Quel gran pezzo dell’Ubalda – Marvels, Kurt Busiek e Alex Ross

Torna dopo una breve pausa la nostra rubrica sui pezzi d’arte fumettistica particolarmente pregevoli. Potete trovare le puntate precedenti qui.

Di Marvels si è parlato abbastanza, e quindi non vi tedieremo ancora con le lodi sperticate alla pittura di Alex Ross o alla scrittura di Busiek, permeata di fanciullesca meraviglia, rispetto, e profonda umanità. Il viaggio del reporter Phil Sheldon nella New York targata Marvel Comics, tra invasioni aliene, attacchi atlantidei, giganteschi divoratori di pianeti e nuove razze mutanti, è lo stesso viaggio di uno qualsiasi dei lettori che sono cresciuti sui fumetti di supereroi con la bocca spalancata per lo stupore.

In questa sede abbiamo invece scelto un singolo passaggio dell’intera opera che è particolarmente emblematico di come il fumetto possa racchiudere in poche, semplicissime vignette, una complessità di narrazione stupefacente.

È un momento particolarmente difficile per quelle che Sheldon chiama “le meraviglie”: le persone normali iniziano ad essere stufe dei continui scontri, dei danni alle cose, del rischio che corrono andando semplicemente al lavoro o a fare la spesa. Quando sei un inerme umano in un mondo di superesseri, è difficile distinguere tra buoni e cattivi.

Sheldon, giornalista del Bugle, si reca nell’ufficio di Jonah proprio nel mezzo di questa isteria anti-meraviglie. Galactus ha appena minacciato di mangiarsi la terra, e i Fantastici Quattro lo hanno scacciato per il rotto del Nullificatore Assoluto; ma il giorno dopo, invece di eleggerli alla presidenza del mondo, la gente dubita di ciò che è accaduto. D’altra parte tutto quello che la gente è riuscita a vedere è un tizio enorme con un grosso cappello viola che prende un gingillo da Mr. Fantastic e se ne va sulla sua improbabile astronave.  Il Daily Bugle è stato il primo giornale a mettere in dubbio la versione dei Fantastici Quattro, e Sheldon non è contento.

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Apparentemente, in questa vignetta, abbiamo due personaggi; ma in realtà i protagonisti della scena sono tre.

Il primo è il lettore. Costui sa meglio di chiunque altro che i Fantastici Quattro hanno salvato il pianeta Terra da una sorte terribile, e che per farlo hanno rischiato di morire; ma, ovviamente, non può dirlo. Non può intervenire.

Il secondo personaggio è Phil Sheldon. Sheldon è stato l’avatar del lettore per tutta la storia, donandogli il suo punto di vista di uomo comune. Sheldon, così, è portatore delle obiezioni del lettore al comportamento di Jonah, ma con una differenza fondamentale: Sheldon non sa, come il lettore, che i Fantastici Quattro hanno salvato il mondo; Sheldon crede nella loro onestà. Egli rappresenta il lato ingenuo del lettore, è l’incarnazione del suo sense of wonder e della sua capacità di farsi meravigliare.

Infine, il terzo personaggio è Jonah, che rappresenta lo scetticismo, l’incapacità di farsi ispirare, il sospetto ed il cinismo, e infine, il realismo. Il “ma…” che rimane sospeso nella bocca di Sheldon è lo stesso che aleggia nei pensieri del lettore.

Improvvisamente qualcuno irrompe nella stanza.

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Il lettore sa che Peter Parker è l’Uomo Ragno, ma niente, nella scena, ce ne dà il minimo segno. Non una didascalia, non un accenno, non una nota: il tratto fortemente realistico di Ross dipinge Parker come un ragazzo normalissimo. L’unico accenno è nel linguaggio del corpo, quella mano in tasca, la posa imbarazzata, come se nascondesse qualcosa. Un qualcosa che però possiamo sapere solo noi lettori.

In questa vignetta Busiek riesce a gettare, sul concept stesso dell’Uomo Ragno, una luce completamente nuova. Avendo parteggiato tutto il tempo per Phil Sheldon, il lettore si è identificato con lui, e non può fare a meno di gettare su Parker lo stesso suo sguardo indignato:

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Le espressioni dei volti sono da sole così eloquenti che non c’è bisogno di una sola parola in questa splendida vignetta. Busiek e Ross fanno appello a tutte le conoscenze del lettore e gli narrano decine di cose diverse in una sola, semplicissima, muta inquadratura.

Phil Sheldon è un fotografo di esperienza, che sin dagli anni ’40 ha documentato le attività delle Meraviglie con obiettività ma anche ammirazione. Ha dedicato la sua vita e il suo lavoro ad esse, e per loro ha anche perso un occhio.

Peter Parker è un giovane fotografo che guadagna denaro gettando fango su una di queste Meraviglie, l’Uomo Ragno. Non ci sorprende vedere il disgusto nello sguardo di Sheldon!

Eppure noi vediamo quel mezzo sorriso di Parker che gli si congela in faccia, agghiacciato dal rimprovero di Sheldon. Il lettore è chiamato da Busiek e Ross a pensare su due livelli: sul primo, disprezziamo Parker insieme a Sheldon, ma nel secondo, più profondo, il cuore ci si spezza quando pensiamo che Parker è innocente e assieme riceve il disprezzo due volte: come Parker, il fotografo che diffama l’Uomo Ragno, e come Uomo Ragno, diffamato dalle sue foto.

Quale forza interiore deve avere un ragazzo per poter sopportare tutto questo?

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Sheldon se ne va, indignato e borbottando all’indirizzo di Parker parole poco lusinghiere (il “weasel” originale è qui tradotto come “carognetta”: in realtà la parola indica la donnola, e più in generale una persona viscida, disonesta).

Peter si volta a guardarlo, ma non può fare altro. Probabilmente ammira onestamente il giornalista più anziano: in quel suo “Mr. Sheldon…” sospeso noi lettori possiamo leggere la sua personale tragedia, la maledizione di essere l’Uomo Ragno e la sorte amara di essere l’artefice della propria sfortuna, e tutto perché quel giorno si rifiutò di fermare un ladro!

Avevamo iniziato la lettura della sequenza parteggiando per Sheldon; ora vorremmo schiaffeggiarlo, raccontargli tutto quello che non sa su Peter Parker, e fargli rimangiare quel “carognetta”.

Quattro vignette, una manciata di baloon, tre personaggi più uno: solo i fumetti, in così poco spazio, con così pochi elementi, possono dire tanto, dirlo così bene, e dirlo ogni volta che lo rileggi.

Chapeau!

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