Quel gran pezzo dell’Ubalda: The Punisher – La loggia degli assassini

Per questa puntata di Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di Dimensione Fumetto dedicata all’analisi delle singole tavole, prenderemo in esame una tavola del compianto mostro sacro Jorge Zaffino, che ahimé ci ha lasciato troppo presto, tratta dalle pagine dello speciale The Punisher – La loggia degli assassini, per i testi di Jo Duffy e con Julie Michel ai colori.

La pagina non ha certo bisogno di presentazioni e si mostra immediatamente comprensibile al lettore. Senza l’ausilio del benché minimo montaggio sperimentale, utilizza un’impostazione piuttosto classica (seppure molto cinematografica), celando, nella sua spacciata semplicità, tutta una serie di attente soluzioni visive che accompagnano per mano il lettore fino al volta-pagina.

Fin dalla prima vignetta, Zaffino si dimostra abile nel comunicare l’azione in questione, soltanto grazie all’utilizzo di pochi elementi chiave: in questo caso, le mani di quinta, che versano i soldi e i gioielli nella borsa, sono di sicuro molto più immediate di quanto possa esserlo questa frase.

La narrazione continua con una delle vignette più velatamente strutturate di tutta la pagina. La vignetta è carica di movimento, pur non servendosi di un’inquadratura sghemba, che al contrario, è centralissima. I personaggi sono perfettamente distribuiti su ben cinque piani, conferendo una profondità di campo non indifferente e, grazie a pochi dettagli, rimangono tutti perfettamente riconoscibili, pur trattandosi per la maggior parte di sagome nere.

L’aspetto più importante però, è la costruzione a spirale dell’immagine, che oltre a conferire dinamicità alla scena, guida l’occhio del lettore attraverso l’attento utilizzo dei neri, indirizzandolo inconsciamente fino alla vignetta successiva.

Seguono due vignette verticali, scelta più che funzionale data la discesa verso terra dei personaggi in fuga. Zaffino non dimentica però di star guidando il lettore verso le vignette successive, e fa muovere i personaggi sempre verso destra, accentuando ancora una volta il senso della direzione con l’aiuto del nero.

Nelle ultime due vignette, molto grafiche e al contempo cinematografiche, l’illuminazione, e con essa il nero, assume una rilevante connotazione narrativa. L’occhio di bue definisce una curva che sfocia direttamente nell’ultima vignetta: è che qui che finalmente si manifesta il nostro giustiziere, attraverso una potentissima silhouette, ancora una volta, perfettamente identificabile (semplicemente) grazie a una gamba e una mitragliatrice.

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