Niente da perdere: Jeff Lemire e gli uomini spezzati della provincia canadese

«Ti manca mai?»
«Non sono mai stato un giocatore di hockey, Al. Ero solo uno sbandato. Almeno non devo fingere di essere qualcosa che non sono»

Tutti gli autori tendono ad avere delle tematiche feticcio, tòpos che affiorano costantemente nella loro narrativa. Si tratta di temi cari, che hanno spesso radici profonde in eventi del passato dell’artista: se parliamo di una mente creativa come Jeff Lemire, uno dei più prolifici del mercato statunitense, autore di Essex Country, Il Saldatore Subacqueo, Descender, Sweet Tooth e tante produzioni supereroistiche degli ultimi anni, i cui servigi sono richiesti da Marvel, DC, Image, Dark Horse e Valiant, non possiamo non pensare ai paesaggi rurali canadesi, all’hockey, alla neve, dove Lemire è nato e cresciuto e di cui porta spesso il ricordo e le atmosfere tra le pagine dei suoi fumetti, e ai rapporti famigliari logori, che costantemente ritornano nella sua narrativa.

Roughneck Niente da perdere in italiano – non ne è assolutamente da meno. In un fumetto estremamente minimalista, Lemire si concentra sulle vicende di Derek Ouelette, ex campione di hockey, tornato a vivere nella cittadina natia (inventata) di Pimitamon nella regione canadese del Nord Ontario e dalla quale era sfuggito in cerca di successo e gloria. Un uomo a pezzi, il cui volto è continuamente deformato dalla rabbia, dalla bile e dal veleno, ricolmo di solitudine, rimpianti e senso di colpa. Un individuo nichilista, reclusosi in una esistenza decadente quasi per espiare le sue colpe: la provincia assume i contorni, tra la neve e gli sguardi di rabbia e la totale assenza del calore umano, di un girone dantesco in cui espiare le proprie colpe e rendere più accettabile la non realizzazione dei sogni di gioventù.

Solo il ritorno della sorella minore, Beth, drogata e in fuga da un fidanzato violento mette in moto una serie di eventi che in qualche modo costringono i due fratelli a ricomporre le fratture di un passato familiare ingombrante. La famiglia appare in Niente da perdere nel suo duplice volto, odiata e maledetta in quanto covo di violenza tanto fisica quanto psicologica, ma allo stesso tempo unico rifugio in cui ritrovarsi quando non rimane niente, se non macerie di individui annichiliti dal vivere che hanno bisogno di ricongiungersi, stringersi attorno a un focolare improvvisato per provare a rialzarsi e rimettere in sesto il proprio presente.

La forza del lavoro di Lemire è nei suoi personaggi estremamente ordinari, ingabbiati in esistenze insoddisfacenti e che proprio per il modo convincente con cui ci vengono presentati, vivono conflitti interni e relazionali che diventano anche importanti per il lettore, riuscendo a far comprendere bene i loro punti di vista. Come ci preannuncia il titolo, Niente da perdere è una storia di fallimento, un vortice di sensibile nichilismo, ma che allo stesso tempo spinge il lettore a voler conoscere come tanto Derek quanto Beth usciranno fuori dalla relativa situazione di stasi, al termine dei propri archi di trasformazione.

Una storia di quelle semplici, ma non banale, poiché saggiamente costruita, quasi a ricordarci che non servono barocchismi per produrre un fumetto solido, soprattutto in un tempo dove le major Marvel e DC devono continuamente ricorrere a colpi a effetto per tenere incollati i lettori. Così se Derek supererà il suo fatal flaw e riuscirà ad accettare i fallimenti sportivi, incarnato dal conciliarsi con un cane vagabondo che gli rievoca costantemente la mascotte della squadra avversaria della sua ultima partita prima che venisse espulso dalla NHL (la lega professionistica di hockey nordamericana) per comportamenti violenti, e costruirà un ponte grazie al ritrovato affetto verso sua sorella, allora forse smetterà di essere un’isola contornato da solitudine, dipendenza, alcolismo, rabbia, autodistruzione, spezzando il proprio vivere nichilistico in un atto di amore verso la sorella che si concretizza nel finale. Se Beth riuscirà a superare le vessazioni del padre verso la madre che sono ancora impresse nei suoi ricordi e inizierà a vivere un rapporto sano con un altro partner, smettendo di concepire la coppia come luogo di violenza e oppressione, allora potrà finalmente stare bene con se stessa senza la necessità di alterare la realtà tramite le droghe.

A livello grafico, il tratto lontanissimo da una qualsivoglia sensibilità fotorealista di Lemire, ma al contrario estremamente espressionista e nervoso, risulta l’ideale per trasmettere il male di vivere dei personaggi, e in particolare di Derek. Lemire spesso si concentra, tramite un largo uso di primi piani, sugli sguardi, proprio per valorizzare il “non detto” e l’incomunicabilità dei soggetti al centro di Niente da perdere. A livello cromatico, l’autore gioca con colori estremamente freddi e monotoni, quasi a indicare l’incapacità di provare emozioni dei protagonisti e di uscire dal loro stato anaffettivo. Questo lavoro di acquerelli puramente monocromatico è rotto solo dai ricordi del passato: le violenze, la lacrime e le tragedie vengono quasi a essere rimpiante rispetto alla totale assenza di aspirazione verso il futuro e un presente pervaso di apatia.

In Niente da perdere c’è molto del passato in Canada di Jeff Lemire e lo si comprende anche dal lavoro di cuoco di Derek nella tavola calda, identico al lavoro svolto dall’autore all’inizio della carriera, quando ancora lo scrivere fumetti non gli dava da vivere. Appare chiaro come Niente da perdere sia estremamente pervaso della sua poetica, esattamente come altri lavori forse di maggior qualità, soprattutto il già citato Essex Country, e lontanissimi, invece, dai lavori per le major supereroistiche, dove l’autore canadese ha mostrato spesso incertezze e poca brillantezza, forse non aiutato da editor e scadenze.


Jeff Lemire
Niente da perdere
BAO Publishing, 2017
256 pagine, cartonato, colore – 23,00 €

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