La visione di Evangelion da vicino – La lingua di Evangelion: parole, numeri, simboli e il “Libro della vita”

Per quanto probabilmente non esistano statistiche esatte che possano comprovarlo, Evangelion è con tutta probabilità l’anime più studiato e analizzato di tutti i tempi.

Al di là del suo successo commerciale e sociale, il franchise ideato da Hideaki Anno può vantare nel suo campo ben pochi o nessun rivale quanto a produzione critica nei suoi confronti: su Internet, naturalmente, dove da 26 anni prosperano migliaia di thread di discussione sui forum e innumerevoli siti web completamente devoti ad analisi spesso molto serie e dettagliate, ma anche in real life, dove Evangelion è diventato il tema di numerose tesi di laurea di argomento artistico, filosofico o altro ancora, nonché di saggi in molte lingue, italiano compreso, l’ultimo dei quali è il corposo Evangelion for Dummy (Plugs).

Fotogramma dall'episodio 9 di "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno.
Rei Ayanami è un personaggio molto solitario che passa gran parte del suo tempo leggendo e studiando: potrebbe essere una metafora dell’otaku, ovvero (nell’accezione di Hideaki Anno) colui che studia.

C’è però un aspetto molto curioso e interessante del franchise che raramente, o mai, viene preso in considerazione, ed è quello linguistico. La lingua in cui è scritto Evangelion, e nello specifico le sue incarnazioni autografe di Anno, ovvero la serie TV del 1995-1996, i film del 1997 e la serie Rebuild del 2007-2021, presenta un curiosissimo mix di modi di parlare e registri linguistici molto diversi. La lingua di Evangelion include altissima formalità (per esempio nei documenti o nei discorsi fra gerarchi), flussi di coscienza, concetti filosofici a volte comunicati con parole semplici e a volte no, linguaggio quotidiano, slang adolescenziale, giochi di parole, precise scelte lessicali per comunicare alcune cose e celarne altre, code mixing e molti altri stili ancora, il tutto mischiato con elementi di ultra-nicchia (ad esempio il vecchio linguaggio usato sulla BBS 2channel in cui gli otaku comunicavano attraverso il gergo militare formale, come si può leggere in Train Man) e con curiosissime creazioni estemporanee che rappresentano una delle firme stilistiche di Hideaki Anno.

Confronto linguistico fra "Punta al Top! GunBuster", "Neon Genesis Evangelion", "Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone" e uno shikishi di Rumiko Takahashi.
Quattro esempi della lingua stramba di Anno. In alto a sinistra: da Punta al Top! GunBuster, la celebre scritta オカエリナサイ okaerinasai “bentornate” con l’ultima sillaba イ i scritta al contrario. La probabile spiegazione a questa stranezza è che fra migliaia di anni il giapponese contemporaneo sarà un’antica lingua morta e quindi gli uomini del futuro potrebbero facilmente sbagliare a scriverla, come se oggi provassimo a scrivere un testo in cuneiforme. In alto a destra: nell’episodio 4 della serie TV Neon Genesis Evangelion, Shinji vaga disperato e passa davanti a un karaoke, anzi un カラヲケ karawoke come scritto sul cartello. Questa sostituzione di オ o con ヲ wo tornerà oltre dieci anni dopo con i titoli dei primi tre film della tetralogia Rebuild. In basso a sinistra: il documento riservato che Misato consegna a Shinji nell’episodio 1 della serie TV e nel film 1.0 riporta la scritta ようこそNERV江 Yōkoso NERV e “Benvenuti alla NERV”, dove però il complemento di moto a luogo へ e è sostituito in maniera del tutto arbitraria dal kanji omofono 江 e che non indica affatto moto a luogo bensì significa “baia, insenatura”. L’uso di omofoni arbitrari o di invenzioni grafiche nella lingua scritta era tipico dello stile di scrittura gyaru-moji, diffusosi fra i giovani giapponesi dagli anni ’90 (cioè proprio contemporaneamente a Evangelion), di cui lo 江 e di Anno può essere considerato un esempio d’autore che ha conosciuto grande fama e diffusione: in basso a destra un disegno del 2019 di Rumiko Takahashi (donato al suo amico e collega Gōshō Aoyama per ricambiare un suo disegno) riporta nella dedica in alto 青山剛昌さま江 Aoyama Gōshō-sama e “Per il signor Gōshō Aoyama” dove il suffisso -sama, solitamente scritto con il kanji 様, è qui scritto in hiragana, mentre al contrario へ e, solitamente scritto in hiragana, è qui scritto proprio con lo 江 e di Anno.

 

Agitato, non mescolato

Questa enorme varietà di registri rende Evangelion un lavoro di particolare complessità linguistica e certamente una sfida di grande interesse per il localizzatore straniero, conscio di dover tenere in equilibrio sui due piatti della bilancia l’estrosità di Anno con la comprensibilità del testo, che in lingua originale non viene mai meno. Con le dovute proporzioni, ascoltare un segmento di Evangelion potrebbe essere paragonabile a un veloce zapping televisivo in cui ci si imbatte in tanti programmi diversi con tanti linguaggi diversi, ma nondimeno tutti comprensibili. Una lingua complessa, ma non complicata.

Lo stesso vale anche a livello delle singole parole, che possiedono vari livelli di profondità per il nippofono e di difficoltà per il traduttore e l’adattatore. Naturalmente ci sono le parole inventate e le tecnobubbole, da “A.T. Field” a “blood type: blue”, alcune ideate da Anno e soci e altre derivate da precedenti opere di fiction. Poi ci sono le parole comuni, termini al contempo molto precisi e molto vaghi come 暴走 bōsō “comportarsi in maniera selvaggia”, 補完 hokan “perfezionamento” o 適格者 tekikakusha “soggetto qualificato”, le quali, benché preesistenti, hanno acquisito per il madrelingua giapponese un’immediata riconoscibilità come Eva yōgo (“terminologia di Eva”). Un cocktail lessicale che è, di nuovo, complesso, ma non complicato.

Fotografia del volume "Evangelion yōji jiten" (prima edizione) della casa editrice Hachiman Shoten.
Il wordbuilding di Evangelion è così ricco e complesso da aver bisogno di un suo vocabolario. In Italia i fascicoli della Evangelion Encyclopedia contenuti nelle VHS della Dynamic Italia illustravano aspetti non immediati della serie, ma in Giappone ci si è spinti oltre: dopo la fine della serie TV la casa editrice Hachiman Shoten ha pubblicato dei veri e propri dizionari con le spiegazioni di migliaia di lemmi complessi, specchietti riassuntivi e mappe.

A queste parole si affiancano infine le battute celebri, completamente assorbite nella lingua parlata come fossero modi di dire: un esempio su tutti, lo «anta baka?» di Asuka.

 

Logorroica facondia

Tutta questa ricchezza linguistica riguarda l’intero corpus di Evangelion fin dagli inizi e arriva, intatta se non addirittura arricchita, fino all’ultimo film della serie Rebuild of Evangelion, ovvero la terza versione della storia iniziata nel 2007 e conclusasi quest’anno con il quarto film Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time.

Come ampiamente dimostrato dalla puntata del programma TV Professional dedicata alla lavorazione del film, Anno e il suo staff hanno riversato in quest’ultima, definitiva, lapidaria opera tutto il loro impegno, riempiendola all’inverosimile di una tale quantità di dati e materiali che i fan ne avranno da discutere per decenni. Lo stesso accade per la parte linguistica, che presenta un ampio ventaglio lessicale: dai balbettii dei bebè al linguaggio popolare, dalle solite battute ambigue di Kaworu alla nomenclatura tecnica di oggetti, armi e mezzi, in un crescendo terminologico a dir poco vertiginoso.

Osserviamo alcuni di questi esempi.

 

Un titolo, molti significati

Già il titolo del film consente qualche ragionamento linguistico interessante.

Locandine di "Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time" di Hideaki Anno.
Le tre versioni della locandina di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time col titolo in giapponese scritto nel font Matisse EB e in inglese scritto a mano da Anno stesso.

 

Il titolo in caratteri latini

La versione internazionale recita Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time e la seconda parte è più facilmente spiegabile: Thrice Upon a Time è l’ormai consueta citazione a un’opera di fantascienza, pratica usa ad Anno e allo studio Gainax fin dagli esordi, e in questo caso la citazione è all’omonimo romanzo di James P. Hogan che tratta di paradossi temporali e della forza dell’amore come energia che riesce a trascendere lo spazio e il tempo. Titolo molto appropriato per questo film.

Il curioso uso dell’espressione matematica “3.0+1.0” invece è più ambiguo. Sicuramente riecheggia la celeberrima tetrafobia asiatica, per la quale è sgradevole nominare, scrivere o usare direttamente il numero 4 ed è invece preferibile riferircisi attraverso giri di parole; “3+1” potrebbe quindi essere semplicemente un modo alternativo di scrivere “4”.

Un’altra spiegazione, perfettamente giustificata dalla costruzione narrativa del film, potrebbe stare nel fatto che questa quarta pellicola è la continuazione della terza: comincia esattamente dove finiva il film precedente e ne rappresenta la naturale continuazione, quindi la prima parte di 3.0+1.0 è, effettivamente, la seconda parte di 3.0, in maniera molto simile a come avveniva in The End of Evangelion in cui la prima parte intitolata Air era effettivamente la naturale continuazione di Death & Rebirth, mentre la seconda parte A te, mio animo sincero era un segmento indipendente, come un film nel film. Lo stesso succede in 3.0+1.0: in questo senso, se quel “3.0” indica appunto la continuazione dal film precedente, allora “1.0” rappresenta un nuovo inizio, un ricominciare da capo, ovvero proprio quello che succede nel finale del film.

Una terza spiegazione, che in realtà è un corollario della precedente, si può trovare nel fatto che il film è composto da quattro parti: le prime tre conseguenziali fra loro e la quarta di forte rottura. Tre parti più una.

In altre parole, qualunque sia il significato di quell’espressione matematica, appare evidente che c’è dietro un qualche significato simbolico e metanarrativo.

 

Il titolo in caratteri giapponesi

Il titolo originale del film invece recita シン・エヴァンゲリオン劇場版:|| Shin Evangelion gekijō-ban:|| ovvero “Nuova versione cinematografica di Evangelion” oppure “Versione cinematografica del nuovo Evangelion”, il referente dell’aggettivo “nuovo” è ambiguo. Non è invece affatto ambiguo il preciso riferimento ai titoli originali dei film del 1997, “contenuti” nel titolo del film del 2021.

I primi tre film della serie Rebuild sono infatti intitolati in giapponese ヱヴァンゲリヲン新劇場版 Wevangeriwon shin gekijō-ban, con il nome “Evangelion” modificato e quello shin messo prima di gekijō-ban. Il quarto film invece torna alla formula エヴァンゲリオン劇場版 Evangelion gekijō-ban che era esattamente la stessa usata nei titoli dei film del 1997 新世紀エヴァンゲリオン劇場版 シト新生・Air/まごころを、君に Shinseiki Evangelion gekijō-ban Shi to shinsei – Air/Magokoro wo, kimi ni. In pratica, sia per i film del 1997 sia per quello del 2021, la parte centrale del titolo presenta le stesse esatte parole Evangelion gekijō-ban (circondate a sinistra e a destra da altre espressioni).

Confronto fra i titoli in giapponese delle opere autografe di Hideaki Anno del franchise "Evangelion".
Il confronto fra i titoli in giapponese di tutte le opere del franchise Evangelion autografe di Hideaki Anno (la serie TV, i due film vecchi e i quattro film nuovi) evidenzia chiaramente la filiazione di 3.0+1.0 dai film del 1997.

 

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler.

Questo ha consentito agli spettatori nippofoni di accorgersi a colpo d’occhio, prima ancora di entrare nella sala cinematografica, che questo film finale del Rebuild non sarebbe stato nient’altro che una nuova versione del film finale del 1997, una sua versione shin (“nuova”, “vera”, “divina”, “evoluta”, come vuole il gioco di parole), una sua rinarrazione. Non stupisca quindi la presenza nel film finale del 2021 degli stessi identici elementi del film finale del 1997: le strette di mano, i treni mentali, le scene dal vivo, la spiaggia col mare rosso, i giganti bianchi, i teatri di posa, le lance che ruotano, le esplosioni di LCL… Se così tanti elementi si mantengono uguali è perché il film del 2021 è letteralmente, esplicitamente una rinarrazione del film del 1997.

Paradossalmente, quindi, il titolo alfabetico del quarto film del Rebuild sarebbe potuto benissimo essere Shin The End of Evangelion:|| poiché è esattamente così che appare agli occhi degli spettatori nippofoni.

 

Due punti e due barrette: ritornelli, finali e numeri Maya

Un’ultima nota(zione musicale) sul simbolo “:||”. La musica ha sempre svolto un ruolo più che centrale nella narrazione di Evangelion, dallo S-DAT al canone di Pachelbel fino al brano a quattro mani di Kawo♡Shin, passando naturalmente per l’iconico episodio 9 della serie TV, e si impone anche nel titolo in giapponese del quarto film del Rebuild: il simbolo “:||” fa infatti parte della notazione musicale e indica il ritornello sulle partiture.

Fotogramma da "Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo" di Hideaki Anno.
Kaworu suona Il giardino di luc– ah no, quello è un altro cartone animato.

La presenza di questo simbolo impronunciabile ha portato il fandom a numerose speculazioni e in particolare a vederlo come una chiara prova della millantata teoria del loop, secondo cui la serie TV del 1995-1996, i film del 1997 e quelli del 2007-2021 racconterebbero eventi conseguenziali fra loro, ovvero che dopo la fine di queste opere per qualche motivo il tempo si è riavvolto facendo ripartire la storia da capo. La teoria ha ben pochi appigni narrativi e nessunissima giustificazione pratica (COME tecnicamente o magicamente sarebbe possibile??? Nel mondo narrativo di Evangelion esistono forse le macchine del tempo e/o c’è la possibilità pratica di viaggiare nel tempo?), eppure è molto amata da una certa parte del fandom che vuole trovare una spiegazione facile agli eventi narrati nelle opere. In questo senso, molti fan hanno fatto 2+2 mettendo insieme la dichiarazione di Hideaki Anno «Evangelion è una storia che si ripete» e il simbolo del ritornello, et voilà, hanno ottenuto una pseudo-conferma della loro teoria.

Eppure, come è già stato notato, quel simbolo potrebbe non essere “:||”, bensì un due punti “:” seguito dalla doppia stanghetta “||”. I due punti sono infatti presenti nei titoli di tutti i primi tre film della serie Rebuild, sia in versione giapponese sia in versione inglese:

  • ヱヴァンゲリヲン新劇場版序 / Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone
  • ヱヴァンゲリヲン新劇場版破 / Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance
  • ヱヴァンゲリヲン新劇場版Q / Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo
Locandine dei primi tre film della tetralogia "Rebuild of Evangelion" di Hideaki Anno.
Le tre locandine dei primi tre film della tetralogia Rebuild of Evangelion, tutte coi due punti nei titoli sia in giapponese sia in inglese.

Poiché il titolo in inglese del quarto film include certamente i due punti, francamente non si vede perché questi non dovrebbero essere anche nell’ultimo titolo in giapponese, isolando quindi quel simbolo alla fine come “||”, ovvero la doppia stanghetta della notazione musicale, ovvero il simbolo che si appone all’ultima battuta del pentagramma e con cui si chiude definitivamente un brano musicale. Il finale.

Questa spiegazione, pur non confermata (né smentita) ufficialmente, ha molto più senso sia considerando che il titolo di lavorazione era appunto Evangelion: Final, sia alla luce della trama del film e soprattutto delle dichiarazioni del regista Hideaki Anno, che con quest’opera ha deciso di salutare per sempre il franchise e di non rimetterci mano ulteriormente in futuro, affidandolo con tutta probabilità ad altri autori.

Sia chiaro: come spesso succede in Evangelion, quel simbolo potrebbe essere stato scelto proprio perché ambiguo e leggibile sia come “:||” sia come “||”, dando quindi al fandom argomenti di discussione. Per la cronaca, c’è persino chi ci ha trovato altri significati ancora, tipo il numero 12 nella scrittura Maya (?). Eppure, le esplicite dichiarazioni di Anno e gli eventi del film chiariscono una volta per tutte che non c’è alcun loop temporale e, quindi, nessun :||.

 

Una parola, molti significati

È probabilmente la parola giapponese più celebre nel mondo ed è anche una delle parole centrali dell’immaginario di Evangelion: sayōnara si presta meravigliosamente alla narrazione di Hideaki Anno grazie al suo significato univoco eppure ricco di nuance.

Fotogramma dalla seconda sigla finale "Sayōnara byebye" di "Yu degli spettri".
Sayōnara è una delle parole più usate in assoluto nei testi delle canzoni pop giapponesi insieme con arigatō, namida, yume, daijōbu e naturalmente boku e kimi. La stupenda canzone Sayonara byebye, seconda sigla finale di Yu degli spettri, inusualmente non usa nessuna di queste parole, ma mette sayōnara già nel titolo.

Teoricamente sayōnara dovrebbe essere una parola facile dato che si usa in un contesto solo, che è quello di salutare qualcuno quando ci si lascia, e così si usa fin dal XIX secolo. Eppure, il suo uso copre un ventaglio di significati che in italiano sono resi da termini che vanno da “ciao” ad “arrivederci” fino ad “addio”.

I dizionari etimologici concordano che la parola sayōnara (o anche sayonara, senza vocale lunga) viene da una contrazione dell’espressione 左様ならば sayō naraba che vuol dire qualcosa del tipo “Ebbene, essendosi creata (la situazione per separarsi)”: sayōnara si usa quando uno dei parlanti non ha altro da dire, o ha altro da fare, o ha un impegno altrove, o comunque pensa che la situazione è arrivata al punto che è ora di concluderla. Si usa quindi in presenza di giustificato motivo per lasciarsi. In pratica, vuol dire “devo andare”.

È evidente quindi che di per sé sayōnara non ha alcun connotato temporale o morale o altro, e può essere o non essere drastico e definitivo. Per fare degli esempi d’uso in italiano, potremmo dire “Scusa, scappo perché devo andare a prendere il treno, sayōnara!” come pure “Ti odio, me ne vado, sayōnara!”, oppure “Bene, io ho finito, sayōnara” o anche “Vado al lavoro, ci vediamo stasera, sayōnara”. Non vuol dire affatto, o comunque non vuol dire solo “addio per sempre”.

Naturalmente la pratica ne ha differenziato l’uso: nei club scolastici ci si saluta con sayōnara anche se ci si rivedrà dopo poche ore perché l’attività quotidiana è finita, mentre nei testi delle canzoni si usa spesso per rappresentare la fine di una storia romantica e quindi l’addio definitivo. In parole povere, il significato di sayōnara varia e dipende dal contesto.

Cosa c’entra tutto questo con Evangelion e col Rebuild? C’entra, perché sayōnara ricorre varie volte e spesso in momenti focali. Per fare alcuni esempi, è proprio la parola che Shinji rimprovera a Rei di usare prima di andare in battaglia contro l’Angelo Ramiel, è nel titolo del brano Kyō no hi wa sayōnara che si sente in sottofondo mentre l’Unità-01 pilotata dal Dummy System squarta l’Unità-03 posseduta dall’Angelo Bardiel, e sayōnara è LA parola principale di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, pronunciata in diverse occasioni da diversi personaggi in diversi contesti con diversi significati.

Hideaki Anno è risaputamente un fan del j-pop anni ’60-’70, come d’altronde il suo maestro Hayao Miyazaki. In Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance inserisce ben due canzoni di quel periodo, entrambe coverizzate da Megumi Hayashibara: Tsubasa wo kudasai del 1971 degli Akai tori e Kyō no hi wa sayōnara di Ryōko Moriyama.

 

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler.

L’uso più interessante della parola sayōnara è quello legata al clone di Rei Ayanami comparso in Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo, che torna in 3.0+1.0 dimostrando di avere scarsissima esperienza del mondo esterno alla base della NERV e un vocabolario veramente limitato che ignora anche termini come “buongiorno” e “buonanotte”. Hikari e gli altri abitanti del Villaggio-3 le spiegano queste parole, e per sayōnara le viene detto che è «una parola magica che si usa quando vuoi reincontrare qualcuno»: evidentemente per Hikari la parola ha il significato di “arrivederci”. Più tardi nel film, però, il clone di Rei la usa per scrivere una lettera strappalacrime, poi per salutare per sempre Shinji, prima di morire, e alla fine del film Shinji stesso la usa per allontanarsi definitivamente dagli Evangelion, dimostrando che la stessa parola significa anche “addio per sempre”.

Fotogramma da "Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone" di Hideaki Anno.
Rei saluta Shinji con un laconico sayōnara prima di andare a combattere contro l’Angelo-cubo.

È interessante il fatto che lo sceneggiatore Hideaki Anno usi questa stessa parola con accezioni completamente diverse nello spazio di pochi minuti: da parola sociale a triste separazione fino a commosso addio. Una singola parola che rappresenta un esempio della grande ricchezza espressiva di Evangelion.

 

Una battuta, molti significati

Nonostante Evangelion sia già una serie estremamente complessa e soggetta a infinite speculazioni del fandom su praticamente ogni suo aspetto, Hideaki Anno e il suo staff hanno deciso di gettare benzina sul fuoco continuando ad aggiungere nuovi materiali di discussione fino all’ultimo. Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time si presenta come un film conclusivo e risolutivo, ma paradossalmente propone allo spettatore numerosi nuovi misteri, nuove storyline, nuovi elementi di discussione e nuovi oggetti criptici che per forza di cose non troveranno mai una spiegazione, se non apocrifa in future opere del franchise (che però non saranno firmate da Anno) o elaborate dal fandom.

Una di queste novità è il misteriosissimo 生命の書 Seimei no sho “Libro della vita”, che esplode come una bomba nel mondo di Evangelion letteralmente all’ultimo momento, proprio a pochissimi minuti dalla fine del film. Il Libro della vita viene citato due sole volte, rispettivamente da Kaworu Nagisa e da Ryōji Kaji, fornendo pochissimi elementi di comprensione e pochissimissime certezze, peraltro minate dal fatto che la grammatica giapponese non contempla il numero (ovvero non c’è il plurale come inteso nelle lingue occidentali e i verbi non si coniugano al plurale) e quindi apre a numerose possibili interpretazioni ambigue.

In realtà si tratta dell’ennesima, ultima, apocalittica citazione giudaico-cristiana della saga: il Libro della vita è infatti un testo su cui Dio elenca di suo pugno le persone che andranno in Paradiso e/o comunque avranno la vita eterna dopo il giorno del Giudizio, ovvero saranno immortali. Non è chiaro se il Libro della vita in Evangelion abbia esattamente la stessa provenienza e la stessa funzione che ha nell’Apocalisse biblica, ma comunque sembra sia meglio esserci che non esserci, come nella lista dei bambini buoni di Babbo Natale.

Elaborazione grafica di un fotogramma da "Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone" di Hideaki Anno.
I libri sono importanti per Rei. Nella serie TV leggeva libri di Fisica in tedesco, mentre nel Rebuild è passata alla narrativa con The Happy Prince and Other Tales di Oscar Wilde e, in 3.0+1.0, a O-chibi-san, una serie di fumetti per bambini di Moyoco Anno. Ma… cosa vedono le mie fosche pupille? Nel libro The Happy Prince and Other Tales che Rei legge in 1.0 c’è un’illustrazione, ma non sembra affatto il principe protagonista della storia. Non sembra invece un angelo con la tromba che annuncia l’Apocalisse, cioè proprio quando Dio giudica le anime in base alla presenza o meno dei loro nomi sul Libro della vita? È solo suggestione o c’è effettivamente? È forse questo il famoso indizio grafico nascosto in 1.0 di cui nessuno si è accorto di cui parlava il character designer Shigeto Koyama?

Parliamo del Libro della vita, di interpretazioni metaforiche e della famigerata teoria del loop temporale con Sacha Pilara, adattatore della versione italiana di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, che è dovuto venire a capo di numerose gatte (linguistiche) da pelare.

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Clicca qui per leggere
L’INTERVISTA A SACHA PILARA
su Distopia Evangelion!
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Finale

Il fatto che Hideaki Anno abbia ufficialmente concluso il suo impegno nel mondo di Evangelion non vuol dire che Evangelion sia finito. Come ha recentemente spiegato lo stesso autore, c’è ancora tanto da narrare nella sua lingua complessa, ma non complicata, in primis il time skip di 14 anni fra i film 2.0 e 3.0, il cui contenuto è già stato scritto e per ora riposa in qualche cassetto.

Fotogramma da "Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance" di Hideaki Anno.
È giunta l’ora che il mondo sappia di Asiniel.

Sembra quindi che, infine, Evangelion stia per prendere il suo posto a fianco ad altre gloriose saghe SF nipponiche come La corazzata Yamato, Mobile Suit Gundam e Macross (e aggiungerei anche Doraemon), che già da tempo sono oggetto di continui sequel, prequel, midquel, remake, reboot, riletture e quant’altro da parte di sempre nuovi autori che, fra alti e bassi, comunque portano avanti questi titoli, diffondendoli fra le nuove generazioni e nuovi pubblici anche internazionali.

Allora, sayōnara (“ciao”? “arrivederci”? “addio”?) Evangelion: il tuo nome è scritto sul Libro della vita e vivrà dunque in eterno in una «storia ad anello».


Tutte le immagini sono usate a puro scopo illustrativo e sono copyright dei rispettivi proprietari.

Per Evangelion: © 2021 Khara. All rights reserved. All images shown are for illustration purpose only.

Mario Pasqualini

Sono nato 500 anni dopo Raffaello, ma non sono morto 500 anni dopo di lui solo perché sto aspettando che torni la cometa di Halley.

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