La terra dei figli – Gipi: This is the end… my only friend

Ho sempre creduto che leggere le storie di Gipi potesse condurmi a una serie di valutazioni introspettive, tese soprattutto a indurre a chiedermi come mi sarei comportato laddove mi fossi trovato nelle vesti di uno dei suoi personaggi. Leggendo La terra dei figli, per la Coconino Press, non è stato così: la bravura dell’autore è evidenziata ancor di più dal fatto che le esperienze vissute dai protagonisti non possono ritenersi fungibili, dopotutto… chi ha mai avuto esperienza della fine?

Non abbiamo contezza alcuna di quale evento abbia determinato la fine del mondo, ma lo scenario che si para innanzi al lettore incredulo è quello di un pianeta ormai depauperato di ogni sua risorsa. Beni elementari e di prima necessità sono talmente rari da essere oggetto di aspra contesa tra i personaggi che si avvicendano nella storia. Ciascuno di essi ha cura esclusivamente della propria sopravvivenza, che tende a perseguire dimenticando ogni legge morale e riconducendo le relazioni umane al primitivo stato di natura, dove a prevalere è il più forte.

Come poc’anzi accennato non conosciamo l’origine dell’ormai avvenuta apocalisse, ma le parole iniziali poste a fronte del volume ci lasciano intendere qualcosa, quel minimo che al lettore è consentito sapere, poiché pretendere oltre avrebbe reso la storia forse meno avvincente. Su questo l’eccellenza narrativa di Gipi (uno dei miei artisti preferiti) si conferma come un paradigma: Gipi è un maestro e l’opera proposta tende a riconfermarlo.

Le parole che scandiscono l’introduzione mi hanno fatto pensare a lungo alla sigla dell’anime di Ken il guerriero… la ricordate tutti, non è vero?

Mai scorderai, l’attimo, la terra che tremò. L’aria si incendiò. E poi… silenzio.

Ascoltare i primi versi della sigla di Ken il guerriero mi entusiasmava poiché, da quelle poche ma azzeccatissime parole, apprendevo quanto bastava per figurarmi gli eventi passati e così, allo stesso modo e magistralmente, avviene in questo straordinario volume.

Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più.

È inevitabile come il lettore si trovi involontariamente a leggere queste prime battute con animo quieto, ma rassegnato. Un po’ come il timbro della voce di Jim Morrison quando canta The End.

Inevitabilmente l’opera si presta a essere apprezzata sotto molteplici punti di vista, laddove si abbia come parametro di riferimento il compendio narrativo: la trama si palesa lineare e di facile intuizione ma, quel che l’arricchisce, è ciò che l’autore non racconta e che lascia alla libera intuizione del lettore avido di sviluppi. Leggere La terra dei figli conduce in un universo distopico connotato da ogni riprovevole lato oscuro dell’uomo, come se questi avesse perso la consapevolezza della sua natura per proiettarsi in una dimensione selvaggia e materiale, dove ogni spazio emotivo viene soffocato dallo stato di necessità. Il capolavoro, già tempo addietro annunziato, si palesa nel momento in cui il lettore condivide quella grettezza in cui si riconducono i pochi superstiti, nell’angosciosa speranza che un margine di umanità possa rifiorire in loro per così rimettere in pristino quel che resta del genere umano.

Gipi riesce a tenersi lontano da giudizi e da improvvide valutazioni morali: i personaggi sono prospettati nella crudezza di un mondo ormai caduto (e con maestria il Maestro toscano cela le cause del declino) alle prese con la pochezza di risorse e la stringente necessità di sopravvivere.

La trama, seppur in molti crederanno che un futuro post apocalittico sia ormai un topos, si sviluppa accompagnando la delicatezza di alcuni momenti con la durezza di altri che talvolta avvengono contestualmente ai primi. Scoprire un quaderno, nel corso della storia, determina il sorgere della curiosità dei protagonisti i quali, in pieno ossequio della dicotomia cui si è fatto testè cenno, bramano di conoscerne il contenuto, quasi come se la grafia suscitasse in loro una brama (ma qual è il loro reale intento? Dovrete leggere la storia!).

Sotto il comparto grafico ogni giudizio sarebbe talmente superfluo da apparire pretenzioso. Esprimere valutazioni sul disegno di Gipi sarebbe come criticare l’arte di Van Gogh. Volendo comunque rassegnare brevi considerazioni su detto profilo credo che l’indagine dell’autore si sia spinta verso la ricerca di un’essenzialità resa necessaria dagli eventi narrati.

Il mondo, nella storia raccontata, è un residuo di avvenimenti che, sebbene non descritti, ne hanno causato la fine. Impiegare ampollose tecniche di inchiostrazione o voler riempire le tavole di tratti inutili e barocchi avrebbe stonato: si sarebbe creata una fastidiosa dicotomia che il lettore non avrebbe retto.

Il disegno è essenziale, tanto lo è la sceneggiatura quanto il tratto e, il tutto si esalta in un connubio di perfetta complementarietà tra tavole e concept.

Il giudizio non può che essere positivo, parliamo ovviamente di un lavoro di notevole qualità destinato a un pubblico potenzialmente sconfinato.

La storia è abbastanza avvincente per chi cerca un racconto basato su eventi post-apocalittici ma anche introspettiva a sufficienza per chi mira a indagare di più sul lato umano delle relazioni.

Prova superata a pieni voti! Ottimo!


Gipi
La terra dei figli
Fandango-Coconino, collana Coconino Cult
288 pagine, b&n, cm 17×24, cartonato, € 19,50
ISBN 9788876183256

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