Storia dei fumetti nel XXI secolo – Cinema, comics, cinecomics: il Marvel Cinematic Universe, un rapporto tormentato fra carta e pellicola

A venti anni dall’inizio del nuovo millennio è ormai possibile tracciare una prima retrospettiva sull’attuale situazione dei fumetti alla luce dei molti cambiamenti recentemente avvenuti: i cinecomic, Internet, la digital art, il mutamento del mercato e molti altri fattori che hanno rivoluzionato la fruizione dei fumetti e di conseguenza anche il loro ruolo artistico, culturale e commerciale.

In questo quarto articolo: l’ingresso massiccio del fumetto supereroistico statunitense nel business del cinema ha determinato una svolta epocale per entrambi i media, portando libertà creativa al primo e bei soldoni al secondo.


Erich Fromm diceva che la maggior parte dei rapporti affettivi si configura tristemente come un rapporto tra dominante e dominato. Mai come oggi, cinema e fumetti americani si sono amati: ma chi è che comanda?

La risposta potrebbe apparire ovvia, eppure la nostra tesi è che non lo sia affatto. Sì, c’è stato un momento particolare in cui i fumetti venivano presi a scappellotti dalle controparti live-action; e sì, se scrivete “fantastic four” su Google i primi dieci risultati, invece di parlare di questo

Tavola da "Fantastici Quattro" di Jack Kirby.
Signore e signori, Jack Kirby.

si riferiscono a questa roba qua:

Immagine promozionale da "Fantastic 4 - I Fantastici Quattro" di Josh Trank.
Quattro che non ne valgono uno.

Ma la nostra tesi è che, in realtà, oggi i fumetti Marvel stiano sperimentando una libertà che hanno avuto soltanto negli anni ’60, e questo proprio grazie al cinema. E tutto questo ha cominciato ad accadere in un momento preciso.

Il momento in cui «niente sarebbe stato più come prima».

Era il 2004. Sugli albi della Marvel questa frase era comparsa così spesso che, ormai, aveva perso qualsiasi senso. Anzi, c’era la netta sensazione che qualcosa, in quel fantastico meccanismo messo in piedi nell’arco di tre splendidi decenni, avesse definitivamente smesso di funzionare. Nessuno lo diceva apertamente, intendiamoci: né la dirigenza Marvel, per ovvi motivi; né i lettori affezionati, che avevano divorato migliaia di pagine in quadricromia senza scoraggiarsi mai, nemmeno nei periodi bui disegnati da Herb Trimpe. Si superava tutto, noi lettori. Il perché è semplice da spiegare.

 

La Magia Marvel

In quel novembre 1961 Stan Lee e Jack Kirby, senza saperlo, avevano dato il via a un’epopea letteraria che avrebbe coinvolto centinaia di menti artistiche, alcune delle quali eccelse. Ognuna di esse si sarebbe impegnata negli anni, con passione e fede, ad arricchire un affresco mitologico condiviso, sconfinato e, soprattutto, a buon mercato. La fantasia di tre o quattro generazioni di creativi si erano riversate nello stesso progetto, anno dopo anno, pagina dopo pagina. Fantasie tutte diverse l’una dall’altra, figlie di tempi, circostanze e storie personali spesso antitetiche, che collaboravano alla stessa opera.

Fantasie non soltanto letterarie, ma anche e soprattutto visive, che lavoravano insieme per integrarsi e migliorarsi l’un l’altra. Per intenderci: è come se Pirandello, Hemingway, Brecht, King, Tolkien, Verne e compagnia cantante si fossero messi a collaborare con Dalì, Munch, Klimt, De Chirico, Picasso, a fare tutti insieme una cosa sola: opere d’arte seriali a buon mercato dirette a un pubblico di ragazzini, che trattassero di una mitologia moderna unitaria e complessa.

Come si poteva non amarla?

Il medium scelto, inoltre, aveva una dote incontestabile: permetteva semplicemente di partorire idee senza limite alcuno, rappresentarlo graficamente, e inserirlo in narrazioni tutto sommato accessibili a chiunque. Nelle stesse pagine, con l’ausilio di penna, matita, carta e colori, trovavano spazio gli oscuri vicoli puzzolenti di Hell’s Kitchen e le profondità dello spazio siderale; le viscere minerali della terra e gli oscuri labirinti della psiche umana; i corridoi di una scuola superiore e le magiche dimensioni paludose popolate da mostri. Laddove il disegno non arrivava, per i suoi limiti intrinseci, sopperiva il testo. E viceversa! E il parco personaggi, sempre più ricco, rifletteva questa stessa varietà e potenza: maghi, studenti, soldati, scienziati, poveri e ricchi, uomini e donne, di ogni colore. L’intera caleidoscopica varietà della razza umana trovava spazio sulla carta. E noi potevamo seguirne i pensieri, i desideri, le delusioni e le sofferenze, mentre crescevano e affrontavano la vita e la morte.

Una tavola da "Vendicatori" di John Buscema.
Regola del 2021: inserisci una tavola di John Buscema in ogni articolo.

E le storie erano per ragazzini, le capivi anche a 12 anni, ma a volerci cercare, ci trovavi contenuti maturi, profondi, e tanto complessi da cascarci dentro.

Questa cosa, d’ora in poi, avrà un nome: la Magia Marvel. Quando ti catturava, non ti lasciava più.

È stata una realtà splendida da vivere. Ma, come dicevamo sopra, non poteva durare per sempre.

 

Prima o poi tutto finisce

Era il 2004, dicevo. E la Magia scricchiolava.

La sbornia degli anni ’90 era passata e alla Marvel se l’erano vista brutta. Di menti creative ce n’erano ancora, e ce ne sarebbero state sempre, ma il progetto aveva preso a mostrare da molto tempo i segni dell’usura. I lettori erano cresciuti, e con loro il tenore della narrazione e i prezzi. Quante volte Peter Parker poteva lasciarsi con Mary Jane? Quante fidanzate di Matt Murdock potevano fare una brutta fine? Quante volte Destino poteva distruggere il Baxter Building? Quante volte la scuola di Xavier poteva essere attaccata?

Quante avventure può vivere un personaggio, per quanto immaginario, senza smettere di essere credibile?

Niente dura per sempre, soprattutto se sei un universo narrativo con una continuity verticale e l’esigenza di non cambiare i propri personaggi di punta. Già negli anni ’90 la Marvel si era accorta di come le cose stessero andando in malora: si tentò, anche con un certo successo, di rinnovare le serie, mantenendo la testata ma cambiandone il protagonista, l’uomo sotto la maschera. Si tentarono più e più reboot, nel tentativo di ricatturare la magia e la freschezza dei primi tempi. Ma queste cose non funzionano mai.

Copertine di fumetti Marvel.
A sinistra: riprovarci bene. A destra: riprovarci male.

C’era però qualcosa che cominciava invece a ingranare: il cinema.

 

Piccoli medium crescono

Fino ad allora, i supereroi al cinema non funzionavano. Il motivo era semplice: l’inchiostro costa poco. Con una matita puoi disegnare qualsiasi cosa ti venga in mente: sulla carta, un gigante divoratore di pianeti annunciato da un surfista argentato non ti costa più di una bicicletta. Un enorme pianeta con la faccia lo disegni con la stessa facilità di una collina verdeggiante. L’unico limite è il 2D, ma nel 2D ci puoi mettere interi universi. È la potenza del fumetto.

Al cinema le cose vanno diversamente. Lo testimoniano i film di supereroi di una volta: tutti urban heroes, che combattono nemici terra terra, scagnozzi, capimafia, vestiti al massimo con calzemaglie colorate. E i superpoteri, se ci sono, mostrati in tre scene in tutto. Quando in un fumetto hai Spider-Man che volteggia tutto il tempo per i grattacieli e si prende a legnate con Rhino, chi ha bisogno di un film miserabile con un tizio in calzamaglia che finge di camminare su una parete?

Erano i tempi in cui il fumetto bullizzava il cinema.

Pian piano però, con l’avanzamento della computer grafica, le cose hanno cominciato a cambiare. Il divario tra ciò che puoi far funzionare in un  fumetto e al cinema si è andato riducendo sempre più. Le prime avvisaglie si ebbero quando Steven Spielberg resuscitò i dinosauri. Con un solo film era come se avesse aperto un portale tra due mondi: quello del cinema e quello della fantasia sfrenata.

Le grosse case cinematografiche avevano bisogno di contenuti e la Marvel era lì, con quel bagaglio di trent’anni di storie meravigliose. Da vera pezzente, cominciò a venderne i diritti per quattro soldi. Le case cinematografiche prendevano le proprietà intellettuali e ne facevano quello che volevano, povere stolte. Prendevano questi personaggi e pensavano che ciò che contava fossero i superpoteri, le botte, e al massimo il dilemma interiore. Non conoscevano la Magia Marvel.

Poi vennero fuori gli X-Men di Bryan Singer. Film imperfetti, proprio come erano stati imperfetti molti dei fumetti Marvel: ma pieni di cuore, che attingevano alla Magia. Si sentiva aleggiare. Mancava però ancora qualcosa.

E poi, come dicevo all’inizio, è arrivato il 2004, e Spider-Man 2 di Sam Raimi.

 

Il 2004

Perché proprio Spider-Man 2? In primo luogo, per la magia, che Raimi conosceva e ormai aveva imparato ad applicare alla perfezione. La capacità di creare un prodotto per 12enni che però sapeva parlare anche agli adulti. Nessun tentativo (eccessivo) di alterare la mitologia di Peter Parker, perché era dal 1963 che funzionava alla perfezione nei fumetti. La serialità, accidenti: questo era un numero 2 che partiva da dove era finito il numero 1 e proseguiva la storia, porca miseria: non come i Batman di Tim Burton.

E poi, e qui veniamo al dunque, per la scena della banca.

Andatela a riguardare, la scena della banca. Peter Parker va a mendicare soldi con la zia, arriva Octopus che stacca la porta della cassaforte. Peter corre a cambiarsi mentre la zia lo vede e pensa che la stia abbandonando. Poi i due si menano. Le braccia di Octopus sono una furia, strappano pezzi di automobile per lanciarglieli addosso, sfondano muri. L’Uomo Ragno salta sulle pareti, evita i colpi, schizza come una macchia rossa e blu. Si finisce sulla parete del palazzo.

Non so chi di voi c’era, ma io sì, e vi dico una cosa: mi esplose il cervello. Era il 2004 e, per la prima volta, io vedevo che il divario s’era colmato. Quello era il vero Peter Parker, non una sua imitazione posticcia.

Quella era la Magia Marvel, fatta e finita, senza il fumetto.

Il cinema si stava appropriando della Magia, ma nessuno se ne era ancora accorto. La Marvel vedeva Sony e Fox fare carrettate di soldi con i propri personaggi, e le proprie storie, e ne voleva una fetta. L’idea era che i film potessero essere un volano per avvicinare nuovi lettori alle serie, rialzando le vendite. Ma non funzionava mai davvero. Se un aumento c’era, durava una manciata di numeri. Poi di nuovo nel baratro.

Fu allora che, di fatto, la Marvel rinunciò ai fumetti.

 

Il punto di non ritorno

Quattro anni dopo usciva il primo Iron Man. Alla Marvel avevano capito che la Magia, ormai, poteva essere trasportata di peso nel cinema. Sapevano esattamente cosa aveva funzionato per tanti anni; e sapevano di esser seduti su una miniera di diamanti. Avevano un tesoro di storie e personaggi immenso, anche dopo averne svenduto qua e là interi pezzi. Avevano anche il character design, i soggetti già scritti di decine e decine di film. Bisognava solo farlo. E così lo fecero, per proprio conto.

E l’hanno fatto, accidenti. Con tutti i suoi difetti, il Marvel Cinematographic Universe (MCU) ha ricatturato la Magia. È fresco, potente, sconfinato. E guadagna miliardi di dollari. Raggiunge un pubblico immenso, ovunque ci sia un cinema. O uno schermo tv.

La Magia è diventata una macchina da soldi; e ovunque ci siano i soldi, lì arriva la Disney.

E niente sarà più come prima. Il cinema è diventato il core business della Marvel, e la linea editoriale non ne è che una costola. Solo gli sprovveduti possono esserne sorpresi. Noi, che eravamo lì, nel 2004, lo sapevamo già: che la Magia Marvel, quando ti cattura, non ti molla più.

E che il medium conta meno dei soldi.

E i fumetti? Sono destinati a morire? Effettivamente c’è stato un momento in cui lo abbiamo temuto. Era quando gli X-men dei fumetti cambiavano il costume per assomigliare a quelli del cinema. Quando al Peter Parker dei fumetti si misero le ragnatele organiche. Quando si pensava che il cinema era meglio e i fumetti dovevano adeguarsi o sparire.

Personaggi di "X-Men" illustrati da Frank Quitely.
Non che non mi piacesse, eh!

E invece, senza che nessuno potesse prevederlo, le cose oggi non stanno più così. Anzi, sotto certi aspetti, il passaggio della Marvel da casa editrice a casa cinematografica è stata un’occasione d’oro per gli amanti della nona arte.

Eppure era logico. La linea editoriale ha assunto un ruolo cruciale: il laboratorio delle idee. La Disney non ha comprato solo gli Avengers: quella spaventosa quantità di denaro è stata usata per comprare le idee e le storie. Non i personaggi. I personaggi erano quelli che furono comprati al tempo dell’Hulk di Ang Lee. Le storie, invece: quelle sì che valevano qualcosa.

Perché quando hai le storie, non devi inventarti niente. Ti basta rimontare, ricombinare, lucidare, rivoltare centinaia delle idee grandiose che stanno lì, a disposizione. Gli elementi davvero originali, nei film, si riducono praticamente a zero. Con i contenuti a disposizione alla Marvel potrebbero andare avanti per decenni. E per non esaurire il filone d’oro, c’è la linea editoriale.

Nella linea editoriale, adesso, si può sperimentare. Prendono i creativi e li lasciano giocare con i personaggi, e sia mai che ne esca qualcosa di buono per il cinema? E di roba buona nuova, ne esce eccome. Non vedete come la nuova generazione di eroi, ora che i vecchi attori invecchiano, voi la conoscete già? Sempre che siate lettori Marvel, è ovvio.

Lì avanti, nel futuro del MCU, ci sono gli Young Avengers, li vediamo già arrivare.

Alcune ipotesi di casting per il futuro film "Young Avengers" della Marvel.
Ipotesi realistiche.

Così alla Marvel si respira oggi la libertà creativa delle grandi occasioni. Finita l’ossessione di mantenere inalterato lo status quo, l’impressione è che si chieda agli autori di tentare strade nuove, senza preoccuparsi troppo di rompere il giocattolo: tanto, era già rotto da un sacco di tempo. Paradossalmente, le vendite non sono più un grosso problema. Alla Disney non importa davvero quanto vendano le serie, perché non è certo da lì che vengono i soldi. Da lì, ci ripetiamo, vengono le idee: e quelle frutteranno a tempo debito, e frutteranno soldi veri.

Tavola da "King in Black" di Donny Cates e Ryan Stegman.
Una pagina da King in Black, scelta a casaccio sull’Internet. Lo standard stilistico ha vagamente alzato l’asticella dai tempi di Trimpe, non trovate?

In secondo luogo, lo stile. Quando sui fumetti si vinceva facile, la narrazione era semplice, al limite del semplicistico. Ora che il cinema ha imparato a farlo, e meglio, il medium sta cercando una via propria, in cui le potenzialità della narrazione a fumetti siano sfruttate in maniera più evidente (e, a volte, barocca).

C’è un lavoro di ricerca della peculiarità del mezzo, soprattutto nel disegno, che è del tutto nuova. Il prodotto finale non è più a buon mercato, come un tempo: è un oggetto di lusso popolare, potremmo dire, complesso, stratificato, rivolto agli appassionati, a un pubblico maturo, già avvezzo, che non deve chiedere i soldi alla mamma, e che sa decodificare il medium in modo raffinato e abile. Una gioia per gli occhi e per la mente, quando le cose riescono per bene.

È un momento eccezionale per il fumetto Marvel: godiamocelo, finchè dura. Ma non cerchiamoci più la Magia, perchè non abita più qui. Se la cercate, dovete andare al cinema, quando riaprirà.

Quanto durerà? Non lo sappiamo. Anche la magia al cinema finirà, prima o poi. E il rischio concreto è che, quando accadrà, si porterà via tutto. Personalmente non credo che il fumetto Marvel come oggi lo conosciamo sopravviverebbe alla morte del MCU. Quando una proprietà intellettuale non frutta più, alla Disney fanno presto a voltare completamente pagina.

Chiedetelo ad Hanna Montana.


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Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

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