Mitsuru Adachi Chronicle: Touch (Prendi il mondo e vai)

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Per la grande maggioranza di lettori di manga che hanno superato i trenta, dire Adachi vuol dire Touch: la sua opera più famosa, più ricordata, più amata. Pubblicata per la prima volta su Weekly Shonen Jump nel 1981, fu trasposta in anime e trasmessa in Italia nel 1988 con il titolo Prendi il mondo e vai (e a questo nome a me parte la sigla in testa…).

Trama: ci sono tre bambini che crescono insieme come vicini di casa e fratelli, due sono gemelli, Kazuya e Tatsuya, detti Kacchan e Tacchan (in Italia Kim e Tom … ehm), l’altra è la bambina della casa a fianco, Minami. Minami e Kacchan sembrano fatti l’uno per l’altra: lei è una ragazza brava in tutto, bella, simpatica, aiuta il padre vedovo nel locale che gestisce; lui è tra i primi studenti della scuola Meisei e un asso nel baseball, con un futuro luminoso davanti. Tacchan è la pecora nera: legge fumetti invece di studiare, è sempre in ritardo, non c’è nulla in cui sia primo. Gemelli così simili fisicamente eppure così diversi. Su una cosa vanno però perfettamente d’accordo: sono innamorati entrambi di Minami, anche se Tacchan sa bene che deve farsi da parte, perché non sarà mai lui il prescelto… Ma l’amica si comporta in modo ambiguo, fa cose (tipo baciarlo nel suo letto) che lo confondono… Potrebbe mai lui competere contro suo fratello Mr Perfezione? Il destino si frappone e rende impossibile uno scontro leale e diretto, perché un giorno Kacchan ha un incidente e muore. Da quel momento Tacchan decide di sostituirlo e prendere su di sé il peso delle sfide interrotte dalla sorte, ricopre il suo ruolo di lanciatore diventando un asso e portando la squadra del Meisei al Koshien, perché è solo così, dimostrando di essere bravo quanto lui, che si sentirà degno dell’amore di Minami.

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Scommetto che tanti a sentire questi nomi hanno avuto un flashback di ricordi: nonostante l’adattamento figlio dei suoi anni, il cartone di Touch ha colpito il cuore e la fantasia dei tanti che lo seguivano, così come ha fatto il fumetto in terra d’origine. La storia ha avuto due speciali animati che raccontano la storia dei protagonisti dopo la scuola, arrivati anche da noi (…ma non indimenticabili ad essere sinceri. L’adattamento italiano ha contribuito a renderli poco gradevoli purtroppo: ricordo perfettamente la domanda rivolta a “Tom”: – Non ti piace più il Basketball? – Il BASKETBALL?), poi, inediti, tre film per il cinema, un tv drama e un adattamento in live action del 2005, che dimostra che l’amore per questa storia non muore con il tempo.

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Perché l’abbiamo amata tanto? Perché è una storia completa. Adachi è stato bravissimo a prendere una trama ricca di elementi coinvolgenti e a corredarla di tutto: con Touch si ride e si piange, ci si arrabbia, si lotta, si spera, si sogna insieme ai personaggi. Che sono tanti, come sempre per le trame di questo autore, e rendono corale e amplificato ogni passaggio dell’intreccio. La vita dei ragazzi giapponesi è molto, molto competitiva: a scuola a fine trimestre si fa una graduatoria con i risultati degli esami; i club sportivi non sono solo un passatempo, ci sono i titoli interscolastici da guadagnare; ai festival scolastici ogni classe deve inventare un’attività creativa per invogliare i visitatori e alla fine sarà votata la migliore; c’è addirittura il concorso Miss e Mister liceo! La giornata è quasi tutta trascorsa tra le mura e le strutture scolastiche: sono gli amici quelli che assistono alla vita degli altri, alle loro conquiste e ai loro drammi, non i genitori.

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Tacchan è il classico sfigato in questo panorama, perché non si sforza, non vuole primeggiare e quindi è considerato il “fratello scemo”. Neanche lui crede nelle proprie capacità, nonostante in una gara di velocità (al festival dello sport, che mancava nella lista sopra) riesca a superare suo fratello, ritenuto il più veloce. E nonostante, quella volta che lo sostituisce in una partita di baseball, riesca a lanciare una dritta così forte che la palla si incastra nella rete di recinzione. Adachi queste situazioni le rende con il suo classico umorismo, ad esempio nel primo caso “lo scemo” non vince la gara perché sbaglia a riconoscere il traguardo… Tutte le vicende hanno un ritmo e un tempo sequenziale perfetto, con la regia magistrale che contraddistingue l’opera del Nostro.

L’aspetto più fondante del suo stile è la rappresentazione dei sentimenti, non mostrandoli direttamente, ma con delle pause narrative: le diverse vignette dedicate ai particolari ambientali, che aiutano il lettore a comprendere, meglio, percepire le variabili della situazione, sono metafore del sentimento. La tristezza è rappresentata dalla cenere della sigaretta non fumata tra le dita del padre, l’attesa dalla cicala sull’albero, la decisione dalle fronde che frusciano. Anche perché il “luogo della storia” è un fondamentale comprimario della narrazione, ha una grandissima importanza per definire i personaggi e le vicende che gli occorrono. Così, lo sferragliare di un treno da sopra il cavalcavia per me sarà sempre simbolo del pianto disperato di Minami dopo la morte di Kazuya; il lungofiume è il campo dove mettere alla prova la resistenza della corsa; un letto a castello è dove si riceve il primo bacio.

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Silvia Forcina

Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

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