Quel gran pezzo dell’Ubalda – Ewoks

Torna Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di critica fumettistica dedicata all’analisi di singole pagine di straordinario valore: stavolta è il turno della serie di fumetti per bambini Ewoks tratta dal franchise di Star Wars.

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


C’è poco da discutere: Star Wars è uno dei fenomeni socio-culturali-economici più importanti della seconda metà del XX secolo, comparabile per enormità sotto qualunque punto di vista solo ai Beatles, ai Pokémon e forse a nient’altro. Con un giro economico calcolabile solo per approssimazione e per difetto, con i suoi milioni di seguaci, con la sua mole sterminata di gadget, e con la sua influenza a macchia d’olio nella cultura pop, a Star Wars manca solo una cosa: il riconoscimento ufficiale della critica aristocratica. Nonostante nei 40 anni di vita del franchise i suoi film abbiano acquisito una popolarità di pubblico incomparabile, la saga di George Lucas ha ottenuto spesso dai recensori più accademici riscontri freddi, con rivalutazioni solo a distanza di anni e comunque non universali. Ma anche se i cinephiles non scambieranno mai La regola del gioco con La minaccia fantasma, sta di fatto che invece il pubblico non ha mai smesso di avere fame di nuovi prodotti di Star Wars, anche quando questi sono stati effettivamente opinabili, tipo quelli legati agli Ewok.

Fotogramma di "Star Wars VI - Il ritorno dello Jedi".

Il primo incontro fra l’ewok Wicket e la principessa Leila Organa, ovvero la compianta Carrie Fisher, in Star Wars VI – Il ritorno dello Jedi.

Gli Ewok, anche noti come orsetti Mimimì per gli iniziati, sono quei sacchi di pulci che infestano la luna boscosa di Endor e che con fionde e punte di selce riescono a sconfiggere l’esercito dell’Impero in Star Wars VI – Il ritorno dello Jedi. Essendo palesemente i personaggi più improbabili, carini e divertenti dell’intera saga (molto più improbabili, molto più carini e soprattutto molto più divertenti del penoso Jar-Jar Binks), gli orsacchiotti Ewok sono diventati durante gli anni ’80 un ottimo soggetto per produrre svariati spin-off dalla serie principale dedicati al pubblico dei bambini.

Spin-off degli Ewok: "L'avventura degli Ewoks", "Il ritorno degli Ewoks" e "Ewoks".

Sopra: i due film televisivi L’avventura degli Ewoks del 1984 e Il ritorno degli Ewoks del 1985; chi li ha visti li descrive non meno che agghiaccianti. Sotto: il titolo di testa della serie animata Ewoks, trasmessa negli USA per due stagioni nel 1985 e 1986 e in Italia su Italia 1 dal 1987.

Sia i film TV sia le serie animate sono state prodotte e trasmesse dal canale televisivo ABC, cioè dalla Disney: chiaro segnale che i legami fra Lucasfilm e la Casa di Topolino risalgono a ben prima dell’acquisizione del 2012. C’è un terza azienda di intrattenimento che rientra in questo business: la casa editrice di fumetti Marvel. Come per la Lucasfilm, anche per la Marvel i rapporti con la Disney sono iniziati ben prima dell’acquisizione del 2009: dato il successo dei film TV e soprattutto del cartone animato Ewoks, la Marvel decise di dedicare agli orsetti una serie a fumetti omonima, che durò per 14 volumetti bimestrali fra il 1985 e il 1986 e fu pubblicata nella collana Star Comics, inaugurata per intercettare il pubblico giovanile (in calo cronico) con titoli di qualità opinabile come l’odioso gatto Isidoro.

Il progetto Ewoks venne realizzato in parallelo con quello Droids, che pure ebbe una serie animata e una a fumetti: le differenze erano che Droids seguiva le avventure di R2-D2 e C-3PO, che il target erano i ragazzi e non i bambini, e soprattutto che era realizzato in maniera decente. Non solo i cartoni animati erano di qualità diversa, ma soprattutto mentre il fumetto di Droids era realizzato da autori del calibro di John Romita Senior, quello di Ewoks era orribile.

Tavola di "Ewoks" di David Manak e Warren Kremer.

Una tavola tratta dal secondo volume di Ewoks. Non è un lavoro vergognoso, ma il livello sia della scrittura sia del disegno sono veramente ai livelli di sufficienza. Il target dei bambini non giustifica nulla, dato che ad esempio in Italia i fumetti pubblicati su Topolino hanno avuto picchi di qualità straordinari.

Eppur tuttavia, dai diamanti non nasce niente e da Ewoks nascono i fior, cioè le copertine. Le avventure degli orsetti Mimimì sono state scritte da David Manak, autore minore Marvel che lavorerà anche per la DC e soprattutto per Sabrina vita da strega della Archie Comics, e disegnate da Warren Kremer, fumettista umoristico noto soprattutto per i fumetti per bambini della Harvey Comics come Richie Rich e il fantasmino Casper: due professionisti onesti, ma dal talento non rivoluzionario. Al contrario, Marie Severin è fra le principali artefici della Silver Age, è stata onorata dell’ingresso nella Will Eisner Comics Hall of Fame, e lavorò anche per Ewoks come inchiostratrice e direttrice artistica per i primi due numeri: forse la presenza iniziale della Severin ha dato il la a una serie di 14 copertine che sono delle piccole gemme pop, di cui molte di notevole interesse.

Copertine di "Ewoks".

Copertine di Ewoks. Le prime 14 sono i 14 volumi della serie statunitense; avrebbe dovuto esserci un 15esimo e conclusivo volume, poi cancellato. Le ultime due copertine sono degli annuari, ovvero delle antologie per il mercato britannico: la prima copertina è una rielaborazione della prima originale, la seconda è di rara bruttezza.

Esclusa quella del decimo volume, celebrativa per i 25esimo anniversario della Marvel Comics nel 1985, tutte le copertine di Ewoks presentano una peculiare struttura compositiva che le rende di particolare importanza alla luce della rivalutazione artistica del linguaggio del fumetto operata dalla pop art negli anni ’60 del XX secolo: la struttura a doppio telaio.

Edgar Degas, "Le prove", 1874.

Il doppio telaio è un metodo grafico per nulla nuovo, dato che può essere ritrovato in ambiti architettonici e pittorici dal Rinascimento in poi e in molti pittori accademici fino alla fine del XIX secolo. Consiste nell’uso di due quadrati, con relative diagonali e cerchi inscritti, posti ai due estremi dell’opera; più la superficie di partenza è stretta e lunga e più i due quadrati sono distanziati. In questa opera di Edgar Degas intitolata Le prove del 1874, la composizione apparentemente naturale e fotografica è in realtà il frutto di uno studio estremamente preciso sul doppio telaio: la posizione e le pose delle ballerine, la scala e il suo andamento rotatorio, la grande fascia diagonale che separa i due gruppi, l’alternanza pieni-vuoti di mura e finestre, persino il volto della vecchia a destra, tutto segue le linee del doppio telaio.

Anche nel mondo del fumetto il doppio telaio non è una novità: ad esempio, è stato accertato il suo uso da parte di Hergé ne Le avventure di Tintin. Qua però la situazione è molto diversa, dato che Ewoks non è e non vuole essere in nessuna maniera un fumetto d’arte, e tanto meno Manak & Kremer sono paragonabili alla cultura cosmopolita e al genio narrativo del fumettista belga. Eppure, che il disegnatore ne fosse cosciente o meno, che sia stato instradato dalla capace Severin o meno, che sia un gesto gestaltico casuale o meno, la struttura a doppio telaio compare su tutte le copertine di Ewoks (esclusa solo quella celebrativa). È un evento significativo, perché testimonia che dopo il passaggio della pop art, un certo gusto figlio dello studio delle belle arti si è fatto strada nel fumetto, anche nei suoi recessi più insospettabili come uno spin-off commerciale per bambini di Star Wars.

Copertina del volume 13 di "Ewoks" di David Manak e Warren Kremer.

Come esempio per valutare la cura grafica delle copertine di Ewoks, si è scelta quella del 13esimo volumetto poiché particolarmente ironica e “pop”. La scena raffigura Wickett con in braccio una qualche magica pietra evidentemente sottratta illecitamente, dato che per tornare a casa deve superare un fossato appeso a una corda mentre un mostro gli fa «Cucù!» e il suo compare lo guarda allarmato dall’altro lato del burrone. Una situazione assolutamente iperbolica e molto pop art, dato che anche nelle opere di Warhol e Lichtenstein la drammatizzazione, le parole e i colori assumevano connotati assolutamente esagerati e innaturali. Anche qui la composizione cromatica è del tutto esagerata e innaturale: le tinte più luminose sono distribuite al centro e si alterano verso l’esterno, in senso luminoso (da colore chiaro a colore scuro vero l’alto) e in senso ottico (da colore caldo a colore freddo verso il basso).

Schemi compositivi basati sul metodo del doppio telaio.

Per l’analisi compositiva della copertina si sono scelti tre schemi: il primo è la composizione a doppio telaio, il secondo ne è una sorta di versione semplificata che tiene conto del fatto che nella copertina di un fumetto le bande in alto e in basso sono occupate da scritte e codici a barre (il che forza il disegnatore, anche implicitamente, a sfruttare maggiormente la parte centrale del disegno), e il terzo è la somma dei due precedenti sottolineando le aree di maggiore concentrazione grafica.

Analisi di una copertina di "Ewoks" di David Manak e Warren Kremer.

La composizione rispetta alla perfezione lo schema del doppio telaio: Wickett, gli occhi del suo amico e quelli del mostro sono contenuti all’interno dell’intersezione fra i due cerchi principali, i tentacoli del mostro sono definiti dalle linee compositive, la direzione della corda tesa e del movimento di Wickett sono precisamente quelli delle diagonali centrali, e nell’ultimo schema le parti dell’immagine diventano sempre meno importanti via via che si va verso il bordo, finché il corpo del mostro e la parete della grotta sono solo campiture di colore piatto.

Se, come dice Giovanna Gagliardo, Star Wars è «la saga che ha trasformato il cinema in un giocattolo», allora chi si occupa del marketing alla Lucasfilm ha trasformato l’intero mondo dell’entertainment in un grande giocattolo. Anche i fumetti sono come giocattoli: intrattengono, divertono, spesso ricordano l’infanzia, quando ci si stufa li si mette da parte. In questo caso, poi, si tratta di un bel giocattolo, perché fa parte di un grande mondo narrativo condiviso da miliardi di persone. Il contributo dato a Star Wars da questo fumetto è comunque quello di aver intrattenuto i suoi lettori, e tanto meglio se li ha attratti con copertine dalla grafica chiassosa e accattivante. Molto pop art.

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