Primo Levi: un altro racconto di vita

Circa un anno fa ci siamo occupati di un fumetto che ha per protagonista lo scrittore torinese.

Ora BeccoGiallo ne propone un altro, a opera di due esordienti, lo sceneggiatore Matteo Mastragostino e il disegnatore Alessandro Ranghiasci.

Nel citato volume di Pietro Scarnera emergono la storia personale di Levi, il suo lavoro di chimico, il suo rapporto con Torino e con la scrittura, in un taglio certamente condizionato dalla tragedia storica da lui vissuta, ma da un punto di vista forse più intimo.

In questo nuovo lavoro, come nelle corde della casa editrice padovana, la chiave di lettura è più storica e sociale, per cui Primo Levi è soprattutto un sopravvissuto. Un sopravvissuto ai bombardamenti alleati, alla cattura come partigiano, scampato alle uccisioni sommarie, alla fucilazione e poi ad Auschwitz, che trova la forza di raccontare non solo tramite la scrittura, ma direttamente in prima persona la sua esperienza.

Così non ci troviamo davanti al Primo Levi scrittore, su cui Scarnera aveva volutamente concentrato la sua attenzione, ma sul Primo Levi salvato che racconta la sua storia agli alunni della scuola elementare (ancora si chiamava così) Felice Rignon, sessanta anni dopo averla frequentata e quaranta anni dopo averla vista colpita dai bombardamenti.

In un modo se vogliamo più classico, attraverso la cronaca di una giornata particolare per i bambini di una classe che incontrano «un signore che ci parlerà di lui», e noi ci mettiamo seduti all’ultimo banco di quell’aula, ascoltando la storia e leggendo anche nella mente di chi racconta i pensieri.

Il modo di raccontare è lo stesso che abbiamo visto in altre opere su Auschwitz, non diverso da quello di Art Spiegelman: i flashback, vividi e per nulla ammorbiditi dagli anni trascorsi, si alternano con il racconto nel presente.

E come nel caso di Spiegelman, sono importanti le persone reali che il narratore ha incontrato. Così reali che gli autori hanno deciso di metterne la biografia in fondo al libro, dopo quella più dettagliata di Primo Levi, non avendo il bisogno di inventare nulla.

Lo sceneggiatore stesso, nella sua postfazione, sottolinea che la storia in sé è inventata ed è il racconto del suo Primo Levi, ma simultaneamente sottolinea il grande lavoro svolto nella ricerca anche storica, nell’approfondimento che rendono assolutamente verosimile il racconto, e ancora una volta la ricca bibliografia e sitografia lo confermano.

Ho trovato, credo, una buona chiave di lettura. Il tentativo di indagare chi fosse Primo Levi, chi fosse prima di finire ad Auschwitz, chi fosse al suo ritorno. E parallelamente, chi siano le persone che gli sono state intorno, e anche chi siano quei bambini, che rappresentano una umanità (forse) nuova. C’è un interrogativo grande sull’identità dell’umanità in primis, e dello scrittore in secundis. E la risposta alla domanda chi sei stato? chi sei? chi siamo? aleggia sempre, tornando, a volte direttamente nei dialoghi, in contesti e modalità diverse.

E le risposte sono diverse, venendo anche da origini diverse: per lo studente (peraltro un po’ discolo) «non è un eroe di guerra, è solo un vecchietto»,  fino a quella finale «non siamo indovini, siamo solamente vittime», passando per tante altre sfaccettature di cui la più significativa è quel «non è più solo» della prima bambina della scolaresca che lo abbraccia.

La storia procede, sui due piani del racconto e della realtà, passando in modo abbastanza indolore tra l’uno e l’altro. Ci sono però ogni tanto dei salti significativi che segnano il passo. Salti talvolta evidenziati dallo svuotamento degli occhi dei personaggi.

Infatti il colore degli occhi, mi sembra si possa dire, segna la presenza di umanità. Così le pupille diventano un segno sottile negli occhi dei prigionieri, e temporaneamente di quelli che con loro si identificano, quando ad esempio per la prima volta Levi pronuncia ai bambini la parola lager.

Fino alla completa scomparsa, che è propria degli aguzzini tedeschi e dei morti, e di coloro che lo saranno presto.

E alla fine tutti gli occhi sono privi di pupille, perché, come dice lo stesso Levi, ci hanno rubato l’anima. E l’hanno rubata a tutti coloro che sono passati per i campi di sterminio, ma anche all’umanità intera, a partire da coloro che hanno ricevuto la testimonianza diretta, quei bambini e quella maestra che vengono salvati dal suono della campanella. Perché chi ha visto, anche indirettamente, non può restare insensibile.

E il racconto per questo si fa acre, senza trascurare i dettagli più difficili, fino alle catartiche lacrime finali, che sgorgano da occhi in cui un po’ di umanità è tornata, mentre gli ascoltatori, anche la maestra, dovranno elaborare questo ritorno.

Questa trovata si innesta su una grafica semplice, ma efficace, più articolata e “sporca” di quella del libro di Scarnera, ma altrettanto minimalista. Con una gabbia regolare, anche se i bordi delle vignette sono un po’ irregolari, e non solo quando fanno parte del racconto. Infatti inizialmente questa peraltro labile differenza grafica distingueva il racconto dalla cronaca, mentre a un certo punto l’orrore sembra sporcare tutto, anche qui, rende tutto uguale, in particolare quando i bambini si rendono conto dell’orrore.

La grafica semplice sottolinea il racconto, in qualche modo ne sostiene la drammaticità proprio con la sua leggerezza, il suo bianco e nero, il tratto pulito che però nulla lascia all’immaginazione e che caratterizza con precisione i personaggi del presente e del passato.

Ancora una volta BeccoGiallo ci restituisce, con il medium che tante volte lo ha fatto, una testimonianza che serve alla memoria collettiva, perché le immagini raccontano meglio, arrivano più dirette, anche a quei bambini che non possono più ascoltare il racconto di coloro che sono rimasti a portare il peso della memoria di Auschwitz.


Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci
Primo Levi
128 b/n
Edizioni BeccoGiallo
€ 15

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