Plutona – una recensione archetipa

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Plutona, per la penna di Jeff Lemire, matite di Emi Lenox e colori di Jordie Bellaire.

Una premessa, as usual

Se ci si riflette un attimo si scopre che non ci vuole granché per scrivere delle storie che piacciano.

Prima che scatti il linciaggio, però, lasciatemi spiegare. Non dico che ci vuol poco a diventare un buon scrittore, dico proprio che non ci vuole granché per scrivere delle storie che piacciano.

È che il nostro cervello è un organo incredibilmente complesso, composto da circa 100 miliardi di neuroni che se li metti tutti in fila arrivi sulla Luna. Il numero di collegamenti tra i neuroni (che è poi quello che conta) è così grande e vario e può ottenere effetti così diversi che cloniamo topi a partire dalla coda, ma di capire bene come funzioni la mente non se ne parla.

Vi presento Hans Delbruck

Vi presento Hans Delbruck

Un organo così affascinante, così profondo, così misterioso, e così incredibilmente scemo che basta uno stupido ritornello per mandarlo in tilt. Avete presente, no? Quelle canzoncine di tre o quattro note e testi dementi che però occupano le sinapsi per giorni, mesi e anni. È un effetto che gli scienziati chiamano “la sindrome Claudio Cecchetto” (non è vero, ma potrebbero farlo davvero).

Bene, con le storie è uguale. Ci sono una manciata di storie fondamentali che ci mandano in pappa il cervello.

Elencarli tutti sarebbe difficile, ma prendete qualsiasi storia sia resistita più di un annetto nella memoria culturale, e potrete con sicurezza trovare:

l’amore contrastato;

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il bene piccolo e indifeso che sconfigge un male soverchiante;

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il viaggio verso casa pieno di peripezie;

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il figlio che deve sostituire il padre;

Se qualcuno prova ad arrabbiarsi per lo spoiler lo vado a cercare sotto casa

Se qualcuno prova ad arrabbiarsi per lo spoiler lo vado a cercare a casa

lo sfigato che scopre di essere un prescelto.

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Il 99% di questi archetipi capaci di attrarre il cervello come il miele con le mosche è nato in tempi preistorici; cioè, praticamente nel momento in cui è nato il cervello umano così come lo conosciamo.

Ma c’è un archetipo che è nato negli ultimi decenni e che oggi ha un seggio accanto a tutti gli altri, giovane cronologicamente ma già grande.

(A pensarci bene tutto questo preambolo è un archetipo. Dannazione.)

Di che parliamo? Ma ovviamente, di loro:

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Stiamo parlando del gruppo di preadolescenti dei sobborghi che vive un’avventura straordinaria. Un archetipo che soltanto apparentemente sembra sciocco, confrontato agli altri; e che invece fa leva su interruttori potentissimi nel nostro stupido cervello: la nostalgia per la gioventù, la cerchia di amici delle medie, i giochi a far finta di essere gli esploratori. Questa è roba seria. Lo sapeva Spielberg, lo sapeva Stephen King quando ha scritto quel capolavoro assoluto che è It, e lo sa anche Jeff Lemire, che ha voluto tentarne una variante in questo Plutona, miniserie di cinque albi per la Image Comics, che sta per uscire in volume per i tipi della Bao Publishing.

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Archetipi, archetipi, archetipi!

Lemire, come fanno un sacco di scrittori in America quando vogliono assicurarsi che la loro idea venga pubblicata, ambienta la sua storia in una scenografia supereroistica, giusto per vedere cosa succede. Si sceglie una disegnatrice dal tratto pop e deliziosamente pupazzoso, Emi Lenox, abbassa la testa e dipinge un gruppo di Peanuts troppo cresciuti alle prese col cadavere della più grande supereroina vivente, Plutona.

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Quello che colpisce, in primo luogo, sono la ormai assodate capacità di Lemire di creare personaggi credibili, e di immergerli in una storia costruita con maestria. Plutona è sì una variazione su un tema che ormai conosciamo come le nostre tasche, ma non è forse così quasi sempre?

I suoi personaggi sembrano voler saltare fuori dalla pagina, sedersi accanto a noi e raccontarci di come quello che leggiamo sia davvero possibile. Intendiamoci, però: gli attori della commedia ci sono tutti, con minime variazioni. La sovrappeso insicura, la relazione d’amicizia da manuale con la personalità preponderante e quella gregaria; il ragazzo disadattato e nerd che ha perso la mamma; il teppistello dal cuore d’oro; la storiella d’amore; i messaggi sul cellulare e i riferimenti alla cultura giovanile sono tutti lì, come presi da una cassetta degli attrezzi condivisa.

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Ma Lemire è un cuoco sopraffino, di quelli che sanno usare gli ingredienti della cucina povera, e la gran parte del banchetto scorre senza intoppi, liscia come olio di bruschetta. La variazione sul tema è ben riuscita, l’elemento supereroistico si mischia con l’archetipo in un dosaggio quasi perfetto, in salsa noir.

Quasi, appunto. Se vogliamo fare una critica a questo Plutona è che la premessa del fumetto, la realisticità dei personaggi e della situazione, a dispetto dell’elemento fantastico, cede il passo a una conclusione che sembra rompere la magia. È difficile scriverne senza rischiare di rovinare l’effetto di una miniserie che comunque lavora sulla creazione di un climax; in questa sede ci limiteremo quindi a notare come sia proprio il finale a rovinare l’archetipo trasformandolo in uno stereotipo.

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Non un peccato di minor conto, ma che non ci rovina il piacere di aver letto un’opera che per la maggior parte del suo svolgimento coinvolge e sorprende.

Lasciateci concludere con delle istruzioni per l’uso, dunque: mangiate Plutona a piccoli morsi, una storia alla volta, magari a distanza di un giorno. Lasciate che il climax si spalmi nel tempo, permettetevi di sentire la mancanza di quei ragazzi e concedetevi il privilegio di aspettare di poterli ritrovare, come quando ci si saluta la sera con dei buoni amici sapendo che li si rivedrà l’indomani.

Così facendo potrete gustare questo fumetto al massimo delle sue possibilità; e se poi il finale a voi, come al sottoscritto, avrà lasciato l’amaro in bocca, non crucciatevi: non tutte le storie finiscono come vorremmo.

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