Alan Moore

Dopo il crepuscolo dei supereroi – Grant Morrison, Alan Moore e la British Invasion di Luigi Siviero

Chi è cresciuto coi supereroi nei tardi anni ’80/primi anni ’90 non può che rallegrarsi nel leggere questo nuovo saggio di Luigi Siviero. Spesso si dice che nel fumetto ancora non esiste un apparato critico più strutturato rispetto ad altre forme d’arte, che analizzi i suoi vari periodi storici e il loro impatto su quanto avvenuto dopo.

In questo caso, si parla di un’aspetto importante e ancora poco analizzato della famosa British Invasion della seconda metà degli anni ’80 nel mondo supereroistico americano, il confronto tra due delle suoi più degni rappresentanti: la rockstar Grant Morrison e il guru Alan Moore.

Se del primo si parla sempre, a ragione, come uno degli autori fondamentali del fumetto mondiale, spesso ergendolo ad idolo insindacabile, senza quindi permettere un approccio squisitamente più critico a una qualsiasi delle sue opere, del secondo si conosce molto di più il suo approccio decisamente più pop e psichedelico, strettamente legato a una vita personale decisamente interessante da conoscere (si veda per esempio il suo stesso pseudo saggio SuperGods, edito in Italia da BAO Publishing, 2013).

Precisiamo, non è il primo saggio su Morrison edito in Italia (si veda anche qui Grant Morrison, All Star di Agozzino, Peruzzi, Solinas, edito da Double Shot, 2010), ma in questo caso tutta la sua opera viene rapportata costantemente ed esplicitamente alle opere precedenti o contemporanee di Moore.

È estremamente interessante fare questo percorso e vedere quanto profondamente la figura di Moore abbia avuto un forte influenza nelle opere di Morrison, non necessariamente come spirito di emulazione.

La grandezza di Morrison, come emerge spesso durante l’analisi di Siviero, sta proprio nell’essersi rapportato al “mito Moore” decostruendolo e non semplicemente imitandolo, come hanno praticamente fatto molti autori della “Dark Age”, identificata da Morrison con i 10/15 anni successivi alla pubblicazione di Watchmen.

Serie come Animal Man e Doom Patrol, ma anche le run su Flash e JLA sono state concepite tentando di intraprendere nuove strade, riconoscendo quanto tutte quelle storie derivative dell’opera più famosa di Moore, sempre più decadenti e crepuscolari, stavano appiattendo un genere, quello supereroistico, nato con una forte ingenuità, ma possibile di sviluppare fantasie sempre più stimolanti mentre lentamente si era piegato a essere più reale della realtà.

Per Morrison non è più possibile tornare indietro, ma qualcosa va fatto per recuperare quel senso di meraviglia, in modo da aprire il genere a nuovi approcci. Ci riuscirà in parte, ma è interessante leggere come molte delle sue opere facessero parte di un piano più ampio, che Siviero usa come filo conduttore per spiegare come l’autore Morrison sia stato più fondamentale e “dentro” il sistema per farlo evolvere, a differenza di un Moore che dopo i suoi seminali exploit si è allontanato progressivamente da un ruolo che forse non ha mai voluto veramente ricoprire, cioè quello di guida spirituale di tanti lettori e scrittori in erba di questo genere.

Notevole la ricerca bibliografica fatta di Siviero per avvalorare la sua tesi, soprattutto nel recupero di interviste ormai quasi introvabili. È evidente come gli stia a cuore questo autore e di come lo abbia seguito in tutto il suo percorso.

Poche le critiche che  si possono muovere a Siviero. Sono sostanzialmente due: la prima, di ritmo. La lettura è piacevole, ma forse la divisione dei capitoli rende vagamente frammentaria la narrazione, soprattutto in termini di ritmo e area tematica. Forse questa impressione è dovuta anche alla necessità di inserire i molteplici riferimenti bibliografici a piè di pagina.

La seconda è più di natura tematica. Sarebbe stato interessante estendere l’analisi anche sugli altri autori british che hanno colonizzato le varie serie Vertigo prima e la Marvel e DC poi. Quegli autori che con i due hanno avuto molto a che fare, influenzandoli e facendosi influenzare, creando un’idea di fumetto più maturo e consapevole, almeno quello americano che ha successivamente colonizzato il cinema dei nostri giorni.

The Wicked + The Divine: tra mondanità e nichilismo della generazione Millennial

Quanti fumetti possono vantare di cogliere lo spirito di un’epoca, di una generazione?

Vi faccio qualche esempio.

Peanuts negli anni 50 dileggia la medio-borghesia, fatta di tante casette, ognuna con il suo piccolo giardino, come nessun’altro prodotto contemporaneo, toccando i problemi legati alla razza, al genere e alle disuguaglianze sociali della società americana del tempo.

La prima striscia di Asterix fece la sua apparizione nel 1959 quando in Francia era ancora vivo il ricordo dell’invasione nazista e con la tenace opposizione del popolo gallico all’invasione romana che ricordava la resistenza francese all’occupazione tedesca, incarnando lo spirito dei francesi degli anni ’50/’60.

Le surreali esplorazioni visuali sempre più allucinogene e la fascinazione della controcultura giovanile degli anni Settanta per misticismo e psichedelico produssero il Doctor Strange di Steven Englehart e Frank Brunner e il Warlock di Starlin.

Grazie a Claremont il termine “mutante” è diventato una metafora del “diverso” nella contemporaneità, cogliendo la società americana in trasformazione etnica e la richiesta di maggiori delegittimazioni sociali degli anni ’80, facendo diventare Uncanny X-Men la testata più venduta d’America.

L’epoca reaganiana, conformista e priva di immaginazione, produsse la sperimentazione creativa dell’86 che regalò due perle acclamate da pubblico e critica come Watchmen di Alan Moore e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, in cui non a caso i due autori, che satireggiano rispettivamente Reagan e Nixon, diedero avvio alla nota Dark Age dei supereroi che portò alla adultizzazione degli personaggi in costume.

In Akira di Katsuhiro Ōtomo, dei primissimi anni ’80, convergono le influenze di Arancia meccanica (per i teppisti), Blade Runner, Metropolis di Fritz Lang (per la megalopoli) e Mad Max, con quest’ultimo che lo aveva colpito per la presenza delle bande di motociclisti, all’epoca un fenomeno molto diffuso in Giappone.

Il Sandman di Neil Gaiman è uno dei primi lavori che si rivolge a un pubblico di ambiti differenti e attira una costellazione di lettori che normalmente non gravitano all’interno della stessa orbita: vanta uno sproporzionato numero di lettrici, forse più di ogni altro fumetto a larga diffusione. E questo, in uno dei media tradizionalmente prediletti da un pubblico maschile, è già un enorme traguardo e uno dei primi a ottenerlo.

Prima Invisibles di Grant Morrison e successivamente Planetary di Warren Ellis, tra la fine degli ’90 e l’inizio del nuovo Millennio, si appropriano della cultura e della controcultura pop di quel periodo, facendo riferimento a tutto il filone fantascientifico distopico che anima la cultura underground di fine Millennio, seguendo una linea immaginaria che parte da Aldous Huxley e George Orwell, passa per Philip Dick e finisce col Neuromante di William Gibson.

La presidenza Bush, il crollo delle Torri Gemelle, l’America in paranoia completa, il disagio palpabile a tutti i livelli, con guerre che vengono combattute e manifestazioni che vengono represse con la violenza, tanto negli States quanto nei paesi dell’UE strettamente filoamericani, anima gli Ultimates di Mark Millar.

L’affermarsi da più parti di un maggiore multiculturalismo della generazione Erasmus e dei figli di seconda generazione di immigrati, utopico oggi che l’America sembra un coacervo d’identità culturali che faticano a stare assieme e in Europa sorgono sempre più barriere, vede in un classico-moderno come Saga di Brian K. Voughan il suo vessillo.

Anche in Italia abbiamo conosciuto fenomeni di fumetto generazionale come quelli del Paz, Andrea Pazienza, strettamente legati alla controcultura rabbiosa figlia dei moti Sessantottini, ad esempio raccontandoci la sua Bologna, il Dams, il coacervo culturale sinistroide, la crisi esistenziale e politica ne Le straordinarie avventure di Pentothal, e il Dylan Dog di Sclavi, secca risposta di chi non si rivedeva nel fenomeno dello yuppismo e del rampantismo sociale della “Milano da bere” degli anni Ottanta.

Insomma non sono rari i casi in cui un fumetto è stato la voce cinica di una generazione, del suo cambiamento o di una critica a essa.

Alan Moore spesso ripete:

«Credo che questo secolo abbia bisogno e meriti la propria cultura. Merita autori che cerchino di dire cose importanti per i tempi in cui stiamo vivendo.»

Non a caso tra le letture del mago di Northampton, per sua stessa ammissione, spiccano il già citato Saga e la serie di cui ho intenzione di parlarvi dopo questo lungo preambolo, The Wicked + The Divine.

The Wicked + The Divine è l’ultima fatica in Image del duo Kieron Gillen e Jamie McKelvie, dopo i precedenti Phonogram in Image e il rilancio dei Young Avengers in Marvel, e che BAO Publishing ha pubblicato in Italia nel 2017. Parliamo di due dei nomi più caldi del fumetto britannico contemporaneo: un dinamico duo assodato dove non si capisce dove finisca il contributo dello sceneggiatore e inizi quello del disegnatore, generando un’apprezzabile compattezza narrativa.

Come si recita sulla quarta copertina dei volumi di The Wicked + The Divine, ogni novant’anni dodici divinità si incarnano in altrettanti ragazzi. Vengono amate, venerate e detestate sino al giorno in cui la loro fiamma si spegne: nel giro di due anni, infatti, sono destinati a morire.

Insomma apparentemente questa serie ricicla un’idea trita e ritrita, sviluppando il ritorno degli dèi. Quindi qual è il merito di questa nuova serie di successo della Image?

Kieron Gillen, influenzato dal suo passato di critico musicale, ci offre una fantasia moderna in cui gli dèi sono le pop star definitive e le pop star sono le divinità del nostro tempo, ridefinendo la cultura e creando una mitologia del 2014. I comics sono parte della cultura pop e per questo devono farsi influenzare dalla musica, dal cinema, dalla televisione, dalla moda. Questo è un grosso problema con cui gli universi Marvel e DC cozzano spesso, dato che si tratta di storie e personaggi creati tra i 50 e 70 anni fa, mostrando sempre più evidenti difficoltà a elasticamente adattarsi e cambiare forma a seconda dei tempi.

Supereroi, arte e religione

«David Bowie mi ha salvato la vita. David Bowie ha salvato più vite di Batman!» (Kieron Gillen)

Il duo Gillen & McKelvie in tutto WicDiv vogliono stabilire una connessione tra supereroi, arte e religione: essere un supereroe è come essere una divinità, ed essere una divinità e come essere una popstar, ed essere una popstar è come essere un supereroe. Questa circolarità ideologica, continua e molto forte per tutto WicDiv, è una influenza figlia dell’impatto del manipolo di autori della British invasion e della cultura britannica col comics supereroistico: nel tentativo di prendere i supereroi e inserirli nel mondo reale, Moore ci dona dapprima Miracleman, reincarnazione in toto del superuomo della filosofia di Nietzsche, un essere superiore, umano e divino al tempo stesso, che liberatosi dai falsi valori etici spezza le catene sociali e si propone come guida. Successivamente in Watchmen costruisce due archetipi di superuomini “mancati”, Ozymandias e il Dottor Manhattan: “mancati” poiché il primo, per quanto ambiziosamente voglia imporre la sua visione sociale, è ostacolato dalla fallibilità umana; il secondo, nonostante abbia poteri semidivini, si è ormai distaccato dalla vita, ha paura di perdere la donna che ama perché con essa perderebbe la sua umanità.

Parallelamente ai lavori di Moore, si affacciava al fumetto britannico Grant Morrison che sulla celebre rivista britannica 2000 AD, creava Zenith superuomo/rockstar, un vacuo ragazzo in giubbotto di pelle con abilità superumane ereditate dai genitori, superficiale e frivolo, decisamente più interessato al successo dei suoi video musicali che al ruolo socialmente utile dell’eroe in calzamaglia e graficamente ispirato a Morrissey, celebre leader dei The Smiths. Inoltre sempre dell’autore scozzese, bisogna citare, nel calderone delle influenze della serie, All Star Superman, in cui il personaggio di Siegel e Shuster diviene metafora del Sole ed esaltato come simbolo di forza interiore, summa di tutti i fumetti di supereroi, ma che come affermano Morrison e Quitely, parla anche di come l’individuo comune si sente potendo incontrare Superman, perché sarebbe «un po’ come incontrare un Dio, un po’ un padre, un po’ una celebrità» e per narrare al meglio la cosa, i due scozzesi vollero conoscere il cantante Robbie Williams, in quanto Morrison era «molto interessato ad incontrare una figura mitica, quasi divina, una vera star».

Infine è impossibile non citare la vicinanza con i lavori di Neil Gaiman, dove l’impatto del suo Sandman (e del suo lavoro sulla figura di Lucifero) e del romanzo American Gods, rappresentano una influenza fondamentale per Gillen.

Se quindi un impatto fortissimo su WicDiv la ha avuto proprio il manipolo di inglesi che cambiava il comics a metà anni ’80, non si può non citare anche l’impatto della musica inglese, in particolare del glam rock, e nella figura di David Bowie, la cui ombra lunga si estende su tutta la serie Image.

Questo non lo si desume solo dal fatto che Luci, incarnazione dell’angelo caduto e personaggio fondamentale per tutto il primo volume, abbia l’aspetto del Duca Bianco, ma se pensiamo alla sua parentesi come Ziggy Stardust, un ciclo narrativo e musicale rivoluzionario nella storia della musica pop-rock, dove Bowie inscena un alieno, androgino rocker la cui effeminatezza, insita nel suo stravagante e controverso sex appeal, ha ridefinito il concetto di rockstar, spostando l’attenzione della cultura di massa sull’ideale del valore dell’estetica e della libertà sessuale, ma che allo stesso tempo si presenta come figura messianica venuto sulla Terra per annunciare la fine del creato.

Ziggy è in definitiva l’emblema del coniugio tra figura messianica e rockstar, ma soprattutto un “cantante rock di plastica” come lo definiva Bowie, che con la sua ascesa e la sua caduta ripercorre idealmente la parabola della celebrità, dietro la quale si nascondono l’insicurezza e la fragilità dell’artista.

Una giovinezza nichilista e senza futuro

L’idea per WicDiv mi venne una settimana dopo che a mio padre fu diagnosticato il cancro allo stadio terminale che lo avrebbe ucciso proprio quell’anno. Fu la mia risposta al dolore. Il punto di WicDiv è proprio che abbiamo a disposizione un periodo limitato di tempo, che siano due, dieci o settant’anni. Abbiamo tutti una scadenza. Perché qualcuno dovrebbe scegliere di passare la propria breve vita da artista, allora? WicDiv è la risposta drammatizzata a questa domanda. Abbiamo quindi questi dodici dèi, ognuno con un’idea diversa di che cosa siano il talento e l’arte nei confronti di questa fine incombente. In sostanza è una canzone pop sulla morte. (Kieron Gillen)

Appare evidente come la mondanità e la parabola della celebrità permettano a The Wicked + The Divine di offrire uno spaccato della cultura contemporanea e, di riflesso, dei giovani di oggi, in cui l’essere dèi e pop star per due anni e il successivo assoluto oblio sono la metafora di come tutto viene vissuto alla massima intensità e tutto è estremamente effimero: abbiamo quindi dèi “usa e getta”, metafora degli anni 2010.

Infatti la tensione fondamentale che anima i personaggi di WicDiv nasce dal fatto che vivono una giovinezza realizzata nella sua pienezza, adorati e amati, dotati di immensi poteri, ma totalmente annullata nelle prospettive di futuro. Questo in sintesi è uno spaccato della generazione Millennial, la prima che ha aspettative verso il futuro inferiori a quella della generazione precedente, che è senza certezze ed è costruita sulla precarietà lavorativa, economica, sociale e sentimentale, che ha voglia di apparire e di emergere attraverso i social dal grigiore nel quale vivono.

Tra i miti individuali che vediamo animare i protagonisti, sicuramente il più insidioso è il mito della felicità, che esplode in tutto l’ottavo capitolo della serie dedicato alla incarnazione di Dioniso, che ha assunto il significato di euforia, gioia ed esaltazione perenne, quando per i greci la felicità è nella giusta misura, che consiste nel conoscere sé stessi, nelle proprie virtù, farle fiorire nella giusta misura, in quanto oltrepassando la giusta misura si va incontro alla catastrofe.

Mentre noi diffondiamo un mito della felicità che consiste in una gioia sconfinata, in una assenza totale di dolore, in una sorta di euforia perenne, senza nessun accompagnamento di crisi e riflessione. Non a caso, il mito della felicità viene propagandato insieme a un altro mito, quello della giovinezza. Siccome non speriamo più in una felicità ultraterrena e siccome crediamo sempre meno nell’immortalità dell’anima, tutte le virtù che la religione aveva assegnato all’anima ora vengono assegnate al corpo, alla giovinezza, vogliamo corpi sempre giovani: quindi palestre, diete, lifting e cura del corpo esattamente nella riproduzione della cura dell’anima e le diete stanno al posto dei digiuni, gli esercizi fisici al posto di quelli spirituali. Non è un caso che i tutti i protagonisti sono vergognosamente bellissimi, proponendo una dicotomia tra l’atto di guardarli e di considerarli come esseri umani, con Gillen che ci guida in un dialogo tra i due aspetti.

Per i giovani protagonisti della serie il presente diventa qualcosa che va vissuto in maniera assoluta con la massima intensità, non perché questa intensità procuri loro gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia di un futuro che non li soddisfa o che non si concretizzerà mai. Questo vale tanto per i giovani dèi, quanto per Laura, vera protagonista dell’intera serie, una groupie, una wannabe, non particolarmente carismatica, senza una identità definita, tipica caratteristica del fan più accanito. Laura è pervasa da un senso di malessere e poco interesse verso il futuro con solo il pantheon divino e l’aspirazione a farne parte capace di smuoverla emotivamente: Laura è una chiave tramite cui Gillen ci racconta di come nel deserto della comunicazione dove la famiglia non desta più richiamo ed è incapace di svolgere il suo ruolo e la scuola non suscita più interesse, tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affogano nel disinteresse.

Personaggi e mistero

Appare evidente come al centro di The Wicked + The Divine ci siano la costruzione dei personaggi. Gillen racconta che i dodici dèi rappresentano aspetti della personalità di sé e che cerca di eliminare con il rito della scrittura:

Nel 2014 avevo 38 anni e nell’arco di due ne avrei avuti 40. L’idea di dare a questi dèi solo due anni di vita era un modo per pormi una domanda fondamentale sulla mia identità e sceneggiarla a fumetti. Per esempio il personaggio di Baal rappresenta un approccio alla mascolinità, mentre altri pezzi vanno in direzioni diverse. Altri ancora sono più legati ad alcune pop star. Come per il personaggio di Woden, un produttore che rende le persone dèi di sé stessi. Chi sarebbe potuto essere un buon riferimento visivo? Certamente i Daft Punk. In sostanza si trattava di decidere che cosa rappresentasse un certo personaggio e come mostrare visivamente ed emotivamente tutto questo.

Tutto l’intreccio, che si basa sul mistero di chi sia il responsabile degli omicidi di cui è incolpata Luci, di che cosa faccia di un ragazzo un dio, di quale sia il limite del potere delle giovani divinità, di chi stia muovendo i fili e qual è il ruolo della figura enigmatica di Ananke, sono solo prove per verificare la resilienza dei giovani dèi: la trama è imbastita per esaltare le espressioni, le grida, lo sbalordimento e il dolore dei protagonisti e spingerli a decisioni estreme figlie della loro condizione “usa e getta”.

Impossibile infine non parlare del lato grafico, in cui c’è un lavoro incredibile di design degli dèi, sempre diversi tra loro, con McKelvie che dona a ciascuno dei personaggi in gioco una propria struttura del viso, un aspetto specifico, rendendoli attraenti ma senza oggettivarli, pensati per essere personaggi con cui stabilire un legame con il lettore. Soprattutto nel secondo volume, Fandemonio, ha una maggiore possibilità di giocare con la griglia e con la tavola e muovere i protagonisti come sopra un palcoscenico, riprendendo e citando espedienti che in primis Gianni De Luca aveva architettato e poi Miller avrebbe reso mainstream sul suo Devil. Importante poi è la scelta, in omogeneità stilistica col lavoro di McKelvie, delle copertine studiate da Hanna Donovan e ispirate all’estetica dei magazine patinati di moda, così come il lavoro cromatico del colorista vincitore di Eisner e Harvey, Matt Wilson.

Quindi ritornando alla domanda di partenza, con The Wicked + The Divine siamo dinanzi al fumetto generazionale definitivo di questa epoca?

Il crescere della narrazione ci fa avere ottime aspettative verso il proseguo, tuttavia la narrazione talvolta risulta eccessivamente decompressa, nonché per le tematiche particolari affrontate la serie risulta non sempre digeribile per tutti lettori, soprattutto i più lontani anagraficamente e concettualmente dal comprendere la generazione Millenial e le implicazioni di fama e celebrità. Per poter dare un giudizio definitivo bisognerà valutare WicDiv nel lungo periodo e il suo relativo impatto culturale sul fumetto, ma inevitabilmente per ora il lavoro di Gillen e McKelvie è stato di ottimo livello e ci fa guardare con cuor sereno al futuro della serie, sperando che le nostre aspettative vengano soddisfatte.

Chiudo dicendovi che WicDiv ha anche una playlist su Spotify, pensata dagli autori stessi per essere ascoltata durante la lettura del fumetto.

The Wicked + The Divine vol. 1: Presagio Faust

Kieron Gillen, Jamie McKelvie

Bao Publishing, Febbraio 2017

176 pagine, cartonato, colore – € 19.00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Wicked + The Divine vol. 2: Fandemonio

Kieron Gillen, Jamie McKelvie

Bao Publishing, Luglio 2017

200 pagine, cartonato, colore – € 19.00

 

 

Mark Gruenwald, il creatore dell’Omniverso

Una decina di anni fa i lettori di comics erano tutto un brodo per una saga di recente pubblicazione, in cui una coppia di scrittori, Dan Abnett e Andy Lanning, rivitalizzava il settore cosmico della Marvel, mettendo in campo un’operazione di recupero e razionalizzazione capace di rinvigorirne il brand in modo davvero magnifico. Quella saga si chiamava Annihilation.

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In Italia il primo numero uscì nel Febbraio del 2007, per mano, ovviamente, della Panini Comics, in un’edizione in volumetti davvero valida. Ancora straconsigliata, quella saga portò alla serie Guardians of the Galaxy che ha fatto guadagnare alla Marvel una pacca di soldi sotto forma di film. Oggi Abnett e Lanning non se li ricorda nessuno, visto che alla Marvel hanno ben pensato di togliere loro la serie e affidarla a Bendis. Un grosso applauso.

Non siamo qui riuniti, però, per parlare delle ingiustizie del comicdom. Siamo qui invece per parlare del numero 4 di Annihilation Nova, il prologo della saga, dove accade una cosa che ancora oggi a ripensarci mi piglia un coccolone.

Agevoliamo il filmato.

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Chi vediamo schiattare è Quasar, protagonista di una splendida serie dedicata a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000, durata un’ottantina di numeri e disegnata, tra gli altri, da un esordiente Greg Capullo. Oltre ad essere avvincente e intelligente, oltre a tratteggiare la figura di un eroe puro ma fallibile, Quasar fu un vero e proprio manifesto della filosofia autoriale del suo scrittore.

All’epoca di Annihilation, però, andava abbastanza di moda uccidere personaggi minori per dare più drammaticità alle storie. Credo che la maggior parte dei lettori abbia reagito alla dipartita di Quasar con una scrollata di spalle: in fondo, saranno stati almeno dieci anni che nessuno si filava più questa specie di versione Marvel di Lanterna Verde.

Giusto?

Sbagliato. Io ci rimasi letteralmente di sasso. Perché Quasar era, in fondo, l’ultimo segno della presenza, nell’Universo Marvel, del suo Creatore: Mark Gruenwald.

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Sì, avete letto bene: Mark Gruenwald fu il creatore dell’Universo Marvel. E non solo. Ma per spiegare meglio questa sconcertante affermazione, abbiamo bisogno di fare un passo indietro e uno di lato.

Un passo indietro

Gruenwald è generalmente noto come “quello che ha fatto mischiare le sue ceneri all’inchiostro di un fumetto”. È vero, lo ha fatto, dopo la sua tragica e prematura morte a quarantadue anni per uno scompenso cardiaco. Questo episodio ci dice sicuramente qualcosa dell’uomo, e della sua passione per il mondo dei comics; ma non scalfisce nemmeno lontanamente la sostanza del suo apporto al fumetto statunitense.

Un apporto che inizia molto prima che Gruenwald diventi scrittore di fumetti. Laureato in letteratura all’Università del Wisconsin (e sì, c’è gente che vive e lavora nel Wisconsin), il buon Gru inizia a farsi conoscere grazie ad un trattatello il cui nome è tutto un programma: A Treatise on Reality in Comic Literature (un Trattato sulla Realtà nella Letteratura a fumetti).

In questo testo del 1976 Gruenwald discute, con piglio da accademico, dei vari universi paralleli del Multiverso Marvel, sistemandoli secondo un ordine logico. Non entreremo nel dettaglio, per il momento. Poco dopo, però, Gruenwald fonda una fanzine che avrà storia breve ma imperitura importanza:

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In queste pubblicazioni, che varranno a Gruenwald l’attenzione della Marvel Comics, che a breve lo assumerà, per la prima volta in assoluto si guarda agli universi fittizi della Marvel e DC come a dei sistemi coerenti governati, nella loro molteplice manifestazione attraverso i singoli albi, da leggi generali e sempre valide. I viaggi nel tempo, le dimensioni magiche e mitologiche, persino gli errori di continuity e le storie immaginarie rientrano nello schema di Gruenwald.

Nasce l’Universo Marvel come un luogo governato da leggi. Un luogo che, in qualche modo, gode di una qualche forma di realtà (“la realtà nella letteratura a fumetti”, ricordate?) Una realtà che può essere analizzata e studiata con la stessa serietà con cui si studia il nostro mondo.

Con Gruenwald nasce il concetto di Universi Fumettistici. La DC ha un proprio universo, la Marvel un altro; anzi, la Marvel e la DC possiedono dei propri Multiversi, ovvero un insieme di universi paralleli somiglianti ma diversi per alcuni particolari.

Ad un livello più alto, afferma Gruenwald, esiste uno spazio che contiene tutti questi Multiversi. Non solo il Multiverso DC, non solo il Multiverso Marvel, ma le realtà dove sono ambientate tutte le storie letterarie mai inventate dal genio umano: l’Universo Disney, l’Universo di Harry Potter, l’Universo del Trono di Spade, eccetera.

Questo luogo si chiama Omniverso, e, a quanto pare, è possibile viaggiarci dentro.

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Per comprendere il piglio accademico di Gru basta guardare l’articolo dove ci si chiede da quale Universo provenga Howard the Duck.

Howard viene risucchiato dal suo mondo natale durante uno scontro pandimensionale tra l’Uomo Cosa e un supercattivo; si ritrova nella Terra Marvel senza possibilità di tornare indietro. I redattori di Omniverse dedicano un intero articolo a dimostrare che Howard non può arrivare dall’Universo Disney dove vive Paperino. I motivi sono molti, e qui ve li risparmieremo. Nell’articolo, comunque, i redattori perdono un po’ di tempo a definire le caratteristiche del mondo Disney, cercando di spiegare come sia possibile che in un solo pianeta possano coesistere città moderne come Paperopoli e i castelli medioevali di Biancaneve e soci (non è forse vero, infatti, che i topolini di Cenerentola si sono trasferiti nella fattoria di Nonna Papera?).

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La soluzione logica sta nella Foresta Incantata (o Foresta Nera), il nesso di ogni realtà, un luogo di potenti forze magiche che permettono ai personaggi di viaggiare tra i diversi mondi Disney. 

Il concetto di “nesso di tutte le realtà” non è nuovo: ne esiste uno nella palude della Florida dove vive Man Thing, perché non dovrebbe essercene un altro nella Black Forest? In fondo, ci insegna Gru, siamo pur sempre nello stesso Omniverso!

Un passo di lato

Tutto un delirio da nerd fanboy? Forse. O forse no.

Alan Moore prese molto sul serio le teorie di Gruenwald. Fu proprio il Bardo a dare consistenza alla teoria del Multiverso Marvel sulle pagine di Captain Britain, quando ci mostra tutti i Capitan Bretagna del Multiverso e dà un numero persino alla Realtà principale (Marvel 616, ovvero 61-6, Giugno 1961, mese di uscita del primo numero di Fantastic Four!)

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In realtà Alan Moore è molto affascinato dall’idea che i mondi fittizi coesistano in qualche forma e abbiano un loro grado di realtà, tanto da basare una delle sue serie più acclamate a affascinanti, Promethea, esattamente su questo concetto.

Non solo. Un altro autore di livello come Grant Morrison ritiene che i mondi fittizi siano in qualche modo reali, anche se fatti di inchiostro e a due dimensioni, e noi abbiamo accesso a essi tramite i fumetti e i libri. La nostra realtà ha tre dimensioni, e probabilmente siamo guardati da qualche lettore a quattro dimensioni… e tutto appartiene all’Hypertime. Praticamente tutte le serie di Morrison sviscerano in qualche modo questo concetto, a partire da quella che gli ha dato la notorietà.

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Per concludere la carrellata, lo stesso Warren Ellis, nella sua magnifica Planetary, ci descrive l’Omniverso raffigurandolo così:

Questa è la forma della realtà. Un fiocco di neve teoretico che esiste in 196.833 dimensioni spaziali. Il fiocco di neve ruota. Ogni elemento del fiocco di neve ruota. Ogni rotazione descrive un intero nuovo universo. Il numero totale di rotazioni è uguale al numero totale di atomi che compongono la Terra. Ogni rotazione crea una nuova Terra. Questo è il Multiverso.

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Certo, se lo dicono Moore, Morrison ed Ellis, suona veramente fico.

Ma il primo a dirlo è stato Mark Gruenwald. Che dite, possiamo ancora chiamarlo “il tizio che ha fatto mischiare le proprie ceneri ad un fumetto?”

Io preferisco chiamarlo “colui che creò l’Omniverso”.

1- Continua

Gruenwald fu, fino alla morte, una figura importantissima nella redazione della Marvel, come editore capo, scrittore e supervisore. Le sue idee hanno permeato per decenni l’intero panorama del fumetto in lingua inglese.

Ma Gruenwald non è stato solo un teorico. È stato anche uno scrittore pregevole. In futuro ci occuperemo delle sue opere più rappresentative, come Squadron Supreme, DP7, Quasar e Capitan America.

Batman: The Killing Joke – Il Trailer

La Warner Bros. ha messo online il primo trailer ufficiale per Batman: The Killing Jokefilm d’animazione tratto dal capolavoro di Alan Moore e Brian Bolland

Con le voci di Kevin Conroy (Batman), Mark Hamill (The Joker), Tara Strong (Batgirl) e Ray Wise (Commissario Gordon), Batman: The Killing Joke uscirà in Blu-ray, DVD e Digital HD il prossimo Lugio durante il Comic-Con International di San Diego.

Neonomicon – Lovecraft e Moore: una recensione storico-fumettistica

C’è voluto un po’….

Perché Lovecraft non sempre è facile da leggere…

Perché Alan Moore non sempre è facile da leggere…

Pensate a Moore che scrive delle storie in stile Lovecraft, facendo emergere, come dice Solinas nella prefazione citando Moore stesso, elementi

che lo stesso Lovecraft aveva censurato o che negli autori venuti dopo Lovecraft, che avevano scritto pastiche delle sue opere avevano deciso di escludere. Come il razzismo, l’antisemitismo e le fobie sessuali piuttosto evidenti

…non è facile da leggere.

O meglio, non sempre è facile cogliere tutto quello che c’è dentro, da una parte le citazioni, dall’altra il contributo originale dell’autore inglese.

La lettura non è facile, per chi conosce Lovecraft forse lo è un po’ di più. Per chi come me lo ha letto anni fa, potrebbe essere l’occasione per rileggerlo. Comunque avere un’idea dei temi, della poetica, dei contenuti dell’inventore del Necronomicon, può aiutare a orientarsi tra delitti, mostri, sogni che diventano realtà.

E pensare che Lovecraft l’ho conosciuto sui fumetti, quelli de Il Giornalino nel lontano 1990. La testata paolina, infatti, in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Providence, propose delle riduzioni a fumetti dei racconti suoi cominciando con Il miraggio dello sconosciuto Kadath, con i disegni di Nevio Zeccara, anticipando di un quarto di secolo la riscoperta fumettistica dell’autore di Cthulhu. Per quanto parzialmente edulcorate (per chi non lo sapesse Il Giornalino è della stessa casa editrice di Famiglia Cristiana), le riduzioni furono proposte per quasi un decennio, facendo conoscere a molti della mia generazione uno scrittore che ancora oggi è di culto. Se avete l’opportunità, andateli a cercare.

Oppure, per avere un’idea potete provare le riduzioni più recenti di svariata origine: dalle antologie pubblicate dalla Magic Press, alla versione di Alle montagne della follia supervisionata da Roberto Recchioni delle edizioni Star Comics, dall’antologia di Erik Kriek alle riduzioni di Ian Culbard (sempre edite in Italia da Magic Press).

Ovviamente l’approccio di una rivista del secolo scorso, per di più di ispirazione cattolica, riprendeva in maniera molto edulcorata le atmosfere cupe e inquietanti di Lovecraft, riprodotte molto più fedelmente nelle ultime trasposizioni fumettistiche.

Sono quelle atmosfere che Moore riprende, reinterpretando anche il titolo dello pseudobiblium di cui Lovecraft inventò la genesi, rendendolo famoso più delle sue opere…

Moore_CortileMoore ha scritto le due storie che compongono il volume rispettivamente nel 2003 e nel 2011, e, in occasione della pubblicazione di Providence, sono state raccolte in volume, unendo Il cortile con il vero e proprio Neonomicon.

La prima parte racconta la progressiva depravazione dell’agente Aldo Sax dell’FBI (che poi incontreremo di nuovo in Providence, il prequel-sequel del Neonomicon), infarcendola di citazioni, non solo lovecraftiane, ed esacerbando gli elementi più stridenti e disturbanti. Seguendo infatti le tracce di una serie di omicidi, perché ha «talento per gli schemi astratti», si trova ad indagare su situazioni «ai confini della realtà» in una Brooklyn che richiama, come luci, colori, suoni e atmosfera la New Orleans di Angel Earth, film di Alan Parker.

Però la realtà c’è, e anche in modo prorompente: i posti sono reali, gli indirizzi, la fisicità di Aldo Sax. Ma si fonde con l’immaginifico, che attinge a piene mani dalla fantasia di Lovecraft, citando racconti e personaggi. Così il gruppo si chiama gli Ulthar Cats, e la tizia che suona la chitarra e canta è Randolph Carter (per non parlare dei pezzi: da Miskatonic a Erich Zann). La droga (?) su cui Sax sta indagando si chiamerebbe Aklo (solo troppo tardi Sax scopre che non è una droga) e il pusher è Johnny Carcosa. Nomi ed eventi lovecraftiani sono un crescendo, fino a quando Sax va a casa di Carcosa, si droga per incastrarlo, convinto di poter reggere, ma viene sconvolto dall’Aklo, che si rivela quello che è in realtà, la lingua e il passaggio verso la dimensione parallela dell’orrore, che lui raggiunge continuando la serie degli omicidi sulla quale stava inizialmente indagando.

I disegni di Jacen Burrows hanno delle strane, piccole deformazioni, che sottolineano e aiutano questi elementi: le persone e i loro volti sono allungati, sembrano stiracchiati, come lo è la realtà. Così, anche nella parte grafica, la realtà è deforme, ma non al punto di diventare irreale.

Il registro grafico cambia passando da Il cortile a Neonomicon. Non sembra essere una evoluzione dell’autore (sono comunque passati otto anni tra i due), il tratto è molto più realistico e preciso, perché molto carnale è tutta la storia. Il tratto di Jacen Burrows è in effetti funzionale all’atmosfera e al contenuto della storia.

L’agente dell’FBI Brears si trova ad affrontare dei delitti copycat così va a trovare l’agente Sax e si trova nella stessa ambientazione de Il cortile, ma tutto sembra più razionale, quasi un poliziesco. Arresti, indagini, in cui gli aspetti lovecraftiani sembrano quasi avere una spiegazione razionale. Fino all’apparizione di Carcosa, che rimette tutto in discussione, comparendo sotto forma di disegno parlante su una parete.

Ma poi tutto sembra tornare nei canali della razionalità, tanto che subito dopo, in quello che è il secondo numero della miniserie, l’agente Merril Brears (che fa da rompighiaccio anche per l’aspetto più pruriginoso della storia, essendo ninfomane dichiarata) trova tutti i «collegamenti letterari» della storia con Lovecraft, Ashton Smith, Machen, Hoover, scoprendo le carte. È lei l’esperta di letteratura (il suo collega ammette di aver solo scorso le opere di Lovecraft, che disprezza) e ha meticolosamente studiato per essere attendibile con i «fanatici della letteratura».

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Così gli agenti arrivano a Salem, seguendo le tracce della loro indagine, che pare avviarsi a una conclusione quanto meno razionale. Si infiltrano nella rete dei presunti amanti dell’occulto che avevano tradotto la loro passione in omicidi che riproducevano le nefandezze degli orrori lovecraftiani. Tutto sembra ridursi a festini orgiastici di provincia, quando improvvisamente c’è un cambiamento e compare l’effettivo orrore lovecraftiano, che rende ancora più violenta e fisica la rappresentazione e costituisce il reale nucleo dell’opera di Moore.

L’orrore diventa fisico, ma non solo. La pressione psicologica dell’agente Brears che vede (anzi intravede, a causa della trovata delle lenti a contatto) uccidere il collega, poi si vede (!) violentata senza capire bene da chi o da cosa, e infine «recupera» la limpidezza della visione in un ulteriore crescendo di perversione e violenza che sembra non avere fine. In effetti queste pagine che hanno come ambientazione la piscina sotterranea sono il centro di tutta la storia.

Si raggiunge il climax, c’è una violenza da cui sembra non esserci uscita.

Manca completamente in questa seconda parte l’atmosfera onirica: il solo sogno in cui ricompare Carcosa, per dare spiegazioni, annunciandole «R’lyeh è dentro di te», è legato alla situazione di Brears che sta subendo violenza «da qualche giorno» come le dice una delle donne che l’ha segregata. Quindi anche il sogno è provocato dalla situazione di violenza e dolore fisico.

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Quando sembra che stia per arrivare la fine e ci si aspetta il peggio («tanto tutto finirà molto presto»), in preda a una specie di Sindrome di Stoccolma, o forse utilizzando le tecniche che ha imparato nell’FBI, l’agente, che non a caso ha recuperato la vista, crea un contatto con l’orrore. Anche l’aspetto della donna passa da una maschera di disperazione, con il trucco in disfacimento, ai capelli pettinati e un viso composto e in ordine.

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Improvvisamente anche l’orrore diventa più umano, il linguaggio quasi comprensibile; la tensione carnale si sfilaccia. E decide di salvare la sua vittima.

E lì finisce il fumetto. Il resto è un lungo epilogo: il salvataggio, la bonifica del sotterraneo, l’uccisione del gargouille de la mer (come lo chiamerà la stessa agente FBI), il congedo.

Il finale vero e proprio sembra fatto apposta per dare un seguito alla storia: l’agente Merril torna a visitare Aldo Sax (che sembra incarnare anche la sessualità di Lovecraft, descritta in precedenza), gli parla in aklo, dicendo peraltro che le sta «quasi venendo spontaneo». Così ritorna in parte la dimensione onirica: per due vignette gli ormai ex-agenti sono sull’altopiano di Leng, che «si proietta in uno spazio matematico più elevato», dando in qualche modo anche un senso scientifico alla dimensione onirica di Lovecraft. Tornano Carcosa, Nyarlathotep e R’lyeh… che sta per rinascere… perché «la fine è il principio».

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Per un approfondimento potete leggere questa dettagliata analisi fatta da Andrea Tosti qualche tempo fa.

Alan Moore e Lovecraft (prima parte)

Alan_Moore_(2)Che Alan Moore abbia qualcosa di lovecraftiano non lo scopriamo certo adesso, sicuramente lo troviamo nel suo aspetto, ma anche nel suo modo di scrivere e di sceneggiare, soprattutto nella capacità di “creare atmosfera”.

 

D’altra parte Lovecraft da sempre “stimola” autori e disegnatori (ci si è messo anche il buon Roberto Recchioni a riscrivere Le montagne della follia), così Panini Comics ha pensato bene di tradurre (da Avatar) e proporre in Italia alcune delle storie più recenti del visionario autore di Watchmen, che si è cimentato nell’ambientare le sue trame in un mondo ancor più visionario dell’inventore della Miskatonic University, e che ha poi dato origine al nome del più famoso manicomio dei fumetti (chiedere ai fan di Batman).

Il primo libro non è esattamente un fumetto, o meglio, è una raccolta di storie brevi a fumetti, non tutte scritte da Moore, anche se contiene diverse sceneggiature, interviste, e altro, per cui richiede anche un certo “impegno” nella lettura.

 

Il titolo italiano è Funghi di Yuggoth e altre colture e raccoglie «una pletora di classiche storie brevi di Alan Moore, fuori catalogo o addirittura mai viste prima» (dalla quarta di copertina), di stile molto variegato e accompagnate da disegnatori altrettanto variegati: da un Brian Talbot d’annata (1983) a Jacen Burrows che recentemente ha lavorato molto con l’accoppiata Moore-Lovecraft (ma su questo ci torniamo).I funghi di yuggoth

L’opera appare come una raccolta di moltissimo materiale (come già detto, di Moore ma non solo, oltre la metà delle pagine sono storie di Antony Johnston) che più o meno gravita nell’orbita lovecraftiana. La lettura richiede tempo e pazienza, sia per la struttura, sia per la densità e gravità delle storie stesse, ma anche per i ricchissimi (a volte fin troppo) inserti. La qualità dei disegni e delle storie è variabile, ma godibile, anche per chi non conosce troppo il mondo di Lovecraft. Il bianco e nero, spessissimo senza alcun retino, sottolinea bene le ambientazioni e non toglie nulla alla percezione delle storie, anzi, dà quel senso di onirico che si sposa benissimo con le ambientazioni, i personaggi e in generale con quello che si aspetta l’appassionato lovecraftiano.

Il volume va quindi preso a piccole dosi, e alla fine può risultare interessante per la molteplicità di linguaggi contenuti. Anche prese singolarmente, le storie non sono male; a volte la comprensione può essere difficoltosa, ma Antonio Solinas ed Elena Cecchini in calce al libro offrono una nota abbastanza ricca delle citazioni e delle altre informazioni necessarie (compresa la storia editoriale del volume) per orientarsi in oltre 300 pagine tra realtà e sogno (o meglio incubo).

 

Intervista a Francesco Settembre

Francesco Settembre merita il rispetto di tutti noi soltanto per come ha chiamato la sua fumetteria: Antani Comics. Ha organizzato per anni Narnia fumetto, la fiera di Terni (anche se è durata pochino) e incontri con autori (tra cui gente del calibro di Gipi, Dave Gibbons, David Lloyd). Ha fondato l’AFuI, Associazione Fumetterie Italiane. Per quanto mi riguarda, però, per avere un certo rispetto per lui mi bastano due cose: primo, che è il mio fumettaro; secondo, che ha organizzato due raccolte di fondi per il reparto Pediatria dell’Ospedale di Terni. Da qualche anno tiene anche un blog molto seguito, Come se fosse Antani, in cui ci parla senza peli sulla lingua del mestiere del libraio di fumetti e di tutte le storture del mercato.

Se volete conoscere il suo punto di vista, visitate il suo blog: in questa intervista, cercheremo invece di capire qualcosa del mercato, dei lettori e delle case editrici visti con gli occhi di chi ci campa.

La prima domanda che vorrei farti può sembrare banale, ma io invece credo sia il cuore dei temi che vorrei andare ad affrontare. Sono circa 10 anni che hai un negozio e da ancora più fai fiere e vendite online. È molto tempo, quindi, che osservi una specie umana di cui poco si sa: il lettore di fumetti. O meglio, i lettori di fumetti, perché ne esistono tanti quanti i generi. Raccoglierò delle macrocategorie e ti chiederò per ognuna: chi è il lettore e se, in tutti questi anni, hai notato un cambiamento nel pubblico, un’evoluzione o un’involuzione.
Comincerei quindi con il lettore di supereroi, categoria che mi è particolarmente cara perché io stesso lo sono stato a lungo.

Molti ragazzini, direi. Merito dei film. Oggi ce ne sono tanti che cercano letture a basso costo, magari mordi e fuggi. I vecchi lettori di supereroi, invece, sono cresciuti, ed oggi si dedicano ad altro: Vertigo, fumetti più maturi. Magari, qualche volta, sanno anche scegliere al di là del singolo genere o della provenienza.

A tuo parere i film fanno bene al mercato dei fumetti? Questi nuovi lettori poi rimangono, o seguono lo spirito del momento per poi dimenticare facilmente?

Sicuramente sì.
Quello che fa male, sono gli editori che hanno fatto pochissimo o nulla per agganciare questi nuovi lettori…

Sii più preciso. Cosa dovrebbe fare un editore per agganciarli?

Volendo fare una battuta: se non lo sa fare un editore, dovrei saperlo io?
Scherzi a parte, penso a fumetti distribuiti all’uscita dai cinema, o col dvd. O a pubblicità prima di ogni spettacolo. Magari a serate ad hoc organizzate in collaborazione con le fumetterie locali.
Io l’ho fatto, con le mie forze: perché un editore deve rinunciarci in partenza?

Indovinate quale di questi è il nostro Francesco Settembre

Indovinate quale di questi è il nostro Francesco Settembre…

La mia impressione è che gli editori, in primis in America e poi di conseguenza in Italia, abbiano rinunciato al tentativo di agganciare nuove leve e fidelizzarle. Si cerca di spremere fino all’osso il collezionista, e finita lì. L’invasione di variant cover ne è una dimostrazione lampante. Anche il ricorso ai continui numeri 1 è solo all’apparenza una misura volta ad avvicinare nuovi lettori: in realtà mi sembra che serva solo a tirare su le vendite per un paio di mesi e poi campa cavallo.

Non avrei saputo dirlo meglio.
Così è facile: ma nel breve periodo paga.
Chi investe nel lungo?

La Marvel, che secondo me ha investito nel lungo, nel senso che si è data al cinema, trasformando il fumetto in un business secondario (e come darle torto, con quegli incassi?).
Ma lasciamo per un po’ i comics. Vorrei chiederti dell’evoluzione del pubblico dei manga. Ti dico la mia impressione, e cioè che il pubblico dei manga si sia involuto molto, chudendosi in un recinto che non guarda mai oltre tutto quello che riguarda la cultura giapponese. Gente che preferirebbe mangiare un piatto di ramen andato a male piuttosto che leggere un fumetto di Moore, se mi permetti l’iperbole. Un tempo chi provava i manga era invece gente che voleva sperimentare generi diversi.

O che vedeva i cartoni animati, come i ragazzini di oggi. Non so: sicuramente, non sono lettori di manga, ma lettori di UN manga. Quello del momento… E, purtroppo, di titoli di qualità ce ne sono pochi, anche se più di 4 o 5 anni fa.

Eppure i manga, almeno prima della mania dei supereroi al cinema, mi sono sempre misteriosamente sembrati un terreno più fertile per quelli che, abitualmente, non leggono fumetti. È una sensazione sbagliata?

Forse una volta, oggi non più. Sono troppo autoreferenziali.
A meno che non si parli di titoli legati ad anime di moda in un particolare momento: ovvio che spingano la vendita del manga…
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Incontro con autori da Antani Comics

Altra domanda apparentemente slegata: da libraio, qual è il percorso più tipico per un lettore? Il “passaggio” dai manga agli americani, o viceversa, è frequente, raro, o non capita mai? Ci metto anche gli altri tipi di fumetto. Si passa da un Sio a un Ratman?

Oggi come oggi è più facile leggere gli americani, che hanno continui restart.
I passaggi frequenti sono legati o a fumetti legati ai film o – come detto – agli anime.
La novità è il web, con youtubers e Sio. La domanda è: almeno una piccola parte di questi lettori, la “acchiapperemo”?

Una cosa che mi interesserebbe sapere è il ruolo che gioca il libraio in questi passaggi. Quanto i clienti sono ricettivi ai tuoi suggerimenti? Ci sono “trucchi” che usi per convincere qualcuno a comprare qualcosa?

Quelli che ascoltano… sì.

Nel senso: in genere ci sono due tipi. Quelli che comprano abitualmente, che di solito mi stanno a sentire, e quelli occasionali. In genere, questi ultimi, entrano dicendomi che sono appassionati di un titolo, e cercano altro. Dopo mezz’ora di consigli, escono con… il titolo che leggono di solito!
In effetti è una peculiarità del pubblico del fumetto, credo. Ad esempio io stesso entro spesso in libreria senza un’idea precisa, mi metto a scartabellare e facilmente esco con un libro che non mi ero mai sognato di comprare, prima. In fumetteria invece entro sempre con l’idea precisa di quello che voglio comprare, e quello compro (cioè la roba che ho in casella, generalmente). Il mio è un caso generalizzabile o sono solo io? E se sì, secondo te a cosa è dovuta questa differenza?
È un caso generalizzabile: è difficile trovare appassionati – se non occasionali, magari – che “perdano tempo” a guardar fumetti e libri, per scegliere qualcosa. O anche solo per una reale curiosità, che non sia un semplice sfogliare tanto per farlo.
Da cosa dipende? La lettura è un piacere, una passione. I fumetti sono legati all’infanzia, e comunque molto più a questa ultima sfera, che non a quella della cultura, a differenza dei libri. Per questo ci sentiamo sempre in colpa a spendere cifre relativamente importanti in fumetti!
È una passione: non deve costare!
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Gipi da Antani Comics

 Una differenza fondamentale tra il mercato dei libri e quello dei fumetti, che non riesco a spiegarmi in alcun modo, è l’assenza dei classici. Se entro in libreria e cerco, che so, i Promessi Sposi sono sicuro al 100% di trovarlo, anche se sfido chiunque a chiamarlo bestseller. Se entro in fumetteria e cerco Batman Year One rischio davvero di non trovarlo. Non dovrebbe essere nell’interesse delle case editrici quello di tenere sempre a disposizione i propri classici? Perchè invece non avviene? Io una mezza idea ce l’ho, ma prima vorrei sentire la tua opinione.
Sì.
Scarsa professionalità e scarsi investimenti.
Scarsa cultura di come si vende. Chiamala come vuoi.
Alcune cose dovrebbero essere in negozio 365 giorni l’anno…
La mia teoria è piuttosto che il mercato del fumetto sia “malato” di collezionismo. Voglio dire, quanti lettori di libri si mettono a imbustare tomi, o comprano più edizioni dello stesso romanzo? I libri sono essenzialmente un contenuto, a prescindere dall’edizione; il fumetto invece è considerato un oggetto in primis, a prescindere dal contenuto. Copertine diverse fanno oggetti diversi, edizioni diverse fanno oggetti diversi, da possedere tutti. Tant’è che a volte il fumetto non viene nemmeno letto, ma imbustato direttamente. Sia le case editrici che i lettori si prestano  a questo “gioco”, col risultato che il fumetto non cresce mai. Che ne pensi?

Forse dieci anni fa.

Hanno talmente approfittato di questo che, dove vedevi variant vendute a decine – parlo di negozio – o eventi seguiti albo per albo, noti un netto calo. Oggi i clienti che prendono più versioni sono rarissimi: al limite acquisti quella più rara a scapito dell’economica.
E, soprattutto, nessuno segue più gli eventi comprando tutti gli albi collegati. Dieci anni fa si faceva.
Il collezionismo, se non esasperato, non è un male.
Collezionismo esagerato?

Collezionismo esagerato?

È innegabile comunque che negli ultimi anni il fumetto abbia fatto passi da gigante nella considerazione comune. Non è più solo “i giornaletti” ma ora ci sono anche le “graphic novel” recensite sui giornali di massa. Ti faccio una domanda provocatoria: per voi librai, e per il mercato in generale, questo salto è stato un bene o un male?
 Fermo restando che il concetto di graphic novel, o perlomeno l’uso che se ne fa, non ha senso, non credo che sia cambiato molto nella considerazione comune: sempre roba per bambini è.
Col tempo qualche passo avanti si è fatto, ma – merito anche della Bonelli – in Italia il fumetto è:
-cosa che deve costare poco;
-cosa per bambini.
Per il resto, ben venga qualsiasi cosa riesca ad elevarlo.
Uhm, concordo con te sul fatto che la Bonelli ha dato un’impronta decisiva alla concezione del fumetto in Italia (ma non solo: vogliamo parlare di Diabolik e Alan Ford?), soprattutto per il fatto che deve costare poco. Ma non mi sembra che lo abbia definito come qualcosa “per bambini”, anzi: sembra più qualcosa per “adulti maschi pendolari”, non credi?
Diabolik ed Alan Ford sono monoprodotti: Bonelli ha dato vita ad una “dinastia”!
Bonelli ha purtroppo segnato il fumetto come “popolare”, quindi “economico”.
A definirlo come un media per bambini, purtroppo, ci aveva pensato la storia passata.
Tutto quello che è stato pubblicato tra anni Settanta e, soprattutto, Ottanta, non è servito a smentirlo perché siamo un popolo di ignoranti e “capiscioni”, come si dice a Terni…
Questo ci porta a un tema che avevo in mente sin dall’inizio, ovvero quello della “cultura del gratis”. Internet ha diffuso nelle nuove generazioni l’idea che sia una specie di diritto l’avere le cose gratuitamente. Facebook è gratuito, Google è gratuito, la musica, i film, tutto è gratis (anche se si paga in altri modi di cui non si rendono conto.) Anche i fumetti possono essere scaricati gratuitamente. Come libreria risenti di questa tendenza? Come dire, ti “accorgi” di lettori che passano al digitale, legale e non?
Ecco, giusto sottolineare il “anche se si paga in altri modi di cui non si rendono conto”!
Secondo me, chi avrebbe comprato, compra anche dopo aver “usato” le scan per leggere qualcosa in anteprima.
Sono statistiche impossibili da fare, ma chi non compra perché legge online, è raro.

E in parte è controbilanciato da chi si appassiona al collezionismo cartaceo, perché ha iniziato a vedere qualcosa su internet e si è appassionato…
È un tipo di ragionamento che mi piace. A volte ho l’impressione che, con le dovute quanto rare eccezioni, il mercato del fumetto, da parte di tutti gli attori, case editrici, distributori e librerie, sia gestito con un semplicismo dilettantesco impressionante. Non c’è il concetto di impresa, e uno dei motivi perché ho scelto di intervistare te è perché mi sembra che tu abbia un’idea molto imprenditoriale della tua attività. Ad esempio, diversifichi l’offerta, non limitandoti alla “vendita al minuto” ma partecipando alle fiere, organizzando incontri (e, fino a poco tempo fa, mostre mercato), vendendo online eccetera. La domanda che vorrei farti è questa, papale papale: riusciresti a rimanere aperto se ti limitassi a fare il compitino, vendendo i fumetti in negozio e basta?
Risposta altrettanto papale: no.
Questo spiegherebbe come sia difficile oggi trovare fumetterie pure, ovvero non allargate ai giochi di carte eccetera. Hai mai provato la tentazione di darti a qualche mercato più “facile”?
No.
Visto che ne abbiamo accennato, vorrei chiederti della tua attività di organizzatore di incontri con gli autori. Chiunque volesse cercare un po’ su internet scoprirebbe che ne fai tantissime, sia con autori meno conosciuti che con vere e proprie star internazionali. Innanzitutto vorrei chiederti come fai a contattare gli autori. Passi attraverso le case editrici? Li contatti personalmente? E dove cavolo prendi i loro numeri di telefono?
Personalmente 99 volte su 100.
Raramente propongono gli editori.
Tramite fiere, siti, social.
Di solito faccio così.
Considerate che, se ho organizzato quasi 140 eventi, almeno altrettanti ho provato ad organizzarli, senza esito o risposta…
Come valuti queste iniziative a livello di rientro? Parlo sia a livello economico che di reputazione.
Economico: lasciamo stare. Se le avessi fatte per quello, con tutto il lavoro che comportano, avrei investito meglio altrove. Tipo nell’agricoltura.
Oggi, forse, dopo DIECI anni che le faccio, ho un rientro.
Ma ogni volta – col pubblico locale molto, molto scarso – rischio figuracce.

Rientro di immagine: buono. Ma sempre lavorandoci tanto.
Vorrei concludere l’intervista con il capitolo fiere. E iniziare dal tema più scottante. Vuoi raccontarci le tue disavventure con Lucca?

Ho fatto Lucca dal 2003 al 2010. Nel 2011, improvvisamente,con stand prenotato e anticipo pagato, mi arriva una raccomandata: Lucca ha deciso di non darmi lo stand.

Mi incazzo, ma non riesco ad avere risposte.
L’anno successivo chiamo, riprovo, ma mi viene detto: “Forse per il 2013”.
Allora, da fine 2012, mi prendo un negozio in affitto, e faccio la “mia” Lucca. LuccaFuori.
Non ho più chiesto lo stand.
In compenso, insistendo, ho avuto motivazioni diciamo… risibili.
E ti ho fatto fare il giro lungo per arrivare qui: perchè? Aldilà delle motivazioni risibili, perchè ti hanno escluso?
Sinceramente: non lo ho capito.
Mi sento di escludere quello che pensate tutti: ovvero, le polemiche.

Non ho mai polemizzato più di tanto in pubblico con l’organizzazione.
Le critiche le ho fatte in privato: e ce ne sono state pure di grosse.
Un anno, ci hanno messo in un padiglione periferico, per dirne una: incassi dimezzati.
Ci siamo lamentati tutti, e l’organizzazione si è scusata, promettendo per iscritto una collocazione migliore per l’edizione successiva: cosa che ha fatto.
E, nonostante le critiche, ho partecipato per altri due anni. Insomma: se non mi hanno escluso lì, perché farlo dopo?
In molti mi dicono che mi hanno fatto fuori per il blog.
Giustissimo. Peccato che il blog sia nato DOPO l’esclusione…
Lucca Comics 2014: là in mezzo da qualche parte c'è Mufasa morto

Lucca Comics 2014: là in mezzo da qualche parte c’è Mufasa morto.

 Quest’anno però affermavi che stavi trovando problemi anche a trovare un negozio fuori. Non ha niente a che fare con l’ostracismo di cui sei vittima?
Sei più complottista di me!
Immagini una riunione tra commercianti ed organizzazione: tema… ANTANI COMICS!!
Scherzi a parte, il discorso è più semplice e facile, purtroppo.
Ingordigia.
I negozianti lucchesi diventano ogni anno più pretenziosi, e alzano i prezzi.
Di tutto: locali inclusi.
Ne ho sentite di tutti i tipi, guarda…
E allora devi raccontarcene qualcuna!

Sui prezzi: se arrivi il giorno prima, vedi i locali che cambiano listini e menù…

Sui locali in affitto: 4-5 anni fa faticavi ad avere anche quelli sfitti. Oggi molti CHIUDONO per lasciarti il locale in affitto in quel periodo.
Cantine incluse!
Negli ultimi anni Lucca è cresciuta tantissimo, come numero di visitatori. Tutti quelli che vi partecipano sono soddisfatti, perchè si riempiono le tasche per affrontare i tempi bui, ovvero il resto dell’anno. Sembra quasi che l’industria si stia concentrando proprio attorno alla kermesse toscana, gravitandovi attorno, diventandone dipendente. Questo non danneggia i librai?
Certo.
Ormai molti ci campano intorno.
I librai, che al 99% non partecipano alla manifestazione, perché quasi tutti gli espositori sono privati, ne ricevono sicuramente un danno.
Io è un mese che incasso meno…
Vorrei andare avanti e approfondire, ma l’intervista è già lunga e magari ci torneremo. Vorrei farti solo un’ultima domanda: i giovinastri che frequentano il tuo negozio sanno da dove hai preso ispirazione per il nome “Antani?”
Non tutti.

Molti sì, molti no.
Ringraziamo Francesco, che si sta preparando per Lucca e ci risponde sempre più laconico. In bocca al lupo!

Questa settimana nel Comic web…

Vi segnaliamo gli articoli che abbiamo letto questa settimana nei siti che si occupano di fumetti. Buttateci un occhio!

Comicus ci insegna come si fa un’Analisi di una strip dei Peanuts

Lo Spazio Bianco approfondisce Il paradosso del tempo nel fumetto utilizzando “Qui” di Richard McGuire

Su Fumettologica trovate un articolo di Daniele Barbieri e tanto dovrebbe bastarvi per convincervi a leggerlo: Il romanzo fa davvero bene al fumetto?

Gli Audaci recensiscono Adam Wild #13

Badcomics traduce un’intervista di Wired UK ad Alan Moore.

C4 Comics recensisce  Wet Moon

Il Bar del Fumetto: ci parla un po’ dell’ultima stagione di Orfani

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