Mitsuru Adachi Chronicle: Jinbe

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Jinbe è un manga piuttosto atipico rispetto alla classica ambientazione sentimentale, reiterata in maniera così tranquillizzante ed edificante da Mitsuru Adachi. In questo racconto, che si svolge in un unico volume, pubblicato fino al 1997 in patria (con successivo live action) e nel 2005, dalla Star Comics, in Italia, il tipico protagonista – liceale, bravo nello sport, innamorato della controparte femminile –  ricopre solo un ruolo marginale, e anche da sfigato a essere sinceri, utile solo a far muovere le onde del mare principale.

The main character, infatti, è Jinpei Takanashi, quasi quarantenne, vedovo, ex portiere di calcio e ora dipendente di un acquario, con figlia adolescente a carico. Il suo soprannome, Jinbe, rimanda al nome giapponese dello squalo balena, uno dei pesci più grandi, enorme eppure buono, visto che non fa parte dei predatori ma si nutre principalmente di plancton, come le balene: e così è anche il nostro protagonista, grosso, buono, ma che sa incutere timore.

A chi? A tutti quelli che cercano di mettersi in mezzo tra lui e la figlia, Miku, anche se la ragazzina, sveglia, studiosa, coraggiosa, con le idee molto chiare, è in realtà figlia della defunta moglie, quindi con nessun legame di sangue con Jinbe. Essendo in possesso delle qualità sopra elencate, la ragazza sa già cosa vuole dalla vita: sposarsi con l’uomo che ama e vivere tranquilla con tanti bambini. Solo che l’uomo che ama è… suo padre. Il suo secondo padre. Lo squalo balena.

Il liceale innamorato di Miku dovrà segnare almeno un goal al "papà" se vorrà portarla ad un concerto...

Il liceale innamorato di Miku dovrà segnare almeno un goal al “papà” se vorrà portarla ad un concerto…

Messi da parte gli scontri sportivi e la commedia scolastica, Adachi in quest’opera affronta un argomento abbastanza spinoso, considerando anche la differente sensibilità giapponese di fronte a tali tematiche. Come sappiamo bene noi amanti degli shoujo manga, le liaisons tra fratello e sorella, o meglio, tra fratellastri, figli di coniugi al secondo matrimonio, hanno reso prospero un filone di genere che vede titoli che vanno da Marmelade boy, a opere più lontane e raffinate, come quella da cui ha preso spunto lo Studio Ghibli per creare il bellissimo lungometraggio La collina dei papaveri. La similitudine che vede coinvolti un padre e una figlia è invece più rara, anche se ricordiamo il titolo Usagi Drop che con altre modalità la affronta in modo efficace e memorabile.

Adachi, con le sue tipiche ironia e delicatezza, ci costruisce un quadro quotidiano lontanissimo da qualsivoglia situazione pruriginosa o inquietante: semplicemente Jinbe è l’uomo che ama di più al mondo Miku, e Miku adora Jinbe, sentendosi quasi come il vettore karmico che riscatta il destino matrimoniale, interrotto troppo presto, della madre. La storia finisce nel momento in cui la loro parabola come possibile coppia inizia: Miku torna a vivere con il suo vero padre, separando la sua condizione civica da quella di Jinbe, che inizia però a frequentare come semplice donna. A noi immaginare o sperare che la storia continui e come. E questo tipo di finale risulta sempre molto poetico.

Nota di merito va alla Star Comics che pubblicò questo volume unico lasciando le tavole originali a colori, e ammirare gli acquerelli di Adachi è sempre un motivo in più, e ottimo, per leggere le sue opere. Le inquadrature di elementi naturali, che aprono i capitoli, e che ci parlano di mare e montagna soprattutto, rafforzano anche il sottotema ecologico che traspare in alcuni angoli del racconto: il mare da salvare, i danni che gli uomini infliggono alla natura, il sogno di andare a vivere in un’isola tropicale da proteggere, magari con l’uomo che si ama e tanti bambini.

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