Kobane Calling – tra reportage e graphic novel

Per quei pochi che non sanno chi sia Zerocalcare ecco una breve sintesi: Zerocalcare, al secolo Michele Rech, nasce ad Arezzo, vive in Francia e si trasferisce a Rebibbia. Da adolescente (e anche oggi) frequenta i centri sociali e partecipa al G8 di Genova. Disegna fumetti per riviste indipendenti e non, fino a quando Makkox decide di puntare su di lui e finanzia il libro La profezia dell’armadillo. Lo scorso anno è uscito Dimentica il mio nome, saga famigliare e candidato al Premio Strega, e ad aprile è stato pubblicato Kobane Calling, reportage a fumetti che è il seguito ideale di quello edito su L’Internazionale, a gennaio 2015, sulla regione del Rojava. Se anche questo riassunto è troppo lungo ecco un riassunto in tre punti.

Zerocalcare = Rebibbia – centri sociali – armadillo.

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Copertina edizione variant. Sì, è già esaurita.

Kobane Calling

Kobane Calling copertina ufficiale

Kobane Calling copertina ufficiale

Kobane Calling (Edizioni BAO Publishing) più che un graphic novel è un reportage a fumetti sul Rojava, noto ai più come Kurdistan, e sulla città di Kobane. Quest’ultima è diventata il simbolo della resistenza curda dopo che l’Isis (anche noto come Daesh) ha cominciato la sua avanzata del terrore in questi territori. La città di Kobane ha strenuamente resistito agli attacchi dell’Isis con due fronti di partigiani resistenti: l’YPG (formato da guerriglieri misti uomini e donne) e l’YPJ (formato da sole donne).

Il racconto di Kobane Calling si snoda tra le regioni di Cizre Kobane ed Efrin.

Hai ragione tu amico armadillo

Hai ragione tu, amico armadillo!

Prima di parlare del volume, occorre fare una piccola digressione sullo stato del reportage giornalistico.

Se non vi interessa la parte sul giornalismo saltate da qua…

INIZIO DIGRESSIONE

Se dagli anni ’90 e primi anni zero, su giornali e telegiornali si avvicendavano moltissimi reportage dalle regioni di guerra, oggi la situazione è ben diversa. Dal conflitto in Iraq in poi, i giornalisti non sono più autorizzati a muoversi autonomamente nelle zone degli scontri, e se lo fanno sono senza protezione. Il giornalismo di guerra oggi viene chiamato «embededd» ossia sotto la protezione delle forze di coalizione e le notizie che si pubblicano e si diffondono sono riferite dai militari. Oltre a queste informazioni, i giornalisti raramente possono produrre materiale di prima mano e testimonianze dirette. In molti ricorderanno i collegamenti di Lilli Gruber per il TG1 durante la guerra in Iraq, riprese dalla terrazza dell’hotel mentre la città, non metaforicamente, bruciava.

Dal 2001 in poi quindi c’è stato un forte controllo delle informazioni da parte dell’esercito. Con la diffusione dell’internet veloce, si è assistito ad una nuova forma di giornalismo, il cosiddetto “giornalismo partecipativo” in cui chiunque dotato di una fotocamera e di una connessione poteva scrivere una notizia usando blog per veicolare i messaggi. Con l’arrivo di Twitter il giornalismo partecipativo è diventato molto più immediato: da ogni parte del mondo, in pochi secondi, si possono condividere foto e messaggi. Se questo da una parte rappresenta un grande strumento di libertà di espressione e di fruibilità della notizia, dall’altra parte comporta dei limiti. Innanzitutto le informazioni non sono mai ordinate per criteri gerarchici, e non sono organizzate in maniera organica. Dato che le informazioni arrivano dai cittadini, i giornalisti non si muovono mai dai loro desk e hanno solo la funzione di rimaneggiare ciò che viene emesso dalle Agenzie stampa.

Se nel 2001 si diceva che c’era scarso interesse per la guerra in Iraq perché “vista in televisione sembra un videogame”, la guerra che si sta combattendo ora a Kobane, raccontata tra social network, Twitter e articoli sul web, sta assumendo le sembianze di una interruzione nel naturale flood di notizie, un flash di realtà tra immagini di gatti e video divertenti.

FINE DIGRESSIONE

…a qua.

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Uscito il 12 aprile 2016, Kobane Calling è un volume di 261 pagine in cui i temi affrontati esulano dal classico stile di Zerocalcare, prevalentemente autobiografico. In questo volume infatti, è totalmente assente l’armadillo, la “coscienza” del narratore, e viene sostituito dal Mammuth di Rebibibbia, simbolo delle radici dell’autore e del quartiere in cui vive.

Il reportage parte da Roma, dal Centro Curdo di Roma per essere precisi, dove si organizzano gli aiuti per i combattenti. Da qui si capisce che entrare nella zona del Rojava non sarà una passeggiata. Il Rojava non è un paese riconosciuto da trattati internazionali: non esistendo una legislazione chiara in materia di ingressi occorre affidarsi alle conoscenze e alla fortuna. Nonostante la sua “non esistenza”, il Rojava ha una carta comune che parla di ecologia, rispetto delle minoranze e sussidiarietà, che rappresenta il sogno dell’oppresso popolo Curdo.

La costituzione del Rojava

La costituzione del Rojava

Per raccontare il Rojava e la guerra Zerocalcare si affida principalmente ai racconti e alle testimonianze di chi ha vissuto e vive in quei luoghi. Riportando diverse voci riesce a tracciare un quadro completo del popolo Curdo e dei conflitti che da anni devastano quella zona di mondo.

Attraverso le parole dei cittadini, rifugiati e combattenti, capiamo che la guerra in Kurdistan è un mix di vari fattori: interessi economici, dovuti alla grande quantità di petrolio presente nella zona, interessi politici (la prossime elezioni politiche in Turchia saranno a novembre), e interessi internazionali (Turchia ed Europa hanno accordi commerciali). Ma in gioco non c’è solo il denaro, c’è anche la libertà di parola e di pensiero dei Curdi e il ruolo della donna, che nel Rojava è considerata allo stesso livello dell’uomo mentre nelle campagne turche è ancora vittima di violenze sessuali all’interno del nucleo famigliare e spesso costretta a matrimoni combinati.

Buona parte del reportage è dedicata al ruolo della figura femmnile e delle combattenti. In Italia abbiamo una visione della donna mediorientale relegata al ruolo di madre, coperta dal velo, e con nessun diritto. Nel Rojava, la donna ha avuto una grandissima emancipazione e con il movimento YPJ ha potuto competere fisicamente con l’uomo, dimostrando di essere uguale per forza e velocità.

La creazione di questo gruppo ha sancito una svolta epocale nel modo in cui la figura femminile viene percepita: «Se prima entravamo in un villaggio a testa bassa, ora lo facciamo a testa alta e siamo rispettate».

Fondamentale nella riconquista di Kobane e dei territori siriani attaccati dall’ISIS c’è il PKK, percepito in Occidente in modo ambivalente. Se da una parte è considerato un movimento terrorista, è acclamato quando invece si oppone all’ISIS, fermandone l’avanzata.

 

L’ISIS
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Per descrivere i miliziani Daesh, non avendo fonti dirette, ancora una volta Zerocalcare si affida ai racconti dei combattenti YPJ e YPG. I guerriglieri dell’ISIS provengono dalla Turchia e dall’Europa, nelle loro intenzioni combattono la cosiddetta “guerra agli infedeli”, non sapendo che tra le file di YPJ e YPG ci sono spesso dei musulmani. Disegnati come degli spiriti neri, i miliziani Daesh sono qualcosa che “c’è e non c’è”, una presenza impalpabile, l’essenze stessa del terrore. È una minaccia strisciante e invisibile pronta a colpire da un momento all’altro, e pronta a combattere centimetro per centimetro per conquistare i territori che i Curdi hanno ripreso con il sangue.

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Kobane

L’arrivo a Kobane è difficile come l’arrivo alla Terra Promessa. Se il lettore si aspetta una Kobane forte e fiorente, troverà invece che l’ultima roccaforte dell’umanità è la rappresentazione dell’umanità stessa: ridotta a brandelli e martoriata, con miasmi di morte che esalano dalle macerie. Kobane è la raffigurazione del fallimento della cosiddetta “esportazione della democrazia”.

Zerocalcare ha compiuto con questo libro un’opera di divulgazione importantissima. È riuscito a  raccontare in maniera organica e comprensibile a tutti la battaglia che si sta svolgendo in un territorio a molti sconosciuto. In Kobane Calling la visione della guerra e della società, sebbene filtrata dagli occhi occidentali dell’autore, arriva direttamente per mezzo di chi la racconta, le illustrazioni permettono una maggiore comprensione delle vicende anche e chi non si occupa di affari internazionali. Zerocalcare è riuscito a dare una forma concreta a tutte le notizie “liquide” che si sono avvicendate in questi anni, ordinandole nel tempo in maniera dettagliata. Nonostante si presenti come un graphic novel, il libro per essere letto ha bisogno di una certa concentrazione per tenere a mente tutti i fili e gli sviluppi. Consigliato a tutti, sia adulti sia ragazzi.

cuore kobane

 

Se ti è piaciuto il libro di Zerocalcare ti consigliamo Persepolis di Marjane Satrapi  e Mustang di Deniz Gamze Ergüven.

Se vuoi leggere Con il cuore a Kobane uscito su L’ Internazionale clicca qui

Se vuoi leggere le prime pagine di Kobane Calling  clicca qua

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