AKB48

Il McDonald’s è il nuovo posto preferito degli otaku

Il Giappone è il paese degli otaku e le aziende lo sanno bene: a partire dai diffusissimi negozietti conbini per arrivare alle capillari campagne pubblicitarie televisive, non c’è aspetto dell’arte del commercio giapponese che non sia inclinato sul versante fumetti & animazione. L’ultima azienda in ordine di tempo a essersi interessata a una campagna pubblicitaria illustrata e animata è la catena di fast-food statunitense McDonald’s, che ultimamente si trova in cattive acque.

Campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015 con Kyary Pamyu Pamyu.

Kyary Pamyu Pamyu nella campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015: per essere un cartone animato non le manca assolutamente niente a parte l’essere disegnata, e anche su quello ci stanno lavorando, dato che nel videoclip della canzone dello spot tv le escono gli occhi dalle orbite come a un personaggio dei Looney Tunes.

McDonald’s è presente sul territorio giapponese fin dal luglio 1971 ed è contemporaneamente amatissima e odiatissima dai nipponici. Se con i suoi 2’975 ristoranti, una media di uno ogni 40’000 persone, la grande M in Giappone è terza per diffusione mondiale dietro solo a USA e Canada (in Italia il rapporto è 1/110’000), ed è ormai così comune che nel Kansai s’è meritata il soprannome accorciativo di Makudo, è anche vero che dal luglio 1972, ovvero a un anno esatto dall’apertura del primo negozio di Ginza, gli autoctoni per protesta vararono la catena MOS Burger, che ancora oggi si pone come rivale ufficiale, dichiarato e autarchico agli invasori yankee, usando per i propri panini solo ingredienti, tecniche di cottura e nomi giapponesi.

In questa battaglia degli hamburger, mentre MOS Burger approfondisce il suo legame con agricoltori & allevatori locali e costruisce i suoi ristoranti solo con travi di legno naturale di provenienza nazionale, McDonald’s Japan ha deciso di usare la strategia opposta rendendosi sempre più pop. Per prima cosa, ovviamente ci sono gli Happy Meal (in Giappone rinominati Happy Set) collegati a ogni franchise possibile immaginabile, e in particolare ai Pokémon della Nintendo e ai videogiochi della Bandai; per esempio, durante il mese di maggio 2016 gli Happy Set erano abbinati proprio alle cardass Bandai (carte collezionabili contenenti dati in chip, bande magnetiche o QR code) di Dragon Ball Super per i maschietti e Aikatsu! per le femminucce, cardass con cui poi i bimbi possono andare a giocare proprio con specifici cabinati Bandai proprio nelle sale giochi SEGA, vicino a cui spesso c’è proprio un ristorante McDonald’s in virtù di specifici rapporti commerciali: un circolo vizioso che si chiude benissimo e al cui interno girano tanti soldi.

Fotogramma della scena del McDonald's dal film "Dark Shadows" del 2012.

Nella scena più celebre del film Dark Shadows del 2012, diretto da Tim Burton e interpretato da Johnny Depp, il vampiro Barnabas Collins scambia la grande M del McDonald’s per l’iniziale di Mefistofele: potrebbe non avere tutti i torti.

Nonostante il genio diabolico riversato nell’ideazione di nuovi stratagemmi commerciali, McDonald’s Japan è comunque piagata dal problema della ricerca di nuovo personale, fattore cruciale per la catena dato che, esattamente come Tokyo Disneyland, ha la pessima fama di pagare poco e far lavorare tanto. Il problema è alla radice del sistema lavorativo giapponese, in cui oltre ai comuni contratti a tempo determinato/indeterminato e full time/part time, esiste una forma di assunzione nota come arubaito che corrisponde in tutto e per tutto a un lavoro a nero legalizzato, poiché non esistono tutele sindacali, orari fissi, ferie, salari minimi, scatti di carriera, assistenza sanitaria, tasse da pagare da parte del datore di lavoro né contributi da versare per il lavoratore (che quindi non matura la pensione); l’unica differenza con il nero è che si firma un “contrattino” dov’è specificata la paga oraria, per il resto il datore può manipolare il lavoratore come vuole finanche a licenziarlo seduta stante, e il lavoratore può andarsene altrettanto seduta stante se non è più a suo agio. Di conseguenza, nonostante la grande quantità di possibilità lavorative e la facilità di assunzione, il sistema dell’arubaito comporta che le grandi catene, quelle in cui si lavora molto, tendono a essere sempre a corto di personale perché i lavoratori, dopo esserci cascati una volta, preferiscono cercare posti meno stressanti. Questo vuol dire che McDonald’s Japan paradossalmente deve impegnare più risorse per cercare personale che non per cercare clienti, e nel tentativo di arginare questo problema enorme la catena ha ideato uno stratagemma semplicissimo: convincere i bambini a diventare clienti e tutti gli altri a diventare lavoratori.

In questo recente spot tv c’è la famiglia del Mulino Bianco che va da McDonald’s, la bimba ordina dei McNuggets e alla domanda della commessa «Quanti ne vuoi?», che in giapponese è omofona di «Quanti anni hai?», la bimba risponde «Quattro anni»! Ne conseguono infiniti awww da parte delle mamme, che dopo la visione dello spot diventano disponibilissime ad accompagnare i figli nel tempio del junk food.

Oltre alle sponsorizzazioni e collaborazioni esterne per un pubblico di bambini amanti dei videogiochi, la catena di fast-food ha infatti deciso di realizzare in proprio un prodotto che potesse attirare anche il target di adolescenti e adulti per poterli arruolare come lavoratori, e per farlo ha messo insieme i rispettivi interessi delle due fasce d’età con l’equazione (anime + idol) × campanilismo = ¥¥¥. Equazione che riporta perfettamente. McDonald’s Japan ha infatti commissionato allo Studio Colorido, un giovane studio di animazione con un giovane staff di animatori, una campagna pubblicitaria per la ricerca di nuovo personale composta da pubblicità cartacea, poster da affiggere nei negozi e spot virali da diffondere sul web.

Poster promozionale della campagna assunzioni 2016 di McDonald's Japan.

Il poster realizzato dallo Studio Colorido e appeso in tutti i ristoranti McDonald’s giapponesi per invitare una fetta di pubblico quanto più ampia possibile a venire a lavorare da loro: in alto c’è scritto «Diventiamo crew». Qui sono presenti le cinque categorie principali ricercate, ovvero (dall’alto a sinistra): gli studenti delle superiori, gli studenti universitari, i freeter (un eufemismo per chiamare i lavoratori occasionali e disoccupati di fatto, leggermente diverso dai NEET che sono disoccupati totali), le casalinghe (o i casalinghi, come specificato fra parentesi), e infine i senior ovvero gli anziani, una categoria di persone che in Giappone non raramente è costretta a lavorare anche in età avanzata perché le pensioni sono miserabili e devono arrotondare in qualche modo. I poster dei cinque personaggi sono affissi anche singolarmente insieme ad altre categorie, tipo coloro hanno già un altro arubaito, oppure gli stranieri: poiché in Giappone far lavorare uno straniero è molto complicato per le aziende, perché devono sobbarcarsi le pratiche per il permesso di soggiorno e comunicare all’Ufficio Immigrazione il motivo esplicito per cui vogliono assumere proprio uno straniero invece di un giapponese (razzismo, anyone?), molte aziende desistono; se McDonald’s Japan si sorbisce anche questo fastidio burocratico vuol dire che è davvero con l’acqua alla gola.

Non è la prima volta che lo Studio Colorido accetta una commissione commerciale, dato che l’anno scorso si è fatto conoscere proprio per i graziosi e riusciti spot tv del videogame per smartphone Puzzle & Dragons diretti da Youjirou Arai, e che precedentemente aveva lavorato a svariati progetti sempre per conto terzi. Fondato nel 2011, lo studio è finalmente approdato al primo lavoro originale, completo e autoprodotto Il tifone Noruda nel 2015, che ha mostrato come in soli quattro anni di lavoro gli animatori avevano già sviluppato uno stile ben definito e riconoscibile, con disegni morbidi palesemente debitori dello Studio Ghibli, ma personalizzati da una colorazione gentile dalle tinte aquerellate, grande presenza di luce bianca e totale assenza del colore nero puro, sostituito da tinte scurissime blu o marroni o grigie, ma mai completamente nere.

Trailer per due lavori realizzati nel 2013 dallo Studio Colorido per un produttore esterno: il primo Shashinkan (“Lo studio fotografico”) diretto da Takashi Nakamura e chiaramente debitore di Isao Takahata, e il secondo Hinata no aoshigure (“Pioggia col sole”, ma contiene dei giochi di parole) diretto da Hiroyasu Ishida e chiaramente debitore di Hayao Miyazaki.

Anche in questo caso lo spot animato è una mini-storia: una ragazza delle superiori viene introdotta a lavorare da McDonald’s da una studentessa universitaria, la quale diventerà la sua senpai e lascerà il lavoro, così che poi la ragazza delle superiori diventerà a sua volta la senpai di un’altra ragazza e la storia si ripete. Il McDonald’s è mostrato come il posto più bello della Terra, dove i dipendenti sono professionali sul lavoro e poi teneroni al party d’addio della collega: tutto meraviglioso.

Sarebbe stato semplicemente uno spot animato, se non fosse stato inserito un altro elemento particolarmente forte: le idol, che tirano più di un carro di buoi. Per il doppiaggio dello spot, McDonald’s Japan è andata a colpo sicuro ingaggiando il celebre gruppo canterino AKB48, composto da una marea di ragazzine con un enorme seguito di fan pronti a gettarsi col loro corpo sulle pozzanghere pur di non far sporcare le scarpette alle loro beniamine, e quindi tanto più disposti a lavorare da McDonald’s se gli viene chiesto con voce gentile come accade alla fine dello spot.

Dato che le voci recitanti sono solo due, si potevano scegliere i due membri più popolari del gruppo e assegnare a loro le parti, ma poiché le AKB48 sono in tutto quasi un centinaio e poiché ogni fan ha la sua preferita, la mente machiavellica dei giapponesi ha moltiplicato il già alto potenziale della combo anime + idol aggiungendo un elemento amato dai giapponesi quanto se non più degli italiani: il campanilismo. All’interno del gruppo di idol sono state selezionate nove ragazze in rappresentanza delle loro rispettive aree di provenienza, ovvero le otto regioni del Giappone più la zona di Kyoto tradizionalmente considerata socialmente, culturalmente ed economicamente una realtà a sé stante, un po’ come Napoli in Italia. Ecco quindi che le otto ragazze di Hokkaidou, Touhoku, Kantou, Chuubu, Kansai, Chuugoku, Shikoku e Kyuushuu doppiano la ragazzina delle superiori con il loro dialetto tradizionale in otto distinte versioni dello spot, e la ragazza di Kyoto doppia la studentessa universitaria in dialetto di Kyoto nella nona e ultima versione. È un successone: in un mese le otto versioni locali ricevono una media di 25’000 visualizzazioni, e la versione standard supera il milione, il tutto senza alcuna promozione esterna o passaggio televisivo.

Lo spot in versione standard della campagna assunzioni 2016 di McDonald’s Japan, dove con “standard” si intende la versione del Kantou, cioè nel dialetto di Tokyo, in quanto in realtà non esiste una vera e propria “lingua giapponese ufficiale” confermata dall’equivalente nipponico dell’Accademia della Crusca (fatti salvi i registri tecnici e formali), e si considera generalmente come “lingua giapponese standard” il dialetto di Tokyo. La cosa dipende dal fatto che oltre 30 milioni di persone abitano nel Kantou, cioè un quarto dell’intera popolazione giapponese, e anche chi non ci abita ci si reca ogni tanto perché ci sono concentrati tutti gli uffici, i divertimenti e i servizi del paese. È come se in Italia 15 milioni di persone abitassero tutte concentrate a Roma dentro il GRA e gli altri 45 comunque ci andassero spesso per lavoro o altro: ovviamente il dialetto romano spadroneggerebbe incontrastabile su tutti gli altri e si imporrebbe come lingua, ed è esattamente quello che succede in Giappone.

Per vedere se l’iniziativa di McDonald’s Japan e dei suoi pubblicitari ha avuto successo bisognerà aspettare le statistiche dell’anno prossimo e vedere se il numero dei ristoranti e degli impiegati sarà in aumento o in calo. Nel frattempo, però, sull’Internet giapponese sono partiti i commenti acidi, perché sulle BBS tipo 2channel o Matome i giapponesi si svestono completamente della loro celebre cortesia e si rivelano estremamente diretti o peggio; l’anno scorso sono addirittura partite delle indagini ufficiali sul servizio di chat LINE perché la sua diffusione fra i minorenni fece schizzare alle stelle i già numerosissimi casi di bullismo, violenza psicologica e suicidio giovanile che tormentano il Giappone. I commenti più gettonati sono stati:

Se il McDonald’s è davvero un posto così meraviglioso come viene rappresentato, allora perché la senpai lascia il lavoro?

Come mai la senpai si dimette? Forse perché nel frattempo si è laureata e quindi finalmente può trovarsi un lavoro migliore che friggere patatine? O, peggio ancora, forse perché si sposa e/o è rimasta incinta e McDonald’s Japan non offre il congedo di maternità?

Ma il più comune e al contempo più cattivo è:

Ma le AKB48 hanno mai lavorato al McDonald’s?

Il gruppo musicale femminile giapponese AKB48.

Gotta catch ‘em all!

In pratica alla fine haters gonna hate, come si suol dire. Nel frattempo McDonald’s Japan si trova in una grottesca situazione di crisi non perché non ha abbastanza gente davanti al bancone, ma dietro: viene quasi voglia di non andarci più per non soffocare di lavoro i dipendenti, le coronarie intasate di colesterolo ringrazieranno sicuramente.

Le Iene, il lolicon e il giornalismo pressappochista

Attenzione: l’articolo contiene immagini che potrebbero essere considerabili NSFW.


Il 31 marzo 2016 la popolare trasmissione televisiva Le Iene su Italia 1 ha trasmesso un servizio che ha rotto l’Internet. L’inviata Nadia Toffa ha infatti realizzato con Marco Fubini un reportage giornalistico dal titolo Solo fantasie sessuali o pedopornografia?, dedicato al noto e difficile tema dell’ambiguo rapporto esistente in Giappone fra la sessualità e la giovinezza. Sarebbe stata un’idea meritevole di grande interesse, se solo gli autori avessero coinvolto dei professionisti, esperti, gente del settore, sessuologi e psicologi locali e competenti in materia, ma tutto ciò non è successo, preferendo intervistare l’uomo della strada. Anche così, sarebbe potuto venir fuori qualcosa di interessante o, mal che vada, un servizio scadente, se non fosse che Toffa e Fubini hanno allargato il tema fino a comprendere l’entertainment giapponese e buttando nel calderone roba a caso fra cui, ed ecco il problema principale, i manga. L’immagine negativa, se non ripugnante, che il servizio dà dei fumetti giapponesi in toto è stata ovviamente molto male accolta dal pubblico otaku che si è unito su Internet in un coro di articoli, critiche, videorisposte e meme che a oltre una settimana dall’evento non si è assolutamente placato. In realtà il quadro della società nipponica che hanno dipinto Toffa e Fubini non è affatto inedito, e soprattutto non è inedita l’identificazione nei manga della pietra dello scandalo di qualunque cosa (lo fanno anche i giapponesi stessi), facendo di tutt’erba un fascio esattamente come sono soliti i media italiani dagli anni ’80, con corsi e ricorsi di cui questo è solo l’ultimo in ordine di tempo.

Qualunque sito web che ha rapporti coi fumetti, dai portali ai forum ai blog agli utenti sui social network (Facebook in testa) e gli youtuber, tutti si sono sentiti in dovere di esprimere la loro opinione, riassumibile in: la Toffa non capisce niente di manga, tacesse per piacere. Probabilmente hanno ragione, ma d’altronde il tema del servizio non erano i manga, era un altro, e cioè il labile confine fra sessualità criminale immaginaria e reale. Peccato che l’argomento sia stato affrontato in maniera così maldestra, poco professionale e superficiale che alla fine quello che risalta di più è effettivamente la pessima figura che ci fa l’entertainment giapponese, ridotto a serbatoio di fantasie morbose per maniaci.

Solo fantasie sessuali o pedopornografia? sarebbe potuto essere un servizio interessante, e invece si perde in una marea di errori piccoli, grandi e madornali che ne decretano il suo essere un fallimento giornalistico ed ennesimo, valido precedente per chi detesta la tv e l’informazione televisiva, fra l’altro da un programma come Le Iene che non è la prima volta che si copre di ridicolo a seguito di servizi superficiali e che citano una sola fonte. Eppure, di fronte a questi venti minuti di reportage sgangherato, Dimensione Fumetto vuole fare una cosa che nessun altro sito, blog, utente, portale, youtuber, commentatore del bar o passante o altro ha fatto: analizzare nel dettaglio perché il servizio di Toffa & Fubini è pessimo. La mission dell’Associazione Culturale Dimensione Fumetto e di questo suo sito è di diffondere la cultura del fumetto, che è un’arte: eviteremo quindi di fare quel che hanno fatto tutti gli altri, cioè attaccare la Toffa, o correggerle la pronuncia del giapponese, o scrivere j’accuse angustiati, o prenderne le distanze da snob, o fare spallucce, nemmeno stileremo una lista di titoli meritevoli per dimostrare che i manga sono belli, e tanto meno daremo una qualunque valutazione qualitativa sui fumetti: quello che faremo è analizzare perché il servizio è fondamentalmente sbagliato. Perché sì, lo è.

Immagini sensuali di bambini nella storia dell'arte.

Alcuni esempi di bambini in comportamenti lascivi nella storia dell’arte. In alto alcuni dipinti: a sinistra Amor vincit omnia in cui Caravaggio ritrasse il suo boy toy in una posa ancora oggi imbarazzante; a destra, in alto, un dettaglio de La caccia di Diana del Domenichino dove una giovane ninfa guarda lo spettatore con aria provocante e allargando le gambe; in basso La stanza del 1953 dell’artista francese Bathus, più volte accusato di pedofilia. Sotto, alcune fotografie; a sinistra, sopra: uno scatto del barone tedesco Wilhelm von Gloeden che visse a Taormina a cavallo fra il XIX e il XX secolo e ricostruì coi giovani del posto scene dell’Arcadia greca; sotto, una foto del britannico David Hamilton che negli anni ’80 allestì un casolare nel sud della Francia affollato di bambine che fotografava senza veli col suo celebre stile soft focus; a destra un ritratto di Alice Liddell, la bambina che ispirò Lewis Carroll nella creazione di Alice nel Paese delle Meraviglie, ripagata con decine di foto nelle pose e ambientazioni più diverse, a volte in situazioni pruriginose tanto da aver spinto i critici letterari a ipotizzare una probabile pedofilia dell’autore. Cosa c’entra il Domenichino con i manga? Beh, esattamente come la pittura ad olio e la fotografia, anche il fumetto è un’arte, e se non partiamo dal dato di fatto che i fumetti sono arte, allora la discussione non può nemmeno iniziare.

Le dichiarazioni di Nadia Toffa

Akihabara, un quartiere interamente dedicato ai manga.

E mentre lo dice è davanti a un negozio di modellistica. Si dirà: «Vabbè, più o meno è lo stesso ambito». Ok, allora è come dire che una gipsoteca, cioè un museo in cui sono esposte sculture in gesso, è uguale a una pinacoteca, cioè un museo in cui sono esposti dipinti, perché più o meno è lo stesso ambito.

Nella secolare diversificazione lavorativa che ha conosciuto e ancora conosce l’urbanistica giapponese, l’attuale zona di Akihabara ha finito per ricevere il soprannome di Electric Town in virtù dell’abnorme concentrazione di negozi e servizi dedicati all’elettronica, sia di consumo sia professionale; ovviamente nell’elettronica di consumo giapponese un ruolo forte ce l’hanno i videogiochi e da lì per abbinamento d’idee si arriva ai fumetti, ma non sono la stessa cosa esattamente come non lo sono balletto e musica: il fatto che siano legati non vuol dire che siano la stessa arte, e una prima ballerina non è detto che sia un primo violino e viceversa.

Una vera e propria Disneyland del fumetto!

Mah, beh, insomma, è un’iperbole giornalistica, certo, ma nonostante per i turisti occidentali Akihabara possa essere un parco divertimenti (e ammesso che lo sia, sarebbe una Disneyland non del fumetto bensì delle schede madri per i motivi sopra esposti), in realtà basta visitarla per un tempo superiore a quello standard che gli dedica il turista per rendersi conto che è una zona urbana con aziende, residenze, supermercati, barboni e tutto il resto. Poi è vero che la società giapponese tende a riassumere le stesse “corporazioni lavorative” in zone geografiche distinte, come nella Firenze medievale, ma il Quadrilatero della moda di Milano sarebbe definibile come una Disneyland del fashion?

Questo palazzo di sette piani è il paradiso degli amanti del genere.

È Card Kingdom, un negozio di carte collezionabili, e il nome del negozio è scritto a lettere cubitali sulla facciata: fare un servizio in Giappone senza conoscere il giapponese è come fare un servizio in Inghilterra senza conoscere l’inglese, sarebbe accettabile? Non si pretende che Nadia Toffa parli il giapponese, ci mancherebbe, ma avevano un interprete? Chissà. Inoltre Card Kingdom, poiché vende solo carte collezionabili e nient’altro, interessa solo a chi gioca con le carte collezionabili e non a tutti gli «amanti del genere». Si dirà: «Vabbè, più o meno è lo stesso ambito». Ok, allora è come dire che il Museo del Cinema di Torino, concentrato prevalentemente sul precinema e il cinema delle origini, è il paradiso degli amanti del genere cinecomic americano, perché più o meno è lo stesso ambito. Fra l’altro, quei sette piani in realtà sono otto e nei primi due c’è il negozio della Dell (va bene non conoscere il giapponese, ma i computer esposti in vetrina li hanno visti?), nel quinto un negozio di modellistica, nel sesto gli uffici di Leopalace21 e nel settimo quelli di iDEAL, che sono due agenzie immobiliari.

Zona di Akihabara da Google Maps con i negozi "Card Kingdom" e "GAMERS".

La zona di Akihabara, proprio sotto la stazione, che si vede anche nel servizio de Le Iene. La Toffa avrebbe fatto meglio a scegliere il palazzo a fianco a quello dove c’è Card Kingdom, dato che le mascotte del negozio di elettronica di consumo GAMERS, ovvero i personaggi di Di Gi Charat, almeno sono in stile cartone animato e quindi facilmente confondibili da un non esperto.

Infine, gli «amanti del genere»… quale? Il “genere manga”? Manga è una parola che in lingua giapponese vuol dire solo “fumetto” senza connotazioni né di genere né di nazionalità (principio base ancora non compreso affatto nemmeno dai fan stessi, che per ragioni di semplicità e comunicazione continuano ad assegnare al termine una limitazione geografica che non ha), ed esattamente come il cinema o la letteratura, anche il fumetto non è un genere bensì un linguaggio tecnico-artistico, ovvero un’arte.

Ma manga vuole anche dire sesso, cioè cartoni porno, e porno in Giappone vuole anche dire bambine.

Soprassedendo sull’arbitrario e improvviso abbinamento fra fumetti e cartoni animati, proviamo a traslitterare la frase: «Ma cinema vuole anche dire sesso, cioè film porno, e porno in Europa vuole anche dire bambine»… una clamorosa semplificazione di questo tipo sarebbe accettabile? Jacques Rivette non avrebbe gridato tutta la sua abiezione sui Cahiers du cinéma nel trattare un’intera produzione artistica in questo modo? Per quanto Marco Togni difenda le parole della Toffa come linguaggio giornalistico, il semplicismo del passaggio immediato dai manga alla pedopornografia è francamente inaccettabile e totalmente contrario all’etica giornalistica che ha come basi “il rispetto della verità sostanziale dei fatti” e “i doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà”: la Toffa è in buona fede saltando dal medium fumetto alla pedopornografia nel giro di due virgole? E nella traslitterazione, la sostituzione del Giappone con l’Europa non è casuale, dato che stando ai rapporti di Telefono Azzurro il 39% dell’intero indotto mondiale della pedopornografia riguarda l’Europa e solo il 12% (meno di un terzo) l’intera Asia, pur considerando che innegabilmente il Giappone è il primo paese asiatico per giro economico.

L’immaginario della ragazzina delle elementari che fa sesso, o che comunque è oggetto delle attenzioni degli adulti, qui in Giappone è la normalità, cioè è un fattore culturale accettato.

No, non è affatto un fattore culturale accettato, dato che alla domanda se la pornografia minorile disegnata vada regolamentata per legge l’86,5% degli intervistati ha risposto positivamente e solo il 2,5% negativamente: se la matematica non è un’opinione, 9 persone su 10 sono la normalità e quindi la normalità è la schiacciante non accettazione della sessualità immaginaria fra bambini e adulti, non accettazione che ovviamente diventa assoluta e penale nel caso di pornografia reale e non disegnata. Va fatto notare inoltre che anche in Italia la pornografia minorile disegnata è legalmente accettata: se quindi sia in Giappone sia in Italia la pedopornografia reale è moralmente e penalmente condannata, mentre quella immaginaria è moralmente ma non penalmente condannata, allora anche in Italia l’immaginario della ragazzina delle elementari che fa sesso con adulti è un fattore culturale accettato? Si dirà: «Vabbè, ma in Giappone c’è una quantità di fumetti pedopornografici incomparabilmente più grande che in Italia». È vero, ma d’altronde in Giappone c’è una incomparabilmente più grande produzione e vendita di fumetti in generale rispetto all’Italia. Cioè, se in Giappone si produce 1’000 volte il numero di titoli e si stampa 100’000 volte la quantità di fumetti rispetto all’Italia, allora non appare strano che ci sia 1’000 volte il numero di titoli e 100’000 volte la quantità di fumetti anche di genere pedopornografico.

Va inoltre ricordato che i manga pedopornografici rappresentano una fetta non maggioritaria all’interno della più generale produzione fumettistica pornografica giapponese, tecnicamente nota col nome di hentai, che è sicuramente enorme, ma comunque incomparabile rispetto a quella generalista: titoli di successo come One Piece vendono quasi quattro milioni di copie a numero (ogni tre mesi) e 300 milioni di volumi totali; stiamo parlando di un singolo fumetto, eh, non dell’intero mercato editoriale giapponese, e giusto per fare un confronto l’intero mercato editoriale librario italiano arriva a stampare (stampare, non vendere) circa 180 milioni di copie all’anno: ripetiamo per dare una scala di riferimento, il solo One Piece quasi 16 milioni di copie all’anno, l’intera editoria italiana 180 milioni di copie in totale all’anno. Rispetto ai manga generalisti, i fumetti pornografici raggiungono numeri imbarazzantemente più bassi, e quelli pedopornografici nello specifico, essendo non accettati socialmente, benché la Toffa dica il contrario, sono venduti principalmente in maniera amatoriale col metodo delle cosiddette doujinshi, letteralmente “rivista da pari a pari”, cioè albi a fumetti che presentano parodie di titoli esistenti, ovviamente senza pagare nessun diritto d’autore, stampati in proprio e venduti sulla propria bancarella alle fiere del fumetto, con volumi di vendita infinitesimali rispetto alla stampa ufficiale. Per esempio, all’ultimo Comiket, ovvero la più grande e importante fiera del fumetto in Giappone, la serie più popolare del momento Kantai collection ha ricevuto 2’747 parodie, non tutte erotiche e tantomeno non tutte pedopornografiche, che si traducono in volumi di vendita nell’ordine delle decine, massimo centinaia di copie a titolo (ricordiamo che sono opere autoprodotte): nella migliore delle ipotesi, quindi, le doujinshi di Kantai collection hanno venduto al massimo 300’000 copie in tutto, di cui solo una parte hentai e di queste solo una parte pedopornografiche, spesso comprate dai fan e poi subito rivendute nei negozi di seconda mano che affollano Akihabara, e più ancora altre zone a maggior vocazione fumettistica come Nakano, e che formano quindi l’immagine di questi palazzi affollati di fumetti (immagine fuorviante: gli affitti costosi di Tokyo rendono la maggior parte di questi negozi sì a più piani, ma da 50 mq o meno).

Giusto per non sbagliarsi, i giapponesi hanno anche trovato un nome specifico per indicare la pedopornografia immaginaria: lolicon, portmanteau di “Lolita” come il personaggio di Nabokov, e “complex” come “complesso psicologico” in inglese. Chi ha il complesso della Lolita è quindi quello che ha un interesse sessuale per bambine in età scolare, ma col tempo la parola si è allargata di significato e oggi il lolicon può arrivare a comprendere anche l’interesse per la moda Lolita o per altre forme d’espressione che hanno una sfumatura di senso legata al mondo dell’infanzia pur essendo prive di connotati erotici. Ora, se esiste una parola precisa per indicare qualcosa vuol dire che quel qualcosa esiste, quindi il lolicon esiste, ma è anche vero che la parola giapponese per pedopornografia è un’altra, ovvero jidou porno, e soprattutto che lolicon e jidou porno si riferiscono a due cose diverse e distinte sia moralmente sia penalmente: la prima non è criminale, la seconda sì.

Il lolicon è arrivato in Occidente quando il cantante americano Pharrell Williams ha chiesto al collettivo creativo Kaikai Kiki, guidato dal celebre artista pop-art Takashi Murakami, di realizzare il videoclip per il suo singolo It Girl: il risultato è stato un video in cui ragazze adulte (dato che sono ben formose e guidano la macchina) vengono rappresentate con stilemi grafici infantili e la cosa ha fatto gridare allo scandalo.

Nel caso fosse necessario, specifichiamo che qui non si sta in nessuna maniera minimizzando la produzione pedopornografica immaginaria, né tantomeno la si sta giustificando o difendendo, e non si sta dicendo nemmeno che non è popolare, dato che comunque si producono fumetti e cartoni animati come quelli mostrati nel servizio: la si sta ricollocando all’interno di un contesto molto diverso da quello presentato da Le Iene, ovvero in un mercato che conta numeri con molti zeri in più e che, soprattutto, non è assolutamente «la normalità, cioè un fattore culturale accettato». Se la Toffa entra in un negozio specializzato in doujinshi lolicon e non nelle migliaia di negozi generalisti in tutta la nazione, non si può prenderlo a esempio e pretendere di considerare normale un fenomeno che i giapponesi stessi non considerano tale, perché è come venire in Italia, entrare in un sexy shop e poi dichiarare in un servizio tv che «La vendita di giocattoli erotici sadomaso estremi in Italia è la normalità, cioè un fattore culturale accettato»: no, non lo è.

Infine, una piccola notazione sul modo in cui Nadia Toffa si esprime: dire che una certa cosa è «un fattore culturale accettato» corrisponde a darsi la zappa sui piedi. In alcune culture del mondo antico, ad esempio, per un uomo adulto strappare un bambino alla madre per portarlo con sé nei boschi dove gli insegna a leggere e scrivere, a far di conto e a cacciare, e contemporaneamente lo possiede sessualmente, era un fattore culturale accettato che è durato secoli e si è diffuso in tutta l’area del Mediterraneo, compreso il mondo romano, senza alcun problema né morale né legale. L’arrivo della cultura cristiana ha rivoluzionato i precedenti stili di vita, ma ancora fino al Medioevo per gli uomini adulti era del tutto comune avere in sposa una donna sotto l’attuale soglia minima del consenso. Se un certo fenomeno è un «fattore culturale accettato», che problema c’è finché non produce illeciti civili o penali? Con quale diritto morale si condannano gli usi secolari di una cultura poiché non combaciano con gli usi secolari di un’altra? È esattamente quello che è successo coi conquistadores in Sud America e coi pionieri in Nord America: date le conseguenze, non sembrano comportamenti da prendere come esempio.

A Tokyo ci sono strade in cui ragazzine, vestite con costumi molto simili a quelli dei manga, aspettano uomini soli a cui fare compagnia […] e ci sono un sacco di uomini di tutte le età che si fermano a parlare con queste ragazzine, dal ventenne ad adulti appena usciti dall’ufficio, ma anche signori che hanno già i capelli bianchi, e per scegliere quella giusta con cui appartarsi, molti di questi clienti passano in rassegna una dopo l’altra tutte le ragazzine.

Questa dichiarazione è in totale contrasto al succitato principio etico giornalistico della buona fede: qui la Toffa ha mentito consapevolmente ed è in malafede. Se invece era inconsapevole, allora è una pessima giornalista non in grado di fare il suo dovere, cioè consultare attentamente le fonti come leggere i cartelli, capire quel che dicono gli intervistati o realizzare in che ambiente ci si trova. Come hanno spiegato con tono indignato personaggi come Yuriko Tiger che sono personalmente addentro alla questione, quelle mostrate nel servizio sono le cosiddette maid, ovvero ragazze che lavorano per conto di locali di ristorazione svolgendo vari ruoli, che vanno dal fare la ragazza immagine al distribuire volantini a intrattenere il pubblico con giochi, balletti, frasette di circostanza e scemenze varie. I cartelli che hanno in mano indicano, anche questo scritto bello grosso, il prezzo del nomihoudai, cioe l’all-you-can-drink, e quindi il prezzo si riferisce alla fruizione del locale e non della ragazza in sé, benché il gergo usato dalla Toffa sia particolarmente sordido e lasci intendere che le maid siano prostitute minorenni: non lo sono. Quel che è grave è tutto il linguaggio degradante usato nel servizio, perché espressioni torbide come «le ragazzine aspettano uomini soli a cui fare compagnia» o verbi ambigui come «appartarsi» lasciano ben pochi dubbi allo spettatore inesperto, ingannandolo. Le ragazze non si appartano affatto: come si vede nel servizio stesso, il cliente una volta arrivato nel locale viene accolto da frotte di bimbette senza alcuna privacy.

Le protagoniste di "K-on!" vestite da maid.

Le cinque protagoniste del cartone animato K-on! abbigliate da maid. Innegabile che ci sia un qualche sottile e indefinibile erotismo in ciò, ma è anche vero che sono disegni, che non c’è intenzionalità erotica e soprattutto che l’attrazione sta negli occhi di chi guarda.

Il segmento successivo del servizio è dedicato a indagare la questione infanzia-pornografia nei fatti (finalmente) e la Toffa si reca in un privée in cui delle ragazze specificatamente maggiorenni svolgono attività sessuali dietro un vetro: nulla che non si possa trovare in una qualunque grande città, Amsterdam ha costruito parte della sua fama anche sul suo celebre quartiere a luci rosse. La questione però è che costoro si esibiscono con aspetto, costume e modo di fare tipico delle bambine, e il forte contrasto fra la recitata innocenza infantile e l’esibita sfacciataggine sessuale turba comprensibilmente la giornalista. Si tratta senza dubbio di uno spettacolo volgare, e per quanto sia probabilmente non esclusivo di Akihabara, è assolutamente vero che è più facile trovare questo tipo di esibizioni in Giappone rispetto al resto del mondo. La Toffa però non si interroga minimamente sulle motivazioni e va oltre cambiando bruscamente argomento, non chiudendo il discorso e quindi lasciando lo spettatore interdetto e doppiamente shockato da quanto visto: peccato, perché il successivo tema era proprio quello che avrebbe potuto chiarire l’intera questione.

Un altro fenomeno legato all’attrazione sessuale per le bambine sono le idol, gruppi di ragazzine che si esibiscono […] cantando e saltellando davanti a una platea di uomini di mezza età, e i loro fan aspettando in coda le imitano muovendosi come loro, e piene zeppe di euforia continuano a ballare e saltare.

Qui siamo alla totale mistificazione della realtà, o meglio alla sua deformazione per renderla funzionale al messaggio che si vuole propagandare, e proprio nell’argomento che poteva essere la chiave di volta per capire il fenomeno lolicon.

La parola “idol” proviene dal film franco-italiano del 1964 Sciarada alla francese, dove l’idolo del caso era la cantante yéyé Sylvie Vartan, che ebbe enorme successo in Giappone: da quel momento il termine venne applicato ai cantanti giovani e carini, per poi esplodere negli anni ’80 quando gli idol erano prodotti industriali delle case discografiche con centinaia di nuovi volti lanciati ogni anno (altro che i talent show), e carriere dall’inizio improvviso e dalla durata non superiore a dodici mesi, cioè esattamente quel che è rappresentato metaforicamente ne L’incantevole Creamy. Oggi gli idol di maggior successo in termini economici sono quelli maschili dell’agenzia Johnny & Associates, però quantitativamente le femmine sono molto più numerose, e soprattutto rappresentano appieno la filosofia del mondo idol, poiché sono inalienabilmente sottoposte al dogma noto come ren’ai kinshi, ovvero l’assoluto divieto di intraprendere relazioni sentimentali durante la loro carriera, pena la mortificazione pubblica: esattamente quel che è successo a Minami Minegishi del celebre gruppo AKB48 che, beccata a trascorrere una notte con Alan Shirahama dei Generations, è stata retrocessa a trainee, condannata a una pena pecuniaria, costretta alle scuse ufficiali e a radersi completamente la testa in segno di vergogna. Peggio de La lettera scarlatta. Per la cronaca, a lui (pure idol), non è successo niente, anzi è stato promosso a leader del suo gruppo, segno del maschilismo che domina la società giapponese e che potrebbe essere un fattore chiave per comprendere il lolicon; ci torneremo più avanti.

– Nadia Toffa: Questi fan ci arrivano a far qualcosa con queste ragazze?
Gianluca aka John  Kaminari: Ci sono anche casi in cui si fidanzano, hanno rapporti sessuali.

Sì, certo, ma mai con i fan e soprattutto incorrendo poi nelle conseguenze sopracitate. Il ren’ai kinshi, letteralmente “proibizione dell’amore”, nella pratica vuol dire una cosa precisa: per quanto possa sembrare antistorico, per quanto gli abitini delle idol siano succinti, per quanto vengano realizzati videoclip risqué, per quanto possa sembrare una barzelletta, in realtà le idol sono vergini, o quantomeno devono mantenere questa immagine pubblica per tutto il periodo della loro esposizione mediatica. Il fan non le toccherebbe nemmeno con un dito perché non sono “ragazze reali”: sono idoli, appunto. Abbinare una casta di intoccabili come le idol alla pedopornografia è la prova che la Toffa e Fubini non hanno la minima idea di quel di cui stanno parlando, e non hanno la minima idea nemmeno di quel che stanno vedendo dato che il fandom delle idol non è composto solo da «uomini di mezza età», ma è assolutamente trasversale per sesso, estrazione sociale e generazione. Ma il peggio del peggio è stato coinvolgere un gruppo esistente, le Sakuranbombom, a scopo moralizzante, montando sulla loro esibizione la struggente colonna sonora di C’era una volta il west, come a creare un quadretto malinconico di un’infanzia spezzata che presto o tardi andrà in pasto ai pedofili. È amorale nei confronti dello spettatore, e soprattutto del gruppo: la redazione de Le Iene ha contattato le Sakuranbombom per informarle di essere state incluse in un servizio sulla pedopornografia?

Le Negicco nel servizio "Solo fantasie sessuali o pedopornografia?" de "Le Iene".

Fra le varie idol mostrate a casaccio nel servizio ci sono anche le Negicco, trio di ultramaggiorenni la cui massima trasgressione è pascolare le renne al Polo Nord. L’intero servizio è infarcito di materiali video totalmente casuali, come ad esempio, sempre per restare in tema idol, gli spezzoni del cartone animato Love Live! che non hanno attinenza né col tema generale né con quello di cui si sta parlando in quel momento. Quindi ci si chiede: perché vengono mostrate le Negicco? Forse perché indossano la gonna corta? Chissà. E, come per le Sakuranbombom, le Negicco sanno di essere in un servizio giornalistico televisivo a diffusione nazionale sulla pedopornografia?

Probabilmente la Toffa e Fubini sono rimasti colpiti nell’osservare bambine così giovani eppure che già si esibiscono in pubblico e hanno frotte di fan. In realtà il fenomeno è sintomatico del business dell’entertainment giapponese: si parte presto, prestissimo, il più presto possibile, ed è così storicamente. L’attore di teatro Kabuki Ichikawa Ebizou XI, dopo aver avuto una figlia femmina nel 2011 totalmente ignorata (altro segno di maschilismo), è riuscito ad avere un maschio nel 2013 e da allora il bimbo vive letteralmente solo col padre, con cui dorme nei camerini del teatro, che se lo porta dietro ovunque, con cui va in TV, e che l’ha gia presentato in società all’età di due anni come suo successore e quindi futuro Ichikawa Ebizou XII: in Giappone gli artisti sono soliti tramandare il proprio nome d’arte come un titolo nobiliare, lo facevano anche gli incisori ukiyoe. Anche i lettori di fumetti giapponesi sono a conoscenza della cosa: ne Il grande sogno di Maya la protagonista ha quattordici anni e già lavora attivamente come attrice a pieno regime, e anche in contesti metaforici gli esempi non mancano, come in Neon Genesis Evangelion in cui bambini imberbi guidano robot. In pratica, in Giappone si comincia a lavorare da bambini, e questo sì che è un fattore culturale accettato. Le Sakuranbombom non cantano per hobby nel teatrino della parrocchia: hanno firmato un contratto, lavorano, pubblicano per un’etichetta discografica vera e hanno l’agendina piena (compatibilmente con gli impegni scolastici, e infatti si esibiscono solo di sabato, domenica e festivi).

Le BABYMETAL sono un trio musicale che unisce la melodia e i testi zuccherosi del pop delle idol col ritmo e gli arrangiamenti del metal ottenendo un effetto spiazzante. All’inizio della carriera del gruppo, nel 2010, le tre componenti avevano fra i 10 e i 13 anni, ma è stata la loro musica a stupire il pubblico e non la loro età, dato che i giapponesi sono abituati a carriere artistiche che iniziano così presto (o prima ancora), e sono carriere vere con tour mondiali veri e spettatori paganti veri, non esibizioni allo Zecchino d’Oro.

[Stringere la mano alla idol] costa dai 1’000 ai 3’000 yen.

Chi scrive ha dei serissimi dubbi. Molto più probabile e comune è che, prima del concerto, le idol abbiano incontrato i fan al banchetto del merchandising, oppure che al concerto era presente un gadget esclusivo comprabile solo lì (magari oggetti a tiratura limitata come dischi in vinile o cose simili) e il cui acquisto consente poi di ricevere il ringraziamento direttamente dall’artista con autografo sul prodotto: questo tipo di campagna promozionale è molto comune in Giappone. Di nuovo si vuole dare l’idea che si venda il corpo («stringere la mano costa») quando invece si sta, molto più banalmente, ringraziando il cliente per l’acquisto di un prodotto costoso. Si dirà: «Vabbè, più o meno è la stessa cosa, alla fine non è altro che cacciare soldi per stringere la mano». Beh, allora è come dire che regalare fiori alla donna amata per il compleanno non è altro che cacciare soldi per portarsela a letto: è accettabile una semplificazione del genere?

Sul suo telefonino custodisce filmati della sua [idol] preferita che è riuscito ad ottenere pagando parecchi yen.

Di nuovo: serissimi dubbi. In questo caso è più probabile che i video siano materiali esclusivi del fanclub, la cui iscrizione è a pagamento. Le note idol Perfume, ad esempio, pubblicano periodicamente dei DVD esclusivi per i membri del fanclub, e lo stesso fanno anche artisti non-idol, come il gruppo rock Plastic Tree che realizza una fanzine col dietro le quinte della band anche questa disponibile solo per i fan iscritti. In Giappone è estremamente diffusa la pratica di ringraziare continuamente il cliente, anche con occasionali regalini.

Nel rapporto dell’anno scorso diffuso dalla polizia locale sono stati denunciati 1’600 casi di pedopornografia, e pensate che prima del 2000 produrre un film porno con bambini in Giappone era legale, ed è solo da un anno che è vietato possedere materiale pedopornografico.

Finalmente si va al succo del discorso parlando di dati, dopo 12 minuti di video e solo per 20 secondi su un totale di 19 minuti: forse ci si poteva concentrare di più sulla diffusione di dati certi, ufficiali e verificabili invece di importunare la gente per strada.

Il ritardo legislativo del Sol Levante sul resto del mondo industrializzato è assolutamente vero e ingiustificabile: ancora nel 1999, i giapponesi stessi chiamavano la pedopornografia (reale) «la vergogna del Giappone». Adesso la situazione è molto cambiata, per fortuna, e sta progressivamente cambiando ancora ora.

Quanto ai casi reali, anche una sola denuncia di pedopornografia sarebbe già terribile, e dal dato riportato dalla Toffa ce ne sono addirittura a migliaia, ma proviamo comunque una piccola analisi: la polizia locale afferma che ci sono 1’600 casi annui, ma locale di dove? Della regione di Tokyo, del municipio di Chiyoda, del solo quartiere di Akihabara? No, perché stando alla Polizia di Stato in tutta Italia ci sono state 4’000 denunce nel periodo dal 2001 al 2008, cioè 570 all’anno, e qualcosa come 21’000 casi di pedofilia all’anno, e non stiamo parlando di materiale pedopornografico, ma di casi veri con violenze vere. In Giappone i dati sono più fumosi ma, su 37’000 casi dichiarati all’anno di abusi sui minori, il 60% riguarda violenza verbale e psicologica (come il diffusissimo bullismo scolastico), e il restante 40% include tutte le altre violenze fra cui lavoro minorile, violenza domestica, pedopornografia e pedofilia; questo vuol dire che se anche quel 40% fosse interamente di casi di abusi sessuali reali, questi sarebbero 14’800 in una nazione che conta 130 milioni di abitanti. In pratica, in Giappone c’è (al massimo) un caso di pedofila ogni 9’000 abitanti, mente in Italia uno ogni 3’000 abitanti, cioè il triplo: basta confrontare i dati per accorgersi che in Italia il reato si denuncia molto, ma molto di meno eppure si pratica molto, ma molto di più, e non solo in patria dato che purtroppo sono proprio gli italiani a detenere il record mondiale di turismo sessuale all’estero con qualcosa come 80’000 criminali all’anno in mete esotiche come il tristemente celebre Sud-Est Asiatico. Poi ovviamente il Giappone è minato dalla pedopornografia sia reale sia immaginaria, certo, ma che abbiano forse ragione quegli otaku che nel difendere le doujinshi lolicon dichiarano che la pornografia disegnata serve come valvola di sfogo, e quindi invece che condannare le bambine paradossalmente le salva? Il punto interrogativo è d’obbligo, ma dai dati nel confronto Giappone-Italia ognuno può ricavare un’opinione personale.

Un love hotel, cioè un hotel a ore. […] Il love hotel, lo dice la parola stessa, è un posto in cui i giapponesi ci vanno a fare sesso con le amanti, con le prostitute, e a quanto pare anche con le bambole in silicone.

Anche qua Toffa & Fubini parlano di cose che non conoscono, e sì che il loro collega Pif nel servizio Tokyo Love che realizzò per Il testimone su MTV si occupò anche di love hotel parlandone con un’autoctona ben informata.

I love hotel sono nati nei tardi anni ’60-primi anni ’70, in concomitanza col boom delle nascite e con l’immigrazione massiccia nelle città che c’è stata in Giappone esattamente come in Italia. Il Giappone però, rispetto all’Italia, conta una popolazione più che doppia in un’area abitabile meno che dimezzata, il che vuol dire che i giapponesi sono stati costretti a diminuire drasticamente la superficie media degli appartamenti, costruendo orribili palazzoni con mura sottili e metrature sotto i 30 mq, ovvero: nessuna privacy per le coppie. Questo ha generato la necessità di aprire degli appositi posti dove i fidanzati o gli sposi potevano appartarsi, ed ecco i love hotel, posti perfettamente dignitosi e pulitissimi del tutto distanti dall’idea occidentale di «hotel a ore». Certamente vengono usati anche dalle prostitute e certamente anche dai coniugi fedifraghi, ma i primi utenti sono i ragazzi fidanzati che non hanno altri luoghi per poter stare insieme. Certamente poi si possono noleggiare bambole di silicone, ma di nuovo si vuole far passare l’idea che una eccezione sia la normalità e questo è eticamente scorretto.

Le traduzioni a fantasia

Uno degli aspetti più cruciali e insieme più tralasciati dai commentatori del servizio de Le Iene è la qualità delle sue traduzioni dalla lingua giapponese. Certo, c’è l’ormai celebre errore dei 19 anni tradotti come 15, compreso da tutti anche perché la ragazza mima con le dita la sua età, ma quello non è niente: l’intero servizio è totalmente tradotto in maniera totalmente sbagliata. E non stiamo parlando di dettagli: stiamo parlando di ribaltamenti di senso o di complete invenzioni, anche queste atte a supportare la tesi di Toffa & Fubini.

Per non trascrivere l’intero servizio, sono qui riportate solo le traduzioni più distanti dalla realtà, ma anche quanto non riportato non è comunque da considerarsi né linguisticamente né eticamente corretto. In particolare, l’intervista alla pornostar softcore è molto rimaneggiata, e nonostante il senso generale sia più o meno quello (al giapponese medio piace la sessualità bambinesca), la sfumatura di senso comunicata è del tutto differente: tramite l’uso di espressioni piccanti come «obbediente» o «esaudire qualunque desiderio maschile», il senso del discorso è sviato. Per esempio, lei fa notare che agli uomini giapponesi piace la donna choko-choko, cioè “vivace, sempre in movimento, attiva”, eppure la traduzione riporta «servizievole»: totalmente inventato e piegato ai fini della tesi di Toffa & Fubini, cioè di illustrare la sessualità giapponese come malata verso l’infanzia quando invece insegue l’infanzia, ed è molto differente. Ascoltando le parole originali della pornostar l’impressione è che gli uomini adulti cerchino l’immaginario della bambina non in quanto tale, ma come rifugio dalla donna adulta che non capiscono e da cui sono spaventati: non si tratta quindi di apprezzare il corpo infantile, ma la mente infantile, ancora incorrotta (junsui, come dice la pornostar, che certo non ha un corpo infantile). Si potrebbe quindi star qui a ragionare sulle motivazioni psico-sociologiche che hanno portato a questa paura verso la donna, legata probabilmente al crollo della società maschilista su cui il Giappone era fondato giusto fino alla generazione precedente, ma non è questo il posto adeguato e d’altronde nemmeno gli autori del servizio de Le Iene si sono minimamente posti il problema.

Di seguito, sono indicate come LI le domande degli intervistatori, come TLI le traduzioni mostrare nel servizio, e come TR le traduzioni reali: non ritenendo necessario commentare la palese slealtà delle traduzioni, che si commentano da sole, l’autore si limita qui a elencarle una dietro l’altra, lasciando al lettore la facoltà di giudicare da solo.

L’autore è a disposizione di chi volesse una trascrizione in lingua giapponese delle frasi riportate di seguito.

• Alla promoter minorenne di un locale:

Le Iene: Lei lo fa tutti i giorni?
– Traduzione de Le Iene: Cambio di giorno in giorno.
– Traduzione reale: Non ci sono tutti i giorni.

[Ndt: certo, se è veramente minorenne e va veramente a scuola, andrà a lavorare una volta a settimana o meno]

– TLI: Questo è il più hardcore dei locali, e qui puoi vedere le varie ragazze che ci sono.
– TR: Però, in questo caso c’è il blog su Ameba dove puoi vedere quotidianamente chi c’è quel giorno.

[Ndt: Ameba è un celebre hosting di blog giapponese, come Blogspot o WordPress in Occidente]

• Al fan di idol:

[Ndt: i giapponesi sono molto riservati e anche nei semplici sondaggi d’opinione della TV giapponese spesso chiedono di non inquadrare o pixellare il volto; se questo signore si mostra alla telecamera e addirittura di una TV straniera è perché sente di non avere nulla da nascondere]

– LI: È molto allegra questa ragazza!
– TLI: Mi diverte solamente a guardarla.
– TR: È una ragazza solare e divertente.

– LI: E cosa fai quando vieni qui?
– TLI: Solitamente vengo qui e comprando un CD o qualcos’altro ho il diritto di stringerle le mani.
– TR: Mah, la applaudo. A parte questo, nient’altro.

– LI: Non ti manca avere un rapporto fisico con una donna?
– TLI: Quando ero più giovane ovviamente sì, come tutti gli altri ragazzi. Però in questo momento della mia vita non sento questo particolare bisogno.
– TR: Ma con una idol non ci penso nemmeno! Ci sono donne per cui provo interesse. [stacco di montaggio] Al momento nessuna, benché in passato sì, normalmente.

• Con la pornostar softcore:

– LI: Perché ai giapponesi piace tanto che tu dimostri quattordici anni?
– TLI: Sembrando più piccolina ovviamente pensano di poter fare con me qualunque cosa perché sono obbediente come una bambina.
– TR: Secondo me in Giappone si pensa che una bambina che non sa nulla è sexy ed possibile farci quel che si vuole.

Scaffale delle riviste erotiche in un conbini (supermercatino) giapponese: nessuna traccia di bambine, in compenso ci sono diverse riviste con modelle oltre i 50 anni (tutte quelle della quarta fila dall'alto), proviamo a intavolare un discorso sull'invecchiamento progressivo della popolazione o chiamiamo in causa anche qui i fumetti?

Scaffale delle riviste erotiche in un conbini (supermercatino) giapponese. Nessuna traccia di bambine, in compenso ci sono diverse riviste con modelle oltre i 50 anni (tutte quelle della quarta fila dall’alto): proviamo a intavolare un discorso sull’invecchiamento progressivo della popolazione o chiamiamo in causa anche qui i fumetti?

Conclusioni

Non c’è dubbio che in Giappone la pedofilia esiste. Non c’è dubbio che in Giappone la pedopornografia reale esiste. Non c’è dubbio che in Giappone la pedopornografia immaginaria esiste ed è in quantità estremamente più elevata rispetto al resto del mondo, ma la cosa influenza davvero la pedofilia effettiva?

Solo alla fine del servizio, l’ultimissima battuta della Toffa è:

[Le opere di pedopornografia immaginaria] sublimano un desiderio o lo scatenano?

E se lo chiede solo alla fine, senza nemmeno rispondere, lasciando la domanda aperta come fa Roberto Giacobbo quando parla di alieni e teschi di cristallo. Non doveva essere il tema del servizio, almeno stando al titolo? Perché in quasi 20 minuti di inchiesta la Toffa cita un solo unico dato numerico (da fonte non chiara) senza tentare un reale confronto delle informazioni, che mostrano come in Giappone, a fronte di un vasto mercato lolicon, corrisponde proporzionalmente meno di un terzo del numero di casi di pedofilia registrati in Italia?

Ripetiamo a scanso di equivoci che qui non si sta in nessun modo né minimizzando la pedofilia in Giappone né difendendo la pedopornografia immaginaria: si stanno riportando i due fenomeni in un contesto di dati tangibili.

A un certo punto la Toffa becca un fan di idol italofono con cui c’è la seguente conversazione:

Perché ti piace questa cosa qua? Ho visto tutte scolarette!
– Tu chiedi cosa molto difficile, forse è la nostalgia!
– Di quando sei giovane?
– Sì sì.

Eccola, in due righe e parlando di idol, la risposta alla questione della pedopornografia immaginaria in Giappone: non è la ricerca di bambine vere, è la ricerca mentale di un passato perduto, sentimento comunissimo in Giappone dove, una volta finito il periodo della scuola, la vita finisce ed esiste solo il lavoro, il che poi porta a gravi fenomeni di alienazione sociale e alle terribili statistiche sul suicidio, note in tutto il mondo.

Il lolicon, quindi, potrebbe essere l’esternazione di un desiderio sessuale che di fatto esiste (essendone gli autori degli uomini adulti), ma che non trovando riscontro nelle donne adulte, si sfoga in donne sessualmente adulte (avendo reazioni fisiche di piacere), ma metaforicamente legate alla giovinezza e quindi con fattezze di bambine.

Alla cerimonia degli Oscar 2016, i premi per Miglior film e Miglior sceneggiatura originale sono andati a Il caso Spotlight, film dedicato alla storia vera del gruppo di indagine giornalistica del quotidiano The Boston Globe che in due anni di intensa ricerca è riuscito a dimostrare casi di pedofilia nel clero, vincendo per questa indagine anche un Premio Pulitzer. Ora, non ci si aspetta da Le Iene servizi da Premio Pulitzer, ma almeno qualcosa di rispettoso nei confronti dello spettatore, quello sì: Toffa & Fubini hanno lavorato al servizio dal 2014, quindi Solo fantasie sessuali o pedopornografia? è costato due anni di ricerche, come ne Il caso Spotlight, e tutto quello a cui gli autori sono arrivati è stato infangare l’entertainment giapponese e ricevere l’approvazione di una sola singola persona che, guarda caso, di mestiere organizza viaggi in Giappone e che conclude il suo articolo con «Ti consiglio di venire in Giappone con GiappoTour! Il viaggio di gruppo in Giappone con più successo in Italia, organizzato da me! Ci sono pochi posti disponibili, prenota ora!». Le case editrici che collaborano da anni coi giapponesi, sentitesi chiamate in causa, a quanto pare non sono esperte: Marco Togni è l’unico che «il Giappone lo conosce DAVVERO». Quentin Tarantino usa un’espressione molto volgare per dire “farsi i complimenti a vicenda” che qui non è il caso di riportare. Curioso poi notare come Togni sappia che Toffa & Fubini lavorano al servizio da due anni: come lo sa, dato che gli autori non hanno diffuso questa informazione? Che abbia organizzato lui la loro trasferta nipponica o comunque vi sia coinvolto?

A quale livello di disonestà intellettuale vogliono arrivare a Le Iene?