La fine della ragione – Una recensione che vale uno

Preludio

Molto prima de La fine della ragione mi capitò di recensire una storia di Roberto Recchioni per Dylan Dog. La recensione non era positiva, e Recchioni mi rintracciò su Facebook protestando per un passaggio dell’articolo che, a suo parere, era fuori luogo. Rileggendo il pezzo mi resi conto che aveva ragione, e chiesi al direttore di rimuovere quelle tre parole che, con la recensione in sé, avevano poco a che fare. Recchioni mi ringraziò e tentai di approfittarne per squadernargli un’intervista di quelle che, in passato, hanno fatto fuggire molti altri autori. Recchioni ha accettato, si è sorbito quattro o cinque domande e poi, semplicemente, non ha più risposto.

In seguito ho ripensato ai sentimenti che ho provato nel rendermi conto che Recchioni aveva deciso di non rispondere più alle mie domande per l’intervista, senza nemmeno scrivere un messaggio in cui dicesse “basta, mi hai rotto le palle”. Ho sentito un oscuro demone agitarsi nei recessi del mio cervello rettile. Ha levato il naso dalla palude dei miei sogni frustrati, annusando l’odore della preda facile.

«Come si è permesso quello sssssscrittore da quattro soldi di non rispondere alle tue domande?»

«Ki si krede di esssssssssere? Sssssssolo perchè gli pubblicano i fumetti?»

La fine della ragione

A un primo sguardo, La fine della ragione sembra un instant comic, un fumetto prodotto velocemente per cavalcare un momento storico (lo stesso Recchioni ha detto che la stesura è avvenuta in un periodo breve anche se estremamente intenso). In questa impressione c’è sicuramente un fondamento di verità, ed è forse dalla sua urgenza che il volume trae i suoi difetti; come spesso accade, però, è dall’urgenza che prende anche i suoi maggiori pregi.

Chiariamo subito le cose: La fine della ragione è un fumetto politico, ed esce oggi perché tra poco ci sono le elezioni politiche. La fine della ragione è un fumetto politico perché esprime una presa di posizione forte e ragionata su un tema di interesse generale. La fine della ragione è un fumetto politico perché esplora quel particolare sottogenere che è la distopia, che da sempre ha scopi politici.  Quindi, chi è convinto che i fumetti debbano occuparsi soltanto di supereroi, ragazzine tettute o di pistoleri, non lo compri e smetta di leggere questa recensione. Qui si crede che il fumetto possa e debba occuparsi di tutto quello che abbia importanza: supereroi, ragazzine tettute, pistoleri, e politica.

Il fumetto politico ha una sua onoratissima tradizione che parte da Mafalda e arriva fino a Kobane Calling, passando per Robert Crumb attraverso Spiegelman e Alan Moore e arriva a un autore romano che i generi non li teme, li studia e ce ne presenta la sua personale variante.

Recchioni così raccoglie la sfida ed entra nel fumetto di persona, parla direttamente al pubblico e si prende la responsabilità dell’idea che vuole comunicare, come vuole la tradizione del genere. Nel farlo l’autore tradisce, se non altro, una certa inesperienza nell’ambito, che lo spinge a mutuare alcune soluzioni stilistiche che non gli appartengono, come le incursioni pop, il citazionismo o gli stralci di dialetto romanesco un po’ sopra le righe, che rimandano a Zerocalcare. Molto più efficace risulta Recchioni quando decide di essere se stesso e di utilizzare la propria poetica al servizio del Messaggio. Così i suoi personaggi carichi ed essenziali, rielaborati dal mito popolare (la Madre), sono portatori molto più sinceri del Messaggio, sull’altare del quale Recchioni ha deciso di sacrificare trama, intreccio, profondità, struttura e, soprattutto, equilibrio: il continuo cambio di registro, dal dramma all’ironia, non avviene sempre in modo fluido. Eppure, in un paio di trovate (il giuramento di Ippocrate!), emerge il Messaggio scandito con una voce inconfondibile, personale, e per questo, autorevole: la voce di Roberto Recchioni.

Il Rettile riporta la testa fuori dalla palude, sbuffando fuori bile e detriti d’osso masticato.

«E chi è Recchioni per poter essssprimere le sssue opinioni? Cossssssa ha più di te? Le tue opinioni valgono come le ssssssssue!»

Il comparto grafico è furbo e intelligente: Recchioni utilizza una serie di strumenti di sicuro impatto, elaborando uno stile che unisce la sintesi con alcuni barocchismi digitali che hanno il pregio di impreziosire le pagine anziché affogarle. Emerge, anche qui, la volontà di focalizzare l’attenzione sul messaggio più che sulla forma, che è completamente al servizio della tesi. Traspare una sorta di studiata spontaneità, l’equivalente disegnato di un flusso di coscienza che, in qualche tavola, mostra la corda, vuoi per una calibrazione imprecisa, vuoi, ancora, per il carattere sperimentale (per Recchioni) dell’opera.

La fine della ragione, con tutti i suoi difetti (che, a dirla tutta, emergono soltanto quando si smette di leggerlo per leggerlo e si comincia a leggerlo per scriverne una recensione), è un passo avanti per il Recchioni autore, che aggiunge la sua voce a un dibattito politico oggi essenziale per la sopravvivenza di questa scalcagnata democrazia italiana.

Ecco che il Rettile torna alla carica.

«E tu ssssei qui a incensssssarlo ancora? Che ha detto Recchioni di tanto importante? Guarda ke tu ne ssssssai più di lui sssssull’argomento, e potresssssti scrivere un fumetto molto migliore, più argomentato, ma sssssolo che non ne hai il tempo! Devi lavorare e portare avanti la famiglia, tu!»

Caro Rettile, lasciati dire una cosa che ho capito di recente. È vero, Recchioni non sarà tanto diverso da me, forse non vale più di me. Magari è per questo che si è scocciato della nostra intervista e mi ha piantato senza una parola: perché non è poi diverso dalle tante persone che ci circondano. Però sa fare i fumetti, ne sa fare di tanti tipi, e sa pure fare in modo che dei suoi fumetti si parli. Si è sbattuto per farli, scendendo a dei compromessi che io non avrei accettato, facendo sacrifici a cui io non ero pronto, dandosi motivazioni a farli più forti di quelli che mi sono dato io. Lo rende un uomo migliore di me? No, di certo; ma sicuramente un autore migliore di me. E quindi, no, mio caro: ci sono momenti, luoghi, e ambiti, in cui uno non vale uno.

E se non sei capace di capirlo, allora è proprio vero che si sta avvicinando la fine della ragione.

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