Quel gran pezzo dell’Ubalda- Robin Wood e Carlos Gomez, Dago 37

Fino ad oggi la nostra rubrica preferita si è dedicata (come potete leggere qui, per chi si fosse perso le puntate precedenti) esclusivamente al fumetto statunitense e a quello giapponese: un po’ perché, se entri in una fumetteria, sembra quasi che esistano soltanto questi due paesi; un po’ per l’inclinazione dei nostri prodi articolisti; e un po’ perché gli stili americano e giapponese sono quelli che forse si prestano meglio all’analisi tecnica di poche pagine.

Il fumetto argentino, ad esempio, ha esempi di arte fumettistica di rango assoluto, ma di impostazione più classica, così che, per uno scrittore pigro come il sottoscritto, sembra più difficile farne emergere la tecnica sottostante in un breve articolo. Un episodio di Dago, ad esempio, la splendida serie di Robin Wood e vari (tra cui dei sontuosi Salinas e Gomez) presenta brevi episodi di poche pagine, in genere molto dialogate, che assumono un senso compiuto non tanto nella singola vignetta, o nella singola pagina, ma nel complesso della storia. Il valore delle storie di Dago si rivela sempre nell’ultima scena, quando l’esperienza della lettura è finita; la sua bellezza sta nel suo svolgersi prima e nel suo raccogliersi poi nella mente del lettore, pronta a essere rielaborata e tesaurizzata.

Eppure, per farci perdonare le enormi lacune finora accumulate, siamo riusciti a trovare un brano di Dago che si presta splendidamente alle nostre analisi logiche del linguaggio del fumetto, e di come esso può essere utilizzato e piegato alle esigenze narrative più varie.

Nessun linguaggio narrativo è come il fumetto.

Nel numero 137 della collana italiana Euracomix troviamo il volume 37 di Dago, il Giannizzero Nero, personaggio dalla storia così complessa che non ci sogniamo nemmeno lontanamente di volervi riassumere. Dago si muove nell’Europa (e non solo) del XVII secolo; la sua storia inizia da un tradimento e attraversa tutti gli stadi dell’epica umana: la schiavitù, la povertà, l’odio, la vendetta, l’amore, l’amicizia, la guerra, la ricchezza. Dago incontra mendicanti e re, ama prostitute e regine, e mostra a tutti lo stesso volto, quello di chi ha scelto di prendere parte a tutte le vicende umane senza farsene mai coinvolgere davvero.

E forse è per questo che esercita un carisma micidiale, ed è capace di suscitare nelle donne l’amore più incondizionato, nei nemici odio terribile o assoluto rispetto, negli amici una fedeltà pura. Il suo cane, dall’emblematico nome di Morte, attraverserà l’Europa intera da Istanbul a Parigi per ritrovare il proprio padrone, in un epico viaggio che vi invitiamo a correre a leggere.

È proprio poco dopo il ricongiungimento tra Dago e Morte che troviamo la scena da noi scelta per l’Ubalda di oggi. Dago vive da qualche tempo alla corte di re Francesco I, come inviato del sultano di cui è ancora un Giannizzero. Qui ha conosciuto la sorella del re, Margherita d’Angouleme, che, come ovvio, si è innamorata perdutamente di lui. Con lui ha iniziato una relazione, ma è perfettamente consapevole che anche in essa, come tutte le cose, Dago si è gettato con tutta l’anima, restandone però allo stesso tempo fuori. La sostanza di questa relazione tra colei che è praticamente una regina e un uomo senza nome è l’oggetto di questa sequenza.

Margherita vede Dago incontrare il suo cane e scorge sul suo viso un’espressione che le spezza il cuore.

Quella sera, Dago sta preparandosi per il riposo: l’indomani dovrà affrontare una missione pericolosissima.

Morte vigila ai piedi del suo padrone che, con il volto coperto dall’ombra, pensa all’assurdità di ciò che gli è stato chiesto. «Un re che non ha più un regno» è Francesco I, che è stato catturato dopo la battaglia di Pavia; l’imperatore fanatico è Carlo V di Spagna; e colui che desidererebbe la sua morte è il marito di Margherita, che conosce la relazione fra la moglie e Dago. Gli elementi principali di questa vignetta sono la spada, in primo piano, e il torace di Dago, che Gomez ci mostra in una luce radente. Il suo è un fisico asciutto, ma non ipertrofico. Il gioco di luce e ombra, evidenziando i muscoli di Dago, e accostandoli alla spada, vuole mettere in evidenza la sua forza fisica e il suo coraggio; l’ombra sul volto ce ne comunica l’enigmaticità; i suoi pensieri, così sprezzanti verso re e imperatori, e verso il pericolo su cui si getta senza alcun timore, ce ne rivelano il carattere. Ai suoi piedi, il tanto amato cane. Questa vignetta ha uno scopo preciso: ci mostra ciò che Dago è per Margherita d’Angouleme, tutto ciò che lei ama in lui. Stiamo osservando Dago con gli occhi della Duchessa, anche se lei non c’è, perché è importante saperlo per comprendere al meglio ciò che sta per accadere.

Qualcuno «gratta alla porta». L’inquadratura si restringe sugli occhi di Dago. Il suo viso è ancora parzialmente in ombra.  Le onomatopee spiccano al centro, «scratch scratch».

L’inquadratura sale, abbandonando il punto di vista di Dago per sovrastare anche lui. Margherita d’Angouleme, la donna più ricca e potente del regno di Francia, si è presentata nuda e carponi alla porta di Dago. Il taglio alto e obliquo della vignetta serve a dare enfasi alla sottomissione completa della donna, e il pannello successivo porta a compimento l’opera di umiliazione della donna.

Il volto di Margherita è supplicante e straziato da un dolore che travalica il contesto sociale, i ruoli e le convenzioni: la sua nudità, il suo mettersi al pari di quel cane che Dago è libero di amare, che può con naturalezza dormire nella sua stanza, che non deve dividerlo con nessun altro, è il segno di quel profondo lavoro di scavo dei sentimenti umani che Robin Wood ha saputo compiere in quest’opera maestosa. Il primo piano del piede di Dago accanto alla testa che bacia il terreno di Margherita è anche, e soprattutto, il raggiungimento di un acme narrativo. Dago ha di fronte una donna che lo ama fino a questo punto. Il lettore si chiede come l’uomo reagirà, cosa potrà mai dirle. Dago deve dimostrare di meritare questa forma di amore; ne va della sua qualità di eroe narrativo. Allo stesso tempo Wood non può cedere di un passo alla tentazione di regalarci uno scioglimento sereno, perché non sarebbe nel personaggio che abbiamo conosciuto fino a quel momento.

Dago si trova insomma ad affrontare una prova difficilissima, che però non riguarda gesta eroiche, battaglie, nemici impossibili da battere: no, è una prova del tutto giocata sul piano morale. Dago è chiamato a dimostrarsi un uomo degno, ed è chiamato a continuare a essere Dago.

Dago risponde da par suo, con un semplice gesto. Si china, afferra Margherita per le spalle, con un tocco gentile ma fermo. Nel suo abbassarsi c’è anche qualcos’altro, qualcosa che diventa evidente nella struttura della rappresentazione scelta da Gomez:

L’Ascesa. Margherita viene sollevata materialmente e moralmente da un Dago che non pronuncia una sola parola, ma che la strappa da quell’umiliazione autoinflitta senza che in questo suo gesto ci sia commiserazione, o pietà, ma piuttosto una forma estremamente pura di Rispetto per la potenza dei sentimenti della donna.

Nella vignetta successiva Gomez sceglie un taglio apparentemente sconcertante, eliminando dal quadro le teste e i volti dei protagonisti, per mostrarci i corpi che entrano a contatto. I muscoli di Dago si tendono nello sforzo di sollevare Margherita, che al contempo si abbandona completamente al suo uomo. È così che i due faranno l’amore, e la scelta di questa vignetta ha proprio lo scopo di parlarci dell’atto che stanno per consumare, e della sua qualità particolare: Gomez e Wood ci spiegano che Margherita troverà in Dago un amante che si dedicherà completamente a lei, sebbene soltanto per l’attimo fugace di quella loro ultima notte assieme. E la fugacità di quel momento è data proprio dall’incompletezza dell’inquadratura, come se Gomez fosse riuscito a cogliere soltanto uno squarcio fugace di un momento eterno.

C’è un ultimo istante, prima della sconcertante chiusura di questa sequenza. Dago adagia Margherita sul letto. Non le ha ancora rivolto una sola parola, perché non ce n’è stato alcun bisogno. Le cortine del letto, in primo piano, suggeriscono una chiusura, come un sipario che sta per calare. Ciò che segue non è per i nostri occhi, e d’altra parte quello che ci interessava sapere, ora, lo sappiamo. Dago ha superato la Prova, rimanendo Dago, mostrando Rispetto e Amore, senza rinnegare se stesso. E poi giunge la chiosa alla scena, che abbiamo poco fa chiamato sconcertante perché porta a compimento il testo con tre semplici e perfette parole.

«Il cane sbadiglia». Questo è, in fondo, la sostanza dello stile di Robin Wood e l’unicità della serie di Dago. Lo scrittore ci porta improvvisamente fuori dalla scena appena descritta, ricordandoci che Morte è ancora lì, mostrandocelo indifferente a ciò che accade. E Morte, qui, non è altro che l’alter ego di Dago: un uomo capace allo stesso momento di donarsi con tutto se stesso a una donna, e di abbandonarla il giorno seguente, per seguire la sua missione e, fondamentalmente, il suo Cammino che non potrà mai essere condizionato da altri che da Dago stesso.

Concludiamo qui la nostra Ubalda argentina, con la speranza di aver fatto venire a qualcuno la voglia di recuperare Dago, uno dei capolavori immortali della letteratura a fumetti.

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