Alessandro Bilotta

La Dottrina di Bilotta e Di Giandomenico – una recensione indipendente

Nell’anno 2006 Alessandro Bilotta vinse il premio Micheluzzi per la “miglior sceneggiatura di una serie realistica”. Il fumetto di cui si parlava era La Dottrina, disegnato da Carmine Di Giandomenico, e chiunque lo abbia letto non può non sentire un brivido al pensiero che tra il mondo descritto nei quattro volumi originali e la parola realtà possa esistere una qualche correlazione.

«Ma sa io fossi già nient’altro che una proiezione mentale del Nocchiere?»

La letteratura distopica fantapolitica ha illustri antenati, ma nasce davvero nel 1921, quando in Europa si affacciavano quegli incubi moderni che furono i regimi totalitari: con Noi, di Zamjatin Evgenij, si cominciano a immaginare società dell’orrore organizzato che nel breve giro di dieci anni diventeranno inimmaginabili realtà, dalle ceneri di una democrazia immatura e nel fertile humus di un’umanità resa affranta e incattivita da una Guerra Mondiale. Quando Orwell scrive il suo 1984  lo fa con gli occhi di chi ha visto l’Europa ridotta in macerie purgarsi del nazismo e del fascismo, senza ancora possedere la piena consapevolezza di quel che accadde nei campi di sterminio, e con l’inquietante presenza di Stalin a un tiro di missile. Le due guerre mondiali hanno mostrato al cielo di quali abissi è capace l’umanità, e gli autori delle distopie fantapolitiche si sono ritrovati a assomigliare agli scrittori di cronaca.

«In Corea del Nord lo sanno di essere sudditi di un totalitarismo, o non credono forse di essere liberi, più liberi degli altri?»

Io i totalitarismi li ho studiati parecchio, dal punto di vista storico e filosofico, e ora che ho letto la ristampa de La Dottrina uscita per Feltrinelli Comics, posso dire con una certa sicurezza che anche Bilotta lo ha fatto. E a pensarci è forse questa la qualità migliore dello scrittore romano: i suoi testi sono come la distillazione essenziale di un profondo lavoro di ricerca, un’alchimia di sensi, parole e significati, che dal piombo del materiale d’origine crea l’oro di un’opera originale. Il risultato è un fumetto che può esser fruito su più livelli: è un volo d’uccello sul mondo del Nocchiere, in cui tutti sono escrescenze cancerose; è un grappolo di storie di disperazione, piccole parentesi di felicità, amore, amicizia e perdizione.

Da un lato Bilotta rispetta i gli stilemi del genere che ha prescelto, cimentandosi nella creazione e animazione di un mondo fittizio descritto con tono che sa oscillare fluidamente tra ironia e dramma, semplicità e approfondimento, passione e freddezza; dall’altro Carmine Di Giandomenico conferisce alle tavole un taglio che sintetizza fantascienza e realismo, mostrando già da questa prova il tratto nervoso e dinamico che diverrà il suo marchio di fabbrica. Non c’è una sola parola, nè una sola vignetta, che non sembri scelta accuratamente per aprire una finestra verso un altro significato, o un’altra opera, creando una rete di rimandi che è l’esatto contrario, e forse l’antidoto, alla terrificante società del Nocchiere, la cui unica debolezza è il non poter controllare interamente i nostri pensieri.

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«E se il segreto non fosse controllare quel che pensiamo, ma soltanto quel che compriamo?»

La lettura de La Dottrina è un’esperienza che non si esaurisce nel momento in cui si arriva all’ultima pagina. Ti accompagna nell’arco della giornata, inietta dubbi, paure e domande nel cervello. Lo fa perché il suo ultimo significato risiede nella consapevolezza che la Verità è, a un tempo, il parametro su cui tariamo le nostre vite e dirigiamo azioni e pensieri e, dall’altro, un oggetto malleabile, soggetto a essere adulterato con mezzi e modalità che oggi sono tragicamente noti e alla portata di tanti. Quanta della Verità in cui crediamo è voluta da altri? Chi è il nostro Nocchiere? A quale Dottrina obbediamo?

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«E non saranno le mie passioni, i miei hobby, lo scrivere e leggere, soltanto la mia speciale versione personalizzata di una Terapia Perelà?»

Copertina de "La Dottrina" di Alessandro Bilotta e Carmine Di Giandomenico.A questo punto leggere La Dottrina è semplicemente un dovere. Forse l’insensato tran tran delle nostre vite quotidiane è come una serie infinita di numeri, e forse a ognuno di questi numeri bisogna imparare a dare un significato, presto, prima che arrivi qualcun altro a darglielo al posto nostro creando una Verità a cui non ci resta di aderire a testa bassa. 41 è “età della ragione”, che significa porsi le domande giuste senza avere una risposta.


Alessandro Bilotta, Carmine Di Giandomenico
La Dottrina
Feltrinelli Comics, aprile 2019
colore, pagg. 224, € 22,00
ISBN 9788807550263

Mercurio Loi: supereroe romano

Dopo la mia fugace apparizione all’ARF! di quest’anno e dopo l’incontro con Alessandro Bilotta allo stand Bonelli, ho riflettuto che la sua ultima creatura, Mercurio Loi, sia qualcosa di cui, nel bene e nel male, bisognerebbe parlare ancora, perché è un’opera che ha la peculiarità di non lasciare indifferenti. A prescindere se la si ami, odi, o non sia il genere che si preferisce.

Mercurio Loi è uno degli ultimi fumetti sfornati in casa Bonelli, uscito prima in un numero della serie antologica Le Storie (il 28) e poi, visto il successo, sulla serie personale.

Chi è il personaggio di Mercurio Loi, poi, è presto detto: è Batman, Sherlock Holmes e Sheldon Cooper.
Mischiati sapientemente da Bilotta per restituire un personaggio mai banale, che nel corso delle sue avventure è sempre diverso, nuovo, anche se sempre perfettamente riconoscibile.

Il professore di Storia agisce nella Roma Papale del XIX secolo con il fedele Ottone (suo assistente) combattendo le follie che di volta in volta arrivano nella Capitale, con la sua logica misteriosa e affascinante.
Il perché ne stia parlando ora, dopo più di un anno dall’uscita del primo numero può essere facilmente intuibile: è un fumetto che mi piace e non poco e ne sento parlare sempre meno.
Nel panorama del fumetto nazionalpopolare italiano, e, parliamoci chiaro, non solo, è infatti un animale raro.
Se da un lato la struttura narrativa è ancorata alla “rigidità” Bonelliana con una serie di numeri one shot, in pratica, dall’altro i soggetti e i personaggi sono qualcosa che molto difficilmente si vede in giro.

Bilotta non ha paura di osare. E lo dimostra a ogni albo, in cui caccia i poveri Mercurio e Ottone in situazioni via via più anomale e con risvolti sempre affascinanti che non mancheranno di spiazzare il lettore.
Per non parlare del comparto tecnico, che seppur con alti e bassi, ben si adatta alle atmosfere, ai luoghi ed agli “attori” coinvolti.
Lo stile dei disegnatori che di volta in volta vengono chiamati a interpretare la sceneggiatura di Bilotta è molto vario e potrebbe causare un certo “disturbo” a una prima occhiata. Passare dal tratto febbrile di Gerasi a uno molto più armonioso come quello di Casertano infatti potrebbe far storcere il naso. Questo possibile straniamento, di fatto però non fa che aumentare, se possibile, l’immedesimazione. Come essere uno dei conoscenti di Mercurio che fatica a stargli dietro.

Però, come avrete intuito, c’è un “ma”. La cadenza della serie è stata cambiata da mensile a bimestrale. Sul sito Bonelli leggiamo che è per lasciare tempo agli artisti di fare storie di qualità. Qualcuno, invece, lo imputa alle scarse vendite. Mettiamo sia la seconda ipotesi. Per puro gusto della speculazione dunque poniamoci una domanda: perché?
Perché una delle serie più innovative del panorama mainstream italiano (e a mio parere non solo) rischierebbe la chiusura?

Le cause a mio modo di vedere vanno ricercate nel tipo di intrattenimento che questa serie può o potrebbe offrire. È innanzitutto ambientata in Italia, seppure in una epoca “remota”. Per la generazione di Iliad, e della contaminazione attraverso internet da ogni sorta di cultura, questi personaggi potrebbero avere poco fascino. Lo stesso Mercurio Loi è un eroe anomalo, sostanzialmente un egoista che somiglia a una scimmia. Difficile essere empatici con lui, insomma.

I temi trattati sono un altro punto importante. Benché la serie sia di puro intrattenimento, a un primo sguardo dà l’idea di qualcosa di non fruibile in 30 minuti o come pura evasione. In due parole, quella che verrebbe definita una serie  “da vecchi”.
Il “confezionamento” del fumetto, benché più accattivante delle normali serie Bonelli non aiuta affatto e paga il confronto con ad esempio una rivista supereroistica (il cui target può essere simile a quello di Mercurio Loi), che si presenta in modo molto più appetibile dal mero punto di vista estetico.
La scelta della bimestralità, poi, è per me un altro punto dolente. Se una serie è a rischio chiusura, farla uscire più di rado non può contribuire a salvarla, anzi. Il nerd (o quello che una volta si definiva tale) è per sua natura un abitudinario. Togliere l’appuntamento mensile può portare a una ulteriore emorragia di lettori.

Il lavoro che Bilotta e i suoi collaboratori stanno facendo negli ultimi anni è qualcosa di prezioso per l’intera industria del fumetto italico. Non solo portando un prodotto di ottima qualità, ma anche e soprattutto perché come ripetuto più volte sopra, è un qualcosa di nuovo. E queste novità sono ossigeno puro per l’industria, che nonostante non sia in crisi nerissima come molti pensano (o si auspicano), vive sempre più spesso di glorie passate. Brand che mostrano la corda soprattutto con le nuove generazioni e che per un motivo o per un altro sono formate da figli del loro tempo.

Mercurio Loi (e altre serie di recente uscita) può essere un punto di partenza per un modo nuovo di pensare e fare il fumetto in Italia. Non banale, non retorico e che sa intrattenere. Dunque, cento di questi numeri, Mercurio. Anzi, anche molti di più.

Mercurio Loi 1, di Bilotta e Mosca – una recensione fisiognomica

Mercurio Loi lo si incontra quasi per caso. Può capitare di fare la sua conoscenza vagando per le strade di una serie antologica come Le storie, della Sergio Bonelli Editore, per poi incrociarlo di nuovo sugli scaffali di un’edicola maggiolina, capitato quasi per caso tra la squadrata mascella di un cowboy tutto d’un pezzo e lo sguardo magnetico di un indagatore dell’incubo.

Lo si incontra soltanto a pagina 22 dell’albo intitolato a suo nome: e già questo ci anticipa che non siamo di fronte alla solita serie Bonelli (Dylan Dog compare per la prima volta a pagina 10, Nathan Never fa capolino alla 3). Lo troviamo appeso a testa in giù, che cita una frase del Fiore, poemetto duecentesco d’amore che gran parte della critica attribuisce al giovane Dante Alighieri.

Ma quello che ci colpisce di più è la sua fisionomia. La faccia di Mercurio Loi, il suo aspetto fisico, non sono quelli di un tipico eroe Bonelli: ma sono, inequivocabilmente, quelli di Mercurio Loi. E così, potremmo sicuramente ammorbarvi su quanto sia bello, ben disegnato, ben colorato, ben curato, e soprattutto ben scritto questo albo: ma così facendo scriveremmo una recensione banale, e non renderemmo giustizia al personaggio.

In Mercurio Loi non c’è niente di banale. Così, improvvisandoci dei moderni Lombroso, invece di recensire l’albo, recensiremo il suo aspetto fisico.

Lombroso, per i pochi che non lo sanno, era un antropologo e criminologo, e aveva la singolare convinzione che si potesse risalire al carattere di un essere umano a partire dalla conformazione del suo cranio. La pseudo-scienza da cui traeva le sue convinzioni si chiamava fisiognomica e aveva una lunga tradizione sin dal tardo Medioevo, quindi non gliene faremo una colpa. A quei tempi si credeva a un sacco di cavolate. Quello che Lombroso non sapeva è che la fisiognomica è sì una scienza che non ha alcun diritto di descrivere il mondo reale, ma, se applicata al mondo del fumetto, diventa portatrice di verità. In quale altro mondo, infatti, le caratteristiche fisiche delle persone servono a descriverne i tratti caratteriali? Nel mondo dei fumetti un naso camuso e una fronte bassa sono davvero segni di stupidità; una mascella quadrata è davvero segno di forza; le labbra carnose sono davvero segno di concupiscenza.

Li disegnano apposta così!

Apprestiamoci dunque al nostro studio di Mercurio Loi. Eccolo, in tutto il suo anatomico splendore, negli studi di Massimiliano Bergamo pubblicati sul numero 0, ancora disponibile sul sito di Sergio Bonelli Editore.

Cosa notate?

La prima cosa che si può mettere in evidenza nella fisionomia del professor Loi sono le orecchie a sventola. Per Lombroso questo tipo di padiglioni auricolari era un segno secondario di una possibile mente criminale, ma noi non ci spingeremo fino a questo punto. Sicuramente ci dicono che Loi non è il tipo d’uomo di cui ti puoi innamorare a prima vista. Bisogna conoscerlo a fondo, per imparare ad amarlo. È un uomo pieno di difetti, anche vistosi: ma il fatto che non tenti di nasconderli dietro una folta chioma indica che non se ne cura affatto. Anzi: probabilmente il professor Loi è fiero di essere diverso dagli altri.

In questo splendido profilo del professor Loi, colto dalla mano di Giampiero Casertano, possiamo notare un altro particolare del suo volto: il naso, importante e sottile, dalle narici imponenti. Un naso alla Sherlock Holmes, direbbe qualcuno, e non sarebbe lontano dalla realtà. Il naso del professor Loi è il segno di una grande intelligenza, o meglio: segno della capacità di saper leggere il mondo al di là delle apparenze. Sarà forse per questo che aderisce a una setta di “appassionati dei misteri di Roma” chiamata Sciarada, al cui vertice siede una bambina?

Ma passiamo oltre.

Manuele Fior, copertinista della serie, ci mostra l’incipiente stempiatura del professor Loi. Una fronte così alta è tipica di chi ha già visto passare gli anni di maggior vigore fisico: ci racconta di una persona che ne ha già vissute parecchie. In effetti sappiamo già che il professor Loi ha un passato tutto da raccontare: una donna ne deve aver incrociato i sentieri, lasciando solo una statuetta a testimonianza del proprio passaggio; un assistente di nome Tarcisio deve averne condiviso pensieri e giornate, diventandone la nemesi. Mercurio Loi ha un passato interessante almeno quanto il suo presente, raccontatoci in questo primo numero. Non è difficile desiderare di intraprendere questo cammino assieme al valente Alessandro Bilotta, che come un novello Bernieri intesse l’epopea del professore.

Ma bisogna stare attenti.

Perché, come l’ottimo Matteo Mosca ci mostra, il professor Loi porta un bastone da passeggio, e non lo fa a cuor leggero. Più che un appoggio, quel bastone è un emblema. Ci dice che Mercurio Loi attraversa le strade di Roma, della Roma papalina che è uguale a quella Repubblicana che poi tanto diversa da quella Imperiale non è. E le attraversa senza puntare da nessuna parte, lasciandosi inebriare da un odore improvviso, o da un suono inatteso, oppure seguendo un incontro non programmato; prendendo strade impervie oppure semplici, così, perché ne sente il guizzo.

Che è un po’ il modo in cui anche oggi, nell’anno del signore 2017, sotto il pontificato di papa Francesco, Roma andrebbe attraversata.

Leggere questo primo numero di Mercurio Loi, la Roma dei Pazzi, è tutto questo: una passeggiata senza pensieri in un angolo della nostra storia patria, in uno scenario ricco e (per ora) solo accennato con piccole pennellate studiate per accendere il fuoco della curiosità. Seguite così un buon consiglio: mettetevi in strada, qualsiasi sia la vostra città. Guardatela con curiosità, e se vedete un angolo che non conoscevate, beh, andateci, perché è quel che Mercurio Loi farebbe. Ma soprattutto, se nel vostro peregrinare incontrate un’edicola, comprate questo numero 1: ne vale davvero la pena.

Tra Dylan e Mercurio intervista ad Alessandro Bilotta

alessandro-bilottaAlessandro Bilotta, per chi segue anche marginalmente l’ultima generazione di autori della Bonelli, non ha bisogno di presentazioni. Probabilmente è lo sceneggiatore più “d’autore” del fumetto popolare in Italia, avendo spesso scelto di creare opere sue (gli episodi autoconclusivi de Le Storie e Walter Buio, giusto per fare degli esempi) e molto spesso, quando lavora per personaggi seriali, utilizza dei presupposti inusuali (come il suo Dylan Dog alternativo, più anziano, che vive in un mondo popolato da zombi).

Apprezzato anche dalla critica, avendo ricevuto il premio Anafi e il premio Micheluzzi come Miglior sceneggiatore, abbiamo voluto fare due chiacchiere su come lavora e quali forze oscure sollecitano la mente di chi fa questo mestiere. 

Grazie Alessandro per la disponibilità, innanzitutto e ti volevo chiedere: da dove viene un’idea? Da cosa parti solitamente? Possiamo anche fare l’esempio di come è nata la storia di Dylan uscita recentemente [La fine è il mio inizio]. Quali parametri utilizzi per capire se un’idea è valida o è da scartare?

È un’idea valida se mi coinvolge, se si fissa nella mia mente, progredisce e mi fa venire voglia di dedicargli tempo e lavoro.

 Si dice che di solito a un soggettista/sceneggiatore vengono in mente decine di idee, ma quasi tutte si rivelano inefficienti. Succede anche a te?

Nel mio caso non è un problema di inefficienza, ma di selezionare le idee che mi interessano realmente, avendo a disposizione, come tutti, una vita con un tempo determinato.-la_macchina_umana___dylan_dog_356_cover

 Secondo te oggi si può essere originali?

 Certamente. Ma penso che l’originalità sia sopravvalutata.

Quanto pesa il “come” raccontare rispetto al “cosa” raccontare? Intendo: si può rendere la storia di una principessa che viene salvata dal suo principe avvincente e moderna, con una sceneggiatura che mascheri la classicità degli eventi?

Sì. Penso che la scelta del “cosa” ci parli delle intenzioni dell’autore, ma è il “come” che fa la qualità di un narratore. 

Vederti passare da Le Storie e Dylan Dog, a Corsari di classe Y pubblicati ne “Il Giornalino” ai cartoni animati delle Winx Club fa capire quanto sei poliedrico. Quanto è importante questa capacità in un autore, nel tuo campo?

È importante solo da un punto di vista strettamente lavorativo. Nel mio caso è naturale perché mi interessano moltissime cose, anzi potrei dirti che il fumetto è solo uno dei miei tanti interessi, però ho molta stima di coloro che scrivono la stessa cosa tutta la vita, mi sembra che coltivino un’ossessione.

La documentazione oggi quanto è importante, se si racconta un fatto riferito a un periodo storico reale? In quali casi le inesattezze storiche potrebbero essere plausibili? 

Dipende sempre da cosa si vuole raccontare. Se la storia è incentrata sui personaggi, lo sfondo storico può diventare marginale.

mercurio loi 01Quale consideri un’opera perfetta dal punto di vista narrativo/sceneggiatura?

Watchmen.

Passando nel dettaglio: qual è il rapporto con il disegnatore? Come gestite l’impaginazione e la scansione? Dai direttive precise o preferisci affidarti a ripetuti scambi di opinioni? Potremmo anche parlare della genesi…

Parlo a lungo con il disegnatore prima di scrivere la sceneggiatura, ma dopo aver chiara in mente la storia. Mi confronto sulla direzione verso cui vogliamo andare. In seguito scrivo una sceneggiatura molto dettagliata. Dopo di che, mentre il disegnatore realizza le tavole, c’è uno scambio e un confronto continui. 

Lavorare con un disegnatore esordiente o con un veterano del mestiere: a quali differenze sei andato incontro?

Un esordiente ha sempre molti problemi sulla prima storia, che in qualche modo per lui è l’occasione di imparare, però può essere molto disponibile a mettersi in gioco. Un veterano non ha alcun problema a realizzare una storia, ma potrebbe non avere interesse ad alzare l’asticella della sfida. 

Spesso si parla con un disegnatore di come la tecnologia ha cambiato il modo di disegnare. E per uno sceneggiatore, quanto è cambiato il modo di lavorare negli ultimi anni?

È molto più semplice e rapido l’accesso alle informazioni e questo consente a chiunque lo voglia di ottenere in poco tempo e in modo credibile qualunque genere di documentazione.

C’è una piccola voce che circola e vorrei sapere se per te è vera: in Italia abbondano i disegnatori bravi e capaci, ma di sceneggiatori bravi e preparati ce ne sono pochi. Solo una voce o pensi che sia vero?

C’è oggettivamente un numero inferiore di sceneggiatori rispetto ai disegnatori, ma non è un problema italiano, è così in tutto il mondo.

Il fumetto italiano si sta muovendo molto in questi ultimi anni e tu sei uno dei protagonisti. Pensi che presto l’innovazione soppianterà la tradizione e vedremo (eresia!) Tex fatto da un mangaka?

Penso che nei fumetti, come in molti altri settori culturali, ci sia voglia e bisogno di novità, ma non penso che queste coincidano necessariamente con lo stravolgimento di quello che c’è già, anzi, questo potrebbe essere sintomatico proprio dello scarseggiare delle novità.

Sta per debuttare la tua nuova serie: Mercurio Loi. Il personaggio nasce su un albo de Le Storie (il 28): al tempo avevi già in mente una possibile serie o hai scritto un romanzo “fatto e finito” senza curarti troppo del futuro del personaggio?
Avevo provato a scrivere il primo numero di un nuovo personaggio immaginando eventuali sviluppi, ma solo per dare l’idea che quel mondo fosse credibile, esistesse da sempre e sarebbe esistito ancora a lungo. Non avevo ancora in mente che potesse davvero avere un futuro editoriale.
mercurio loi 02Come cambierà, se cambierà, il tuo approccio al personaggio e alla scrittura dello stesso adesso che è stato tradotto in una serie?
Mentre ci lavoro, sono sempre un passo avanti. In qualche modo, prima di Mercurio stesso devo sapere a cosa porteranno tutti gli eventi.
Si tratterà di una serie di racconti autoconclusivi oppure ci sarà qualche tipo di collegamento tra i vari albi? 
Saranno episodi autoconclusivi che, se letti tutti e in ordine, mostreranno anche un’evoluzione degli eventi e dei personaggi.
La scelta del colore è funzionale al tipo di narrazione che tu e i disegnatori volete costruire oppure si tratta di una nuova direzione presa dalla Casa Editrice (dopo Orfani e il nuovo Martin Mystère) alla quale vi siete adattati?
È entrambe le cose. Ma non parlerei di adattamento, piuttosto di opportunità.
Abbiamo già visto qualche anteprima di Casertano e immagino ci sarà un ritorno di Matteo Mosca. Puoi anticiparci qualche altro disegnatore?
Non posso ancora farti altri nomi, ma posso dirti che sono tornato con piacere a lavorare con diversi disegnatori con cui ho costruito progetti importanti.
Ringraziamo Alessandro per la sua disponibilità a un’intervista “doppia” (che a differenza di quelle del Le Iene aveva due intervistatori piuttosto che due intervistati) e attendiamo impazientemente di leggere il suo Mercurio Loi.

Speciale Dylan Dog 30: una recensione turbata

Ho già ammesso in passato di non essere (o almeno di non essere più) un assiduo lettore di Dylan Dog, così quando mi hanno proposto di recensire questo trentesimo Speciale, cosciente dei profondi cambiamenti che il personaggio ha subito, mi sono un po’ spaventato.

All’inizio sembra una storia in qualche modo rassicurante.

Fino a pagina 5, infatti, si riprende esattamente dalla fine de L’alba dei morti viventi, con Sybil e Dylan che rivivono la stessa scena finale del mitico numero 1, nei minimi dettagli.

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© Sergio Bonelli Editore

La prima pagina è più di una citazione…

Sembra la solita storia ucronica, un elseworld con Dylan che alla fine ha sognato tutto quanto è successo in questi anni e non ha fatto altro che costruirsi una vita con il primo dei suoi grandi amori.

E questo è rassicurante… Infatti le citazioni provenienti dall’inizio dell’avventura dell’Indagatore dell’Incubo sembrano continuare, almeno fino alla casa del titolo.

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© Sergio Bonelli editore

Ma il timore è tornato quando ho continuato a leggere.

Innanzitutto il fumo, così fuori dalle corde di Dylan, poi i dialoghi come se Dylan e Sybil fossero insieme da poco tempo, il non essere mai stato un investigatore…

Quindi non una storia del vecchio Dylan, ma un Dylan che io non conoscevo, una dimensione completamente altra da tutte quelle oniriche che pure mi era capitato di incontrare in passato.

Un Dylan senza Groucho, con i capelli bianchi (anzi tinti) in una Londra finta, in costruzione, a partire dal nulla.

Diciamo che ho faticato a raccapezzarmi, come succede quando cominci a vedere un film «di quelli impegnati» a metà del primo tempo…

Così ho cercato di documentarmi un po’ su questa nuova dimensione, che pure non è recentissima (Dylan Dog Color Fest 2, 2008).

Durante le ricerche mi sono imbattuto in una intervista di Alessandro Bilotta dello scorso anno, che, parlando di questa linea temporale del pianeta dei morti,  dice testualmente: «ogni singola storia, seppure avrà delle trame che andranno avanti nel tempo, sarà leggibile da sola».

In quella stessa intervista c’è una serie di citazioni collegate a queste storie (da Fellini ad Hannah Arendt) che, se dovessero essere seguite anche solo in parte, farebbero sì che questa recensione sarebbe pronta, diciamo, per il quinto speciale dedicato alla saga, e lunga un paio di tomi.

Infatti leggendo con attenzione in questo volume i riferimenti sono numerosissimi, molti dotti e difficili da seguire, dallo gnosticismo, ai discorsi difficili sul male e sull’amore, sulla necessità del male e sulla predestinazione dell’uomo. Bilotta si dimostra veramente colto, al punto che si fatica a seguire tutte le linee di pensiero, a leggere le caratteristiche dei personaggi in profondità. Soprattutto nelle prime pagine sono rimasto turbato, mi sono sentito fuori posto, come lo stesso Dylan.

Apprezzando moltissimo la grande ricerca di Bilotta, ho però cercato di leggere la storia da sola, cercando di legarla solo vagamente al mio ricordo dell’Indagatore dell’Incubo.

Quindi un Dylan Dog che vive una realtà del tutto diversa, in cui alcune delle cose che ho conosciuto da vecchio lettore (Groucho, la pistola che viene lanciata, il titolo di Indagatore dell’incubo) sono dei dejavu, mentre altre sembrano tornare con maggior decisione (la casa con i mostri a Craven Road, il ginocchio sul bracciolo della sedia, il gatto nero di nome Cagliostro, ad esempio).

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© Sergio Bonelli Editore

Una realtà in cui Londra stessa non esiste, ma viene ricostruita uguale a se stessa da una specie di onnipotente architetto, che crea e controlla una comunità di immemori, che viene chiamata oasi.

Mi hanno messo molta angoscia questo ambiente e queste persone senza passato, ho pensato alla psicostoria di Asimov. Il fatto che qualcuno si prenda la briga di decidere cosa è giusto o sbagliato per tutti, facendo vivere il presente e cancellando il passato, al punto di poter ricreare da zero l’intera Londra, ci pone di fronte alla terribile domanda se stiamo vivendo la realtà oppure no, e se sia possibile cambiare, tornando indietro, la nostra stessa natura…

Inoltre c’è una visione di ineluttabilità del male, incarnata dall’architetto Werner, che è una figura inquietante e che contribuisce a far crescere un senso di angoscia, che sale fino a che si trova, finalmente, una via d’uscita.

E la via d’uscita è fornita da un personaggio che ha un aspetto e un nome a sua volta inquietanti.

Infatti si riconoscono i tratti fisici di Dario Argento, e il nome è quello di uno dei più importanti scienziati del XX secolo.

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© Sergio Bonelli Editore

Herbert Simon, nobel per l’economia, ma anche padre fondatore dell’intelligenza artificiale, psicologo cognitivista, studioso di management e di filosofia della scienza.

Un nome sicuramente non scelto a caso, visto che Bilotta pesa con il bilancino citazioni e dettagli.

Una persona, il vero Herbert Simon, complessa e ricca, come complessa e ricca è la materia di cui è fatta la storia di questo speciale, che ha veramente tantissimi livelli di lettura.

E ogni volta che si riprende in mano se ne scoprono di nuovi, si vedono passaggi prima inespressi, e che modificano la percezione di tutta la vicenda.

Ho avuto la sensazione che l’insieme degli elementi che costituiscono questa trama formi una nube, con molti tratti indistinti, e dalla quale a ogni passaggio emergono particolari diversi. Sensazione confermata anche graficamente dai passaggi improvvisi e fugaci di alcuni personaggi, vissuti come allucinazioni (Groucho, il marito di Sybil), o dall’incapacità da parte dei personaggi di ricordare cose accadute solo poche vignette prima.

La mancanza della memoria passata è l’elemento di rottura, che consente di avviare la ricerca.

Così mentre Werner vuole che gli uomini dimentichino per cambiare in meglio, senza ottenere risultati, e dichiarando il suo fallimento, proprio la ricerca dei ricordi fa risorgere Dylan dalla stasi dell’oasi (dove non ci sono bambini…), lo porta alla presa di coscienza e al cambiamento.

Anche il linguaggio ha una forte impronta messianica (resurrezione, salvezza, salvatore del mondo) lungo tutta la trama.

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© Sergio Bonelli Editore

Con il ritorno della coscienza e dei ricordi c’è però un ribaltamento di prospettiva: Werner, che era apparso come un personaggio inquietante, inebriato del suo potere decisionale sul mondo da lui creato, sembra porsi in realtà come colui che ha offerto una seconda possibilità a un mondo senza speranza. Un osservatore esterno che, resettata la situazione, ha lasciato gli abitanti dell’oasi liberi di scegliere, restando a guardare.

L’uomo che invece sembrava aver aperto gli occhi a Dylan, (e che, così si intuisce, apparentemente ingiustamente ritenuto l’incarnazione del male, era stato tenuto prigioniero da Werner) si dimostra autoreferenziale e assai più pericoloso.

Così Dylan torna nel suo pianeta dei morti, atteso da tutti e da qualcuno ritenuto l’«unico in grado di salvare il mondo».

Fuggito per dimenticare che «un ritornante ha morso il mio migliore amico e io non sono stato in grado di sparargli», anche in questa realtà (della quale però lo stesso Dylan ci fa dubitare), da subito si riconosce l’old boy conosciuto fin dalle prime storie: fedele agli amici, sempre con un punto interrogativo (il quinto senso e mezzo?) e con uno speciale rapporto con la signora con la falce.

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© Sergio Bonelli Editore

E la storia alla fine diventa effettivamente l’elseworld dylaniato che mi aspettavo.

Un (im)possibile futuro in cui Dylan torna un uomo d’azione, recupera Sybil dall’oasi, e si prepara a incontrare la sua nemesi, che, per completare il rovesciamento di prospettiva, è proprio colui che si proclamava salvatore del mondo, e che diventa Xabaras.

Così alla fine dello speciale ci ritroviamo all’inizio dell’intera storia di Dylan Dog

Penso che su queste 160 pagine, disegnate inoltre benissimo da Giulio Camagni, ci si possa trascorrere un bel po’ di tempo, anche se la sensazione di angoscia non è facile da dissipare.

La storia si può leggere e, soprattutto, reggere da sola, anche senza aver mai letto nulla del pianeta dei morti, anzi, ha un substrato ricchissimo che consente tante chiavi di lettura e tanti livelli (e a questo punto mi rammarico di non poterla collocare meglio, avendo perso le puntate precedenti).

Mi auguro di averne toccati un po’, ma ho la sensazione che ogni volta che rileggerò questo speciale ci troverò dentro qualcosa di specialmente nuovo.

P.S.: l’immagine in alto è il logo del film che ha lo stesso titolo dello speciale, tratto da un libro di Tiziano Terziani. Un logo che ricorda l’ouroboros, il serpente che si mangia la coda, a sua volta un simbolo dello gnosticismo, dottrina che, come ricorda anche Herbert Simon-Xabaras, afferma che la salvezza si ottiene attraverso la conoscenza.

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Dylan Dog 356 “La macchina umana” – Una recensione eclissata

Il piccolo Max si accorse che essere il rampollo di una ricca famiglia borghese ebraica non era soltanto rose e fiori. A Max piacevano cose un po’ hippie come passeggiare, leggere libri, e stare seduti sotto gli alberi a riflettere sulla natura del mondo. Ma il padre, quando finalmente si diplomò, decise che la vera vita di Max sarebbe cominciata. C’era un’azienda tessile da portare avanti.

Diversi anni dopo Max si iscrisse all’Università. Non sappiamo molto dei suoi anni passati a vendere tessuti; ma possiamo immaginarci come siano andate le cose, visto che Max, assieme al suo amico Theo, diventerà uno dei più importanti critici del Capitalismo, della civiltà tecnica e dell’Illuminismo che la storia della filosofia ricordi.

Basta dare un’occhiata veloce alla sua Eclisse della Ragione, a firma, appunto, di Max Horkheimer, per rendersi conto che Max non fu felice negli anni di lavoro nella fabbrica tessile di papà.

Certo, prof, diranno i miei annoiati lettori, ma questo che c’azzecca co’ Dylan Dogghe?

Direi che c’azzecca eccome.

pagina 40 © Sergio Bonelli Editore

pagina 40 © Sergio Bonelli Editore

Che cosa ci fanno le parole di Horkheimer sulla bocca di Groucho? Ce le hanno messe Alessandro Bilotta e Fabrizio De Tommaso, creando uno di quei cortocircuiti artistici che capita raramente di incontrare. L’effetto è umoristico in senso profondamente filosofico: la spalla comica che enuncia la tragedia umana, la spalla comica che usa le parole del critico dell’Illuminismo e che porta il cognome di uno dei suoi più grandi incensatori, Marx. Se il comico è ribaltamento delle aspettative, questa è comicità pura. Ma lo scambio non è finito, perché Dylan ha ancora qualcosa da dire. Non deve essere un caso che queste due vignette siano al termine di una pagina, perché creano una tensione che si deve sciogliere solo nella pagina successiva.

pagina 41

pagina 41 © Sergio Bonelli Editore

No, non fanno affatto ridere. In effetti, fanno orrore.

La macchina umana

I passaggi degni di una riflessione, in questo Dylan Dog 356, sono tantissimi. Ci preme sottolineare il ritorno all’orrore in senso sclaviano che si respira in ognuna delle pagine dell’albo, ma recuperato ad una purezza espressiva che emerge con prepotenza. Gli orrori di Sclavi nascevano sempre dalla normalità, trasfigurandosi nell’horror: e il ruolo di Dylan era quello di risalire lungo questo processo per capire da cosa nascessero i mostri, quale fosse l’orrore che li aveva generati.

Ne La macchina umana troviamo Dylan che ha già intrapreso quel percorso, ma si è trovato invischiato in esso. Non è riuscito a distaccarsene, a provare la pietas cui ci ha abituati; perché stavolta l’orrore è troppo grande.

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pagina 68 © Sergio Bonelli Editore

Non ci sono elementi horror, in questo numero di Dylan Dog. Gli intestini restano ben chiusi nel ventre, eppure si aggrovigliano; gli occhi non vengono cavati, ma hanno voglia di distogliersi dalla visione di tanta miseria. È tutto normale, vissuto in ogni luogo del nostro adorato occidente, attaccato alla nostra pelle al punto che non ce ne accorgiamo più.

Ma Dylan se ne accorge eccome, nella sua natura di creatura dell’immaginazione. Dylan che si portava a letto una donna al mese, che ha viaggiato nei mondi, che ha fronteggiato assassini, folletti, fate, uomini invisibili, maghi… Dylan che ha fronteggiato tutto questo e ne è uscito sempre indenne. Contro questo orrore Dylan Dog non ha armi; contro questo orrore Dylan Dog non può che soccombere. Non che non ci provi: nella sequenza in cui prova a fare il Dylan Dog, viene sconfitto dal suono di una sveglia.

Bilotta gioca col lettore, mostrando senza alcuna pietà la peggiore sconfitta di Dylan Dog per mano di un cattivo che nemmeno compare mai, quel John Ghost che finalmente emerge come una forza del male pura, potente, intoccabile. De Tommaso graffia le tavole con un tratto asciutto ed espressionista, senza fronzoli e profondamente maturo.

pagina 58

pagina 58 © Sergio Bonelli Editore

La storia è perfettamente funzionale al progetto personale di Recchioni sul personaggio; a tratti è illuminante. Alla luce di questo albo si comprendono vari albi precedenti. Alla fine ci restano quelle ultime tavole che, se prese sul serio, fanno tabula rasa delle aspettative del lettore. Cosa accadrà nel prossimo numero? Non lo sappiamo. Per la prima volta da un paio di centinaia di mesi a questa parte, non lo sappiamo.

La macchina umana è un albo cruciale per comprendere la direzione della serie, “finché c’è benzina nel motore”. Per quanto mi riguarda, spero che il buon vecchio maggiolone abbia il pieno, perché ho voglia di fare molta strada con Dylan, Groucho, Recchioni e il gran team di artisti che si è raccolto intorno.

Le Storie n° 42: “La terra dei vigliacchi”

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© Sergio Bonelli Editore

La coppia Alessandro Bilotta – Pietro Vitrano ritorna a realizzare un numero de Le Storie dopo aver già lavorato assieme nell’apprezzato numero 10 Nobody. Mentre nel precedente numero avevano realizzato un storia avventurosa/fantastica ambientata tra gli oceani, qui i due autori passano con disinvoltura a un giallo/thriller inserito in un paese che basava la sua economia sulle coltivazioni, nel periodo della Grande Depressione Americana degli anni ’30, che precedeva quella del Proibizionismo.

La storia narra di Hazael, detective di Los Angeles, che viene scelto per indagare su un omicidio avvenuto nel paese dove è cresciuto, Providence. in quel luogo Hazael aveva lasciato gente senza ambizione, ove una famigerata e misteriosa imprenditrice si era approfittata dei debiti accumulati dai contadini per appropriarsi delle loro proprietà. Ma tutto è come appare? Il detective si sente decisamente frustrato nel ritrovare quelle persone che voleva abbandonare per sempre, escluso Lucius, divenuto sceriffo e compagno d’indagine in questo delicato caso di omicidio. Un alternarsi di flashback, ambientati vent’anni prima, raccontano la terribile adolescenza del protagonista passata in questo nevrotico posto, descritto come un paese prossimo alla decadenza, e che infatti risulta desolato negli anni seguenti. Nei ricordi, il giovane Hazael è deciso ad andarsene lasciandosi alle spalle il marciume di quel luogo. Ritornare nel suo paese natio metterà il detective a dura prova e tutto quello che si è lasciato alle spalle ritornerà prepotentemente, fino a portarlo ad un punto di rottura e allo svelarsi di misteri rimasti nascosti per vent’anni. Da qui capiamo ovviamente che la storia non è un semplice giallo in cui si dà la caccia ad un assassino, ma uno scontro tra Hazael e il suo vero nemico: Providence.

Soggetto davvero forte e sviluppato bene, senza sperimentalismi ma di buon mestiere. La caratterizzazione è fatta bene senza nessuna prolissità, ma sicuramente Bilotta non ha fatto fatica a descrivere i personaggi, avendo in mente una storia così ricca di spunti e maledettamente semplice a livello di soggetto. Non mi piacciono gli accostamenti ma li faccio giusto per far capire ai lettori a cosa andiamo in contro: l’atmosfera malata del paese può ricordare Twin Peaks o addirittura Velluto Blu (le prime vignette sembrano quasi una piccola citazione), mentre l’ambientazione della Grande Depressione è un’ottima scelta per descrivere, oltre alla povertà materiale di tante persone, anche la povertà “interiore” di quasi tutti i personaggi. Storicamente Providence fu in effetti una delle città più colpite dalla crisi economica e lo sceneggiatore ha trovato un ottimo luogo per ambientare la sua storia.

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© Sergio Bonelli Editore

Per quanto riguarda i disegni invece, personalmente non sono mai andato pazzo per quelli di Pietro Vitrano. Sicuramente ha mestiere e non sbaglia un’anatomia e una prospettiva, ma lo ritengo meno adatto al bianco e nero e credo che il colore possa dargli più espressività. Sarei curioso di vederlo in altri ambiti. Ma siamo solo alla sua seconda prova per Bonelli e spero di sbagliarmi.

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Comunque sia, la serie Le Storie si rivela comunque una piccola gemma (anche se con i suoi alti e bassi) dove gli autori della scuderia Bonelli possono, nel limite del possibile, dare sfogo alla propria fantasia senza i paletti imposti dai personaggi storici della casa editrice. Pensateci: avere davanti a sé la collezione de Le Storie nella propria libreria è come avere un pozzo senza fine di fantasia, in cui non ci sono limiti di epoche e generi. Quante serie monografiche possono vantarsi di tanto? Leggete e vi verrà voglia di fare un altro viaggio il mese dopo, con la curiosità di sapere in quale genere e quale epoca saremo catapultati. Quando volete davvero gustare una storia per quello che vale, senza legami verso un personaggio che potrebbe deviare il vostro giudizio, girate l’occhio verso questa serie. Qui non si bara. O si fa una storia forte o si perde. Non c’è un Tex, o un Dylan Dog, che potrebbe aiutarvi a perdonare qualche eventuale passo falso. E qui Bilotta e Vitrano passi falsi non ne hanno fatti.

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