Lucca Comics da dietro lo stand

Lucca 2015
Lucca manifesto

Quando sei squattrinata e in cerca di lavoro, ogni occasione è buona per alzare due spicci. L’occasione che si è presentata questa volta è stata: lavorare da standista al Lucca Comics and Games.

CHE FIGATA!

MERAVIGLIOSA!

UNICA!

Sulla carta sì, essere pagati per stare al Lucca Comics è una figata, ma quando lo vivi non è tutto oro quel che luccica.

Nei giorni precedenti il datore di lavoro vi assicura:

TRANQUILLI RAGAZZI! Il vostro appartamento è vicinissimo al centro!!

Ed è vero! L’appartamento è vicinissimo al centro, peccato che sia lontanissimo dal nostro stand e ogni mattina ci toccherà una sgambatina di 40 minuti a piedi, a passo sostenuto, per arrivare puntuali.

In appartamento siamo sette. Di cui 5 femmine. E un solo bagno. Servono altre spiegazioni? No, no servono.

Arrivati allo stand comincia il grande scontro culturale Giappone vs Italia. Mentre gli Italiani vogliono fare le cose in velocità e bene per lavorare il meno possibile, i Giapponesi vogliono lavorare e basta. Per loro fare un lavoro sbagliato non è un problema, basta lavorare il doppio poi per rimediare.  Altro gap culturale si crea inevitabilmente con la lingua. Nemmeno il più folle degli sceneggiatori potrebbe immaginare una situazione in cui un giapponese e un italiano provano a parlare tra di loro in inglese. Questa situazione è arrivata al suo acme quando Luca e Daisuke (nomi di fantasia) hanno cominciato a parlare tra di loro nel proprio idioma. Luca parlava in italiano e Daisuke rispondeva in giapponese, ogni battuta  finiva in grasse risate da parte dei due. Alla domanda “Ma riuscite a capirvi?” la risposta è stata “Certo! Siamo uomini! Il cameratismo dei maschi supera ogni barriera!”

Il lavoro.

Il lavoro a Lucca è un’esperienza surreale, non puoi capire se non la vivi. Una sorta di prova di forza, una sfida continua, ed è questa: “Riuscirò a stare in piedi 10 ore al giorno per 4 giorni senza impazzire o scoppiare a piangere?” 

Perché di questo si tratta:  lavorare al Lucca Comics in uno stand grande è una gara di sopravvivenza. Innanzitutto devi stare a contatto con i nerd. Ma non con i nerd adoranti e mansueti, quelli che fanno le file ordinate per l’autografo del loro mito, no! Spesso hai a che fare con i nerd scazzati, quelli che siccome hanno due spicci in tasca credono di saperne più di te su tutto. Se provi a contraddirli su una cosa, sei una maleducata, se li assecondi, ti fanno passare da scema. E la cosa peggiore è che i nerd in questione sono donne. Sì, DONNE.

Già dopo il primo giorno di lavoro capisci che l’unico momento di gioia della tua giornata sarà la sera; la sera quando tornata nell’appartamento cercherai di prenderti una pseudo sbornia con la Dreher a 0.66 euro, con a seguire gara di rutto libero, mentre cronometri il tempo che gli altri dovranno passare al bagno “non più di dieci minuti sennò è un casino!”

Il terzo giorno ogni cosa presente nello stand prende il suffisso “-dimerda”.

Il fiocco-dimerda

Il calice-dimerda

Le pupazzette-dimerda

Chibiusa-merda e via dicendo.

Il terzo giorno cominci a rispondere a caso ai clienti, inventando balle.

Ad esempio alla millesima volta che ti chiedono “Di cosa è fatta quella corona che costa tremilaeuro?”  Cominci a dire che è fatta di lacrime di Cristo e con il saio di padre Pio.

Alla duecentesima volta che ti chiedono “Ma è stata venduta?” rispondi con “Sì, è venuto un emissario da Londra, serviva per la figlia di William e Kate!”

Alle persone che guardano questa corona adoranti, attacchi una pezza infinita “Signò! Investa in oro, il mattone è finito! Oro signò! Non ci paghi manco l’IMU!”

Dopo 5 giorni di birra, sudore e sangue, finalmente è ora di tornare a casa, gli standisti che oramai vivono solo di alcool come Bender per sopravvivere allo stand, partono per ritornare a casa, consci che lavorare a Lucca è bello, ma sono una volta nella vita.

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Veronica Antonucci

Chi siamo? Dove siamo? E io cosa sto facendo qui? Non ne ho la minima idea.

10 pensieri riguardo “Lucca Comics da dietro lo stand

  • Mario Pasqualini
    12 Novembre 2015 in 13:44
    Permalink

    «Gli Italiani vogliono fare le cose in velocità e bene per lavorare il meno possibile, i Giapponesi vogliono lavorare e basta. Per loro fare un lavoro sbagliato non è un problema, basta lavorare il doppio poi per rimediare». QUANTA VERITÀ.

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      12 Novembre 2015 in 16:23
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      Finché non lo vedi non ci credi!

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  • Mauro Paone
    12 Novembre 2015 in 15:48
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    Mi rimane davvero difficile credere che i giapponesi lavorino in questo modo considerando l’operosità e la puntualità che li anima nonché il concetto di kaizen punto di forza di Toyota e base del loro successo.

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    • Avatar
      12 Novembre 2015 in 16:24
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      Non lo pensavo nemmeno io! Ma credo che le nostre culture siano così diverse che quello che funziona da loro non è applicabile qua!

      Risposta
    • Andrea Gagliardi
      12 Novembre 2015 in 17:16
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      dovresti leggere più frequentemente il blog di Mario. Io non ho fatto alcuna fatica a credere ai racconti di Vero & Co.

      Risposta
    • panapp
      13 Novembre 2015 in 10:06
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      Mauro… sono parole. Messe in giro da loro stessi a scopo autopromozionale, peraltro.

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  • Mauro Paone
    13 Novembre 2015 in 16:20
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    Scusa Mario, che il concetto di Kaizen sia “autopromozione” mi rimane davvero difficile crederlo. Ci sono studi di management che si basano sul “sistema Toyota”. Se cerchi ci sono tante fonti davvero interessanti.

    Risposta
    • Andrea Gagliardi
      13 Novembre 2015 in 17:02
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      Però Mauro qui abbiamo due testimonianze dirette (ovvero di gente effettivamente lavora o ha lavorato con giapponesi) contro “tante fonti interessanti” che boh… c’è da verificarne l’attendibilità.

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    • Mario Pasqualini
      13 Novembre 2015 in 18:17
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      Ma sì, ti pare che contesto la filosofia lavorativa giapponese, se sono la seconda economia del mondo è perché hanno le qualità giuste, non intendevo contestare il loro successo. Quello che voglio dire è esattamente quello che ho detto: sono solo parole. Il “kaizen”, cioè il “miglioramento continuo” che qua sento celebrare tutti i giorni, è una parola che non illustra completamente il suo significato. Ti faccio un esempio proprio di oggi pomeriggio: c’era un cliente abitudinario molto ricco che viene spesso e ogni volta ordina vino costosissimo; oggi ha chiesto di poterlo bere da un tot tavolo da cui poteva godersi il panorama, solo che quel tavolo è della caffetteria e non del ristorante e i vini li serviamo solo al ristorante, che è in un ambiente comunicante. Ovviamente io gli stavo per rispondere sì, ma il mio collega mi ha fermato di colpo chiedendo al cliente di aspettare ed è andato a chiedere al senpai, che è andato a chiedere al caposala, che è venuto da me ad accertarsi che fosse vero e poi è andato dal vicemanager, che è andato dal manager, che è tornato da me a chiedermi cosa voleva il cliente, io gli ho detto che voleva semplicemente bere vino lì invece che là e lui mi ha detto «Ma certo, che sei stupido??? È un cliente ricorrente che ci sgancia sempre un sacco di soldi! Trattalo bene invece di farlo aspettare così tanto!». Nel frattempo erano passati tipo dieci minuti in cui il cliente stava girandosi i pollici. Alla fine della storia io ci ho beccato l’ennesima litigata ingiusta (ormai mi sto quasi abituando) e sul Log Book (un diario aziendale pubblico su cui ognuno può scrivere i propri pareri e suggerimenti) il manager ha scritto qualcosa tipo “in casi straordinari è possibile servire vino nella caffetteria, ma solo se quel vino è presente in cantina”. Eccolo il kaizen: il miglioramento continuo di oggi è stata l’assoluta ovvietà che le eccezioni fattibili sono fattibili e quelle infattibili sono infattibili. In altre parole è un avanzare a passetti minuscoli fermandosi a ogni minimo sassolino, che certo è innegabilmente un modo di avanzare, ma nella maniera più irritante possibile. Altro esempio: l’altro giorno ho scritto una comanda che lo chef ha letto male e ha fatto servire il piatto sbagliato; risultato: litigata a me (anche se la comanda era scritta giusta!) e sul Log Book “cambiate il vostro modo di scrivere se allo chef non piace”. Ecco.

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  • Mauro Paone
    13 Novembre 2015 in 22:44
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    Capisco Mario, come sempre vivere sul campo fornisce un punto di vista molto più obiettivo rispetto a tante letture e studi che saranno di certo ben fatti ma contemporaneamente potenzialmente lontani dalla realtà di tutti i giorni e che tu hai invece spiegato molto bene. Anzi ti dirò che il tuo racconto non è poi così lontano da quello che potrebbe succedere anche qui in Italia. D’altronde ogni mondo è paese.

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