Akira Toriyama

my two cents #02 – Demon Slayer, Summer time rendering, Vita da Yamcha

Eccoci al nostro secondo appuntamento della nuova rubrica di DF con una aperiodicità tutta sua. Oggi vi dirò la mia su tre titoli che hanno in comune l’editore italiano, Edizioni Star Comics, partiamo.

Demon Slayer – Periodo Taishō, Tanjiro, un ragazzo con un olfatto particolarmente sviluppato, scopre la propria famiglia trucidata da un demone, tutti morti, tranne sua sorella Nezuko che, morsa dall’assassino, è in fase di transizione per divenire anche lei un essere maligno.

Per impedirne la trasformazione il giovane studierà come diventare un guerriero ammazza demoni e proteggere la ragazza!

Un manga che profuma di vecchio shōnen, con una trama avvincente e un disegno acerbo ma con larghi spunti di miglioramento, una lettura divertente a opera di Koyoharu Gotouge.

Koyoharu Gotouge
Demon Slayer – Kimetsu No Yaiba
Edizioni Star Comics, collana Big, maggio 2019
b/n, pp. 192, € 4,50

 

 

 


Summer Time Rendering Shinpei torna a Hitogashima, l’isola dove è cresciuto, per partecipare al funerale di Ushio, sua cara amica d’infanzia, gli avvenimenti prendono però una strana piega e il protagonista muore rivivendo più volte la stessa giornata.

Ma cosa sta succedendo? La leggenda del morbo delle ombre che si sostituiscono agli umani è dunque vera?

Con una trama appassionante, delle tavole cinematografiche e un disegno dettagliato e raffinato Yasuki Tanaka ha creato un fumetto davvero interessante e il primo volume getta le basi per una buona storia.

Yasuki Tanaka
Summer Time Rendering
Edizioni Star Comics, collana Techno, giugno 2019
b/n, sovraccoperta, pp. 208, €5,90

 


Vita da Yamcha – Dopo essere morto per una caduta da una scalinata, dove cercava di guardare meglio le mutandine di una ragazza, un liceale si reincarna in Yamcha, storico amico di avventure di Goku, per vivere le sue avventure.

Il protagonista ha però un grande vantaggio, conosce la trama di Dragon Ball a memoria e farà di tutto per far evolvere il proprio personaggio oltre i limiti a cui Toriyama aveva pensato.

Dragongarow Lee riesce a portare su carta una storia davvero divertente, con un tratto fedelissimo a quello del manga originale con dei risvolti inaspettati, imperdibile per un fan della saga delle Sfere del Drago!

Akira Toriyama, Dragongarow Lee
Dragon Ball side story: vita da Yamcha
Edizioni Star Comics, collana Wonder, aprile 2019
b/n, pp. 144, €5,90

Dragon Ball Super Broly: arriva in dvd e blu-ray

Dragon Ball Super: Broly è semplicemente un ciclone di nostalgia, un turbine di combattimenti e sfavillanti aure di energia.

Primo film legato alla serie Super, la recente reincarnazione di Dragon Ball che racconta gli avvenimenti accaduti dopo la saga di Majin Bu, ha come obiettivo quello di reboottare le origini di Broly, il Super Saiyan della leggenda che i fan della serie tanto amano.

Come per La battaglia degli dei e La resurrezione di F, il film si colloca in continuità narrativa con la storyline principale appena dopo la conclusione del Torneo del Potere.

La regia a opera di Tatsuya Nagamine, su soggetto e sceneggiatura di Akira Toriyama, è convincente e sia la realizzazione tecnica a opera della Toei Animation che le musiche di Norihito Sumitomo sono di buon livello.

Il film è studiato appositamente per i fan che, a giudicare dagli incassi in tutto il mondo, hanno ben recepito e gradito al meglio la pellicola.

Un fan della vecchia guardia come me rimane invece rapito dall’alone di nostalgia di cui tutta la parte iniziale è impregnata e la voglia di rivedere la prima storica saga è tanta; le trame e le gag delle origini della serie rimangono tuttora insuperabili ma di certo una pellicola del genere ha uno scopo diverso, cioè, come altri appassionati mi hanno fatto notare, le mazzate. Ed è palesemente questo il fine, portare sul grande schermo scazzottate, urla squarcianti e esplosioni di energia in un susseguirsi di trasformazioni che si concludono nella comparsa del Super Saiyan Blue.

Un film spassoso, un ritmo incalzante che purtroppo sacrifica la caratterizzazioni dei personaggi.

Nel complesso un buon prodotto per i fan, arricchito dall’edizione italiana in home video a cura della Anime Factory che ci propone tre edizioni, una ultra limited edition in steelbook e due regular con cover lenticolare sia in blu-ray che dvd.

TRAMA Un pianeta distrutto, una potente razza ridotta in cenere. Dopo l’esplosione del Pianeta Vegeta, tre Saiyan furono dispersi nello spazio, costretti a diversi destini. Mentre due di loro hanno trovato casa sulla Terra, il terzo, cresciuto dal padre che gli ha instillato un ardente desiderio di vendetta, sviluppa una potenza incredibile. Il momento per questa vendetta è finalmente arrivato! I tre destini si incroceranno in una battaglia che scuoterà l’intero Universo!
Son Goku è tornato ad allenarsi duramente per poter affrontare i nemici più potenti che le galassie hanno da offrire, e Vegeta non è da meno. Ma quando improvvisamente i due si troveranno di fronte un ignoto Saiyan, scopriranno una forza atroce e devastante.

DATI TECNICI
Durata: 100 minuti
Video: 1080p @24 1.78:1
Audio: Italiano (doppiaggio cinema) 5.1 DTS-HD Master Audio, Italiano (doppiaggio TV) 5.1 DTS-HD Master Audio, Giapponese 5.1 DTS-HD Master
Sottotitoli: Italiano
Extra:
SPECIALE DOPPIAGGIO: In sala doppiaggio con Claudio Moneta, Gianluca Iacono, Mario Bombardieri, Emanuela Pacotto
CREDITI EDIZIONE ITALIANA
TRAILER
Contenuti speciali:
– 5 Card da collezione
– 1 bustina Dragon Ball Super Card Game
– 1 buono ingresso gratuito a Mirabilandia*
* promozione 3×2 valida fino al 3 novembre 2019

Crescere con un Carnotauro – Kids With Guns 2: Tribe di Capitan Artiglio

Cantava Caparezza «il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un artista». Se il discorso musicale intavolato dal capelluto rapper pugliese si potesse applicare anche al fumetto, Kids With Guns 2: Tribe di Capitan Artiglio, pubblicato ancora da Bao Publishing, in tale ottica diventa l’opera più importante per il giovane autore torinese.

L’ultima pagina del primo volume di Kids With Guns consegnò ai lettori un mondo appena scoperto, fatto di giganteschi dinosauri, ampi orizzonti orientaleggianti, cowboy e banditi pronti a darsi battaglia per affermarsi come peggior feccia che si possa incontrare.

I Fratelli Dave, Dan e Duke Doolin hanno affrontato il loro momento più buio subito dopo essere entrati in contatto con i misteriosi Teschi di Moloch, doni arcani ereditati dal padre, il temibile Bill “La Morte” Doolin.

Con tre obiettivi separati, le vite dei fratelli si sono complicate sempre di più, coperti dalla ingombrante ombra del padre – spesso con tragici risultati.

L’ambientazione costruita da Capitan Artiglio ha saputo ben custodire la storia della Bambina Senza Nome, una ragazzina di poche parole accompagnata da un feroce Carnotauro, protagonista in grado di mettere sottosopra l’intero status quo della terra selvaggia che la circonda.
KWG 2
L’escalation di eventi contenuta nel primo atto di Kids With Guns cadeva spesso vittima di una sindrome naturale, insita a tutte le opere prime – nella costruzione di un credibile e accattivante personaggio principale e del relativo contesto narrativo, Capitan Artiglio aveva sacrificato limature e dettagli riservati ai personaggi di contorno.

In sede di analisi, il primo Kids With Guns risultava particolarmente interessante per la creatività dell’ambientazione, la natura puramente shonen manga della Bambina Senza Nome – frenato tuttavia da una generale mancanza di mordente per quel che riguardava i personaggi secondari. Il volume uno raccontava di un mondo bello e intrigante da vedere, ma ancora troppo acerbo.

Il secondo volume di Kids With Guns, Tribe, corregge il tiro e dimostra una discreta crescita autoriale per Capitan Artiglio che, libero dal fardello di dover “presentare” lo scenario, può concedere più spazio ai personaggi che lo vivono.

Contrariamente a quanto la sua popolarità possa suggerire, la Bambina Senza Nome appare solamente dopo il primo capitolo, interamente dedicato ai Fratelli Doolin – e al loro nuovo ruolo in questo secondo volume. Il ritorno di Dan, Dave e Duke riflette nuova luce sull’intera linea narrativa legata ai tre fuorilegge: l’introduzione vera e propria di Bill “La Morte” Doolin permette a Kids With Guns di poter giocare con un nuovo antagonista, accerchiato dai suoi tremendi scagnozzi. “La Morte” e il Mucchio Selvaggio introducono nuove dinamiche nella storia di Capitan Artiglio, in grado di fare chiarezza sugli allineamenti morali dei personaggi secondari e sulle meccaniche di pura trama in movimento sullo sfondo.

Le rivelazioni dietro i Teschi di Moloch e i relativi poteri, insieme al colorito cast di comprimari e nemici che qui Artiglio mette in risalto, elevano la didascalica sottotrama dei Fratelli Doolin del primo libro a un binario narrativo decisamente più interessante e tridimensionale.

Artisticamente, l’autore tende a differenziare questo filone di trama con tavole aggressive, ricche di primi piani “a muso duro”, alternati a splash page colossali, più congeniali al suo stile – chiaramente debitrici delle influenze più occidentali, figlie di artisti come James Stokoe e Geoff Darrow.

Strutturalmente solida, la griglia delle tavole di Capitan Artiglio inquadra bene il caos dell’azione dirompente ed esplosiva, sebbene resti qualche errore marginale in “sede di regia”. L’occhio segue comunque l’action in maniera fluida e divertente, con alcuni momenti degni di essere propriamente animati.
Capitan Artiglio 2

Il ritorno in scena della Bambina Senza Nome inaugura, come citato in precedenza, una linea narrativa parallela piuttosto interessante. Come nel caso del primo Kids With Guns, ci troviamo di fronte al cuore dell’opera e alla sua componente meglio realizzata.

Capitan Artiglio introduce da subito una novità nella sua storia e, per un personaggio che ha vissuto gran parte del primo volume “in solitaria”, il suo inserimento in un gruppo di amiche e coetanee risulta immediatamente fresco: inquadrato il personaggio nel primo volume, Capitan Artiglio preferisce in questa occasione scuoterlo e renderlo più malleabile. La Bambina Senza Nome, da protagonista solitaria badass dalle tinte shonen si immerge ancora di più in alcuni temi tradizionali di questa categoria come la scoperta del valore dell’amicizia, della fiducia nel prossimo. Keoma, Ponygirl Curtis e Pixote saranno la ventata d’aria fresca che “umanizzerà” la pistolera invincibile e il suo temibile Carnotauro. La nuova ambientazione di Palanka City, così come le sue colorite gang di criminali, offrono all’autore la possibilità di sperimentare e di divertirsi con le quattro enfants terriblès di Kids With Guns: Tribe.

Il blocco centrale di questo secondo volume accompagna il lettore attraverso casinò, alberghi, bettole e ristoranti della città e vede Artiglio sperimentare, quasi sfidando se stesso, giocando tra esterno e interno degli edifici, disegnando vignette e sequenze visivamente più audaci. Senza alcun balloon di dialogo, Capitan Artiglio costruisce dal nulla un nuovo palcoscenico in un mix di easter eggs ad Akira Toriyama, interessanti scelte architetturali e strutture narrative e layout di pagine completamente nuovi per l’autore.

Il fil rouge di Kids With Guns: Tribe, come suggerisce il titolo, sta nel concetto stesso di “tribù”, di appartenenza e soprattutto di famiglia. Come rivelato dallo stesso autore nell’intervista rilasciata al nostro sito, le persone che entrano ed escono dalle nostre vite ci formano, ci guidano, ci lasciano qualcosa di loro e noi diamo in cambio altrettanto. Tribe parla di famiglie e di amicizie, siano esse il Mucchio Selvaggio, la famiglia Doolin o le nuove amiche della Bambina Senza Nome. Problematiche, tranquille, animate o silenziose, le “famiglie” di Kids With Guns: Tribe riempiono le pagine e l’escalation degli eventi di trama metterà sempre più in risalto quanto i legami che uniscono i personaggi siano importanti e, talvolta, pericolosi. Senza entrare nel dettaglio, gli ultimi capitoli di questo secondo volume prendono svolte drammatiche e, seppur prevedibile, il colpo di scena più pesante della storia finora colpisce duramente, lasciando al lettore il compito di farsi strada attraverso le macerie in vista del terzo e conclusivo volume.
KWG Tribe
L’opera soffre ancora di qualche difetto consistente, ereditato dal primo arco narrativo: alcuni dialoghi si perdono in troppa esposizione, altri ancora sembrano non avere un tono adatto alla situazione. La “voce” che racconta la storia protagonisti ha bisogno di rodaggio, tuttavia si dimostra azzeccata e precisa, divertente quando ha a che fare con i personaggi più giovani del volume.

Capitan Artiglio brilla quando ha la possibilità di liberarsi e sperimentare, allontanandosi dal ruolo di narratore “parlante” e lasciando pieno campo alla tavola, alle sue sequenze action e al design accattivante del folle mondo da lui creato.

Tribe
non rappresenta la coronazione di Capitan Artiglio, né tanto meno l’opera che ne segna la sua definitiva maturazione – e aspettarsi tali risultati da un autore soltanto alla sua seconda graphic novel sarebbe folle. Tuttavia, Kids With Guns: Tribe mostra discreti e incoraggianti passi in avanti per Capitan Artiglio, più conscio di sé, soprattutto del potenziale narrativo che la sua storia nasconde, con una visione precisa sul come questo grand finale verrà messo in scena.

Il terzo volume della serie concluderà il percorso della Bambina Senza Nome e dei Fratelli Doolin in quello che si prospetta senz’altro uno dei titoli più interessanti e da tenere d’occhio del 2020.

Dragon Quest: L’emblema di Roto, crescita ed evoluzione

Emblema-Roto-02Era il 1998 e nelle edicole italiane faceva capolino il primo numero di una delle saghe fantasy più famose di sempre: Dragon Quest, l’Emblema di Roto. A distanza di vent’anni dalla sua prima edizione italiana e a due anni dalla sua ristampa in Perfect Edition, le edizioni Star Comics si apprestano a pubblicare il seguito di questa avvincente saga e noi di Dimensione Fumetto vi diciamo perché dovete leggerla!

Nata nel 1985 dalla mente di Yuji Horii e del suo studio Amor Project e dalle matite di Akira Toriyama, Dragon Quest (nota in Occidente anche come Dragon Warrior) è considerata una delle saghe JRPG più importanti del panorama videoludico mondiale, talmente di alto valore che la sua influenza ha segnato molti dei titoli usciti successivamente, uno fra tanti l’altro pilastro del settore, Final Fantasy.

Caratteristiche comuni a tutti i videogiochi del genere RPG sono la presenza di un protagonista valoroso affiancato da un gruppo di comprimari con il quale deve svolgere un viaggio, vincere guerre e missioni, acquisire punti vita, punti esperienza, punti forza e quant’altro, il tutto votato a sconfiggere nemici di livello sempre superiore fino ad arrivare al boss finale per la vittoria definitiva.

Kamui Fujiwara, disegnatore de L’emblema di Roto dichiara di essere da sempre un grande fan della saga e racconta, in una delle sue postfazioni, l’orgoglio e la gioia provati nel momento in qui gli venne proposto di dedicarsi alla realizzazione di questo manga.

Nelle pagine del fumetto ci viene raccontata la storia di Arus, erede legittimo al trono di Roto e discendente di Arel, il protagonista del terzo capitolo videolugico di Dragon Quest, e del suo cammino per divenire un prode guerriero per poter sconfiggere il Re Demone Imajin. Come lo stesso Fujiwara dichiara, non è facile poter riprodurre su carta le atmosfere del videogioco e, proprio perché il mezzo a sua disposizione è ben diverso, decide fin da subito di gettare delle regole ben precise per uno svolgimento coerente della storia: in primo luogo non sono ammesse le resurrezioni, evento tipico in un RPG che si rispetti, né basta cambiare un’arma affinché il protagonista diventi più forte. Quello su cui l’autore punta fin da subito è la crescita personale e spirituale dovuta alla forza di volontà, all’impegno e alla dedizione, e tutta la storia non è altro che un percorso evolutivo volto all’unico scopo di trasformare il giovane Arus nel Prode guerriero della leggenda. Importanti sono le prove che il giovane di Roto dovrà superare, prove nelle quali sarà presto affiancato dai discendenti dei tre maestri della leggenda, Kira il maestro della spada, Yao del pugno e Poron della saggezza. Tutti e quattro i protagonisti avranno uno spazio importante nella storia, tutti avranno una forte e profonda evoluzione e un faticoso processo di crescita e tutti saranno essenziali alla riuscita della vittoria finale.

Un aspetto che mi è subito saltato all’occhio nella rilettura consecutiva del manga è stato proprio l’evidente processo di crescita e di come i ritmi, più pacati e lenti nei primi volumi, subiscano un’evidente accelerata verso metà della serie fino a divenire serrati e avvincenti negli ultimi. Questo processo è maggiormente evidenziato dalla sopracitata crescita dei personaggi e dalla loro caratterizzazione ben delineata fin da subito e sviluppata molto bene nel corso di tutto il racconto. Particolarmente azzeccato, per il sempre vincente effetto nostalgia, l’inserimento di personaggi già comparsi nella controparte videoludica che qui ritroviamo con il ruolo di coprimari secondari utilizzati spesso come dispensatori di informazioni, un po’ quello che avviene anche nei videogiochi quando devi consultare dei personaggi affinché la storia possa proseguire.

Efficace e funzionale il disegno con un tratto spigoloso e ben delineato, tipico degli shonen manga, arricchito dal certosino lavoro di restauro che lo stesso autore ha effettuato.
Visto che molte tavole originali sono andate perse, Fujiwara ha dovuto scansionare i volumi per recuperarle ed è stato costretto a dover ridisegnare diverse sequenze. Il lavoro del Maestro era finalizzato, inizialmente, a uniformare il tratto, che inevitabilmente in un’opera subisce un’evoluzione stilistica, il suo rispetto per il lettore l’ha però portato a un lavoro ancora più accurato non limitandosi a un freddo e meccanico restauro, ma ponendo molta attenzione affinché questa operazione non andasse a intaccare le atmosfere originali.

Ultima, ma non per importanza, l’edizione: la Perfect Edition della Star vanta 15 corposi volumi con copertina lucida e dettagli opachi, all’interno troviamo riprodotte con fedeltà le tavole a colori, le illustrazioni e numerosi schizzi preparatori, diversi approfondimenti e interessantissimi appunti di Fujiwara stesso. Una degna edizione per un’opera che è una pietra miliare del genere e della quale suggerisco caldamente la lettura in vista dell’arrivo del seguito previsto per gennaio 2019, ma ancor prima del volume speciale che fa da unione tra questa e la nuova serie e che uscirà proprio questo mese.

Che dire, buona lettura a tutti e che la Sacra Rubiss vi protegga sempre.

Dragon Ball Star Comics celebration book

La Star Comics è in una fase importante della sua vita editoriale. O meglio, sarebbe più opportuno dire che in realtà la Star Comics ha raggiunto un grande traguardo ed è pronta a spegnere un bel numero di candeline… Ben 30 per l’esattezza! (Come il sottoscritto… mah…) La stellare casa editrice non ha mancato occasione per celebrare la ricorrenza e ne abbiamo avuto un esempio palmare con il trentennale di Spider-Man, circostanza  in cui l’albo del nostro amichevole tessiragnatele si è presentato in un’edizione di tutto rispetto e pronta a soddisfare i palati dei collezionisti agguerriti (e che magari avevano già una teca pronta per l’occasione, con tanto di lampada e spazio celebrativo).

La Star Comics non si è sottratta però nemmanco alla celebrazione della ricorrenza anche per altre testate e, ovviamente, ha deciso di levare in alto i cuori per il manga più conosciuto: Dragon Ball. Se anche voi siete estasiati per l’uscita di Dragon Ball Full Color (e chi vi scrive sta ancora festeggiando) potreste aggiungere alla vostra biblioteca questo volume, un celebration book che la Star Comics ha dedicato a Goku e al suo entourage.

Dragon-Ball-Star-Comics-Celebration-Book

Dopo un capitolo (anche piuttosto corposo) sul percorso editoriale che ha condotto la Star Comics dov’è oggi, ovvero nell’Olimpo degli editori, questo celebration book riserva tante piccole curiosità per il lettore e per gli appassionati: un’ampia sezione è riservata alle cover ma, quella che indubbiamente attirerà l’attenzione dei fedelissimi, è quella dedicata al parere reso da alcuni dei più importanti fumettisti del panorama italiano (del calibro di Recchioni, Zerocalcare, Milo Manara, Bevilacqua, Sio e anche molti altri) sul manga che ha poi ispirato uno degli anime più conosciuti della storia.

E il maestro in tutto questo? Ma no, non mi riferisco al Maestro Muten e alla sua fedele tartaruga, ma ad Akira Toriyama, il padre dell’epopea dei Saiyan (senza la “i” nella versione italiana, Sayan). Il creatore della saga, ancora oggi ovviamente compiaciuto della sua creatura, ha rilasciato una lunga intervista al team della Star Comics per festeggiare in Italia la ricorrenza, ma anche e soprattutto l’affetto e l’entusiasmo con il quale il pubblico italiano ha accolto (e continua ad amare) tutti e sei i cicli narrativi dell’opera.

Dragon-Ball-Star-Comics-Celebration-Book

Non ho potuto non menzionare Dragon Ball Full Color (del quale abbiamo anche parlato in altro articolo), immagino che i più attenti con il dito indice in segno d’accusa siano pronti a dire: «Cosa c’entra?» Ebbene, questo celebration book riserva una cospicua sezione all’anteprima del nuovo prodotto editoriale che, come saprete se avete letto la recensione che gli abbiamo riservato, ci ha entusiasmato molto superando le aspettative di chi credeva fosse solo un esperimento cromatico. Poteva mancare una sezione riservata a qualche quiz? Certo che no e, sebbene nelle fumetterie sia già disponibile il Dragon Ball Quiz Book, qualche pagina la si dedica anche ai domandoni per testare la conoscenza dei seguaci della serie del loro manga preferito.

Insomma, la Star Comics per i suoi trent’anni ha voluto festeggiare per bene. Non ha trascurato le singole testate del brand e ha riservato a Dragon Ball un trattamento d’onore, con un volume celebrativo degno del nome che porta la casa editrice. Per gli appassionati sfogliare il volume è come scoprire sul proprio volto una nuova ruga, si pensa con nostalgia al passato e si rimembrano i momenti in cui, chi come me è quasi prossimo al raggiungimento degli “enta”, Goku salvava il pianeta con una Kamehameha (“Onda energetica”, nell’anime italiano). Per le nuovissime generazioni è sicuramente una valida occasione per approcciare uno shounen comic old style, per chi anni fa “c’era”… ci si può anche commuovere un po’… Come diceva Giovanni in Tre uomini e una gamba: «Non ce la faccio, troppi ricordi!»

Dragon Ball Full Color: può il colore fare la differenza?

Ammetto che il titolo che ho scelto non è dei migliori, sembra quasi uno spot di serie B per qualche smacchiatore per capi colorati… Ma rendeva adeguatamente l’idea, almeno nel mio immaginario e credo sia prettamente calzante dal momento che in tantissimi (rectius: tutti) si sono chiesti se davvero l’aggiunta del colore all’opera di Akira Toriyama fosse davvero necessaria. I giudizi prognostici lasciano sempre e comunque il tempo che trovano, ragion per cui con ogni probabilità è sempre meglio indagare su cosa ci si para innanzi.

A dir la verità non nascondo come fossi pervaso da sincera curiosità quando appresi che la casa editrice Shueisha, in Giappone, aveva lanciato il brand e che lo stesso sarebbe poi approdato in Italia. In tantissimi, quando informai coloro che condividono con me la passione per il fumetto, piuttosto prevenuti si chiedevano cosa cambiasse dall’edizione normale (perfect edition, evergreen edition ecc.) e io, dopo aver testato il primo tankobon, ho capito che le differenze ci sono. E non sono poche!

Partiamo dal presupposto che Dragon Ball è un’opera che tutti dovrebbero leggere, non limitandosi alla visione dell’anime. Il lavoro di Toriyama è mastodontico, una storia senza eguali, fatta di personaggi epici che si confrontano in combattimenti permeati da un campo valoriale che comprende lealtà, coraggio, orgoglio e chi più ne ha… Ogni shonen necessita tuttavia di un disegnatore che riesca a rendere adeguatamente il concetto di azione, e qui le splash page e le onomatopee hanno sempre fatto da padrone, ma cosa accadrebbe se a uno shonen (che vieppiù ha fatto la storia dei manga) aggiungessimo… I colori?

Al momento in cui scrivo sono disponibili i primi due tankobon e, inutile dirlo, entrambi sono due toccasana per la vista. La Star Comics ha portato dunque nel bel Paese il manga originale ripulito e adeguatamente cromato, per poi riproporlo in tutti e sei gli archi narrativi della storia. Si inizierà quindi con la saga di Goku bambino, per poi arrivare a Piccolo Daimao, ai Saiyan, la saga di Freezer, la saga di Cell e la saga di Majin Bu.

La Shuesha ha chiarito sin dall’inizio che non si tratterà di un anime-comic, ovvero un volume realizzato attraverso il montaggio in sincronia delle immagini provenienti dalla versione animata, quanto piuttosto di un’attenta ripulitura e colorazione delle tavole originali del manga per la stampa. Una differenza sostanziale rispetto ai volumi tradizionali (la serie di 42 tankobon) sta nello svolgersi degli eventi: il primo volume della serie tradizionale si concludeva con l’incontro tra Goku e lo Stregone del Toro (padre di Chichi, futura moglie del nostro eroe) mentre la Full Color si spinge un po’ più avanti, arrivando alle vicende prodromiche all’incontro con Pilaf, ovvero il primo villain della saga che ritroveremo anche in Dragon Ball GT (quando tenta di rubare le sfere con la stella nera, create dal Supremo prima che questi scindesse la sua persona liberandosi della componente malvagia) ma anche in Dragon Ball Super.

La storia ci viene riproposta e ormai la conosciamo in tutte le salse, anche se questa edizione qualcosina in più (oltre alla rinnovatissima veste grafica che determina un effetto davvero appagante) cerca di riproporre. Il viaggio avrà inizio nel momento in cui il giovane Goku incontra Bulma che lo convince a intraprendere il viaggio alla ricerca delle sfere del Drago (solo perché nota che Goku possedeva quella da quattro stelle lasciatagli in eredità dal nonno Son Gohan, primo allievo del Maestro Muten).

Rassegniamo quindi le conclusioni, per cercare di capire quanto Dragon Ball Full Color sia meritevole e se l’iniziativa sia degna di nota. Ritengo che gli appassionati della saga di Dragon Ball non possano farne a meno e questo per due ordini di ragioni: primo, l’edizione lanciata dalla Star Comics propone tankobon più estesi e con l’aggiunta di piccoli dettagli rispetto alle edizioni precedenti e, secondo motivo, vedere Dragon Ball a colori è estremamente gratificante, soprattutto alla luce del fatto che l’anime non è stato mai realizzato in HD (sebbene il manga non sia, come detto sopra, un action comic ma una storia autentica). Ovviamente il prezzo di ogni singolo volume sarà un po’ più elevato, ma comunque entro parametri accettabilissimi per dei volumi da circa 256 pagine interamente a colori.

Ottimo direi! (Sì sembra lo slogan di un prodotto per capi colorati, lo ammetto…).

Dragon Ball Super vol. 1 – Basta la nostalgia?

Copertina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Se avete un’età compresa fra i 5 e i 70 anni, ci sono buone probabilità che abbiate sentito parlare almeno una volta nella vostra vita di Dragon Ball.

Dai fumetti all’anime, dall’anime ai film, dai film ai videogiochi, dai videogiochi alle action figure. Non esiste praticamente nulla di cui non sia stata fatta una versione con i personaggi di Dragon Ball.

Il suo creatore, Akira Toriyama, è un punto di riferimento per tutti gli autori di manga shōnen; Eichiro Oda (One Piece), Tite Kubo (Bleach), Masashi Kishimoto (Naruto), Hiro Mashima (Rave, Fairy Tail) hanno dichiarato più volte l’opera come principale fonte per la loro ispirazione.

In Italia il fumetto approda nel 1995, grazie alla Star Comics e al collettivo dei Kappa Boys, che riescono nell’impresa, fino ad allora mai realizzata, di proporlo nel suo senso di lettura originale, ossia da destra verso sinistra. Il fumetto diventa palestra di lettura per tutti i manga successivi, e molti si avvicinano al mondo fumettistico nipponico proprio grazie alle gesta di Son Goku.

Trovarsi fra le mani un nuovo volume di Dragon Ball con bene impresso il numero 1, quindi, non è esattamente come aver acquistato il primo numero di un qualsiasi altro fumetto.

La storia di Dragon Ball Super, orchestrata dal buon Toriyama, prende spunto dalla fine della battaglia con Majin Bu, ma prima dell’ultimo torneo con cui si conclude la serie classica dove Goku se ne va con il piccolo Uub. Bisogna precisare che la nuova storia però non viene narrata per la prima volta all’interno del manga, ma trae origine da due film usciti nel corso degli ultimi cinque anni: Dragon Ball Z: La battaglia degli dei e Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’, dove vengono introdotti dei nuovi personaggi e dove vengono spiegati dei punti fondamentali per le nuove vicende di Goku e soci. Scopriamo quindi che l’universo di Goku è solo uno dei 12 esistenti, e che questi sono governati da divinità più o meno capricciose di incommensurabile potenza.

Dettaglio di una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Come già accaduto per gli spin-off/revival di altri manga classici (vedi alla voce Saint Seiya: Lost Canvas), sebbene la storia venga delineata dal creatore del fumetto stesso, i disegni sono affidati ad autori più o meno emergenti. Dragon Ball Super non fa eccezioni e delega il disegno a Toyotarō, un giovane passato alla ribalta per avere realizzato nel 2000 una dōjinshi che aveva come protagonisti proprio i personaggi di Dragon Ball, dal titolo Dragon Ball AF.

Cerchiamo di essere onesti. Il tratto di Toriyama non è difficilissimo da emulare, persino io da piccolo riuscivo a riprodurre dei personaggi di Dragon Ball fedeli all’originale, ma Toyotarō è veramente a un altro livello. Nello sfogliare le prime pagine vi sembrerà letteralmente impossibile che queste non siano disegnate dall’autore originale; tutte le scene, comprese quelle più dinamiche, riprendono lo stile con cui siamo cresciuti e in alcuni punti sono persino più chiare e meno caotiche. E non solo. Anche nella definizione dei paesaggi e degli elementi di contorno il giovane autore fa un lavoro egregio, non c’è nulla lasciato al caso, nulla che non riprenda lo stile originale.

Se da una parte quindi c’è un disegno convincente purtroppo dall’altra abbiamo una storia che non riesce a tenere il passo. Le prime dieci pagine del fumetto vanno a spiegare in modo assolutamente sbrigativo quando narrato nei primi due film con una manciata di tavole utili a introdurre i personaggi di Beerus e Whis, nuovi comprimari di tutto Dragon Ball Super, mentre l’evento della resurrezione di Freezer viene brevemente narrato in un box riassuntivo.

È come se il manga invitasse i lettori a documentarsi autonomamente su quanto successo, recuperando l’anime o i due film, dove queste vicende vengono trattate in modo più approfondito. In poche pagine troviamo già Goku e Vegeta al massimo della forza, al punto di trascendere alla semi-divinità.

Una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.In chiusura del volume la storia sembra riprendersi con l’inizio di un nuovo torneo di arti marziali organizzato fra gli esponenti degli Universi 6 e 7. Qui l’inventiva di Toriyama si dimostra sempre quella di una volta, con nuovi variopinti personaggi che vanno ad aggiungersi a quelli più noti e che sembrano essere particolarmente interessanti, anche se comunque non ne vengono fornite particolari informazioni.

È chiaro da subito che il mondo di Dragon Ball ha ancora molto da raccontare, nonostante il più grosso difetto di questo DB Super risieda proprio nella sua storia; non sono tanto le vicende in sé a essere noiose, ma il modo in cui vengono raccontate. Esattamente come succedeva in Dragon Ball Z, dalla saga di Freezer in poi, si ha la percezione che Goku e Vegeta debbano semplicemente raggiungere nuove incredibili trasformazioni per potere assurgere ad altre vette di potere, con il rischio che tutto sia appiattito a una generica banalità di fondo.

Non tutto è da buttare però, ci sono dei nuovi personaggi ben caratterizzati, ci sono i siparietti comici che si erano persi per strada dai tempi di Dragon Ball con Goku bambino e, ovviamente, ci sono le Sfere del Drago.

In conclusione si ha davanti un fumetto ben realizzato sulla parte grafica, ma che non si capisce ancora se sia una mera trovata nostalgica/commerciale o se sia qualcosa di maggiormente studiato, in modo da poter avere un successo duraturo e riuscire a fare breccia nei cuori degli appassionati. Liquidarlo nell’uno o nell’altro senso è ancora difficile, quindi non resta che aspettare il prossimo volume e vedere cosa Toyotarō e Toriyama avranno in serbo per noi.

Madoka Magica meets Ryutaro Arimura

Da un paio d’anni il gruppo musicale rock giapponese Plastic Tree ha totalmente cambiato la propria immagine, immagine che per loro è basilare essendo una band visual kei, cioè un tipo di glam rock in cui l’importanza della parte visiva non è inferiore a quella musicale. Sostanzialmente è teatro: le band visual kei pubblicano più DVD che album e scrivono più saggi, editoriali, articoli su riviste e interviste varie (corredate da mille foto) che testi di canzoni. Lo scopo finale è fornire all’ascoltatore una controparte visiva di quella sonora, come in Fantasia, e ottenere nei concerti appunto un risultato teatrale, in cui scenografie, costumi, trucco & parrucco eccetera si sposano con la proposta musicale. Concettualmente non siano lontani dall’opera lirica, insomma.

La rock band giapponese Plastic Tree nel periodo "Ammonite".

I Plastic Tree in uno degli scatti più gioiosi e solari della loro carriera, dato che l’iconico cantante Ryutaro Arimura, noto per i capelli corvini a fungo, i cosplay di L di Death Note e le tetre canottierine sdrucite, indossa addirittura una t-shirt con un fiore rosso.

Data l’importanza dell’immagine, nessuno stupore quindi che i gruppi visual kei pubblichino album e singoli in svariate edizioni con svariate copertine per moltiplicare la loro creatività visiva. I Plastic Tree non fanno eccezione e nel biennio 2014-2015 la band si è affidata al collettivo di artisti noto come Gekidan Inu Curry, che vuol dire qualcosa come “Troupe teatrale Curry del cane” (o “al sapor di cane”, il che è inquietante), ormai celebre fra gli otaku di tutto il mondo per aver lavorato a serie come Sayonara zetsubou sensei e soprattutto a Puella Magi Madoka Magica, il majokko alternativo diventato certamente uno degli anime più importanti dai tempi di Neon Genesis Evangelion, e per i suoi stessi motivi: profondo legame con la produzione precedente, reinvenzione dei topoi del genere, trama basata non sugli eventi esterni bensì sulle scelte e svolte psicologiche dei personaggi, e finale aperto a interpretazioni e sequel. Infine, c’è un altro basilare elemento comune: la fortissima identità grafica.

Infatti, come chiunque abbia visto Neon Genesis Evangelion non può dimenticare la grafica allarmante della NERV e dei suoi sistemi di difesa, allo stesso modo chiunque abbia visto Puella Magi Madoka Magica non può dimenticare la grafica allarmante delle Streghe e dei loro sistemi d’attacco. Evidentemente è andata così anche per i Plastic Tree, che nello spot pubblicitario dei concerti di fine anno 2015 citano la serie di Hideaki Anno (enormi ideogrammi bianchi su fondo nero, Inno alla gioia di Beethoven, montaggio serrato) e nelle copertine delle loro ultime uscite citano la serie di Akiyuki Shinbou.

Copertine di album di musicisti giapponesi disegnate da fumettisti.

Quando i fumettisti incontrano i musicisti. In rigoroso ordine cronologico: in alto a sinistra la copertina dell’album Noblerot (cioè la muffa nobile della pianta di vite) degli ALI PROJECT del 1998 realizzata dalle CLAMP in piena fase Clover; al centro il singolo del 2000 dei LAREINE Bara wa utsukushiku chiru che coverizza la sigla originale di Lady Oscar ed è illustrato da Riyoko Ikeda in persona; a destra Invade del 2011 dei jealkb per cui Akira Toriyama ha lavorato gratis essendo un «amico di bevute dei membri della band». Sotto: a sinistra la copertina di Nihon chinbotsu (“Il Giappone affonda”) del gruppo visual kei R-shitei del 2012 disegnata da Suehiro Maruo nel suo raffinato stile grand-guignol; al centro la stilosissima cover dello stilosissimo mangaka Hisashi Eguchi per lo stilosissimo album del 2013 date course delle idol lyrical school; a destra la versione giapponese dell’eponimo album di debutto del 2014 della pop-rock band svedese Dirty Loops illustrata da Hirohiko Araki (e nella versione intera si vede che i personaggi sono in pose assurde e galleggiano sui fiori).

Tralasciando il grande mondo delle sigle degli anime dove spesso le copertine sono illustrate dai character designer delle serie, nonché tutta quella musica con una funzione nella trama che ha nella saga di Macross il suo massimo rappresentante, va comunque ricordato che non è assolutamente la prima volta che in Giappone il mondo della musica incontra quello di fumetti & cartoni animati. Gli esempi sono numerosi e con grandi nomi coinvolti: fra le tante collaborazioni, molte sono in ambito visual kei come quelle fra i LAREINE e la loro musa Riyoko Ikeda, fra i jealkb e il sempiterno Akira Toriyama o fra gli R-shitei e il maestro del grottesco Suehiro Maruo; anche in ambito più pop basti citare gli ALI PROJECT con le storiche collaboratrici CLAMP, le lyrical school che si fregiano di avere una cover di Hisashi Eguchi, e addirittura la band svedese Dirty Loops che per la versione giapponese del proprio album di debutto ha chiesto a Hirohiko Araki di disegnare la copertina, per non parlare dell’intera discografia degli ASIAN KUNG-FU GENERATION i cui artwork di tutti i singoli e gli album sono opera di Yusuke Nakamura (il character designer del celebrato anime The Tatami Galaxy).

In questo caso però si è trattato di un progetto inedito: il gruppo artistico Gekidan Inu Curry e il gruppo musicale Plastic Tree hanno lavorato insieme e pianificato una serie di opere visivo-musicali realizzate seguendo un tema comune; nella pratica sono stati pubblicati tre singoli conclusi poi da un album (in Giappone i singoli escono prima degli album) con copertine splendide e, sorpresa, componibili.

ptgicmime01 ptgicmime02 ptgicmime03 ptgicmime04

Il primo lavoro, risalente al settembre 2014, è stato il singolo Mime (come “mimo” in inglese) edito in quattro versioni: una conteneva il solo CD, le altre tre un DVD extra con contenuti diversi tipo il videoclip o esibizioni live. In questo primo caso le quattro cover erano concepite come un nastro infinito: messe in fila una dopo l’alta formano un’immagine continuativa, ma anche il bordo superiore della prima immagine e quello inferiore dell’ultima combaciano così che il cerchio ricomincia. In queste immagini i musicisti stessi hanno collaborato alla grafica e l’ispirazione è palesemente legata a Puella Magi Madoka Magica, con chiari riferimenti alla Walpurgisnacht.

ptgicslow01ptgicslow02 ptgicslow04 ptgicslow03

Anche il secondo singolo Slow è stato stampato in quattro versioni, ma poiché stavolta il tema della canzone era lo scorrere del tempo gli artisti del Gekidan inu curry hanno pensato a una spirale di piccioni psichedelici, volti che gocciolano latte e bambini dagli occhi rossi su quattro copertine che si compongono a formare un cerchio; cerchio che poi, nel merchandising della band, diventa un vero orologio.

ptgicrakka01 ptgicrakka02ptgicrakka03ptgicrakka04

Il terzo e ultimo singolo della collaborazione fra i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry è stato Rakka (“Cadono i fiori”), col suo video in cui cadono le parole e le cover in cui cadono i fiori, gli occhi, le stelle, le farfalle, i paisley, i colori, le lacrime di Ecoline, i ricordi e tutto quanto possa cadere sulla città in questo rettangolo stretto e lungo.

ptgichakusei

Infine, come regalo per i fan, i Plastic Tree hanno pubblicato a Natale 2015 l’album Hakusei (“Animali impagliati”), nella cui cover i volti dei quattro componenti della band appaiono all’interno di quello di un quinto individuo dalle pupille vitree, circondato da varie parti di animali altrettanto immobili e statuari, il cui collo è fissato a una cornice appesa al muro. Nell’edizione deluxe l’album è contenuto all’interno di un cofanetto di cartoncino con un libro illustrato in cui le foto dei musicisti sono state ritoccate a mano all’acquerello, tempera e collage dagli artisti per apparire come animali impagliati con pose innaturali e occhi immobili. Un’idea piuttosto inquietante, hitchcockiana, ancor di più considerando che gli animali impagliati sono un tema di Psycho e che quel corvo nero sulla testa di Ryutaro Arimura e del personaggio in copertina è chiaramente un rimando a Gli uccelli.

Chissà se i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry avevano in mente Morrissey e il suo motto «Meat is murder» quando hanno pensato al tema visivo dell’album: non lo sapremo mai, ma almeno agli amanti degli anime e a quelli di j-rock resta quest’interessante quartetto di dramatis personæ, tempus fugit, vanitas e et in Arcadia ego (che allegria).

I cinque Anime candidati agli Academy Awards Giapponesi

Japan Academy Awards (Nippon Akademī-shō) sono l’equivalente nipponico degli Academy Awards (meglio conosciuti come “Premio Oscar”). Istituiti nel 1978 per premiare le eccellenze nella cinematografia Giapponese.

A causa della crescente produzione, e importanza, dei film animati nel 2006 è stato istituito il premio per il miglior Anime dell’anno.

Queste sono le Nomination di quest’anno:

Kokoro ga Sakebitagatterunda (“Il cuore avrebbe voluto gridare”) della A-1 Pictures diretto da Tatsuyuki Nagai e scritto da Mari Okada.

Kokoro ga Sakebitagatterunda

Sarusuberi (“Mirto”). Anche conosciuto come Miss Hokusai della Production I.G diretto da Keiichi Hara e scritto da Miho Maruo

Miss-Hokusai-poster

Dragon Ball Z: Resurrection ‘F’ (Doragon Bōru Zetto: Fukkatsu no Efu) della Toei Animation diretto da Tadayoshi Yamamuro e scritto da Akira Toriyama

Dragon Ball Z Resurrection F

Bakemono no ko (“La bestia e il ragazzo”) dello Studio Chizu scritto e diretto da Mamoru Hosoda

The-Boy-and-the-Beast_bakemono-no-ko

Love Live! The School Idol Movie della Sunrise per la regia di Takahiko Kyōgoku e scritto da Jukki Hanada

Love_Live!_Movie_key_visual_2

Il vincitore verrà annunciato il 4 Marzo 2016.