1F: Diario Fukushima

1F: Diario di Fukushima 3

DiarioFukushima3_a«Non può accadere niente di peggiore rispetto a quanto è già successo».
Con questa convinzione si chiude il diario di Tatsuta dalla centrale di Fukushima (Ichi Efu), che ci guida in questo ultimo passaggio, in cui l’ottimismo trasuda da ogni pagina.

Ottimismo legato non più, o non tanto, alla sua esperienza personale, che è stata certo importante, quanto alla situazione della regione della centrale nucleare.

Così viene portato a termine quel procedimento di «alleggerimento» che avevamo già notato nel secondo tankōbon della serie.

Il lavoro è descritto, per quanto le descrizioni siano ancora una parte importante, in modo sempre meno didascalico, ma più dinamico e partecipato. Tutto ciò non per un diminuito pericolo. Anzi, in questo ultimo passaggio si entra direttamente nel reattore, si lavora con i robot, e si va di corsa per evitare l’accumulo delle radiazioni. Ma ormai noi lettori abbiamo una certa dimestichezza con ambienti e misure di sicurezza, e anche l’esperienza del cronista e dei suoi compagni di lavoro si è affinata. Per cui  non è più necessario perdersi in lunghe e dettagliate descrizioni sulle procedure, l’abbigliamento, lo svolgimento dei lavori.

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Tutto avviene in modo molto più naturale, con l’ausilio delle solite manine che sono rimaste le sole a indicare i dettagli tecnici. Diventano sempre più rare le vignette o le intere pagine didascaliche, molto più presenti in precedenza. E anche quando ci sono, descrivono in modo tecnico un lavoro molto più specifico, e per questo molto più interessante. Per tutto il volume le spiegazioni sono infatti molto più a corredo degli avvenimenti. Certo, dove c’è da far vedere una mappa, o da spiegare una procedura, non ci si tira indietro. Ma sicuramente parlare di robot all’interno del reattore è più divertente delle procedure di decontaminazione del primo volume. E poi tutto è fatto in modo più efficiente. Senza interrompere l’azione.

Si, perché in qualche modo nell’opera entra un po’ di azione.

Innanzitutto il lavoro stesso è più dinamico, si corre per evitare un eccessivo accumulo di radiazioni, per tornare in fretta dietro le barriere. Poi la nuova location, all’interno del reattore crea maggiore interesse. Infine l’utilizzo dei robot, con annessi alcuni segreti, perché sono stati forniti dagli americani.

E dire che in realtà si parte stancamente, con il racconto della stesura del primo volume del fumetto, i problemi editoriali, in attesa di un nuovo incarico alla centrale che sembra non arrivare mai (anche perché Tatsuta temeva di essere stato riconosciuto da qualcuno delle ditte per cui aveva lavorato, e per questo depennato, proprio per aver detto alcune «scomode verità»). Ma l’autore è bravo a mantenere una certa suspence, e una buona attenzione alla cronaca, pur trovandosi con materiali anche giornalisticamente meno interessanti.

Poi, con il ritorno a Fukushima, ecco il ritrovato affiatamento con i nuovi colleghi, lo scenario nuovo con il controllo a distanza dei robot, la ricerca di espedienti per migliorare il lavoro delle macchine, la necessità di risolvere problemi più avvincenti rispetto alle precedenti esperienze. Tutto ciò fa trovare al fumetto, che resta un bel resoconto giornalistico, una discreta dinamicità anche nelle azioni e nelle relazioni che vengono descritte.

Non manca neppure un nuovo capitolo del rapporto tra l’autore e il territorio circostante la centrale: le persone, i paesaggi, gli ambienti. Vengono riproposti, proprio nel capitolo finale, aggiornamenti su tutti questi particolari: gli eventi ricreativi con le persone della zona, le canzoni con la chitarra, i luoghi e gli edifici, compresi quelli che hanno cambiato aspetto rispetto alle visite precedenti.

Né vengono trascurati alcuni dettagli a cui siamo stati abituati nei precedenti volumi: cogliere un paesaggio notturno o un’alba spettacolare, raccogliere una emozione dell’autore o di un suo compagno, gli aspetti logistici della vita a Fukushima al di fuori del lavoro in centrale, i resoconti sulle dosi di radiazione assorbita, i viaggi in auto.

L’opera di Tatsuta si è rivelata giornalisticamente piacevole. Non è un fumetto che fa gridare al capolavoro. Graficamente qualche dubbio lo lascia (a me in particolare non sono piaciuti le linee dei visi e i disegni molto statici), anche alcune scelte di scrittura o di sceneggiatura (a volte i ritmi sono troppo lenti, la ricerca dei particolari è esasperata, al punto che il lettore può chiedersi a cosa servano tanti dettagli) ma è un modo interessante di fare fumetto. Non raccontando una storia (che faccia parte della Storia, di qualsiasi epoca), che parta magari da fatti reali, o da inchieste giudiziarie, o ancora dai «racconti dei testimoni», ma vivendo e soprattutto osservando in prima persona. Il che lascia poco spazio alle interpretazioni, anche grafiche, dei posti e degli oggetti. Questa modalità non è assolutamente esclusiva: in fondo Zerocalcare in Kobane Calling ha fatto la stessa cosa (e nel leggerlo ho provato le stesse sensazioni). E ci presenta una potenzialità della Nona Arte che in qualche modo rappresenta una novità. Una sorta di autobiografia a fumetti, nella quale però si raccontino eventi di portata addirittura mondiale. Per cui non è un (magari poco interessante) resoconto della vita dell’autore, ma ha senso per quello che egli sta vivendo, osservando da una posizione privilegiata la realtà della Storia che cambia.

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Questo porta il lettore ad immedesimarsi, esplorando i luoghi, vivendo le esperienze, conoscendo le persone, per cui la storia, che non dista molto dalla cronaca, non viene quasi più raccontata, ma vissuta. E i piccoli continui commenti (qui veicolati dalle manine che indicano) sono quelli che ci danno una sensazione quasi tattile di stare nei posti descritti, con le persone raffigurate, percependone le sensazioni.

Tutto ciò ci dà una grande opportunità, di farci vivere dettagliatamente la Storia di un evento lontano nello spazio e per noi irraggiungibile, con grande partecipazione. E magari ci fa venire la voglia di tornarci, perché, grazie a Tatsuta, a Fukushima ci siamo già stati…

1F: Diario di Fukushima 2

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1F: Diario di Fukushima #2

Il primo capitolo di 1F: Diario di Fukushima, la storia del mangaka-operaio sotto falso nome, ci ha raccontato passo per passo l’ingresso all’interno della centrale di Fukushima Daichi distrutta dallo tsunami del 2011. Lentamente la tensione con cui è stato affrontato l’approccio a un evento tanto tragico sembra stemperarsi in questo secondo volume.

Infatti, con lo stesso realismo, la stessa attenzione ai dettagli, lo stesso disegno didascalicamente descrittivo, Kazuto Tatsuta racconta non solo (o non più) le difficoltà del lavoro nello smantellamento della centrale. Paradossalmente, nella seconda fase del suo lavoro, quando finalmente riesce a entrare nella parte più contaminata e pericolosa, la minuziosa attenzione ai dettagli viene meno. Non descrive più in maniera quasi pedante le modalità di vestizione per l’ingresso, le procedure di sicurezza, i luoghi.

Così non sentiamo quasi più la pressione per la cura e la precisione necessarie alla preparazione prima di entrare sul posto di lavoro.

Rimane sempre una radiazione di fondo, che però progressivamente sembra fare meno paura.

Così lo sguardo si allarga, prima di tutto sull’umanità e sulla vita degli operai e dei volontari, in primis il protagonista-narratore. Per cui alle attenzioni per i dosimetri si sostituiscono quelle per le persone.

Non che la parte tecnica venga trattata in modo superficiale, semplicemente è meno presente. In effetti la prima parte ci ha dato tutte le basi tecniche per affrontare il resto della narrazione (c’è anche una tirata d’orecchi ai giornalisti giapponesi che hanno parlato della sua storia senza leggerla e senza sapere bene come funziona la vita a Fukushima…). Qui si fa solo qualche richiamo, quando necessario.

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1F: Diario di Fukushima ©Kazuto Tastuta

Così questo numero è molto più ricco di interazioni interpersonali all’interno della centrale, si fa molta più attenzione al lavoro degli operai. Forse perché il procedimento è più interessante, non solo per il posto, visto che si è in uno dei punti più caldi della centrale, in cui le radiazioni sono molto maggiori, ma anche per la tecnica degli operai, che fanno lavori più diretti nella messa in sicurezza della centrale.

Inoltre ci si avventura nel territorio circostante (probabilmente perché si è passati dal 2012, a ridosso dell’incidente, al 2014, quando ricominciava nei dintorni dell’impianto una prima normalizzazione), non solo per constatare lo stato di distruzione e degrado, ma anche per sottolinearne ricchezze e bellezza.

Colpiscono alcuni passaggi quasi pubblicitari su alcuni prodotti agricoli (il Cafè au lait della Rakuo, di cui vengono mostrate addirittura le diverse confezioni a seconda delle diverse regioni del Giappone), ma in generale si sottolinea la grande varietà di prodotti caseari e ittici della zona, a testimoniare un progressivo ritorno alla normalità. Quasi a rassicurare il lettore giapponese sulla possibilità di tornare ad usarli.

Rispetto al precedente numero c’è la presenza e il dialogo con persone al di fuori della centrale e della zona di interdizione (dal locale in cui l’autore-protagonista va a suonare la chitarra, all’arrivo delle giornaliste più carine rispetto alla fase più critica). Al punto che a un certo punto quasi si perde di vista il lavoro di bonifica, che passa quasi in secondo piano. Basta comunque un disegno del paesaggio reso selvaggio dall’assenza dell’uomo, o la comparsa di un qualsiasi personaggio in tuta da lavoro e mascherina per ricordarci dove siamo.

La sensazione che si sia passati da una atmosfera di angoscia e attesa (non pessimismo, da buoni giapponesi fin da subito hanno affrontato la situazione e si sono messi al lavoro per risolverla, pur non sapendo bene cosa sarebbe successo) a un moderato ottimismo. Anche sulla salute: le preoccupazioni sembrano meno pressanti, tutto viene vissuto con una leggerezza maggiore, tra l’ineluttabile e il “non può che andare bene”. Significativo è l’ultimo capitolo in cui il nostro protagonista si sottopone alle analisi dopo aver lavorato nella zona più pericolosa della centrale. Sono ricominciate le attività normali: la ricerca di una casa, le relazioni con le persone, non solo sul lavoro, la riscoperta dei sapori e dei prodotti locali, la musica. Momenti che si intersecano con quelli all’interno dello stabile, che si diradano, ma non per questo sono meno precisi. Anzi, il passaggio a un lavoro di maggior responsabilità e per certi versi più tecnico, nella zona più colpita della struttura, fa sentire ancora di più questo stacco. E paradossalmente, rende anche più libero il resto del fumetto.

Nel precedente numero avrebbe stonato una conclusione come quella del capitolo 14:

Come dice la canzone: «Quali siano le avversità , col tempo le si ricorderà con un sorriso, inutile preoccuparsi»…

Sicuramente ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di tornare a sorridere, ma sono certo che questa sia la strada che porta al futuro!

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1F: Diario di Fukushima ©Kazuto Tatsuta

1F: Diario di Fukushima – una recensione disillusa

Sono un appassionato di storie, e di Storia, anche se la storia contemporanea mi mette molto in difficoltà. Un mio amico studioso mi dice spesso, quando ne parliamo:

Oggi le fonti storiche paradossalmente sono troppe, per cui si può giustificare tutto e il contrario di tutto, basta scegliere le fonti, sezionarle chirurgicamente, prendere solo la parte che conferma la nostra idea di partenza.

Questo è uno dei mali della società dell’informazione, ciascuno di noi tende a trovare le fonti che confermano le proprie tesi, o addirittura i propri preconcetti, e con tante fonti a disposizione è sempre più difficile arrivare a una sintesi condivisa.

Anche su Fukushima Dai-Ichi (ovvero su Fukushima 1, la prima delle due centrali nucleari di Fukushima, quella colpita dallo tsunami dell’11 marzo 2011) ne sono state dette di tutti i colori. Ciascuno partendo dalla sua posizione (pro o contro il nucleare) ha interpretato le notizie che sono venute dal Giappone durante e dopo l’incidente…

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Invece Kazuto Tatsuta, fantomatico mangaka, che ha deciso di lasciare il suo lavoro a Tokyo per andare realmente a lavorare alla bonifica della zona della centrale nucleare, ha fatto una cronaca molto precisa della sua esperienza, cambiando solo i nomi, a cominciare dal proprio.

Infatti l’autore, la cui reale identità è davvero ignota, ha lavorato presso la 1F (ovvero Ichi Fu, il nome con cui viene indicata la centrale dagli operai e dalla popolazione locale) da giugno a dicembre del 2012 e poi nel 2014.

Tatsuta (che per lo pseudonimo si è ispirato alla stazione di Tatsuta, a 20 Km dalla centrale, gravemente danneggiata dal terremoto e riaperta nel giugno 2014) non si addentra nel racconto del dramma del marzo 2011. In realtà riporta didascalicamente la sua esperienza di lavoro del 2012. Racconta infatti la sua quotidianità nello svolgere un lavoro particolare e pericoloso ma tutto sommato normale per chi lo svolge. Anzi, parla delle sue esperienze, perché ha svolto lavori diversi, arrivando fino all’interno del reattore.

Un lavoro fatto di luoghi precisi (di cui riporta con dovizia di particolari le mappe), misure di sicurezza e procedure descritte nel dettaglio, dispositivi di sicurezza, fisicità e difficoltà ambientali.1F_b

Infatti sappiamo tutto dei posti, dei nomi dei luoghi, delle strade e dei campi abbandonati. Sappiamo dei semafori che cambiano modalità di funzionamento mano a mano che ci si avvicina alla «zona di esclusione». Vediamo i modelli delle auto usate nella centrale, e le vediamo girare nelle strade all’interno del complesso, al punto che sembra quasi di essere lì. Conosciamo esattamente la divisione in stanze dei posti frequentati dagli operai: dalla casa, al posto di ristoro, ai luoghi di lavoro.

Si impara tutto di come ci si veste per entrare nella centrale, della radioattività che gli operai possono sopportare, delle ferree regole interne. Vengono nominate le marche degli oggetti usati, dei tipi di maschera di protezione, delle leve delle ruspe, solo per le ditte fornitrici e appaltatrici si usano pseudonimi. Ci sono le manine didascaliche che indicano i particolari sulle mappe, sui disegni dell’equipaggiamento, sugli schemi che presentano le condizioni di vita e di lavoro.

Viene raccontato nel dettaglio il percorso per arrivare a lavorare in 1F, si intravedono, ma neanche troppo nascosti, gli interessi delle ditte, si parla dell’entità della paga e delle spese, si viene a sapere in maniera diretta e per niente complottistica dei numerosi livelli di subappalto.

1F_cMa si sentono anche gli odori, il sudore, il caldo soffocante dell’estate giapponese. Ci si sente soffocare dentro le maschere, delle quali conosciamo tutto, dalle caratteristiche tecniche, alla modalità di sostituzione dei filtri, alla procedura per indossarle. Si sente il sapore dei pasti precotti e l’odore del fumo, vivendo la quotidianità di una situazione comunque irreale, come può essere una zona attorno a una centrale nucleare esplosa. Si sente la frustrazione di poter lavorare solo un’ora al giorno a causa delle radiazioni, e si assiste più e più volte alle infinite procedure per andare e tornare dal posto di lavoro.

Poi (last but not least) ci sono le persone, reali come non mai, rappresentate nella loro totalità. Molti sono originari della zona intorno a Fukushima, per cui si percepisce il coinvolgimento emotivo, che contrasta con quello dell’autore, venuto da Tokyo. Ma tutti gli operai sono accomunati dal cameratismo, dalla condivisione della situazione e dalla consapevolezza di star facendo il proprio dovere verso il paese. Dalle storie diverse che alla fine sono converse tutte lì, dallo sgomento per quanto è successo, dalla frustrazione che in patria e all’estero non si capisca davvero quello che sta succedendo perché «l’incidente di Fukushima non si è ancora risolto».

Anche i disegni sono didascalici, precisi, realistici. I visi degli operai sono sempre gli stessi, i posti sono disegnati in modo quanto più fedele. L’unica concessione che si fa al Fumetto sono alcune espressioni dei personaggi (che in alcuni momenti sembrano avere la testa troppo grande rispetto al corpo) o le figure didascaliche: le manine che indicano o l’autore stesso che si rappresenta come narratore.

L’opera quindi assume in tutto e per tutto l’aspetto di una cronaca, un reportage, una specie di servizio giornalistico di inchiesta, portato al pubblico utilizzando il mezzo grafico invece della sola parola scritta. Uno di quei casi in cui il giornalista «si finge» clochard, o cliente di prostitute, per riuscire a entrare nel mondo che vuole descrivere e poterne parlare «dal di dentro».

Tatsuta però sembra non voler dare nessun taglio, né celebrativo né critico.  Ammette di aver voluto effettivamente dare una mano nei posti terremotati, di aver trovato lavoro a Fukushima «quasi per caso», mentre cercava un lavoro nelle zone colpite dallo tsunami, e solo dopo di aver deciso di realizzare quest’opera, che ha vissuto come un diario, più che come un reportage.

E non facciamo fatica a crederci, perché l’opera è fin troppo dettagliata nei particolari, e alla fine non prende alcuna posizione, ma racconta con dettagliata veemenza cosa è rimasto di Fukushima-Daiichi, dei territori limitrofi abbandonati, della vita di chi è predisposto a bonificare.

Perché, al di là di tutte le polemiche, le posizioni diverse dei politici, gli interessi economici dei fornitori e delle ditte appaltatrici, come l’autore stesso dice alla fine del capitolo 0, che è più un sommario che un prologo:

Il mondo esterno immagina questo come un luogo infernale[…] eppure è qui che viviamo e (nonostante ognuno di noi abbia la propria opinione) ne andiamo molto fieri! Qualunque cosa accada, sia domani che d’ora in avanti noi continueremo a recarci a 1F per questa strada […] e continueremo a percorrerla fino al giorno in cui questo luogo [la centrale] non sparirà dalla mappa di Fukushima.

1F: Diario Fukushima – il racconto di Kazuto Tatsuta

Comunicato Stampa

1F: DIARIO FUKUSHIMA

IL RACCONTO DI KAZUTO TATSUTA,

AUTORE DI MANGA E OPERAIO DELLA CENTRALE NUCLEARE

ICHI EFU 1Roma, marzo 2016 – L’11 marzo 2011 il Giappone veniva colpito dal terremoto e dallo tsunami responsabili del disastro di Fukushima. Il 16 marzo 2016, in occasione del quinto anniversario dell’incidente nucleare, Edizioni Star Comics presenta 1F: Diario Fukushima, miniserie manga che racconta l’esperienza lavorativa di Kazuto Tatsuta presso la centrale nucleare nei mesi successivi allo tsunami. Una storia vera (Kazuto Tatsuta è protagonista e autore della serie) e intima sulla quotidianità di chi lavora in quei luoghi e sugli aspetti che spesso vengono tralasciati dai media.

1F (pronuciato Ichi Efu) è il nome con cui viene comunemente chiamata dagli operai e dalla gente del posto la centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Kazuto Tatsuta, ex impiegato della TEPCO, racconta la sua esperienza di lavoro nei luoghi del disastro insieme alle vite di coloro che si sono occupati di mettere in sicurezza la centrale.

Tatsuta, come molti dei lavoratori TEPCO, ha scelto di prestare servizio alla centrale per aiutare la regione dopo il disastro, ma ha dovuto dimettersi dopo soli sei mesi a causa del raggiungimento del livello massimo di radiazioni che poteva assorbire.

Da quest’esperienza è nata 1F: Diario Fukushima. Terminato il lavoro alla centrale, Tatsuta ha scelto di raccontare la sua storia in parole e disegni e ha inviato il suo fumetto al concorso 34° Manga Open della casa editrice Kodansha, vincendolo. Successivamente, è partita la pubblicazione dello one-shot sul settimanale seinen Morning che ha avuto una tale risonanza da diventare una serie.

Tatsuta racconta la quotidianità di un lavoro pericoloso ma anche normale per chi lo svolge. Un lavoro fatto di misure di sicurezza, maschere, radiazioni, sudore, scarse condizioni igieniche, ma anche umanità, cameratismo, condivisione e senso del dovere verso il proprio paese.

La miniserie 1F: Diario Fukushima è composta da 3 volumi è arriverà in fumetteria il 16 marzo.