Shin Ultraman – Il mito dei kaiju e il valore divino della vita

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.

L’autore desidera ringraziare Matteo Caronna e Filippo Petrucci per la collaborazione.


Locandina di "Shin Ultraman" di Shinji Higuchi.È uscito oggi 13 maggio 2022 nelle sale cinematografiche giapponesi Shin Ultraman, il nuovo film diretto dal regista, tecnico dei tokusatsu (effetti speciali), storyboardista, illustratore, designer, all’occorrenza anche attore e tuttofare, fondamentalmente otaking Shinji Higuchi, e scritto dal non meno tuttofare e non meno otaking Hideaki Anno. Il film è l’ultima produzione nello storico franchise Ultra e ha, o meglio potrebbe avere, se il tempo lo confermerà, un ruolo importante nell’evoluzione della storia della cultura pop giapponese.

Shin Ultraman è infatti il terzo film della serie cosiddetta Shin, iniziata nel 2016 con Shin Godzilla, continuata nel 2021 con Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time (il cui titolo in giapponese è infatti Shin Evangelion gekijōban) e formalizzata lo scorso 14 febbraio con l’annuncio del progetto cross-mediale Shin Japan Heroes Universe o SJHU che ha dato finalmente alla serie sia un nome ufficiale sia un contesto culturale; la serie sarà completata (o almeno sarà completata in una prima fase) da Shin Kamen Rider atteso per il 2023.

 

Lo Shin Japan Heroes Universe

A raccontare il senso di quest’operazione è Hideaki Anno, patron del progetto SJHU e parte attiva in tutti e quattro i film, in una sua dichiarazione:

Il progetto Shin Japan Heroes Universe è stato concepito attraverso confronti fra le case di produzione coinvolte, partendo dall’idea di unire in una collaborazione alcuni personaggi che sono parte dell’orgoglio culturale giapponese, e di espanderne la portata verso il pubblico del resto del mondo.

Per superare i limiti dei diritti e dei “mondi” di ciascuna opera, è stato utilizzato il marchio Shin come comune denominatore per questo progetto.

Questo progetto è concepito in modo tale da permettere un’immensa libertà creativa per ulteriori sviluppi di personaggi popolari, senza rimanere limitati alla visione personale di Hideaki Anno.

La prima cosa che viene in mente leggendo le parole di questo umilmente autodefinitosi «appassionato di anime e tokusatsu» è che lo SJHU potrebbe essere una sorta di MCU alla giapponese. Al contrario della controparte statunitense, però, i film dello SJHU non presentano né cast ricorrenti né universi condivisi né tantomeno una timeline unica, ma sono invece opere distinte fra loro accumunate da un comune marchio-ombrello che le qualifica come parte di un milieu culturale omogeneo.

Immagine promozionale del progetto "Shin Japan Heroes Universe" o "SJHU".
La prima immagine ufficiale del progetto Shin Japan Heroes Universe realizzata da Mahiro Maeda con il logo disegnato da Yutaka Izubuchi.

Per rendersi conto dell’uniformità del progetto SJHU basta vedere quanto è stato prodotto finora. I film Cutie Honey del 2004, Nihon chinbotsu del 2006 e Kyoshinhei Tōkyō ni arawaru del 2012, veri e propri prodromi dello SJHU realizzati dalla coppia Anno & Higuchi, si basavano su opere esistenti (rispettivamente l’omonimo fumetto di Gō Nagai del 1973, il film Pianeta Terra: anno zero di Shirō Moritani del 1973 e Nausicaä della Valle del vento di Hayao Miyazaki del 1984) e le interpretavano attraverso un linguaggio maturo, un’estetica curata e soprattutto l’amore da fan verso le opere originali. Esattamente quello che succede anche in Shin Godzilla, Shin Evangelion e Shin Ultraman (e che con tutta probabilità succederà anche in Shin Kamen Rider). Eppure, nonostante le ovvie somiglianze tecniche e stilistiche date dallo staff in larga parte mantenutosi costante per tutti i film, queste opere non condividono trama o personaggi o ambienti, e più che creare un affresco narrativo omogeneo come il MCU, esse compongono una galleria di esempi volontariamente eterogenei per genere e stile allo scopo di mostrare quanto può essere duttile e multiforme il cinema di tokusatsu.

In pratica, lo SJHU è letteralmente l’opposto speculare del MCU.

Locandine di "Cutie Honey" di Hideaki Anno e di "Nihon chinbotsu" e "Kyoshinhei Tōkyō ni arawaru" di Shinji Higuchi.
Le locandine di Cutie Honey, Nihon chinbotsu e Kyoshinhei Tōkyō ni arawaru: la fase zero dello SJHU.

Forse è ancora presto per parlare, dato che il progetto SJHU non è ancora concluso (e potrebbe benissimo essere composto da varie fasi ancora lontane a venire), ma dati i tre + tre film usciti finora, per ora la sensazione è che l’intenzione di Anno & soci sia di rileggere, o rilanciare, o rifondare, o ricostruire, o forse – meglio di qualunque altro “ri-” – rinnovare quella parte della cultura pop giapponese legata ai tokusatsu, che ha vissuto il suo periodo d’oro al cinema e in TV fra gli anni ’50 e ’70 e che è servito da fertilissimo humus creativo per almeno due generazioni di cineasti nipponici e non solo, e che potrebbe quindi esserlo di nuovo per i creativi del futuro.

 

La parola shin

Il rinnovamento portato dallo SJHU è esplicitamente segnalato già nel suo titolo grazie alla scelta della parola shin. Su queste stesse pagine già in altre occasioni abbiamo avuto modo di sottolineare quanto per Hideaki Anno l’utilizzo delle parole sia sempre estremamente curato e ponderato; in particolare, la parola shin, scritta in giapponese con le sillabe puramente fonetiche シン, ha un forte connotato simbolico, rappresentando al contempo un gioco di parole (shin ha vari significati, il principale dei quali è “nuovo”) e un manifesto d’intenti.

Ne ragiona al proposito anche il regista Shunji Iwai, amico e collaboratore di Hideaki Anno fin dai tardi anni ’90 e anche lui fan dei tokusatsu, in una recente intervista sulla rivista pen:

«[Nell’ambito del cinema tratto da opere preesistenti], i film hollywoodiani come la serie di Batman o Avengers conquistano non solo i fan delle opere originali, ma anche nuovi strati di pubblico, ovverosia sono film solidi che possono essere goduti anche dagli adulti, mentre invece i film giapponesi tendono a essere meri ringraziamenti verso il fandom. Credo che molto di quanto prodotto finora sia servito solo a soddisfare i bisogni dei core fan e basta. Poi è arrivata la botta di Shin Godzilla. Quando ho visto il film ho pensato che finalmente era arrivato anche in Giappone un film come quelli che dicevo prima. Un film che osa andare nella direzione di tradire lo strato dei fan storici, ma allo scopo di rendersi comprensibile da molte più persone. Ha certamente allargato la cultura dei tokusatsu, è una cosa incredibile».

Parole sante. Poi, parlando più nello specifico del vocabolo shin:

Quando ha sentito la parola shin, la primissima cosa venuta in mente al regista Iwai è stata il titolo del film La sottile linea rossa [che in giapponese si chiama Thin Red Line pronunciato “Shin Reddo Rain”], in cui shin sta per “sottile”. «Forse si ha come obiettivo di arrivare a qualcosa di “più sottile”. In questo senso, penso che shin potrebbe avere il triplo significato di “nuovo”, “vero” e “sottile”».

L’interpretazione, che potrebbe sembrare inverosimile alle orecchie di un occidentale, in effetti si sposa benissimo con la tendenza al wasei eigo dei giapponesi, con il notorio amore per i giochi di parole di Anno, con il suo amore verso il film di Terrence Malick da lui espresso più volte e dichiarato anche nel libro antologico Anno Hideaki no futari shibai, e soprattutto con il significato stesso dell’espressione inglese thin red line, che (rifacendosi a un episodio storico realmente accaduto) indica quelle situazioni in cui un individo/gruppo di individui in netto svantaggio riesce con caparbietà e impegno a superare un ostacolo ben più grande e pericoloso: non è forse proprio questo il soggetto di tutte le opere di Anno e dei film dello SJHU in particolare?

Fotogramma da "La sottile linea rossa" di Terrence Malick.
Un cast all-star ha partecipato all’acclamato film di guerra La sottile linea rossa di Terrence Malick. L’opera è tratta dall’omonimo romanzo di James Jones e, proprio come nel libro, si racconta un episodio della seconda guerra mondiale concentrandosi non tanto sull’evento bellico in sé, ma sulla sua interpretazione filosofica, arrivando alla conclusione che la guerra non è solo un trauma sociale collettivo, ma anche e soprattutto un trauma personale in cui ogni soldato vive l’orrore della guerra come un fatto privato e interiore… Shinji sulla sediolina, anyone?

 

La saga Ultra

Dopo aver rinnovato Godzilla ed Evangelion, il progetto SJHU si sposta ora su un altro storico franchise di tokusatsu, ovvero Ultra, più noto come Ultraman dal nome del personaggio principale.

La saga è stata concepita da Eiji Tsuburaya (1901 – 1970), genio degli effetti speciali fin dai primi film di propaganda bellica realizzati durante la seconda guerra mondiale. Nel 1963 Tsuburaya fonda l’azienda Tsuburaya Productions con cui cura gli effetti speciali sia per film di terzi (si stima abbia collaborato a circa 250 pellicole) sia per le proprie produzioni originali, la più celebre delle quale è appunto la serie Ultra, iniziata con i telefilm Ultra Q e Ultraman del 1966. Da allora fino ai giorni nostri la saga ha conosciuto un successo immenso in patria e in buona parte dell’Asia, con innumerevoli telefilm, film, fumetti, videogiochi e quant’altro, finendo anche sul Guinness dei primati come il franchise col maggior numero di spin-off al mondo.

Cartelli televisivi con i titoli delle due serie "Ultra Q" e "Ultraman" di Eiji Tsuburaya.
Cartelli televisivi con i titoli delle due serie Ultra Q e Ultraman: la cui grafica di quest’ultimo è omaggiata con precisione nel film Shin Ultraman, incluso il font con cui è scritto il sottotitolo “Serie fantastica di effetti speciali”.

La serie Ultra debutta nel gennaio del 1966 con il telefilm da 28 episodi in bianco e nero Ultra Q, una sorta di incrocio fra Ai confini della realtà, The Outer Limits e X-Files in cui i protagonisti investigano su strani fenomeni sovrannaturali come mostri giganti, alieni e fantasmi.

Nel luglio dello stesso anno prende il suo posto il telefilm Ultraman, stavolta a colori, composto da 39 episodi (più un episodio speciale introduttivo trasmesso fra Ultra Q e Ultraman) e trasmesso in televisione dopo la fine della trasmissione Ultra Q, da cui ereditò il nome. Il personaggio che dà il proprio nome alla serie è un alieno che proviene da M78 (ovvero una nebulosa della costellazone di Orione) e che, mentre sta scortando come suo prigioniero il mostro spaziale Bemular, giunge sulla Terra provocando accidentalmente la morte dell’incolpevole Shin Hayata, un pilota della polizia scientifica SSSP: per salvargli la vita, l’alieno si fonde con Shin donandogli incredibili poteri che gli permettono di trasformarsi in un umanoide gigante rosso e argento (interpretato dal leggendario attore Satoshi “Bin” Furuya) per difendere il Giappone dall’attacco degli enormi kaijū (mostri).

Fotogramma da "Ultraman" di Eiji Tsuburaya.
Ah, i bei vecchi tempi.

 

Il film Shin Ultraman

Esattamente com’era successo per Shin Godzilla, anche il film Shin Ultraman si basa quindi su un titolo con decenni di storia alle spalle, una mitologia enorme con le sue regole interne, un mondo narrativo vastissimo e pieno di personaggi, e soprattutto un fandom vasto e trasversale, parte del quale è uno zoccolo duro particolarmente hard core e devoto: esattamente quello che accade anche in equivalenti franchise occidentali come Star Wars o Star Trek, insomma.

Forse proprio per rispetto verso un tale monumento nazionale della cultura pop locale come Ultra (o per paura dei fan), Shinji Higuchi ha preferito andare sul sicuro e con questo Shin Ultraman non propone né «la botta di Shin Godzilla» né la fantasmagoria stilistica di Shin Evangelion, preferendo confezionare un film che, di fatto, è una rilettura abbastanza fedele dell’Ultraman del 1966, recuperandone in larga parte la trama e la messinscena (costumi, inquadrature, effetti, musiche…) e filtrandole attraverso l’apprezzatissimo e ben rodato stile visivo di Hideaki Anno, che nei titoli di coda è accreditato come sceneggiatore, revisore generale e anche selezionatore delle musiche storiche tratte dai vecchi telefilm di Ultra (largamente incorporate nel film).

Il red carpet per Shin Ultraman davanti al cinema Tōhō di Shinjuku (Tokyo): il regista Shinji Higuchi si è presentato con selfie stick pronto a scattare bellissime foto per il suo profilo Instagram (non è vero, posta quasi soltanto foto di torte e dolci sfornati da lui stesso, chiamalo scemo).

 

La trama

Volantino promozionale di "Shin Ultraman" di Shinji Higuchi.
I cinque protagonisti di Shin Ultraman in un volantino promozionale dei film: dall’alto, l’analista Hiroko Asami (Masami Nagasawa), lo stratega Kimio Tamura (Hidetoshi Nishijima, il protagonista del film Drive My Car), l’operativo Shinji Kaminaga ovvero Ultraman (Takumi Saitō), il fisico Akihisa Taki (Daiki Arioka, idol nella boyband Hey! Say! JUMP) e la biologa Yumi Funaberi (Akari Hayami).

La trama si apre con il gruppo governativo speciale SSSP (composto da un direttore responsabile, uno stratega militare, un operativo, un fisico e una biologa), il cui compito è ingegnarsi per combattere contro alcuni kaijū che stanno misteriosamente attaccando il Giappone: di volta in volta li sconfiggono con armi convenzionali, trappole, preparati chimici (come nel finale di Shin Godzilla) e quant’altro. I kaijū si fanno però poi ostici e non riuscirebbero più a sconfiggerli: per fortuna un giorno arriva misteriosamente un umanoide gigante che riesce a sconfiggere i kaijū e che la nuova assunta Hiroko Asami, col ruolo di ricercatrice, battezza “Ultraman”.

Uno dei membri dello SSSP, Shinji Kaminaga, ultimamente ha cambiato carattere: è molto più freddo e taciturno, passa il tempo a leggere tomi di sociologia, antropologia e occultismo, e soprattutto scompare misteriosamente ogni volta che appare Ultraman e riappare quando Ultraman se ne va.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler.

Non è subito chiaro se Ultraman sia un amico o nemico dell’umanità: elimina i kaijū, ma produce danni non inferiori, e non tutti lo amano. Nemmeno nello spazio sembrano amarlo più di tanto, poiché vari alieni arrivano sulla Terra cercando in un modo o nell’altro di sabotarlo: non lo attaccano direttamente, bensì pianificano alleanze con politici e altre persone di potere convincendoli che Ultraman è un nemico dell’umanità. Uno di questi, l’alieno Zarab dall’aspetto sottile come un figlio di carta, mette online dei video che mostrano Shinji mentre si trasforma in Ultraman, svelando la sua vera identità, poi lo rapisce, lo imprigiona, e infine assume le sembianze di un falso Ultraman andando a distruggere Tokyo, così da far credere agli umani che Ultraman sia effettivamente loro nemico. Eppure, Hiroko riesce a liberare Shinji, che si trasforma nel vero Ultraman, combatte quello falso e lo sconfigge.

Un altro alieno chiamato Mefilas, che sa assumere aspetto umano e ha una parlantina sciolta, e dunque molto più insidioso, è in grado di manipolare mentalmente e fisicamente gli umani e far loro cambiare forma e dimensione. Costui scambia coi politici un artefatto alieno, in grado di trasformare gli umani in giganti, in cambio della loro connivenza per i suoi biechi scopi contro Ultraman. Ma perché tutti ce l’hanno con lui? E come mai Shinji è diventato Ultraman? C’entra forse qualcosa quel misterioso cadavere nascosto in un bosco dove Shinji/Ultraman incontra Zoffy, un altro alieno della sua stessa specie?

 

Un film morale: il bene e il male

Rispetto alle precedenti opere della serie SJHU, sia le due canoniche Shin Godzilla e Shin Evangelion sia le tre precedenti Cutie Honey, Nihon chinbotsu ne Kyoshinhei Tōkyō ni arawaru, c’è un dettaglio veramente troppo vistoso per non sfuggire anche all’occhio più pigro: Shin Ultraman è palesemente costruito sul modello di Shin Godzilla. Magari non è proprio un copia/incolla dal film del lucertolone, ma il riuso dello stesso linguaggio, dello stesso stile narrativo, dello stesso ritmo narrativo, e poi delle stesse soluzioni tecniche, dello stesso stile visivo, delle stesse inquadrature e dei tagli di inquadratura, dello stesso montaggio, dello stesso mix di musiche storiche e nuove… in breve, la trasmissione genetica dello stesso identico storytelling di Shin Godzilla in Shin Ultraman è totale e non risparmia veramente alcun aspetto del nuovo film.

Naturalmente questa filiazione non può essere considerata un banale caso di plagio, cosa che non è anche solo per il semplice fatto che gli autori di Shin Godzilla sono esattamente gli stessi di Shin Ultraman (anche se in ruoli diversi), quindi al massimo si potrebbe parlare di un caso di stanchezza creativa e riciclo di idee precedenti. Non si tratta però nemmeno di questo, perché Shin Ultraman non è affatto un film povero d’idee, anzi.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler.

Fotogramma da "Shin Ultraman" di Shinji Higuchi.
Shinji Kaminaga (Takumi Saitō) regge in mano la sua β-capsule con cui è pronto a trasformarsi in Ultraman mentre fa le sue scampagnate nei boschi (cit.).

Come accadeva in Shin Godzilla, anche in questo caso la sceneggiatura è firmata da Hideaki Anno ed è estremamente prolissa, con una quantità incredibile di scritte a schermo e dialoghi per arrivare a una conclusione di sapore fortemente cristologico, un tipo di lettura che si riscontrava con grande forza anche in numerose opere del franchise Evangelion. Al contrario della serie TV originale Ultraman del 1966 in cui un alieno di razza dei Giganti di Luce provocava un incidente mortale a Shin Hayata e, per salvargli la vita, si fondeva con lui diventando un ibrido mezzo umano e mezzo alieno, in questo nuovo film l’incidente mortale non risparmia Shinji Kaminaga e l’alieno di razza Ultra prende il suo posto acquisendo il suo aspetto fisico e inserendosi in una società, quella dell’Homo sapiens, che gli è ignota (ecco perché passa tanto tempo a leggere saggi scientifici).

Fotogramma da "Shin Ultraman" di Shinji Higuchi.
Shinji Kaminaga/Ultraman legge legge legge durante il film, come fanno anche tutte le varie versioni di Rei Ayanami in Evangelion. <3 Ultraman però legge a supervelocità, sfogliando le pagine una via l’altra. Al fandom non è sfuggito che non si tratta certo di istruzioni del telefono cellulare (cit.): fra i numerosi tomi universitari che compaiono nel film, c’è anche il celebre saggio Il pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss in cui lo studioso belga analizza come tutti gli esseri umani fondino il loro pensiero su una base comune e universale allo scopo di «trarre un ordine dal fluire indistinto del reale». Una chiave di lettura molto interessante non solo per questo film, ma per tutta l’opera di Anno.

In altre parole, mentre nella serie originale è Ultraman che viene a morire perché l’umano sopravviva, nella rilettura di Anno invece è l’umano che muore e Ultraman che sopravvive, diventando però umano. In questo modo Anno pone maggioramente l’accento sui concetti di “peccato” e “senso di colpa” di Ultraman, responsabile della morte irreversibile dell’umano al cui capezzale (il cadavere nel bosco). Al contempo, in piena continuità con le figure degli Angeli in Evangelion o di Godzilla in Shin Godzilla, Anno rende l’alieno una sorta di figura divinizzata o addirittura divina: gigantesca, potentissima, in grado di dare la vita e la morte agli umani e per tanto “essere superiore” tanto amato quanto odiato dagli uomini. Anche Zoffy, l’altro alieno Ultra, si inserisce in questo quadro cristologico come una sorta di Dio padre, che non vede alcun motivo per aiutare gli esseri umani e interroga Ultraman sul perché lui invece voglia condividere con loro la sua vita; eppure, dopo il combattimento finale, quando Ultraman per distruggere il nemico causa una sorta di buco nero che rischia di risucchiarlo per sempre, Zoffy interviene e lo aiuta concedendogli di tornare sulla Terra insieme agli altri membri dello SSSP.

Questa sottile linea rossa che è il limite morale fra aiutare e non aiutare, salvare o condannare, fare il bene o il male (d’altronde Ultraman distrugge tutto anche quando vuole aiutare gli umani combattendo i kaijū) è sottolineato anche dalle scelte linguistiche, uno dei vizietti creativi più ricorrenti e più interessanti di Hideaki Anno scrittore. Fra i vari giochi linguistici presenti in Shin Ultraman, il più interessante ed evidenziato anche nei trailer è che “buoni” e “cattivi” sono chiamati con due neologismi similissimi: il gruppo governativo anti-kaijū SSSP è infatti definito 禍威獣特設対策室専従班 kaijū tokusetsu taisakushitsu senjūhan “gruppo che si occupa esclusivamente delle contromisure per le catastrofi speciali” o per brevità 禍特対 katokutai “contro le catastrofi speciali, mentre i mostri non sono chiamati 怪獣 kaijū “bestie misteriose” bensì 禍威獣 kaijū “beste intimidenti e catastrofiche” (la pronuncia è uguale, ma scrittura e senso no). Ora, entrambi i fronti hanno la catastrofe (禍 ka) nel nome: che si combatta da un lato o dall’altro della barricata, la sostanza cambia poco.

 

Un film otaku: service service

Al di là dell’interessante rilettura morale di Anno dell’eterno rapporto fra il divino e l’umano, come suddetto Shin Ultraman è un film che pecca enormemente in eccessiva somiglianza con Shin Godzilla, al limite dell’imitazione (o dello scimmiottamento). Il regista Shinji Higuchi, che nel film del 2016 era accreditato come tokugi kantoku (“direttore degli effetti speciali”, il che per convenzione lo rendeva co-regista come accade nei film tokusatsu), in questo nuova pellicola è invece accreditato come regista unico e solo, indicando che si è occupato sia della messinscena cinematografica sia degli effetti speciali. Ora, mentre i secondi sono effettivamente eccellenti, diretti benissimo e con scene di grandissima intensità come il meraviglioso combattimento notturno a Tokyo, la prima è invece veramente moscia, derivativa, non inventiva, e in generale il film tende a sprofondare nella noia, nel già visto e, peggio ancora, nel manierismo ogni volta che non ci sono combattimenti. Per quanto Higuchi possa imitare Anno, non è Anno e certe cose riescono solo a lui, se le fa qualcun altro appaiono false e in qualche maniera artefatte.

Il trailer di Shin Ultraman diffuso il 13 dicembre 2021 è sufficiente a rendersi conto della vicinanza stilistica di Higuchi ad Anno in questo film.

Higuchi non è Anno: 30 anni di carriera e dieci film dal vivo fra lungometraggi e cortometraggi da lui diretti prima di questo Shin Ultraman (a cui si aggiungono poi le ancor più numerose opere a cui ha collaborato come co-regista o regista di episodi in animazione e come direttore degli effetti speciali in film e telefilm tokusatsu) dimostrano senza ombra di dubbio che il suo stile registico non assomiglia a quello del suo collega né in raffinatezza né in inventiva né in stile. Il fatto che Shin Ultraman visivamente assomigli così tanto a Shin Godzilla fa sorgere il lecito dubbio che si tratti di una scelta deliberata, nata dalla volontà di Higuchi stesso o forse impostagli dai dirigenti della Tōhō per dare continuità alla serie SJHU. O almeno, si spera che sia una scelta volontaria.

Al di là di questo, il film si pone molto più come un «ringraziamento verso il fandom» rispetto agli altri film dello SJHU. Per prima cosa è pieno di riferimenti al mondo creativo di Anno e di Gainax/Studio Khara, sia appunto nelle scelte stilistiche (sì, ci sono passaggi a livello, le inquadrature angolate o dal pavimento in su, le riprese con mini-fotocamere digitali, le schermate di social network e quant’altro), sia negli oggetti iconici (dissimulati nella scenografia, per esempio la Torre Eiffel sulla scrivania del direttore dello SSSP), sia nell’uso di collaboratori ricorrenti che volenti o nolenti suggeriscono atmosfere conosciute (in particolare le musiche di Shirō Sagisu, che sembrano riecheggiare quelle per Le situazioni di Lui & Lei proprio nei momenti da commedia romantica), sia infine nel riuso dei grandi topos di Anno: ad esempio, l’ultima parola del film è Okaerinasai (“Bentornat*”) esattamente come succedeva in Punta al Top! GunBuster, serie con cui Shin Ultraman condivide vari punti in comune decodificabili dai fan.

Poi ci sono i riferimenti ad altre opere amate da Higuchi: alcuni sono assolutamente plateali e anzi esposti al pubblico come le action figure e i model kit delle astronavi di Star Trek di cui è fanatico il fisico dello SSSP e che tiene in bella mostra a fianco al suo computer in ufficio, altri sono più piccoli e nascosti come la tazza con Kyubey di Puella Magi Madoka Magica, inquadrata solo per un istante.

Infine, naturalmente, i mille rimandi ultra-otaku alle altre serie di Ultra. Questi sono rintracciabili naturalmente nella trama, ma anche nelle battute dei personaggi (la catch-phrase del film «Gli esseri umani ti piacciono così tanto, Ultraman?» è una battuta dell’ultima puntata di Ultraman del 1966) e nelle musiche grazie alla presenza nel film di ben 26 pezzi musicali provenienti da diverse opere del franchise e selezionate appositamente da Hideaki Anno in persona (nei titoli di coda sono creditati per la colonna sonora sia Shirō Sagisu sia Kunio Miyauchi, storico compositore delle musiche per Ultra morto nel 2006).

I riferimenti si trovano però soprattutto – per la gioia dei fan – nei look dei kaijū, curati dai due designer Mahiro Maeda e Ikuto Yamashita (anche loro vecchie conoscenze della cricca di Anno). Per abbattere i costi di produzione, nelle vecchie serie TV tokusatsu era usanza riciclare i costumi di gommapiuma dei kaijū modificandone parte dell’aspetto per creare nuovi mostri. Uno degli esempi più noti è il mostro Gomess, il primo kaijū apparso nella serie Ultra Q (quella prima di Ultraman), che è nato modificando un costume di Godzilla, ai cui film lo stesso Eiji Tsuburaya lavorava come direttore degli effetti speciali. Higuchi ha tentato di realizzare la stessa cosa con Shin Ultraman: in un’intervista ha detto di aver voluto sperimentare se anche in CGI era possibile risparmiare costi e tempi con un’operazione “di riciclo” dei modelli virtuali simile a quella coi modelli fisici dei costumi; ben presto si è però reso conto che come tecnica non permetteva affatto di risparmiare tempo o soldi, ma l’ha fatto lo stesso per spirito filologico otaku. Il nuovo Gomess che appare in Shin Ultraman è stato infatti realizzato interamente in CGI partendo dal modello in CGI di Godzilla in Shin Godzilla e ritoccandolo qua e là, seguendo in pratica lo stesso metodo di Eiji Tsuburaya per filo e per segno. Funfact: come Tsuburaya modificava per i suoi film il look dei mostri dei film di Honda, Higuchi modifica per i suoi film il look dei mostri dei film di Anno: corsi e ricorsi storici.

Immagini dei costumi dei kaijū Gomess e Godzilla nel 1966 e nel 2022.
A sinistra: 1966, il costume di Gomess realizzato modificando quello di Godzilla. A destra: 2022, il modello di Gomess realizzato modificando quello di Godzilla.

 

Un film intrecciato: i rapporti con lo SJHU e lo zampino di Osamu Tezuka

Attenzione: il paragrafo contiene spoiler.

Nonostante come suddetto lo Shin Japan Heroes Universe non si ponga affatto come una serie di film connessi fra loro come accade per il Marvel Cinematic Universe o per il DC Extended Universe, già solo la presenza della parola “universe” nel nome instilla il lecito dubbio che si tratti in effetti di un’operazione in qualche modo simile e che presenti quindi punti di contatto o addirittura continuity.

Anche se per ora non si è riscontrata alcuna continuity nei tre + tre film usciti finora, Shin Ultraman contiene però un piccolo colpo di scena che dimostra come lo SJHU utilizzi una storica e celebre tecnica di Osamu Tezuka: lo star system dei personaggi. A un certo punto fa infatti il suo ingresso in scena un politico che conosciamo bene dato che era in Shin Godzilla, ovvero quello interpretato da Yutaka Takenouchi e che nel film del 2016 si chiamava Hideki Akasaka, l’assistente del Primo Ministro. Ora, in Shin Ultraman non viene detto come si chiama il personaggio, non viene fatta alcuna menzione né parlata né visuale a Godzilla, e anzi viene mostrata la zona di Marunouchi con la Stazione di Tokyo intatta e attaccata da un altro kaijū e non da Godzilla: questo fa intuire (ma si attendono conferme o smentite, sia chiaro) che il personaggio interpretato da Takenouchi potrebbe non essere affatto Akasaka, o anche fosse Akasaka (look, carattere e modo di comportarsi coincidono) potrebbe trattarsi solo di una maschera, di un personaggio ricorrente, di un ruolo che ritorna sempre uguale, esattamente come succedeva nelle opere di Tezuka, in cui l’autore riutilizzava molte volte gli stessi personaggi con le stesse fattezze e caratteri e spesso anche gli stessi nomi, ma in storie diverse e assolutamente non collimanti fra loro.

Non sarebbe la prima volta che Anno omaggia fattualmente Tezuka (anch’egli fan e ideatore di tokusatsu) nelle sue opere: anche le celeberrime strisce che si sentono in corrispondenza delle voci dei personaggi nell’episodio 16 di Neon Genesis Evangelion sono una trovata grafica (di estrema efficacia) ideata proprio da Tezuka, che quando era in ritardo nelle consegne dei suoi anime agli studi di doppiaggio, mandava loro dei rulli su cui non era presente l’anime, ma solo delle strisce in varie direzioni per segnalare ai doppiatori chi doveva parlare e per quanto tempo; una volta registrate le voci col timing giusto, solo dopo sarebbero state montate sul video finalmente pronto.

L’uso nello SJHU dello star system tezukiano, che Anno ha già applicato nel Rebuild of Evangelion dove i personaggi non sono gli stessi di Neon Genesis Evangelion, potrebbe essere confermato o smentito nel prossimo film.

Lo star system di Osamu Tezuka.
Lo star system di Osamu Tezuka comprendeva numerosissimi personaggi ricorrenti: non solo piccoli comprimari, ma anche protagonisti come Astro Boy che appare anche in altri fumetti fra cui Black Jack.

 

La musica: Kunio Miyaguchi, Shirō Sagisu e Kenshi Yonezu

In Shin Ultraman si ritrovano almeno tre distinti tipi di musica.

Il primo è quello storico, affidato al recupero delle marcette militari e delle varie musiche d’epoca composte da Kunio Miyauchi per alcune vecchie serie di Ultra. Miyauchi (1932 – 2006) è stato un decano delle colonne sonore giapponesi: fra l’inizio degli anni ’60 e la fine degli ’80 ha attraversato circa trent’anni di storia del cinema e della TV locali, musicando in particolare opere action e tokusatsu, fra cui vari film delle serie Ultra e Godzilla e le tre vecchie serie Ultra Q, Ultraman e The ☆ Ultraman, più altre due negli anni 2000, Ultra Q dark fantasy e Ultrazone riutilizzando sue vecchie musiche.

Fan devoti hanno caricato la OST di Ultraman del 1966 su YouTube, che include vari brani recuperati anche in Shin Ultraman:

Del tutto diversa è la musica originale di Shirō Sagisu, che da anni è al culmine della sua parabola creativa e non sembra volerne scendere. Le musiche sono pienamente nel suo stile attuale, quindi si va dai grandi cori epici alle graziose fantasie samba con chitarra e orchestrina. Nonostante stavolta non siano presenti brani tratti da altre opere dello Studio Khara, alcuni sembrano rassomigliare, o meglio rimandare a brani già noti. Stando al pamphlet che accompagna l’uscita del film al cinema, la colonna sonora sarà in vendita dal prossimo 22 giugno.

Infine, la canzone pop che accompagna i titoli di coda è M87 di Kenshi Yonezu. Classe 1991, Yonezu è diventato estremamente noto nell’ambiente della musica alternativa giapponese (in particolare fra gli estimatori del genere denpa) grazie alle sue composizioni per Vocaloid: con il nom-de-plume di hachi ha firmato infatti alcuni dei brani più celebri in assoluto del repertorio per voce digitale della Yamaha. Dal 2012 si firma anche col suo vero nome e incide con la sua vera voce, cosa che l’ha portato ad avere ancora più successo e a diventare un idolo per i giovani. Paroliere, compositore, arrangiatore, illustratore, produttore, imprenditore, curatore delle sue opere, creativo variamente talentuoso e naturalmente otaku, ha scritto vari brani per opere d’animazione, in particolare Umi no yūrei, la theme song del film I figli del mare.

Per Shin Ultraman, Yonezu ha scritto un brano intitolato M87, come il luogo di provenienza degli alieni della razza Ultra. No, non è un errore: se nella serie originale i Giganti di Luce provengono da M78, in Shin Ultraman provengono da M87, cioè la galassia Virgo A. Un altro segnale del fatto che Shin Ultraman non vuole essere un semplice remake di Ultraman/em>, ma una sua rilettura, quasi una sua inversione.

Il bel videoclip di M87 è stato diretto da Kyōtarō Hayashi, videomaker e artista visuale che ha esposto anche alla Biennale di Venezia del 2016 nonché collaboratore usuale di Yonezu.

 

Conclusione

Hideaki Anno e il suo partner in crime Shinji Higuchi covavano da tempo il desiderio di mettere la mani sul franchise Ultra, da loro conosciuto a menadito, venerato come un testo sacro e base della loro intera etica ed estetica umana e professionale. Già in un’intervista del 2003 Higuchi stesso si poneva nei confronti del protagonista in maniera filosofica, chiedendosi che tipo di reazione offrirebbero a Ultraman le persone del XXI secolo, se sarebbero ancora in grado di accettare e accogliere sulla Terra un alieno o se ormai il sistema sociale è così cambiato da non consentirci di approcciarci più a uno sconosciuto (sottile critica allo strisciante razzismo tuttora radicatissimo e fortissimo nella società giapponese? Forse).

Questi pupazzetti non sono una cosetta per bambini.

Shin Ultraman è quindi, prima ancora che il terzo film dello SJHU o un buon film tokusatsu o altro, il loro omaggio personale a uno dei loro miti di gioventù, forse il più grande di tutti. In questo senso, si potrebbe perdonare al film di essere veramente molto, molto, molto nostalgico e “girellaro”, con l’uso di musiche già esistenti, personaggi già esistenti, situazioni già esistenti, e di averle incastrate in un linguaggio narrativo già esistente con un taglio cinematografico già esistente e soluzioni di messinscena già esistenti: una palese volontà di andare sul sicuro con un franchise più che amatissimo e uno stile visivo à la Anno molto basic e ormai riconoscibile a tutti (stile a sua volta debitore di Kihachi Okamoto, Akio Jissōji e i tanti altri registi). A tratti il film diventa persino irritante nel suo voler essere per forza supercool: non lo è, e spiace un po’ dirlo, ma Shinji Higuchi, pur eccellente nel suo ambito tecnico degli effetti speciali, è sempre stato un pessimo regista di film dal vivo, come i due orrendi film de L’attacco dei giganti testimoniano.

D’altro canto, se la regia annaspa nel tentativo del tutto inutile e innecessario di dare una coerenza stilistica allo SJHU (Evangelion: 3.0+1.0 è coerente stilisticamente con gli altri film? No e va benissimo così), è anche palese la volontà di Anno di rileggere, o rilanciare, o rifondare, o ricostruire, o forse – meglio di qualunque altro “ri-” – rinnovare il mito contemporaneo di Ultraman che negli anni aveva perso di fascino e interesse.

In definitiva, ponendosi come un nostalgico omaggio a Tsuburaya molto derivativo e poco inventivo, Shin Ultraman è per ora il più debole dei film dello SJHU (o al secondo posto dei più deboli, se si considerano anche in tre film precedenti, dato che Nihon chinbotsu pure di Higuchi è orrendo e molto peggiore di questo), ma d’altronde era difficile tenere testa a due opere assolutamente eccezionali come Shin Godzilla ed Evangelion: 3.0+1.0, quindi in effetti era prevedibile che Shin Ultraman rappresentasse un passo indietro rispetto agli eccezionali risultati artistici degli altri due film.

Questo non vuol dire nella maniera più assoluta che Shin Ultraman sia brutto, ma solo che, dato l’altissimo livello di dipendenza dalla sua fonte originale (anche per quei elementi che sono stati cambiati, come la backstory del protagonista), il film verrà percepito e apprezzato in maniera diametralmente diversa in base al tipo di spettatore: l’amante di Ultraman troverà un banchetto, chi ignora Ultraman un filmetto.

Non resta altro da fare che aspettare il marzo del 2023 per l’uscita di Shin Kamen Rider, quarto e ultimo (per ora) film del progetto SJHU e stavolta diretto da Hideaki Anno in persona: proprio oggi, insieme con Shin Ultraman al cinema, sono usciti anche il poster e il trailer del prossimo film. Ci vediamo al cinema l’anno prossimo!


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©2022 Shin Ultraman Production Committee / ©Tsuburaya Production / ©Sony Music Labels Inc., Reissue Records

Mario Pasqualini

Sono nato 500 anni dopo Raffaello, ma non sono morto 500 anni dopo di lui solo perché sto aspettando che torni la cometa di Halley.

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