Storia di uno scienziato (misterioso) a fumetti…

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Francesca Riccioni non è nuova alle biografie a fumetti di scienziati, essendo laureata in fisica, e poi specializzata in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste.

Con il lavoro precedente su Alan Turing (Enigma) insieme a Tuono Pettinato, aveva provato a farci entrare nella testa dell’inventore dell’informatica moderna, raccontandone la storia “esteriore” parallelamente a un percorso “interiore”, tra amici immaginari e sogni più o meno ad occhi aperti, semplificando, senza banalizzare, anche la parte “scientifica”.

Qui di Majorana si sa molto meno, era un tipo riservato fino all’estremo, che però è stato quasi profetico nei suoi appunti, stimatissimo dai suoi geniali contemporanei (Fermi, suo relatore di tesi, ne diceva che fosse un fuoriclasse, un genio assoluto). Romanzato (con coda polemica) da Sciascia, è diventato da subito un simbolo, come dice la stessa autrice nella Prefazione. Per questo è interessante, oltre che indagarne la storia reale, con le implicazioni per la storia della fisica e non solo, percorrere un po’ il simbolo, il significato della scomparsa (ancora l’autrice nella post-postfazione), il gioco del “e se…”.

Da una parte, è un po’ come chiedersi cosa sarebbe stato il calcio senza Pelè, o, per il peso specifico, la storia senza Lenin. Forse si sarebbe arrivati comunque al Comunismo e all’Assolutismo comunista, ma magari non nello stesso modo. Dall’altra, è percorrere l’umanità del gesto, intrecciato con alcune implicazioni tecniche delle scoperte scientifiche (qualcuno dice che Majorana sia sparito per non condividere i suoi risultati, che avrebbero portato alla bomba H).

Non volendo parlarne in soggettiva, come aveva fatto con Turing, Francesca Riccioni utilizza il dialogo (Galileo docet): sono due giovani ricercatori italiani all’estero, Leo e Amanda, a discutere del genio, con un lungo inciso che racconta alcuni momenti importanti della storia del fisico siciliano, in alcuni passaggi chiave (Roma, Catania, Napoli) fino alla sparizione.

Leo è un fisico che, in California per una conferenza, ritrova e riallaccia i contatti con una sua amica letterata che a Berkeley insegna (accidenti, questi giovani italiani sempre in fuga…). E racconta che approcciarsi agli argomenti della ricerca lo ha avvicinato alla vita di Majorana “mandandolo in confusione”, perché “rilevare l’esistenza del fermione negli anni Trenta è stato come cercare lui in persona”.

L’autrice, anche grazie alla sua competenza tecnica, è bravissima a scendere quanto basta nel dettaglio tecnico, e a far parlare Leo da divulgatore, in modo preciso e chiaro, ma non semplicistico.

Mette in pratica quello che scrisse un grande divulgatore come Steven Weinberg nella prefazione a “I primi tre minuti”:

L’ho scritto per chi è disposto a far lavorare il cervello per capire taluni ragionamenti particolareggiati, pur senza avere familiarità con la matematica o con la fisica. […] Ciò non significa che mi sia proposto di fare un libro facile. Quando un giurista scrive per un pubblico generico, non presuppone che i suoi lettori conoscano il diritto francese o le norme che regolano le servitù o i rapporti di obbligazione, ma non per questo li disistima o svilisce il suo discorso per adeguarsi a una loro presunta inferiorità.

In questo senso fa un grande servigio all’intero medium del fumetto, e lo aveva fatto anche con Turing: non è un tabù parlare (seriamente) di scienza con i fumetti, cosa che infatti, anche e soprattutto nel nostro Paese, sta sempre più accadendo (se vi interessa l’argomento, continuiamo a parlarne…).

Quando Leo sta parlando agli studenti nella sua lezione, dopo il proemio, quando sta entrando nei dettagli tecnici, c’è lo stacco sulla vita reale di Majorana. Ne evidenzia così il disagio, ai limiti del disadattamento. Nelle riunioni dei ragazzi di Via Panisperna emerge, insieme a qualche dettaglio tecnico, la difficoltà di Majorana nel condividere e la scarsa soddisfazione per il suo lavoro. Nella visita di Fermi a Catania si rivela la frustrazione del non trovare il posto giusto al proprio lavoro; nelle lettere (scritte in corsivo nel fumetto) ai familiari e Carrelli, una decisione che è stata poi ripresa da Sciascia, dalla letteratura, e anche da “Chi l’ha visto”.

E c’è la metafora di quello che succede tra Majorana e la fisica, con quello che succede tra Leo e Amanda nella reprise finale, che sembrano rincorrersi, fino a una “fuga” finale, che lascia tutto in sospeso. Come in sospeso è la storia di Majorana, sia con il suo destino personale, che con la “sua” fisica.

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Quello che non convince a pieno è la parte relativa ai disegni. Bellissime alcune idee: il riproporre l’immagine di una camera a bolle, o la copertina di Science in cui si parla del rilevamento sperimentale del fermione di Majorana, come pure la scelta di sottolineare i passaggi emotivi, chiave della storia, con il maggior dettaglio nei disegni. Il parallelismo tra la nave di Majorana che se ne va nel buio per mare e l’aereo di Leo che se ne va nel chiaro del cielo, entrambi con poche altre linee intorno. Bellissimo anche il fatto che le tavole sembrano (e probabilmente lo sono) disegnate su carta e con tecniche diverse: a matita e pastello su fogli lisci, a cera su fogli ruvidi, con pennellate di colore. Spesso le diversità sono su pagine successive, sottolineando il contrasto, al punto che ti aspetti anche di trovare al tatto superfici diverse (e il non trovarle lascia anche un po’ spiazzati, pur sapendo che la stampa non lo consente).

Ma è proprio questo stile, per certi versi eccezionalmente dinamico, che poco convince sul lungo termine. Il disegno volutamente schizzato, con delle sbavature che personalmente trovo a volte eccessive, il lettering ed i balloon che somigliano a quelli degli storyboard a lungo andare rendono la lettura macchinosa, quasi affannosa, ogni pagina sembra quasi faticosa da girare. Certo, la storia si adatta a questo, ma così la sua precarietà e la sua angoscia risultano eccessivamente sottolineate. Forse la parte grafica avrebbe potuto edulcorare di più una storia difficile di per sé. Così il finale non è liberante, ma lascia lo stesso sospeso che ha lasciato a tanti italiani la storia di Majorana; non dissolve l’amaro in bocca. Il fumetto sembra “finire male”, sia nella trama che nel disegno. Come succede in tanti film italiani delle ultime generazioni che nel finale rimangono sospesi, ripiegandosi un po’ su se stessi, sia nella storia che nella fotografia.

Andrea Cittadini Bellini

Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

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