Jupiter’s Legacy: la destrutturazione del super eroe secondo Millar

L’icona classica del supereroe a cui siamo abituati ha il volto sbarbato e i capelli pieni di gelatina di Clark Kent o le sembianze dello studente modello di Peter Parker, magari ha uno spropositato conto in banca come Bruce Wayne o un potentissimo martello come Thor, ma cosa accomuna tutti questi personaggi?
Tutti hanno deciso di mettersi al servizio della giustizia e difendere l’umanità, sono carismatici e pieni di giudizio ma… fin troppo stereotipati.
I supereroi classici che tutti conosciamo non sono certo impersonali e inespressivi, tutti hanno delle caratteristiche ben distinte, un proprio carattere, una propria abilità: quello che li rende tutti uguali fra loro è l’indole, fin troppo buonista, che li accomuna, fare la cosa giusta al momento giusto e se questo non avviene, zack! punizione (e di questo Spiderman ne sa qualcosa).

Non c’è mai un secondo fine in tutto ciò che fanno e intendiamoci non che questo sia errato ma alla lunga perdono di spessore e rischiano di diventare delle macchiette, motivo per cui spesso troviamo più affascinante l’antagonista con le sue fragilità e imperfezioni piuttosto che un protagonista sempre perfetto e inattaccabile.

Le origini di tale buonismo risalgono alla genesi stessa di questi personaggi e nel dettaglio parliamo di Superman! L’eroe per eccellenza fu creato nel 1933 in un periodo storico poco successivo alla grande crisi economica mondiale, un’epoca dove ormai in molti si sentivano persi, senza speranza e avevano bisogno di un appiglio al quale aggrapparsi e fu proprio in quel momento che Jerry Siegel e Joe Shuster crearono il super eroe kryptoniano, una figura a cui i ragazzi dell’epoca potevano guardare con ammirazione e speranza e fu così che sulla sua scia nacquero un numero sterminato di personaggi devoti al bene e in perenne lotta contro il male.

Con il tempo, però, si iniziò ad avere la necessità fisiologica di approfondire il concetto stesso di supereroe scandagliando il suo lato più fragile, umano e, perché no, anche oscuro, e fu proprio questo che nel tempo hanno cercato di fare Alan Moore e Grant Morrison; un’operazione di destrutturazione della figura del supereroe cercando di renderlo più concreto, più vero, più credibile, più umano.

E non ultimo Mark Millar fa la stessa cosa in questo suo Jupiter’s Legacy.

Già il contesto storico legato alla crisi economica del 1929 è inconsueto, il bisogno di rivalsa di un gruppo di esseri umani li spinge a seguire, letteralmente, un sogno nella speranza di poter uscire dal baratro in cui il crollo di Wall Street li ha gettati. Grazie alle indicazioni che Sheldon Sampson ha avuto nel sonno, la comitiva giunge su una misteriosa isola dalla quale salperanno pregni di super poteri donati da degli esseri extraterrestri.

Tornato alla normale vita di tutti i giorni, il gruppo decide di crearsi degli alter ego con i quali combattere le avversità; è così che nascono Utopian e il suo seguito di straordinari uomini. Per anni hanno combattuto per la salvaguardia dell’umanità e per aiutare le persone a risollevarsi da un periodo buio e difficile, ma è giunto il momento di confrontarsi con la nuova generazione di supereroi, con i loro figli e il confronto non sarà privo di perdite.

Nell’inizio della storia possiamo subito notare una citazione all’opera di Siegel e Shuster, Millar rende narrazione la genesi del genere superoistico ambientando la sua storia proprio negli anni che hanno portato, con le loro vicende, alla nascita di Superman e generando proprio in quell’epoca il suo personale gruppo di straordinari umani.

Il tema del super potere però è solo un pretesto che viene usato per raccontarci lo scontro tra la vecchia e la nuova guardia, tra una generazione che ormai in ginocchio si è rialzata con le proprie forze e quella che abbassa la testa solo per sniffare polvere bianca; una, per nulla velata, critica alla superficialità dell’età moderna che vede i valori umani sminuiti in favore di situazioni più effimere, la popolarità al primo posto a scapito della vita stessa per intenderci.

Interessante è anche l’attenta analisi all’ambito politico americano, in Jupiter’s Legacy alcuni personaggi tentano la carriera diplomatica e i super poteri vengono anche usati come mezzo per guidare il genere umano verso un utopistico futuro.

La penna di Millar ci regala sempre storie avvincenti, catalizzanti e appassionanti, i suoi personaggi son sempre molto intriganti ma mancano spesso di una degna e approfondita caratterizzazione, il ritmo è incalzante a tratti forse anche troppo ma nell’insieme risulta un’opera molto godibile.

Dall’altro lato troviamo la controparte visiva a opera di Frank Quitely, le sue tavole sono davvero ben fatte, il tratto pulito e finemente dettagliato valorizza a pieno le vignette ben strutturate e progettate, la plasticità che riesce a infondere alla figura umana è maestrale e le scene corali sono dinamiche ma non caotiche, sempre chiare e ben studiate.

Nonostante lo schema sia molto rigido (spesso le pagine risultano divise in quattro o cinque blocchi) la progettazione delle sequenze narrative rende comunque un buon dinamismo alla scena, sfruttando qualche piccolo stratagemma grafico come quello usato nel combattimento tra la ninja Raikou e il piccolo Jason (nipote di Utopian); la scelta di rappresentare il potere di lei con dei cubi dimensionali crea una sorta di vignetta nella vignetta, bucando in un certo senso la bidimensionalità della tavola in favore di un dinamismo visivo molto funzionale.
Ottimo compagno risulta essere in questo caso Sunny Gho, colorista, che con la sua palette cianotica infonde un’atmosfera vintage che tanto ci piace.

Un ottimo fumetto di supereroi, ma non di quelli senza macchia, super uomini direi, con le loro fragilità, i loro pregi e ancora di più con i loro difetti.
Una storia appassionante della quale ci auguriamo di leggere il seguito a breve.

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