Sadbøi – L’immaginario del nostro tempo

Sadbøi, la nuova graphic novel pubblicata da Canicola Edizioni, è probabilmente l’opera fumettistica portata in Italia dalla casa editrice bolognese più interessante dell’anno appena passato.
Prima di analizzare il fumetto in questione, occorre sapere che il suo autore, Berliac, è un argentino emigrato a Berlino e che il suo operato è tra i capisaldi del gaijin manga, corrente fumettistica che vuole esteticamente rimandare e ispirarsi al manga giapponese (di cui Vincenzo Filosa è esponente italiano).

Sadbøi è una graphic novel molto interessante perché è interessante il modo in cui rappresenta l’argomento principale che vuole trattare: ambientato in Norvegia, Sadbøi racconta la vita di un ragazzo (Sadbøi appunto) emigrato in Scandinavia tramite mezzi di fortuna, e delle sue vicende tra assistenti sociali, bande, amici, sesso, multiculturalità, arte e di come tutti questi elementi vengano mixati e amalgamati dal periodo storico che stiamo vivendo.

Sadbøi, infatti, affronta il tema dell’emigrazione, e del peso emotivo che si porta con sé, tramite il linguaggio culturale proprio dei nostri tempi, un linguaggio in cui la vita social di Internet e la vita reale si mescolano, le estetiche si fondono e gli intenti di sfaldano.

Tutto il fumetto è pervaso da tutta quell’estetica “internettiana” originata dalla vapor wave e poi evoluta e miscelatasi con altre influenze: i protagonisti ascoltano principalmente musica trap-rap lo-fi, vestono col capello alla pescatora e indossano larghe tute Adidas.

Lo stile grafico, come il concetto stesso di gaijin manga, è un rigurgito di tutta quell’arte originatasi su Tumblr e sulle varie pagine Facebook in cui lo stile grafico giapponese viene usato come “vibe” estetica e rivoluzionato totalmente (i volti di Berliac sono fortemente “carichi”, fortemente “giapponesi”, quasi snaturati).
Non mancano, ovviamente, il riuso di elementi grafici popolari e il riadattamento al contesto di ciò che si vuole raccontare, come nella migliore tradizione del riciclo visivo di Internet: due immagini di ukiyoe sono usati dall’autore per raccontare il dramma del viaggio di fortuna che il protagonista ha affrontato per emigrare in Norvegia.

Berliac, con Sadbøi, confeziona la sua opera con un comparto estetico che va dalle opere ukiyoe allo stile video di Yung Lean, dall’iconografia delle copertine degli album di Blank Banshee al mood dei fumetti shojo (fortemente storpiati ed enfatizzati), fino a toccare quel mondo visivo fatto di artisti che popolano le pagine Facebook e che si perdono nel calderone del web, un mondo visivo fino a se stesso composto di glitch art, manga e musica smooth.
Tutto questo pentolone, che è il comparto estetico, è fondamentale per Berliac per raccontare l’emigrazione di un giovane ragazzo che vive i nostri tempi: leggendo il fumetto si ha una sensazione di vuoto, di immobilità, di svogliatezza; tutto è filtrato da un senso di perdita e di abbandono, di resa davanti alle avversità e questa sensazione è permessa grazie a tutto il mondo visivo/estetico fine a se stesso che Berliac usa per la sua narrazione.

Il senso di perdita dell’identità e della propria cultura che l’emigrazione porta con sé è enfatizzato, rappresentato, dilatato, dall’insieme delle estetiche anonime e casuali originatesi dal mix vita reale/vita virtuale; Berliac, così facendo, ci racconta un mondo fatto di traumi, sofferenza, perdita tramite un’estetica “persa”, senza identità né paternità, e allo stesso modo, il fumetto, come inizia, finisce. Non vuole fare della morale o puntare l’accento o l’attenzione su un punto particolare della vicenda che racconta, ma vuole solo mostrare, come su di un profilo Instagram, mostrare e basta.

In conclusione Sadbøi è un’opera atipica, incomprensibile se non si hanno i giusti strumenti di lettura, che dipinge un panorama sociale confuso e difficile da comprendere, in cui l’identità, sia fisica che culturale tende a sfumare.

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