Le ragazze nello studio di Munari – A big crush

Le ragazze nello studio di Munari di Alessandro Baronciani è un racconto che se dovessimo rappresentare graficamente con una linea progressiva si risolverebbe in un grosso ghirigoro: il protagonista Fabio è un appassionato di libri, ha un negozio di libri usati, e scrive la sua storia attraverso il rapporto con tre ragazze diverse. Di lineare nel suo racconto non c’è nulla, i flashback o i ricordi seguono le sue sensazioni e gli stimoli che gli provengono da un oggetto o da una riflessione.

Fabio appunta i suoi pensieri su un file del computer, cioè un supporto asettico e astratto quanto più possibile, eppure quello che racconta noi lo vediamo rappresentato con un impatto emotivo e sensoriale molto superiore a quello che ci darebbe un normale fumetto.

Il perché è presto spiegato dal titolo stesso dell’opera: Fabio è un grande ammiratore di Bruno Munari, come lo stesso Baronciani che regala a questo personaggio anaffettivo e snob qualcosa di suo, cioè l’amore per il grande artista. E come meglio onorare tale rispettosa devozione se non utilizzando elementi in cartotecnica, come fogli lucidi, inserti di materiali più morbidi della carta, fori nei fogli e aggiunte interne? Tutto questo procura al lettore un’esperienza che va ben al di là dell’immedesimazione o dell’empatia (che volutamente risulta nulla con il protagonista), è un viaggio cognitivo e sensitivo che ha a che fare con l’intero universo artistico (le citazione e i rimandi a cinema, libri, musica ecc. sono tantissimi) e che ha come scopo quello di rendere giustizia ai veri protagonisti dell’opera: il libro stesso, come oggetto che travalica le barriere dell’inanimato e della compattezza, e il pensiero di Munari, che dà vita al libro, lo rende così come è.

Un modo meraviglioso, tra l’altro, di rompere la quarta parete, quella tra vignetta e lettore.

Che poi, ad essere precisi, il lavoro di Baronciani si distacca dal concetto di fumetto classico, non usa baloons, preferisce le immagini a tutta pagina, le vignette, quando ci sono, hanno funzione narrativa, ma in senso lato: vedi i suoi amati primi piani, ripetuti uno sopra l’altro per evidenziare, con leggere differenze di linee, i mutamenti nell’espressione e far vivere a chi guarda il passaggio da un’emozione all’altra.

I suoi disegni sono essenziali, ma estremamente espressivi, preferisce creare attraverso il bianco e nero illustrazioni che riescono con pochi tratti a far immergere in un’atmosfera, in un luogo, in un turbamento.

Perché come diceva Munari: «Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Piero Angela ha detto un giorno: è difficile essere facili. […] La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.»

Baronciani riesce benissimo a essere semplice e a dire tante cose con un’immagine.

Per tornare brevemente al titolo di questa recensione, in cui avrei mille altre cose da dire, ma cerco di seguire le sagge parole del maestro, Baronciani rivela “una grande cotta” verso il lavoro di Munari, che sicuramente ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita artistica e intellettuale, e condivide con noi “una grande cotta” per l’oggetto-libro e tutte le sue potenzialità (basti osservare come la copertina della prima edizione, una ragazza che ritaglia le lettere del titolo, si sia trasformata nello sguardo di Monica Vitti che ci osserva da sopra una pila di tomi colorati…).

Ma anche io (scusate lo scivolone poco professionale) ho da dichiarare “una grande cotta”, mia personale, per il lavoro di questo ragazzo pieno di talento, che sfoga in campi numerosi ed eclettici, che seguo dalle prime pubblicazione con la Black Velvet, che mi ha concesso un’intervista anni fa, ingenua e piena di entusiasmo che per fortuna si è persa nell’etere, e che gentilmente ha risposto a un invito che non si è mai potuto concretizzare.

Quest’opera nata nel 2010 e oggi risorta a nuova vita grazie ai tipi della BAO Publishing lo rappresenta a pieno, è matura e completa, ricca e ammaliante, come un fumetto e molto più di un fumetto.

Silvia Forcina

Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

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