Meka chan di Claudio Acciari – qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo

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Appena finito di leggere Meka chan di Claudio Acciari, edito da Bao Publishing, rimani con un senso di soddisfazione e di serena pensierosità. Difficile è scriverne una recensione che non sembri sciocca, perché questa è proprio quel tipo di opera che bisogna leggere e guardare e godere con i proprio occhi per capirla. E se non la si capisce è perché si sa poco del fumetto, dell’animazione, della letteratura e di tutto quello che gli gira intorno.

L’inizio è così tanto Leiji Matsumoto che gli occhi diventano a cuore spontaneamente: sulla Terra precipita in modo disastroso e inevitabile una pioggia di meteoriti di origine misteriosa, l’impatto decima la popolazione e cambia completamente l’ordine politico e sociale del pianeta. I sopravvissuti vivono serenamente obbedendo alla “Struttura” un’organizzazione militarizzata dedita alla ricerca scientifica che cerca di trovare un rimedio al misterioso virus giunto insieme ai corpi spaziali. Tra gli abitanti di una tranquilla cittadina che dovrebbe essere in Giappone ma somiglia tanto all’Italia (tra panni stesi e Api Piaggio) c’è l’anziano pittore Yasujiro, che un giorno decide di portarsi a casa di nascosto un meteorite ancora non sequestrato dall’esercito. Da questa roccia, notte tempo, esce fuori una ragazzina tutta nuda, fortissima e senza memoria, che dice di chiamarsi Meka chan. Da qui inizierà un racconto fiabesco, a metà strada tra Asimov e Pinocchio (solo per citare dei “vicini” letterari) che porta con sé rimandi che vanno da Astroboy, a Conan il ragazzo del futuro, che appassiona nella sua semplicità e offre a profusione spunti di riflessione e sentimento.

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Claudio Acciari è un maestro a tutti gli effetti, che ha lavorato nell’animazione (da Animation Studio alla Dreamworks), appassionato di anime e film giapponesi (è del ’71, quindi come me ci è cresciuto e se ne è nutrito, diventando un artista con i contro-cosi, giusto per ricordarlo al MOIGE) che non nasconde minimamente il suo tributo ai grandi di quel periodo d’oro, e non solo. Basta guardare i nomi dei suoi protagonisti: il vecchio Yasujiro (Ozu), Ms. Kurosawa (Akira), il dottor Isao (Takahata), il piccolo Takeshi (Kitano), riferimenti a registi che l’autore stesso ha ammesso di amare particolarmente. La stessa trama, le tematiche affrontate, le scelte visive, sono una summa della cultura di Acciari, riversata sulla pagina con levità, divertimento, affetto, tanto da creare un mondo che sembra galleggiare sopra il nostro, dove noi lettori, appassionati quanto lui, sapremmo vivere felicemente.

Quello che ne nasce è fuori dal comune, nonostante la sua impronta nostalgica di cose già viste, non facilmente definibile, perché rompe diversi schemi, forse neanche molto reale, visto che le pagine speciali del volume ci offrono una carrellata di “Easter-eggs” con i passaggi delle scene di un’ipotetica serie animata mai trasmessa, con la sua sigla (scritta dall’autore), la copertina del brano e tanto altro. Il mondo, l’universo di Meka chan che tenta di collidere con il nostro, ma non ci riesce del tutto, perché lei, come il suo creatore, sta “più su”.

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Leggendo questo primo tentativo di graphic novel (arriviamo alle definizioni) ti viene voglia, infatti, di dare un nome alla forma di quello che hai appena goduto, per poterla meglio afferrare: quella che è venuta a me è “retro-fumetto”, perché se esistono i retrogame ben vengano anche le strisce. Ma quest’opera non ha gli stilemi tipici del genere: non ha i ballon, non ci sono, per questo è stato definito da altri come fumetto-storyboard (che mi sembra riduttivo e troppo prosaico) perché al di sotto di una griglia rigidissima di dodici vignette per tavola, tutte della stessa grandezza, ci sono le didascalie che coprono sia la spiegazione della voce narrante (in stampatello minuscolo) sia i dialoghi tra i personaggi (stampatello maiuscolo). Inoltre se si prova ad immaginare al di sotto e al di sopra dei disegni la classica texture con i forellini della vecchia pellicola fotografica, ecco che il tutto si trasforma in una sequenza di film… come si può racchiude tutto questo in una definizione? Non si può, quindi continueremo a chiamarlo fumetto, o Nona Arte, che non sbagliamo.

Quello che si apprende subito quando si iniziano a scrivere delle recensioni è che bisogna essere oggettivi, non affermare che una cosa “è così perché lo dico io”, ed è assolutamente giusto, ma scusatemi se ora sento il bisogno di dire che il disegno di Meka chan è magnifico. E lo è, per me, perché è tutto schizzato, con visi e corpi appena sbozzati; ma lo è perché questo abbozzo (che comunque riesce a mescolare Matsumoto e Studio Ghibli) non è indizio di inesperienza o poca capacità, invece parla agli occhi come un’immagine evocativa, che fa galoppare la fantasia, che racconta e conosce talmente tanto da non poterlo contenere. Solo come una mano esperta, di talento, riesce a fare. La griglia rigidissima e il colore acquerellato, grigio, perpetuo in tutto le tavole, ma dalle mille e mille sfumature, possono solo esaltare questa abilità, e invece di chiudere, aprono mille cancelli, a chi guarda, se sa guardare.

Sono proprio contenta di aver letto Meka chan di Claudio Acciari: ho forse assistito a qualcosa che sta per iniziare.

Poster creato in relazione alla serie animata di Meka chan... mai creata, finora!

Poster creato in relazione alla serie animata di Meka chan… mai creata, finora!

3 thoughts on “Meka chan di Claudio Acciari – qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo

  1. Mi sembra meraviglioso.

  2. docsound says:

    Ho apprezzato molto il progetto di Claudio Acciari e qui ho trovato una recensione stupenda.
    Qualcuno che ha apprezzato il progetto in tutte le sue sfumature e ha capito che le differenze dai progetti canonici sono solo plusvalore.
    Originalità e gran competenza.
    Acciari ha realizzato dei disegni con una semplicità nel tratto, una gestualità che pochi hanno.
    Leggere il suo lavoro provoca un mix tra serenità, voglia di tornare alle animazioni anni 80 e tornare in quell’età per poter essere in grado di sognare ancora e credere che tutto ciò possa essere reale.
    E in me provoca anche una grande invidia!

  3. Silvia Forcina Silvia Forcina says:

    Sono assolutamente d’accordo con te, come dici la semplicità del tratto lascia trasparire un talento fuori dal comune, e smuove qualcosa dentro come solo i grandi sanno fare. L’invidia, quella buona, è inevitabile. Credo poi che tutto questo non sia visibile solo per chi conosce le opere di riferimento degli anni ’70 e ’80: è qualcosa di universale, che fa davvero tanto piacere rivedere in un media che amo e che però ha anche bisogno di aria fresca, ogni tanto.

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