Raffaello: tre memorie all’acquerello

Copertina di "Raffaello" di Alessandro Bacchetta.Ad ottobre 2015 è stato presentato al Lucca Comics & Games il nono volume della collana Prodigi fra le nuvole della piccola e vivace casa editrice fiorentina Kleiner Flug, che si propone la missione molto alta e molto meritevole di svolgere promozione culturale attraverso il fumetto: nella pratica, a partire da metà 2013 a oggi la Kleiner Flug ha dato alle stampe oltre quaranta volumi in meno di quattro anni di attività, ponendosi come una realtà eccezionale sia in ambito fumettistico sia divulgativo, e tanto più insieme. DF ha già onorato molte volte il progetto di questa casa editrice, e continua a farlo parlando stavolta del succitato nono volume dedicato a Raffaello Sanzio.

L’autore unico di Raffaello è Alessandro Bacchetta: nato nel 1986 a Città di Castello, diplomato alla Scuola Internazionale di Comics, laureato in Lettere, scrittore, illustratore, fumettista, videogiocatore, fan di Harry Potter, mancino, probabilmente metallaro, Bacchetta era già stato uno degli autori/ex studenti della SIdC coinvolti nel progetto commemorativo 360° The Beatles Antologico, e uno dei migliori: il suo episodio da otto tavole Azzurro piccante partiva dalla bellissima idea kandiskijana-disneyana di visualizzare la musica, così il protagonista della storia ascoltava vari album psichedelici anni ’60 finché non partiva per un trip arcobaleno sulle note di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band; il tutto era illustrato con una colorazione mista b&n e colore e tecnica mista usando inchiostro, pennarelli, pastelli e quant’altro.

Dato un debutto così interessante, ci si poteva aspettare un proseguimento di carriera ancor più interessante. Questo è avvenuto parzialmente, nel senso che a distanza di quattro anni dal primo breve lavoro di debutto, l’arte di Alessandro Bacchetta ha seguito un’evoluzione disomogenea. Dalla lettura di Raffaello emerge infatti che la personalità dello sceneggiatore è molto, molto più matura, creativa e conscia rispetto a quella del disegnatore… che però sono la stessa persona.

Per Raffaello, Bacchetta ha imbastito la trama in maniera molto interessante. Tutto parte col trapasso del divin maestro, ma invece di raccontare la sua storia in un lungo flashback col morto-voce narrante come in Viale del tramonto, i narratori sono tre figure che al ricevere la funerea notizia rivangano le loro memorie sul pittore: costoro sono la prima fiamma Sara, a Città di Castello, il collega-rivale Michelangelo Buonarroti, a Firenze, e il grande amore dell’urbinate Margherita Luti detta la Fornarina, a Roma. Bacchetta imposta una narrazione con i tre personaggi che, parlando con dei comprimari (ovvero con il lettore), saltano dal presente al passato da una vignetta all’altra, con esiti ottimi in termini di vivacità di lettura soprattutto nella parte centrale dedicata a Michelangelo, e altrettanto ottimi per la scansione temporale nella prima parte su Sara, dove il presente è illuminato da luce bianca, il passato in luce rosa e il lontano passato in seppia. A livello di narrazione, Raffaello di Alessandro Bacchetta si pone come un’eccellente soluzione a metà strada fra la fiction e il saggio storico, mantenendo la scorrevolezza della prima e la competenza del secondo.

Tre opere di Raffaello: "Sposalizio della Vergine", "Scuola di Atene", "Trasfigurazione".

Le tre opere fondamentali di Raffaello citate nel fumetto (dall’alto a sinistra in senso antiorario): l’elegantissimo Sposalizio della Vergine per Città di Castello del 1504, la formalissima Scuola di Atene per gli appartamenti vaticani del 1509, e la turbolentissima Trasfigurazione per Narbona del 1520. È evidente che i segreti della divina bellezza di Raffaello non sono affatto segreti: il contrasto luce/ombra, l’estesa tavolozza cromatica, la composizione triangolare, la separazione dell’opera in due metà (col mondo terreno sotto e quello divino sopra), la folla di personaggi e altri elementi ancora si sono mantenuti costanti per tutta la carriera dell’urbinate.

I problemi di Raffaello nascono sul piano grafico. Bacchetta ha dichiarato di aver usato un tratto naturale e di aver optato per la tecnica dell’acquerello come scelte istintive. In effetti osservandolo al lavoro sembra proprio trovarcisi a suo agio, piegando la tecnica ai suoi scopi e utilizzando ad esempio numerose velature, molto più comuni nella pittura a olio raffaellesca che non nell’acquerello. Nonostante ciò, il segno di Bacchetta, benché molto maturato dai tempi di Azzurro piccante, non sembra ancora aver acquisito quella qualità e personalità che invece la sua sceneggiatura possiede. Non che l’autore disegni male, ma ha un segno molto scolastico e in alcuni punti mostra delle vistose incertezze, come ad esempio nel disegno dei cavalli, notoriamente una delle massime sfide degli artisti di tutti i tempi. Peggio ancora, ci sono alcune idee brillanti sviluppate però in modo non altrettanto brillante, come la copertina: sul grande tre-quarti del Sanzio si stagliano le ombre dei tre personaggi della storia; l’idea è ottima, ma la realizzazione non supera di molto il livello che potrebbe raggiungere uno studente di un liceo artistico appassionato di fumetti. Anche Serena Riglietti dipinge acquerelli tecnicamente non eccezionali, ma con un’inventiva molto maggiore: come al solito quel che conta non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa.

Tavola da "Azzurro piccante" di Alessandro Bacchetta.

Una tavola del 2011 di Azzurro piccante, che mostra come già al tempo Bacchetta era perfettamente in grado di strutturare una narrazione in modo molto convincente, con inquadrature funzionali e con l’uso delle mani: spauracchio dei giovani artisti per la loro difficoltà a essere disegnate e posizionate, Bacchetta ha trovato subito un modo efficace per rappresentare e soprattutto usare le mani per accompagnare la lettura. A questa capacità di organizzare la pagina, si legava al tempo un segno post-adolescenziale, ma promettente.

Tavola da "Raffaello" di Alessandro Bacchetta.

Quattro anni dopo Azzurro piccante, l’arte narrativa di Bacchetta si è meravigliosamente raffinata, soprattutto e ancora nell’uso fortemente espressivo e narrativo delle mani dei personaggi: è probabilmente il soggetto che l’autore sa gestire meglio, e che dà al lettore la chiara idea di essere stato disegnato in quel modo per una scelta esplicita e non per errori grafici (data la linea della fronte, non manca un pezzo di testa a Sara nella penultima vignetta?).

Alla qualità grafica migliorabile si aggiungono dei veri e propri errori che un professionista non dovrebbe compiere. Oltre a svariate inesattezze nella prospettiva e nella disposizione di oggetti e ombre, anche queste risolvibili da un liceale, ma comunque condonabili in virtù della qualità di scrittura, ci sono anche alcune imprecisioni storico-artistiche, come gli abiti, le briglie dei cavalli e le maniglie delle porte, la più vistosa delle quali è certamente la rappresentazione del Duomo di Urbino. Bacchetta lo disegna come appare adesso, ma quello che appare adesso è la ricostruzione del XVIII secolo della precedente chiesa crollata in seguito a un terremoto: ai tempi di Raffaello non solo c’era un’altra facciata, ma c’era proprio un’altra chiesa, fra l’altro incompleta, quindi Bacchetta avrebbe potuto rimediare disegnando un edificio quattrocentesco standard senza nemmeno preoccuparsi della finitura esterna, dato che non c’era.

Vignetta da "Raffaello" di Alessandro Bacchetta.

Errore nel continuum spazio-temporale.

Questo Raffaello, insomma, conferma e anzi aumenta ancora di più le aspettative sulla grande capacità di scrittura di Alessandro Bacchetta, mentre al contempo mostra che la sua mano non sta evolvendo tanto felicemente quanto quelle dei suoi personaggi disegnati: nel complesso, quindi, si tratta di un buon lavoro che ha il suo limite proprio nella qualità dispari fra ottime parole e meno ottime immagini, ma comunque meritevole di essere venduto nei luoghi raffaelliani. In fondo, l’autore stesso aveva iniziato la sua carriera immaginandosi scrittore: se pensa di continuare sulla strada del fumetto, ha ancora molto da lavorare; se invece pensa di deviare verso la letteratura, è già sulla buona strada per intraprendere una luminosa carriera nella narrativa. L’importante è che non muoia a 37 anni per «eccessi amorosi».

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