Superman: Godfall, una recensione estorta

Il lunghissimo processo che porta alla scrittura di una recensione inizia solitamente in due modi ben distinti.

Il primo modo vede l’abile recensore comprare (o farsi prestare, che è meglio) un albo, e poi leggerlo. L’abile recensore si trova in questi casi a dire praticamente se le sue aspettative su quel fumetto sono state più o meno soddisfatte. È il caso “minonna”, perché pure mia nonna è in grado di scrivere la recensione di una cosa che ho comprato e che quindi, in linea di massima, sapevo già mi sarebbe piaciuta.

Il secondo modo invece vede l’abile recensore trovarsi sullo schermo del pc una lettera minatoria del Megadirettore Gagliardi che ti chiede di recensire il tale albo altrimenti ti metterà a scrivere news sui fumetti di Paw Patrol (chiunque abbia figli in età prescolare sa, ahilui, di cosa sto parlando). In questi casi è davvero dura, perché:

A- il rischio che non ti piaccia è alto;

B- il rischio è che non ti piaccia non perché il fumetto sia brutto, ma perché non è il tuo genere.

Se poi parliamo di Superman: Godfall, recentemente edito per i tipi della RW Lion, il problema si fa veramente grosso.

Michael Turner ci dimostra tutta la sua incapacità nel disegnare i vestiti: ecco perchè predilige le donne nude
Michael Turner ci dimostra tutta la sua incapacità nel disegnare i vestiti: ecco perchè predilige le donne nude

In primo luogo, io non ho mai amato Superman come personaggio: e non tanto perché, come dicono suoi banali detrattori, è troppo fortissimo che nessuno può batterlo. No, non l’ho mai amato perché non ho mai letto una sua storia che mi sia piaciuta (fate rarissime eccezioni, come All star Superman di Morrison e le storie di Alan Moore, perché mi piace vincere facile). Sarà colpa mia?

In secondo luogo, perché si tratta di una storia del 2000, che non ho capito bene perché sia stata pubblicata in questi anni. E, ragazzi, chi leggeva supereroi nel 2000 sa di cosa parlo quando dico che non è certo un’epoca in cui si può andar fieri.

Cioè, mi sono spiegato?
Cioè, mi sono spiegato?

Fatto sta che, sarà stato il mio buon cuore, sarà stato il freddo contatto con la canna della pistola sulla tempia, ho deciso di accontentare il Megadirettore Gagliardi e scrivere questa recensione. Nel farlo, mi atterrò al manuale base del recensore chiedendomi se, in ultima analisi, la storia funziona nel senso supereroistico del termine.

Chiarimento: una storia che funziona nel senso supereroistico del termine deve essere coerente con il protagonista, presentare un supernemico, attingere dalla continuity, presentare un dramma e uno scioglimento.

Dunque, la storia funziona? La risposta è che la storia avrebbe potuto funzionare.

Joe Kelly non è certo uno scrittore sprovveduto, per quanto nella storia ci metta lo zampino anche il compianto Michael Turner, che quando si trattava di titillare l’adolescente libidine era un genio, ma quando doveva titillare l’intelligenza di chicchessia era un pluriripetente fuoricorso. La storia è sceneggiata con intelligenza, partendo come un elseworld per poi virare all’improvviso in modo piacevolmente inaspettato.

Dell’elseworld Kelly conserva il vantaggio di esplorare meglio le caratteristiche di un personaggio per contrasto, ovvero mettendolo in un contesto diverso dal solito e andando a guardare come reagisce. Superman ci appare nella sua forma più pura, come un Dio infinitamente umano.

Ci sono anche i grandi temi, ancorché semplificati e accennati per esigenze di contesto: la segregazione razziale, la fede religiosa, la perdita dell’innocenza, le responsabilità di un Dio. Kelly ci prova con tanta buona lena che quasi gli perdoniamo l’odiosissimo ricorso alla voce fuori campo.

 

...Nietzsche è morto, e neanche io mi sento tanto bene
…Nietzsche è morto, e neanche io mi sento tanto bene

D’altra parte, quando la storia riprende una direzione più canonica, l’impressione è che tutto il potenziale accumulato si perda come lacrime nella pioggia. Il cattivo è un banale superforzuto senza appeal e la coprotagonista, versione reboottata di un vecchio personaggio pre-crisis, fa la fine più stereotipata della storia dei comics. Detto ciò, però, non si può rimproverare a Kelly se non ha trasformato la storia in una riflessione filosofica su Feuerbach: se l’avessimo voluta, avremmo direttamente comprato in libreria una riflessione filosofica su Feuerbach, no? Io ne ho una sul comodino da circa 3 anni e non ho ancora avuto il coraggio di aprirla.

Il problema di questa storia però sta tutta dall’altro lato. Sta nell’annus domini 2000.

Cioè, come si può pretendere di poter anche solo minimamente prendere sul serio una qualsiasi storia se è disegnata in questo modo? Talent Caldwell, disegnatore famoso soprattutto per Fathom, ha preso tutto il peggio degli anni ’90 e lo ha reso un marchio di fabbrica. Tutte le sue donne sono delle gnocche allucinanti, bambole fredde fatte di silicone e botox con l’espressività del mio forno a microonde.

gnocca 1
Partitina a bocce?

Poi ci chiediamo perché mai le ragazze non leggono fumetti di supereroi.

Notare l'abilità con cui sono stati disegnati gli occhi a cazzo di cane
Notare l’abilità con cui sono stati disegnati gli occhi a cazzo di cane

 

Questa immagine è un'esca. Chiunque non sia in grado di andare oltre l'effetto sbrilluccicoso è pregato di abbandonare questa recensione
Questa immagine è un’esca. Chiunque non sia in grado di andare oltre l’effetto sbrilluccicoso è pregato di abbandonare questa recensione

 

E gli uomini? Ecco un’immagine emblematica.

gnocca 5

“Talent” Caldwell sembra volerci dire una cosa ben precisa: o sei una gnocca, o sei un fusto, oppure sei un mostriciattolo. Quartum non datur.

Ora, sul serio, davvero: ma come si può soltanto pensare di poter prendere minimamente sul serio una qualsiasi storia a fumetti; anche fosse scritta da un incrocio tra Alan Moore, Hugo Pratt e Osamu Tezuka, se poi è disegnata in questo modo? Queste sono braccia rubate al porno, con tutto il rispetto per il porno.

Cosa resterà di questi anni 2000? Per fortuna non “Talent” Caldwell.

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Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

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