La casa di Paco Roca: universalità di un sentimento, eternità della memoria

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La prima pagina de La casa di Paco Roca, in uscita per le edizioni Tunué, è fulminante: dodici vignette statiche, quadrate, che mostrano un interno in penombra, una porta aperta, un uomo che lentamente ne esce, chiudendola dietro di sé. Dodici fotogrammi che scandiscono lo srotolarsi di un momento quotidiano, in cui il tempo del lettore coincide perfettamente con il tempo della narrazione. Un inizio in cui sembra non succedere nulla, ma che invece racchiude una miriade di significati: la casa del titolo, un uomo, che ne fa parte, la sua uscita di scena, che tace e rivela allo stesso tempo tantissimo. “Leggendo” questa pagina iniziale, che non presenta neanche un lemma, chi osserva comprende, come una rivelazione improvvisa, tutto quello che Paco Roca non scrive: ci si trova di fronte a un Proemio senza voce, che lascia intuire il contenuto di quanto seguirà, e di quanto è successo. Quell’uomo è morto. Quell’uomo era il padre dell’autore. Questa storia parlerà del tempo e della memoria.

Quello che il fumetto mostra infatti, è quello che resta dopo quella uscita di scena: Juan (alter ego dell’autore) e sua moglie Silvia riaprono la casa di campagna chiusa da un anno, con l’intenzione di sistemarla per venderla. Arriveranno in seguito anche il fratello maggiore e la sorella minore con le rispettive famiglie, e ogni stanza, ogni angolo, ogni elemento dell’edificio è un pretesto per saltare indietro nel tempo, a ricordare quanto il padre amasse la casa, come l’avesse costruita insieme a loro, quanto essa rappresenti, insomma, parte della sua personalità. La figura del genitore sembra emergere dalle ombre del giardino, dai gradini, dal tetto, come una presenza concreta che si confonde col presente, che rivive quegli spazi, li riempie, li rianima attraverso i ricordi dei familiari, e così facendo Roca riesce a completare i vuoti lasciati dal racconto iniziato da una fine.

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Visivamente questo viaggiare tra attualità e memoria è ben distinto attraverso il colore della vignette: in una griglia sempre fitta, ordinata, ma mai fissa, composta da un minimo di cinque scene ad un massimo di dodici, l’intreccio si svolge complesso ma lineare; l’occhio del lettore è guidato nella direzione giusta attraverso l’uso dei baloon, che invadono lo spazio della scena a cui si riferiscono, e con l’uso di filtri colorati che facilitano la lettura tra ciò che sta accadendo e ciò che si svolge in un altro momento. Così il lettore mai si perde, nonostante la ripartizione variabile e personale, e anzi viene risucchiato dentro le raffigurazioni, curioso, empatico, immedesimato, pronto a sapere cosa succederà. Eppure non c’è quel che si chiama pathos, in questo racconto, tutto è quotidiano, pacato, velato solo da una specie di malinconia, quella tipica che arriva insieme ai ricordi di qualcosa perso per sempre.

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Il disegno è essenziale, realistico nella rappresentazione generale di figure umane e di ambienti, ma mai particolareggiato, e con una caratterizzazione ben definita e gradevole dei diversi personaggi. Non è il disegno la forza dell’opera, eppure ne risulta un elemento esatto, che non sarebbe potuto essere diverso: fosse stato meno elaborato avrebbe tolto credibilità alla storia, fosse stato più dettagliato avrebbe fuorviato l’attenzione. Roca di dimostra così un perfetto “direttore d’opera” capace di far risuonare in armonia la scenografia, la regia e la sostanza emozionale della sua storia; che inoltre, per tutto il tempo della lettura, ci lascia nel dubbio se quello scorcio di biografia che abbiamo intravisto nella pagina iniziale sia reale: l’autore infatti non indugia mai in sentimentalismi, l’uomo morto che lascia la casa di campagna ai suoi figli potrebbe essere il padre di chiunque fra i lettori, e in ogni tempo. Da un dolore, e una perdita, così personale, Paco Roca ci regala una rappresentazione universale di riscoperta e di amore, di sommesso dolore, di orgoglio per le proprie radici e per la propria famiglia. Tanto è vero che il racconto finisce senza che si sia trovata la risposta a nessuna delle domande che i personaggi si pongono, sul padre e su sé stessi. Perché nella realtà le risposte non ci sono, possono esserci spiragli, momenti di catarsi, risoluzioni, ma mai risposte concrete.

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E l’opera finisce così, con l’immagine della casa che i figli hanno finalmente terminato, interrompendo ad un tratto il flusso del racconto, di cui non sapremo mai il seguito. E questa chiusura senza rimorsi ci fa ripensare a quell’inizio così denso di emozioni che ci aveva fulminato. Quella scena iniziale appare adesso non più come un proemio, ma come una melanconica metafora della morte stessa: l’uomo che si accomiata dalla sua casa tanto amata, con mestizia e con rassegnazione, è la rappresentazione della morte stessa, e uscire dalla casa significa uscire dalla vita. Ne consegue che la casa è l’esistenza stessa, che prende senso e si compie quando la famiglia è unita al suo interno. La casa è l’affetto, la convivenza, la creazione di sé stessi con le proprie mani. Ed è infatti proprio una celebrazione della vita, della memoria del padre, della speranza, quello che viene rappresentato, in modo ermetico, nell’ultima pagina del racconto.

Perpetuare il ricordo è avvicinarsi all’immortalità: come altri poeti del ‘900, Paco Roca ce lo rivela, sussurrando, con questo elegante atto d’amore.

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Silvia Forcina

Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

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