione.

Quello che lo scozzese tirò fuori fu Il Vangelo del Coyote, storia che farà da modello al proseguo della serie, dando inizio a una trama che si concluderà con Animal Man #26, titolato Deus ex machina, l’ultimo numero scritto da Morrison sul personaggio: in questa sede non analizzerò numero per numero Animal Man, ma mi limiterò a concentrarmi sulla singola storia de Il Vangelo del Coyote e all’inseguimento di alcuni specifici nuclei tematici.
Partendo da Animal Man #5, quest’articolo si propone di essere utile per fornire una chiave di lettura a chi ha sempre voluto comprendere meglio questa serie, la quale è un passaggio obbligato per arrivare a toccare quella che è l’idea dell’autore sui Supereroi e la narrativa di genere.

Che il capitolo rappresenti una virata verso la metanarrazione fumettistica lo si capisce sin dalla copertina di Brian Bolland, la quale ricorda al lettore che si stanno preparando a leggere una storia di finzione che è scritta e disegnata da una mano esterna, con il personaggio di Barry Baker (l’alter-ego di Animal Man) crocifisso su una griglia tracciata dall’impronta di pneumatici sul terreno, che sembra ricordare la rigorosa griglia a nove vignette, tipico formato del periodo ed esaltata da Alan Moore e Dave Gibbons in Watchmen, e che ritroveremo nella prima pagina all’interno di Animal Man #5.
Infatti il capitolo si apre con la prima vignetta in alto a sinistra che mostra la veduta di una autostrada nel deserto, con un coyote spiaccicato sull’asfalto in primo piano (che anticipa delle vignette simili di pagine 3-4) e un tir blu in avvicinamento e la didascalia che ci dice dove siamo: «Valle della Morte: 40° gradi all’ombra e l’asfalto luccica come l’acqua. È qui che inizia tutto.»

L’attenzione nelle successive vignette si sposta proprio su chi si trova sul mezzo e il lettore si trova coinvolto nelle vite di una giovane autostoppista con velleità hollywoodiane di nome Carrie, come la protagonista dell’omonimo film di Brian De Palma del ’76 («Carrie, giusto? Come nel film?»), e del conducente, un uomo di cui non sapremo mai il nome nell’arco del capitolo, ex tossico e omosessuale («Ho passato tre anni per le strade di L.A., bella mia, e parliamo dell’Inferno di Dante, okay? Sarei ancora dipendente dall’ero o in una corsia per i malati di AIDS, se non fosse stato per il mio uomo, per Billy»).
Morrison cala il lettore in medias res in dinamiche molto lontane da quelle classiche del supereroismo e propone sin dalla prima pagina contrasti terminologici (Los Angeles che viene apostrofata come “Inferno di Dante”) sia contenutistici, contrapponendo la fede nei tarocchi che guida la giovane a quella cattolica che guida il conducente. Successivamente a pagina 2, vediamo l’elemento di rottura della normalità: nel mentre il veicolo procede sulla strada spianata al ritmo di una canzone che ricorda Roadrunner dei The Modern Lovers (tenete a mente il titolo della canzone, perché Road Runner, ossia Beep Beep in italiano, è il nome del famoso Struzzo Corridore dei Looney Tunes),  passa dritto su una figura vagamente demoniaca che le luci frontali del tir non permettono di vedere. Due vignette in basso a pagina 3 ci presentano un corpo maciullato animalesco e annunciato da una singolo categorico pensiero, ovvero: “DOLORE”.


Mentre assistiamo al miracolo della resurrezione per tutta pagina 4 della creatura ferina, in una tavola strutturata con sei vignette orizzontali che rappresentano sei attimi diversi, perennemente accompagnati dal narratore che ci guida tra i legamenti e i muscoli che si riannodano tra loro, a pagina 5 una intera splash page rivela al lettore che la figura non è altro che un coyote bipede e che tutto quello che ci è stato raccontato, è accaduto un anno prima rispetto al proseguo della narrazione.


Nel presente, infatti, siamo legati ancora alle vicende della famiglia Baker, con Buddy che afferma la scelta di voler far diventare la famiglia vegetariana, con un’azione estremamente forte e impulsiva, come può essere gettare nella spazzatura gli alimenti di origine animale presenti nel frigo.

Non va sottovalutata l’importanza delle vignette delle pagine da 6 a 9, poiché qui è Morrison che fa diventare il personaggio di finzione una piattaforma per raccontare le sue sempre più misantropiche opinioni del tempo sulla questione dei diritti animali, trasformatesi anche in azione con l’ingresso dello scozzese tra i Sostenitori dell’Animal Liberation Front e l’adozione del vegetanesimo come scelta di vita. Tramite Baddy, che diventa quindi un suo surrogato, Morrison vuole raccontare il suo moto d’animo, le frustrazioni di chi non riesce a cambiare le cose, del non poter far niente per ciò che lo preoccupa e di non riuscire a smuovere neppure le persone attorno verso un tema a cui tiene in maniera così forte, come in questo caso è quello dei diritti animali per Baddy, frustrazione che si trasforma nella incomunicabilità tra l’eroe e la moglie, tema che ritornerà nel finale della storia.

Morrison ha intenzione con tutta la serie di Animal Man di sfruttare le potenzialità del supereroismo facendo aprire, se possibile, gli occhi ad alcuni lettori di fronte alle atrocità gratuite che vengono quotidianamente  commesse in nome dei nostri bisogni alimentari e della ricerca sugli animali, svicolandosi dal semplice intrattenimento action, in cui spesso si tende a ricadere nella letteratura di questo genere.

Proseguendo a pagina 10, il narratore ci riporta nelle vicende del deserto e dei personaggi presentati nelle prime pagine tramite i pensieri del conducente del tir che dopo un anno risulta fortemente stravolto: ha visto l’amato Billy finire sotto le ruote di un camion, ha perso il lavoro, il cancro gli ha tolto la madre, ma l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è la notizia in un giornale di L.A. dell’uccisione di una prostituta in un raid contro la droga e dal volto della giovane autostoppista di nome Carrie.

Ritornato nel deserto e nel luogo dell’impatto con il Coyote con l’obbiettivo di ucciderlo definitivamente, reputa questi responsabile di quanto successo nella sua vita, vedendo in lui una manifestazione demoniaca, proponendosi come un novello San Giorgio raccomandatosi al Signore, fino ad arrivare alla vignetta in basso a sinistra di pagina 16, dove il Coyote, sopravvissuto anche all’esplosione di una bomba accidentalmente innescata, ci viene effettivamente mostrato nel suo volto stravolto e circondato dalle fiamme, quasi a dare conferma della sua natura demoniaca.


Arriviamo quindi a pagina 17, dove un Animal Man fuggito dalle discussioni famigliari, viene attirato tra i canyon dove si stava svolgendo l’azione delle vignette precedenti, e il Coyote, risanato completamente dalle ferite infertigli dalla caduta da un precipizio, un masso caduto dall’alto e dalla sopraccitata bomba innescata inavvertitamente (con riferimenti non troppo velati ancora ai cartoni di Willy E. Coyote e Beep Beep), si para davanti all’eroe in spandex consegnandogli su una pergamena quello che viene presentato ai lettori come il Vangelo di Crafty.

 



In quei giorni nessuno ricordava un tempo in cui il mondo  fosse libero dalla discordia. In cui ogni animale fosse posto contro un altro in un circolo di violenza e crudeltà. Avendo ciascuno un corpo che si rinnova dopo ogni ferita, nessuno pensò mai di contestare la futile brutalità dell’esistenza. Sino a Crafty.

 
Veniamo infatti a conoscenza che il nome del Coyote è Crafty, il quale non è altro, sostanzialmente, che Willy E. Coyote, personaggio dei cartoni dei Looney Tunes, creato nel 1949 da Chuck Jones per la Warner Bros., il quale decide di compiere un percorso cristologico per liberarsi dall’eterno ciclo di sofferenza a cui sono destinati i personaggi di finzione, andando a contestare dinanzi a Dio lo status quo in cui sono costretti a vivere.

E Dio parlò a Crafty e disse: “Devi essere punito per questa ribellione contro la mia volontà. Tuttavia, io sono un Dio buono e il mio giudizio sarà mitigato dalla pietà.”
Molto impaurito, Crafty parlò e disse: “Sopporterò ogni castigo che porti la pace  al mondo”.
“Allora trascorrerai l’eternità lassù all’inferno”, disse Dio. “Finchè vivrai e sopporterai la sofferenza  del mondo,  io metterò pace tra gli animali. Questo è il mio giudizio.”



Crafty non è quindi la figura malefica quale gli occhi della fede portano l’ex tossico a vedere, ma un autentico Cristo fatto e finito, che decide di redimere il suo mondo tramite l’eterno ciclo di sofferenza a cui si è sottoposto. Allo stesso tempo la sua ribellione allo status quo ricorda esattamente quella di Lucifero, e sebbene i due paragoni possono apparire in apparente contrasto, va ricordato che la Stella del Mattino è anche colui che ha indotto l’uomo alla conoscenza, la scientia boni et mali, e dunque all’elevazione dell’uomo a divinità, pur contro la volontà del Dio supremo che avrebbe voluto invece mantenere l’uomo quale suo suddito e schiavo, cioè quale essere inferiore.

L’idea di Lucifero come principio positivo, porta ad accostare di conseguenza Crafty anche alla figura di Prometeo, dato che l’accostamento tra Lucifero e Prometeo sarà un motivo ripreso da una lunghissima tradizione gnostica e filosofica che nella storia ha trovato echi in vari movimenti culturali, in particolare nel Romanticismo Inglese di Byron e Shelley (autori che hanno avuto un forte impatto culturale nell’immaginifico dello scozzese, tanto da farli rivivere nel capitolo Destinazione Arcadia della serie Invisibles).

Proprio Percy Bysshe Shelley è l’autore tra l’altro de Prometheus Unbound (1820), dramma lirico in versi ispirato all’omonima tragedia di Eschilo, che si incentra sulle vicende di Prometeo in catene e condannato ad avere il fegato continuamente divorato da un’aquila, una tortura eterna da parte di Zeus come punizione per aver rubato il fuoco agli dei per portarlo all’umanità: la vicinanza tra Crafty e Prometeo che non si limita a essere solo evocativa, ma diventa effettiva nella prima vignetta di pagina 21, dove vediamo un moribondo Crafty a cui vengono divorate le viscere da un avvoltoio.


Crafty, esattamente come il Prometeo dell’opera di Shelley, è in pace con se stesso, non ha nessuna forma di odio e risentimento nei confronti di un Dio che lo ha condannato a una simile sorte, perché solo in questo modo si può arrivare a toccare la vera libertà. Considerando che per Morrison le nostre stesse vite viste da una dimensione superiore non sono altro che strip circolari e che ogni piano dimensionale è separato da altri e legato e influenzato indissolubilmente a ogni altro, il Coyote, cacciato da Dio, che ricordiamo essere dalle sembianze umane, finisce nel mondo di Animal Man, dove scopre una realtà ancora più dura, dimostrando come non vi sia possibilità di liberazione per i personaggi di finzione, perennemente al giogo di autori che li violentano per il sollazzo di noi lettori.

Crafty consegna il suo Vangelo nelle mani di  Buddy, come Prometeo ha donato il fuoco agli uomini, affinché questi giunga alla stessa epifania e rompa il giogo che lo lega al suo scrittore/Dio e arrivi a concepire in maniera diversa la sua realtà, all’interno del fumetto.

Allo stesso tempo il Vangelo, a un secondo livello di lettura, non parla solo dei personaggi di finzione, ma degli animali (Morrison per raccontare il mondo di Crafty non usa mai altri termini oltre “animali”), anche essi privati di dignità e sottomessi ai capricci del Dio/uomo. E se i personaggi di finzione vedono nel vivere in un mondo immaginifico la privazione dei diritti, per gli animali lo è nell’incomprensibilità della loro parola: il Vangelo di Crafty è destinato a perdersi come sabbia al vento dato che Buddy non riesce a leggere la sua scrittura in geroglifici.


Lo stesso Morrison in Animal Man #26, dirà: «La forza crea diritto. L’uomo è in grado di abusare, uccidere e fare esperimenti perché è più forte di loro, al di là di questo, non esiste alcun argomento morale che giustifichi lo sfruttamento degli animali.[…] Chiunque creda  che “l’intelligenza” dell’uomo lo renda speciale deve solo dare uno sguardo a come continuiamo a distruggere il nostro ambiente. L’uomo non è una specie intelligente», riassumendo tutto il nichilismo della vignetta alla fine di pagina 21.

Morrison ci sta dicendo che il mismatch tra uomini ed animali non è tanto nella presunta superiorità intellettiva quanto nell’uso della stessa parola, quindi in differenze linguistiche, lessicali e incomprensioni che portano a una incomunicabilità, che può tanto allontanare un uomo dalla sua amata moglie, come avviene per Baddy a pagina 8, ma su scala più larga è alla base di differenze che causano quelle sofferenze, quel dolore e quelle morti che si continuano a proliferare nel nostro mondo (basta pensare a come l’amministrazione Trump ha iniziato a scoraggiare gli immigrati separando genitori e figli, e sbattendo i pargoli in gabbie metalliche come bestie).

Arriviamo infine al finale e alle pagine 22 e 23, dove l’ex tossico omosessuale spara a Crafty con un proiettile ottenuto dalla croce d’argento regalatagli da Billy, convinto di aver salvato il mondo.
Interessante è come Morrison rappresenta il Cristianesimo: se il credere in una cosa le dà potere su di noi, cambia il nostro modo di pensare e quindi l’agire del mondo e della realtà, la religione cristiana non è altro che una sequela di parole, gesti e simboli, totalmente svicolati dall’esistenza o meno di un Dio. È il potere dell’immaginazione, un potere enorme fermentato nel tempo e sfruttato da imbroglioni come il predicatore che grida dalla TV accesa di casa Baker: «Volete salvare questo povero bambino cieco? Gesù vuole il vostro denaro!», è l’esaltazione folle che guida il conducente del Tir, convinto di aver salvato il mondo uccidendo una creatura.


Il potere della parola è quella che guida il proiettile d’argento al cuore di Crafty, è la sua assenza quella che nega la trasmissione del Vangelo del Coyote, che avrebbe permesso a Animal Man di raggiungere l’epifania, comprendendo di essere solo uno schiavo che muove una ruota più grande per noi lettori.

La storia si conclude con una tavola potentissima, dove un Crafty in lacrime muore tra le braccia di Buddy come il Cristo in croce, con un campo sempre più largo in cui vediamo ancora una volta una mano esterna alla tavola, come preannunciato nella cover di Bolland, che disegna il sangue colare dal Coyote ormai esanime: la sua sofferenza e morte, quindi, non sono che l’ennesimo gioco perverso di un autore per soddisfare noi lettori.

Gli eroi non sono più deus ex machina all’interno delle loro storie di finzione com’erano un tempo negli anni ’50 e ’60, ma lo sono diventati gli autori, che filano come demiurghi i destini di questi fantocci in spandex. 

Appare evidente come Animal Man sia stato un nodo essenziale della narrazione supereoistica, dove Morrison si diverte ad analizzarne la sua evoluzione, a scomporla, a distruggerla e a deriderla, mettendo in luce anacronismi, come le riscritture a seguito della Crisi o l’uccisione di personaggi innocenti solo per aggiungere dramma, diffusasi in larga scala dalla morte di Gwen Stecy, e interrogandosi su quanto di tutto questo possa essere accettabile per l’eroe protagonista delle storie di finzione.
THAT’S ALL, FOLKS!

Mark Gruenwald, il creatore dell’Omniverso

Una decina di anni fa i lettori di comics erano tutto un brodo per una saga di recente pubblicazione, in cui una coppia di scrittori, Dan Abnett e Andy Lanning, rivitalizzava il settore cosmico della Marvel, mettendo in campo un’operazione di recupero e razionalizzazione capace di rinvigorirne il brand in modo davvero magnifico. Quella saga si chiamava Annihilation.

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In Italia il primo numero uscì nel Febbraio del 2007, per mano, ovviamente, della Panini Comics, in un’edizione in volumetti davvero valida. Ancora straconsigliata, quella saga portò alla serie Guardians of the Galaxy che ha fatto guadagnare alla Marvel una pacca di soldi sotto forma di film. Oggi Abnett e Lanning non se li ricorda nessuno, visto che alla Marvel hanno ben pensato di togliere loro la serie e affidarla a Bendis. Un grosso applauso.

Non siamo qui riuniti, però, per parlare delle ingiustizie del comicdom. Siamo qui invece per parlare del numero 4 di Annihilation Nova, il prologo della saga, dove accade una cosa che ancora oggi a ripensarci mi piglia un coccolone.

Agevoliamo il filmato.

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Chi vediamo schiattare è Quasar, protagonista di una splendida serie dedicata a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000, durata un’ottantina di numeri e disegnata, tra gli altri, da un esordiente Greg Capullo. Oltre ad essere avvincente e intelligente, oltre a tratteggiare la figura di un eroe puro ma fallibile, Quasar fu un vero e proprio manifesto della filosofia autoriale del suo scrittore.

All’epoca di Annihilation, però, andava abbastanza di moda uccidere personaggi minori per dare più drammaticità alle storie. Credo che la maggior parte dei lettori abbia reagito alla dipartita di Quasar con una scrollata di spalle: in fondo, saranno stati almeno dieci anni che nessuno si filava più questa specie di versione Marvel di Lanterna Verde.

Giusto?

Sbagliato. Io ci rimasi letteralmente di sasso. Perché Quasar era, in fondo, l’ultimo segno della presenza, nell’Universo Marvel, del suo Creatore: Mark Gruenwald.

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Sì, avete letto bene: Mark Gruenwald fu il creatore dell’Universo Marvel. E non solo. Ma per spiegare meglio questa sconcertante affermazione, abbiamo bisogno di fare un passo indietro e uno di lato.

Un passo indietro

Gruenwald è generalmente noto come “quello che ha fatto mischiare le sue ceneri all’inchiostro di un fumetto”. È vero, lo ha fatto, dopo la sua tragica e prematura morte a quarantadue anni per uno scompenso cardiaco. Questo episodio ci dice sicuramente qualcosa dell’uomo, e della sua passione per il mondo dei comics; ma non scalfisce nemmeno lontanamente la sostanza del suo apporto al fumetto statunitense.

Un apporto che inizia molto prima che Gruenwald diventi scrittore di fumetti. Laureato in letteratura all’Università del Wisconsin (e sì, c’è gente che vive e lavora nel Wisconsin), il buon Gru inizia a farsi conoscere grazie ad un trattatello il cui nome è tutto un programma: A Treatise on Reality in Comic Literature (un Trattato sulla Realtà nella Letteratura a fumetti).

In questo testo del 1976 Gruenwald discute, con piglio da accademico, dei vari universi paralleli del Multiverso Marvel, sistemandoli secondo un ordine logico. Non entreremo nel dettaglio, per il momento. Poco dopo, però, Gruenwald fonda una fanzine che avrà storia breve ma imperitura importanza:

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In queste pubblicazioni, che varranno a Gruenwald l’attenzione della Marvel Comics, che a breve lo assumerà, per la prima volta in assoluto si guarda agli universi fittizi della Marvel e DC come a dei sistemi coerenti governati, nella loro molteplice manifestazione attraverso i singoli albi, da leggi generali e sempre valide. I viaggi nel tempo, le dimensioni magiche e mitologiche, persino gli errori di continuity e le storie immaginarie rientrano nello schema di Gruenwald.

Nasce l’Universo Marvel come un luogo governato da leggi. Un luogo che, in qualche modo, gode di una qualche forma di realtà (“la realtà nella letteratura a fumetti”, ricordate?) Una realtà che può essere analizzata e studiata con la stessa serietà con cui si studia il nostro mondo.

Con Gruenwald nasce il concetto di Universi Fumettistici. La DC ha un proprio universo, la Marvel un altro; anzi, la Marvel e la DC possiedono dei propri Multiversi, ovvero un insieme di universi paralleli somiglianti ma diversi per alcuni particolari.

Ad un livello più alto, afferma Gruenwald, esiste uno spazio che contiene tutti questi Multiversi. Non solo il Multiverso DC, non solo il Multiverso Marvel, ma le realtà dove sono ambientate tutte le storie letterarie mai inventate dal genio umano: l’Universo Disney, l’Universo di Harry Potter, l’Universo del Trono di Spade, eccetera.

Questo luogo si chiama Omniverso, e, a quanto pare, è possibile viaggiarci dentro.

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Per comprendere il piglio accademico di Gru basta guardare l’articolo dove ci si chiede da quale Universo provenga Howard the Duck.

Howard viene risucchiato dal suo mondo natale durante uno scontro pandimensionale tra l’Uomo Cosa e un supercattivo; si ritrova nella Terra Marvel senza possibilità di tornare indietro. I redattori di Omniverse dedicano un intero articolo a dimostrare che Howard non può arrivare dall’Universo Disney dove vive Paperino. I motivi sono molti, e qui ve li risparmieremo. Nell’articolo, comunque, i redattori perdono un po’ di tempo a definire le caratteristiche del mondo Disney, cercando di spiegare come sia possibile che in un solo pianeta possano coesistere città moderne come Paperopoli e i castelli medioevali di Biancaneve e soci (non è forse vero, infatti, che i topolini di Cenerentola si sono trasferiti nella fattoria di Nonna Papera?).

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La soluzione logica sta nella Foresta Incantata (o Foresta Nera), il nesso di ogni realtà, un luogo di potenti forze magiche che permettono ai personaggi di viaggiare tra i diversi mondi Disney. 

Il concetto di “nesso di tutte le realtà” non è nuovo: ne esiste uno nella palude della Florida dove vive Man Thing, perché non dovrebbe essercene un altro nella Black Forest? In fondo, ci insegna Gru, siamo pur sempre nello stesso Omniverso!

Un passo di lato

Tutto un delirio da nerd fanboy? Forse. O forse no.

Alan Moore prese molto sul serio le teorie di Gruenwald. Fu proprio il Bardo a dare consistenza alla teoria del Multiverso Marvel sulle pagine di Captain Britain, quando ci mostra tutti i Capitan Bretagna del Multiverso e dà un numero persino alla Realtà principale (Marvel 616, ovvero 61-6, Giugno 1961, mese di uscita del primo numero di Fantastic Four!)

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In realtà Alan Moore è molto affascinato dall’idea che i mondi fittizi coesistano in qualche forma e abbiano un loro grado di realtà, tanto da basare una delle sue serie più acclamate a affascinanti, Promethea, esattamente su questo concetto.

Non solo. Un altro autore di livello come Grant Morrison ritiene che i mondi fittizi siano in qualche modo reali, anche se fatti di inchiostro e a due dimensioni, e noi abbiamo accesso a essi tramite i fumetti e i libri. La nostra realtà ha tre dimensioni, e probabilmente siamo guardati da qualche lettore a quattro dimensioni… e tutto appartiene all’Hypertime. Praticamente tutte le serie di Morrison sviscerano in qualche modo questo concetto, a partire da quella che gli ha dato la notorietà.

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Per concludere la carrellata, lo stesso Warren Ellis, nella sua magnifica Planetary, ci descrive l’Omniverso raffigurandolo così:

Questa è la forma della realtà. Un fiocco di neve teoretico che esiste in 196.833 dimensioni spaziali. Il fiocco di neve ruota. Ogni elemento del fiocco di neve ruota. Ogni rotazione descrive un intero nuovo universo. Il numero totale di rotazioni è uguale al numero totale di atomi che compongono la Terra. Ogni rotazione crea una nuova Terra. Questo è il Multiverso.

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Certo, se lo dicono Moore, Morrison ed Ellis, suona veramente fico.

Ma il primo a dirlo è stato Mark Gruenwald. Che dite, possiamo ancora chiamarlo “il tizio che ha fatto mischiare le proprie ceneri ad un fumetto?”

Io preferisco chiamarlo “colui che creò l’Omniverso”.

1- Continua

Gruenwald fu, fino alla morte, una figura importantissima nella redazione della Marvel, come editore capo, scrittore e supervisore. Le sue idee hanno permeato per decenni l’intero panorama del fumetto in lingua inglese.

Ma Gruenwald non è stato solo un teorico. È stato anche uno scrittore pregevole. In futuro ci occuperemo delle sue opere più rappresentative, come Squadron Supreme, DP7, Quasar e Capitan America.