Ryuko: onore, pupe e pallottole

È raro che un’opera indipendente, non affiliata dunque ad alcun grande editore, superi le barriere del proprio paese di origine per affacciarsi a un mercato estero. Quando a farlo è un’opera prima, il tutto diventa ancor più insolito e interessante.

Ryuko è il titolo del manga in questione, Eldo Yoshimizu ne è autore e disegnatore, la BAO Publishing è la casa editrice responsabile della coraggiosa scelta di distribuire in Italia questo lavoro indipendente.
Il primo volume di Ryuko è già arrivato nelle nostre librerie e fumetterie, il secondo e ultimo è prossimo all’uscita, dunque questo articolo offrirà una panoramica (e un approfondimento per certi aspetti) della sola prima metà della prima creatura di Yoshimizu.

Cos’è Ryuko, esattamente? È un manga di tipo gekiga, in bianco e nero, di 256 pagine.
In realtà accostare il termine manga al gekiga può essere fuorviante per il semplice fatto che il secondo termine, che si fa risalire al 1957 e si attribuisce al celebre mangaka Yoshihiro Tatsumi, nacque proprio in contrapposizione al termine manga, che sta per “immagini disimpegnate” mentre gekiga sta per “immagini drammatiche”. Un discorso per certi versi simile a quello che portò Will Eisner a coniare il termine graphic novel, separando una certa corrente fumettistica dai comics, come si erano chiamati i fumetti fino a quel momento.

Tatsumi realizzò anche un vero e proprio manifesto gekiga che prevedeva un insieme di norme raggruppabili in quattro enunciati:
1) Maggiore realismo nella rappresentazione e nelle psicologie dei personaggi
2) Accentuazione della componente drammatica
3) Esclusione o riduzione drastica di quella umoristica
4) Ricerca di un target non più di bambini ma di giovani e adulti

Il tutto va ricondotto al tema della distanza tra individuo e società. La stessa BAO Publishing ha pubblicato, nel 2014, una delle opere principali di Tatsumi, Una vita tra i margini, dimostrandosi non nuova al genere gekiga.

Una volta chiarito che Ryuko è un tentativo audace e ambizioso di riportare in auge il genere, a oggi parzialmente sopravvissuto all’interno dei filoni seinen e josei, prima ancora di addentrarsi nell’opera stessa, è utile fare un piccolo excursus circa il creatore.

Eldo Yoshimizu, classe 1965 e nato a Tokyo, è un artista poliedrico e versatile. Scultore, musicista (si diletta con la chitarra elettrica) e illustratore, Yoshimizu si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Tokyo nel 1992. Nota di colore: Eldo ha preso residenza in Umbria, più precisamente al castello di Civitella Ranieri, trasformato negli anni ’90 in un complesso di appartamenti e uffici per artisti vari. Yoshimizu si dimostra dunque un artista di stampo moderno e cosmopolita, ma ciò non toglie che il suo punto di riferimento per Ryuko è perlopiù l’arte anni ’60 e ’70, da cui trae suggestioni narrative e grafiche allo stesso modo, confermando il suo amore per la tradizione.

Ryuko prende il nome dalla protagonista della vicenda, una donna a capo di un clan della yakuza, forte e tagliente come una katana, mai così lontana dallo stereotipo della donna in kimono o della geisha. La reference su cui si basa l’aspetto fisico del personaggio è quella di Sayoko Yamaguchi, bellissima attrice e modella giapponese. Non credo poi si tratti di coincidenza la presenza della donna in un film dal titolo Rikyu, molto simile al Ryuko scelto da Yoshimizu.

Ryuko ha due figlie adottive, Barrel e Sasori, dall’indole ribelle e in aperto contrasto con la propria “madre”. Il rapporto conflittuale tra genitori e figli è centrale in quest’opera e si manifesterà in diverse occasioni e con diversi personaggi, sfruttando anche dei plot twist che, però, alla lunga tendono a perdere mordente. Il perché di questo elemento costante, e così sentito lungo tutte le 256 pagine, viene spiegato dallo stesso Yoshimizu in una sua intervista: Eldo racconta se stesso e il suo rapporto, ormai inesistente, con la figlia, il suo sentirsi un artista e un padre egoista, e l’impossibilità di ricomporre un legame ormai incrinato. Un perfetto esempio di arte atta a espiare colpe ed esorcizzare demoni, strumento ideale di redenzione (altri punti cardine di Ryuko).

In questo manga il gekiga si piega alle tematiche dell’onore (che contraddistingue i vari esponenti delle famiglie criminali e i rispettivi sottoposti), del denaro, del potere, del tradimento e di una visione particolarmente critica verso la guerra e le forze militari.

La storia si dipana in tre nazioni diverse: il regno di Forossyah, affacciato sul Mar Nero, l’Afghanistan e il Giappone, ma assistiamo anche a una frammentazione temporale in cui al piano presente si alternano diversi flashback più o meno lontani, utili a contestualizzare i rapporti dei vari personaggi e le cause che li hanno portati a determinati atteggiamenti.

Abbondano, sia nel passato che – sopratutto – nel presente, le scene d’azione, tra sparatorie, esplosioni e inseguimenti che ricordano, per certi versi, le scene di Kill Bill di Quentin Tarantino, il quale sembra essersi ispirato (come del resto lo stesso Yoshimizu) al celebre manga Lady Snowblood di Kazuo Koike e Kazuo Kamimura, creatore anche del seminale manga di culto Lone Wolf and Cub. Tali scene d’azione, tuttavia, diventano a volte troppo caotiche e frenetiche, dal tratto nervoso e dal taglio cinematografico che rischia di renderne ostica la piena comprensione.

Rimanendo nel campo delle influenze è proprio Yoshimizu a svelare alcuni retroscena in una sua recente intervista, confermando le mie ipotesi circa una similarità di stile tra le forme dei suoi personaggi femminili (particolarmente affascinanti nelle tavole “extradiegetiche”, cioè quelle in cui Ryuko e le altre donne compaiono a figura intera, ma prive di ogni contesto o sfondo) e quelli di Galaxy Express 999, la serie ideata da Leiji Matsumoto.

Come detto in precedenza il segno, specialmente durante i combattimenti, è forte, carico e aggressivo. Yoshimizu si serve, per queste scene, di spazzole cariche di inchiostro su cui soffia o ticchetta convulsamente per inondare le tavole di gocce e linee, a dimostrazione del suo estro tutt’altro che mainstream.

Ci sarebbe altro da dire per questa prima metà di Ryuko, ma si rischierebbe lo spoiler, inoltre – essendo ancora la pubblicazione incompleta in Italia – è prematuro azzardare un bilancio della storia che si fregia del titolo di erede della gloriosa dinastia dei gekiga.

Una cosa si può però dire senza problemi: Ryuko è un’opera con una direzione e una chiara personalità, leggendolo si respirano gli anni ’70, ma sopratutto si sente la passione e il tormento che hanno portato Eldo Yoshimizu a realizzarlo, senza l’ausilio di case editrici, a quasi mezzo secolo d’età. La speranza è che il coraggio e la voglia di mettersi in gioco da parte del mangaka possano ispirare generazioni di giovani autori e artisti a tirare fuori gli attributi senza dipendere necessariamente da etichette e brand.

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