La Saga infinita

Jai guru deva om.
Questo è il mantra ripetuto dai Beatles nella celebre canzone Across the Universe.
Il brano scritto da John Lennon e Paul McCartney dice anche «nothing’s gonna change my world», quasi una sfida all’universo a farsi sotto, a provare a influire – negativamente o meno – sulla loro vita.
Vi chiederete come tutto questo possa collegarsi a Saga, celebre fumetto scritto da Brian K. Vaughan e disegnato dalla talentuosa Fiona Staples.
Cosa può avere a che fare una canzone cosmica dal titolo Across the Universe, inviata nello spazio il 4 febbraio 2008 come testimonianza di pace dal nostro mondo e con un messaggio di fondo di pura armonia, con un fumetto che contiene scene di nudo, di sesso esplicito, scurrilità, violenza al limite dello splatter e intolleranza razziale?
Ve lo dico io, tutto.

Cos’è Saga, questo fumetto giunto in Italia al suo ottavo volume, se non un viaggio nella vastità dello spazio alla ricerca della pace e della libertà? Libertà di amare individui di qualunque razza, gender, credo, ideale politico e luogo di nascita.
Perché l’incipit di questa “saga” è proprio una storia d’amore. Non dovrebbe stupirci, non dovrebbe stordirci, questo, perché dopotutto ogni storia parla di Eros e Thanatos, Amore e Morte. Come mai allora il tema centrale dell’ennesimo successo di Vaughan ha creato e tutt’ora genera così tanto interesse?

Non so se ho una risposta. Non so se ci sia una risposta, ma questo articolo analizzerà Saga con la possibilità di risolvere questo dilemma.
A proposito di dilemma si potrebbe iniziare dalle influenze alla base dell’opera. Shakespeare e il suo eterno capolavoro Romeo e Giulietta sono l’ispirazione più chiara e palese di Saga, ma andando più in profondità potremmo notare delle similitudini, nella narrazione e nei temi affrontati, con diverse serie british, specialmente i teen drama come Skins e Queer as Folk.

Quali sono questi temi che rendono Saga un moderno e attuale ponte di contatto tra il fumetto mainstream e la serialità tv meno Hollywood oriented? Chiaramente l’interrazzialità e l’amore LGBT sono alla base dell’impalcatura scritta da Vaughan e disegnata dalla Staples.
Si parla di sesso, si parla di razze diverse che si odiano, ma che, talvolta, si amano, si parla di adolescenza, della paura del proprio corpo e dell’istinto di nasconderlo per essere accettati dagli altri.
Come dite? Sono partito in quarta e non ho parlato della trama e dei protagonisti? Siete seri? Dovete aver vissuto in qualche pianeta lontano per non conoscere le vicende di Alana e Marko, dato che questo fumetto è diventato, dalla sua prima pubblicazione nel 2008, una delle opere più famose di questa generazione.

A ogni modo la storia è apparentemente molto lineare, e questo è uno dei suoi massimi punti di forza. Parla di un pianeta, Landfall, e di una sua luna, Wreath, il primo abitato da una specie di esseri antropomorfi dotati di ali, la seconda che è invece la casa dei loro eterni nemici, alieni simili a uomini, ma caratterizzati da corna.
Sì, potrebbero sembrare angeli e demoni e no, non credo proprio sia una scelta casuale. In questo l’opera a fumetti che subito mi viene in mente sarebbe Preacher, che parte dal presupposto di un’unione sacrilega tra un angelo e un demone che dà vita a una creatura pericolosa e foriera di enormi stravolgimenti. E alla fine la figlia di Alana (una alata) e Marko (un “cornuto”) cos’è se non un guaio vivente che entrambe le razze vogliono cancellare dalla galassia?
La piccola si chiama Hazel e sarà lei la voce narrante delle vicende che ci accompagnano di capitolo in capitolo. Non si sa quanti anni abbia la Hazel che racconta la storia come un enorme flashback o una lunga fiaba, proprio perché neanche noi (e così forse Vaughan) sappiamo quando terminerà la serie.

Tornando alla trama troviamo Alana e Marko, entrambi soldati, ma di fazioni opposte, conosciutisi durante la prigionia del ragazzo dalle corna curve, sotto le “tenere” attenzioni di una secondina gentile e cordiale come l’alata Alana.
La loro fuga d’amore e la conseguente nascita della piccola Hazel mobiliterà un numero impressionante di eventi, piccoli e grandi, che coinvolgeranno donne ragno, gatti parlanti, principi robot con schermi al posto della testa, foche, fantasmi, ciclopi e anche un tricheco d’allevamento. Personaggi che inoltre si modificheranno col tempo cambiando abbigliamento, ingrassando, cambiando colore e taglio di capelli e altri mutamenti più o meno significativi, in barba ai costumi sempre uguali dei supereroi e alle regole di necessaria e immediata riconoscibilità dei personaggi per mantenere la fidelizzazione del pubblico.

Mentre scrivo questa parzialissima lista dei personaggi che si susseguiranno negli otto volumi al momento editi in Italia da BAO Publishing, non riesco a rimanere serio. Sembra un gigantesco trip, o forse una presa in giro, o magari ancora il parto della fantasia sfrenata di un bambino. E forse c’è un po’ di tutto questo in Saga.
Brian K. Vaughan e Fiona Staples sembrano realmente dei bambini privi di alcun freno immaginifico che superano ogni limite di buon senso e pudore creando un mondo tanto vasto quanto è vasta la varietà di creature che lo popolano.
Personalmente sono un fan della fantasia sfrenata nei fumetti, a patto che vi sia una coerenza interna e non si vada totalmente a ruota libera, in modo da evitare scorciatoie e non sentire la spiacevole sensazione che qualcosa sia totalmente accessorio o inserito per puro fan service.
In Saga ho avuto questa sensazione? Forse, ma riconosco che, capitolo dopo capitolo, questa viene sempre meno, sostituita dal piacere di vedere un lavoro fatto con consapevolezza ed esigenza artistica. In pratica in Saga ogni personaggio è lo specchio della nostra realtà, romanzato, deformato, estremizzato, ma mai travisato e mai fine a sé stesso.

Prendendo a modello il trittico di Maxwell composto da spazio, tempo e materia, e dando per buono che lo spazio è il world building, l’insieme di location di un’opera, che il tempo è il tempo di narrazione, la consecutio di eventi che si susseguono per partire da un punto A e giungere a un punto B, la materia non sarebbe altro che i personaggi che compiono date azioni in dato lasso di tempo. I personaggi di cui abbiamo parlato prima.
Del luogo abbiamo parlato pure, di Landfall e di Wreath, a cui si aggiunge una miriade di mondi tra quelli schierati con le ali, quelli schierati con le corna, quelli neutrali e quelli più o meno disabitati. È dispersivo il tutto, effettivamente sì, c’è davvero tanta tanta tanta carne al fuoco, abbastanza per degli spin off, e qui entra in gioco la passione di Vaughan sin da piccolo per la saga di Star Wars, una delle influenze maggiori per Saga a detta dell’autore stesso.

Tempo, ossia susseguirsi di eventi, cause e effetto, azione e reazione. Qui il tutto si divide in due: microtrama e macrotrama.
Potremmo dire che la trama principale (che normalmente coincide con la macrotrama di una storia) è in realtà una microtrama rispetto a quelle più grandi che si susseguono nell’universo di Saga? Sì, ed è questo ciò che distingue questa da tante altre serie a fumetti del passato e del presente.

Di cosa parla Saga? Parla di una guerra tra due razze e le loro numerose e assortite alleate (macrotrama), ma è la piccola storia di una piccola famiglia al margine di tale guerra, in fuga da tale guerra, a fungere da fulcro dell’intera serie. Un po’ come se, durante la guerra tra Jedi e Sith, tra l’impero e i ribelli, George Lucas si fosse concentrato quasi esclusivamente su un piccolo nucleo famigliare lontano lontano e sulle sue peripezie in un universo duro e rigido più o meno quanto la nostra stessa realtà. Uno zoom, un focus microscopico.

Critica spesso avanzata nei confronti di Saga è quella circa una decompressione, un allungare il brodo per dirla più semplicisticamente, un concentrarsi sui personaggi, sulle loro dinamiche, su questo viaggio dell’eroe formato famiglia, piuttosto che sulla guerra tra alati e corna.
Io credo che queste critiche siano influenzate proprio da questa particolare preferenza dell’autore verso lo specifico sul generale, il quotidiano sullo straordinario, il dettaglio sulle grandi vicende.
Meno Odissea e più Shameless, questo ci offre Saga.
È una tendenza del fumetto (post)moderno (e anche della serialità tv) quella di raccontare il margine e non la totalità? Possibile, e questo ci porta al capitolo “generazionalità”.

Questo periodo storico del fumetto, periodo che si potrebbe circoscrivere agli anni dieci del 2000, è a mio avviso molto interessante per i comics, e anche molto delicato.
È un periodo di apologia verso le realtà sempre troppo poco considerate in epoche passate, è un periodo di riscatto per categorie poco rappresentate da eroi e supereroi. Se i comics supereroistici hanno infatti visto dèe del tuono, eroine musulmane ed eroi di ogni gender ed etnia, i comics non supereroistici, quelli come Saga o parecchie altre serie Image, per esempio, hanno visto sdoganati tabù e riscattate categorie precedentemente poco di “moda”.
Saga è la perfetta sintesi di tutto questo, include tematiche LGBT, la libera espressione d’amore, l’anti elitarismo, l’interrazialità, il cosmopolitismo e tanto altro.
Basta questo a rendere simbolo di una generazione un fumetto? Direi di no, ma in supporto di Saga giunge ancora un elemento: la trasposizione della nostra realtà in chiave sci-fi/fantasy in modo da sfruttare la nostra attualità per farci immedesimare nella sua storia.

Il miracolo del parto, il sesso, la burocrazia, i romanzi d’amore, l’anti spettacolarizzazione della morte (elemento che ha contribuito alla fortuna della serie Game of Thrones, sebbene Vaughan dica di non averla seguita e di non esserne stato influenzato), l’invadenza delle suocere, il giornalismo, il cinema, l’abuso di stupefacenti, il terrorismo, la religione, la politica, i primi amori, lo sterminio di massa, l’aborto e il rapporto tra scienza e spiritualità. Quanti fumetti occidentali a oggi possono vantare un coraggio simile, senza trincerarsi nell’autorialità e nella nicchia?
Questa generazionalità ha prima permesso a Saga di diventare la serie di punta della Image Comics (insieme a The Walking Dead di Robert Kirkman, che ha permesso alla casa editrice di rinascere dopo la profonda crisi che la attanagliava dal 1998 circa) e poi di vincere una quantità esorbitante di Eisner Awards.
Ma questi Awards vinti sono del tutto meritati? Massì, apriamo questo vaso di Pandora con tutte le discussioni, più o mene accese, che sono sempre seguite su questo argomento.

Dodici Eisner Awards, quattro come Best continuing series, uno come Best new series, tre a Vaughan come Best writer, ben quattro awards a Fiona Staples, più venti altri awards di non secondaria importanza. Negli ultimi anni Saga ha preso in ostaggio l’Eisner Award come migliore serie, strappandola a progetti di tutto rispetto quali Hawkeye di Fraction e Aja, The Manhattan Projects e East of West di Hickman, Prophet di Gragam e artisti vari, Sex Criminals di Fraction e Zdarsky, Astro City di Busiek, The Walking Dead di Kirkman, Il mitico Thor e Southern Bastards di Aaron (che nel 2016 è riuscita a interrompere la striscia vincente di Saga, salvo poi ricapitolare l’anno dopo).
Probabilmente alcune di queste serie (più altre non incluse tra i nominati) sono state e sono tutt’ora superiori a Saga, graficamente e narrativamente, e questa incetta di riconoscimenti ha decisamente influito – nel bene e nel male – nella percezione di Saga tra il pubblico di lettori di fumetti.

Ho lasciato per ultima una parte fondamentale di questo articolo, ossia l’analisi degli albi, dello stile di disegno della Staples e di quello narrativo di Vaughan. Non il cosa, non il perché, ma il come sia stato realizzato Saga.
Innanzitutto il numero di pagine è fisso a 22, fatta eccezione per un episodio del volume 7 (23 pagine) e il primo episodio del volume 1 (44 pp.).

Prima e ultima pagina di ogni capitolo sono delle splash page scontornate, con una piccola variante di tre strip orizzontali in qualche apertura di episodio. Probabilmente l’utilizzo delle splash serve ad aprire il numero senza troppi fronzoli e a concluderlo con un cliffhanger (che Vaughan dice di aver mutuato da serie tv come Buffy l’ammazzavampiri di Joss Whedon, che includeva cliffhangers anche prima e dopo gli spazi pubblicitari per mantenere sempre alto l’interesse del pubblico).
Le didascalie che rappresentano le parole della narratrice esterna, ossia Hazel, sono anche esse prive di contorno, come se si disperdessero nella vignetta, prive di limiti.
Il lettering è dinamico, mutevole nei colori e nei font, passando da uno stile più “matematico” nei dialoghi del principe robot e i suoi simili, dal blu usato per il dialetto delle corna, al fucsia per le frasi dei fantasmi e il celeste per gli uomini pesce. Nulla è lasciato al caso e nessuna opportunità di variegare e colorare Saga viene persa.

Lo stile di disegno della Staples è piuttosto personale, ma estremamente sensato e coerente.
Gli sfondi, le location, le ambientazioni entro cui si muovono i personaggi spesso sembrano vacue, sfocate, prive di contorni e dalla colorazione piuttosto uniforme, i personaggi invece sono estremamente ben definiti, tridimensionali, caratterizzati. Il chi spicca sul dove.

Come dicevo prima questa scelta, coraggiosa, è anche coerente per una serie quasi totalmente character oriented, ossia incentrata sui personaggi.
Proprio i personaggi sono tratteggiati con una sensibilità e una mancanza di cliché e stereotipi tutta femminile. Ogni imperfezione, ogni rotondità dei fianchi, ogni efebicità dei corpi, ogni stranezza rende i character veri, non semplici versioni idealizzate di uomini e donne.
Le pennellate di colore donano alla serie un senso di ovattato, di elegante anche nelle scene più spinte (che hanno anche creato problemi di censura) o efferate, uno stile pittorico che contribuisce a rendere Saga una fiaba.

In conclusione siamo riusciti a rispondere alla domanda di inizio articolo? Starà al singolo lettore decidere, così come sta al lettore decidere se questa serie merita o no il suo posto nell’Olimpo del fumetto moderno, alimentando, bene o male, il buzz attorno a questa strana serie Image.

Across the Universe risuona nel mio .mp3, gli otto volumi di Saga sono sul tavolino, e spero che questo articolo soddisferà la curiosità degli indecisi sull’acquisto, e che dia nuovo materiale di discussione costruttiva a scontenti ed entusiasti. Perché di Saga, sono sicuro, si sentirà parlare ancora a lungo.

Jai guru deva om.

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