Sheltered, ovvero una recensione rocambolesca

Ci sono delle opere che scegli di leggere, te le senti nelle ossa e non vedi l’ora di alzare la copertina e iniziare a immergerti; poi ci sono quelle che qualcuno, per qualche motivo, ti chiede di leggere, e lì ti può succedere di scoprire dei tesori oppure di maledire colui che ha pensato di girarti quel cadavere di albero inutilmente abbattuto (cit.); infine ci sono quelle che ti passa la Redazione. Ecco. Questi primi due volumi di Sheltered, di Ed Brisson (co-autore, scrittore), Johnnie Christmas (co-autore, disegnatore) e Shari Chankhamma (colori), pubblicato da SaldaPress in Italia e prodotto dalla Image Comics, non mi è arrivato in nessuno di questi modi, ma per rocamboleschi, anche se giustificati, motivi ne farò io la recensione.Sheltered Cover

La trama è più o meno questa: un gruppo di fanatici ha creato una cittadella chiusa tra i boschi, Safe Haven, dove vivere e sopravvivere insieme al momento della sicura catastrofe che si abbatterà sul mondo civilizzato. Hanno bunker e scorte alimentari, hanno armi di ogni genere e attrezzature moderne, hanno un bel recinto per tenere lontano eventuali aggressori e si preparano all’inevitabile insieme alle loro amorevoli famiglie. Solo che le famiglie non sono amorevoli, si sa, e i figli adolescenti possono essere ancora più fanatici dei genitori: può succedere dunque che i figli facciano cose brutte ai grandi, ma che non tutti ne siano a conoscenza o favorevoli e che… la storia si complichi assai, creando un gioco delle parti, tra Male e Bene, tra ragione e pazzia, tra forza e debolezza che dà quel giusto condimento di angoscia e interesse alla storia.

Grosso problema, le storie angoscianti e claustrofobiche non sono il mio forte, mi ricordano tutte un telefilm che mia sorella mi costringeva a guardare da bambina (una produzione inglese) dal titolo italiano Sopravvissuti, e mi sembra anche di capire che il genere “poche persone che vivono insieme forzatamente in una condizione limite e inquietante” sia un filone che è in corso di sfruttamento da Lost in poi. A parte questo, la storia è ben scritta e ben sceneggiata, i personaggi sono caratterizzati, la violenza è ben amalgamata al tutto e dà quella giusta grammatura di ansia che ti fa andare avanti a leggere. I disegni invece sono più altalenanti nella qualità: buone le copertine dei capitoli, più accurate rispetto al lavoro sulle tavole, dove l’aspetto più fastidioso è il variare dei lineamenti dei volti dei personaggi, che spesso si identificano più facilmente dagli abiti che indossano. Nell’insieme però svolgono un ottimo lavoro per creare l’atmosfera di pazzia e orrore che si crea nel “Paradiso Sicuro”, con ottimi effetti grafici, grazie anche al buon uso dei colori integrati nel nero.

sheltered2

Questo lavoro offre, infine, diversi spunti di riflessione, prima di tutto quella relativa alla scelta del titolo. “Shelter” significa (leggo da traduttore online) «rifugio, casotto, difesa, protezione», da qui l’aggettivazione che dà il titolo: “protetti, difesi, riparati”. I genitori volevano difendere i propri figli, offrirgli rifugio dalle catastrofi nucleari e anche dalla cattiveria del mondo, eppure diventano vittime del loro stesso proposito. Ci si protegge da qualcosa che è all’esterno, ma a volte stando nel rifugio si perde di vista quello che accade fuori, che magari può essere più positivo di quanto la nostra convinzione e il nostro isolamento ci fa credere. Ci sono verità che non si riescono a scorgere se si resta rinchiusi nel proprio scudo, quindi da cosa è davvero bene guardarsi? Tutto ciò si collega conseguentemente con una seconda riflessione, che la  sceneggiatura propone spontaneamente: le armi servono a proteggere o a ferire? Se usi un fucile contro quello che ritieni un aggressore, chi è l’innocente tra i due, l’uomo che suona alla tua porta per fare il suo lavoro o tu che ti senti minacciato e lo fai fuori per autodifesa? La cosa sicura è che possedere la potenza mortale di un’arma alimenta un delirio di potenza che non può essere positivo per nessuno, soprattutto se quest’arma è in mano a un ragazzino rabbioso che crede di impersonare il Bene. Quando si prende una decisione estrema, come quelle offerte da questa storia, non bisogna mai tornare indietro, perché significherebbe ammettere di aver sbagliato e dover riconoscere di essere …il Male.

 

Silvia Forcina

Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

Commenta !

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi