John Doe, la fine e l’inizio

La Morte non è esattamente un argomento piacevole da trattare, quando devi scrivere di un fumetto popolare italiano. La prassi vorrebbe sentirti parlare di disegni, storie, autori, case editrici; di qualità di stampa, distribuzione, prezzo.

Potremmo farlo, ma in quel caso non parleremmo di John Doe. Perchè la serie di Bartoli e Recchioni fa della finitezza la sua ragion d’essere. In un modo che, col senno di poi, ci mette anche un brivido.

La Morte, l’universo e tutto quanto

La Morte è il compimento della vecchiaia.

Siamo nel 2002 e il mercato del fumetto italiano da edicola è dominato da più di mezzo secolo dal benevolo ma autorevole sguardo del papà Sergio Bonelli. Chi conosce il mondo del fumetto pensa alla casa editrice milanese come ad un mito inarrivabile di professionalità di livello mondiale. Pochi al mondo riescono a produrre tante pagine di fumetti all’anno, con tanta cura editoriale, e a vendere tante copie, ad un prezzo così contenuto.

Non esiste una sola casa editrice in Italia che possa soltanto sognare di inserirsi nel mercato delle edicole senza scimmiottare la Bonelli, adeguandosi ai suoi standard editoriali. Sembra che il mercato del fumetto italiano da edicola debba durare per sempre, immutabile, sotto l’amorevole sguardo del Papà Bonelli.

Ma niente dura per sempre. Ogni cosa, non importa quanto sia grande, forte, benevola, ogni cosa deve prima o poi morire.

Siamo nel 2002 e nelle edicole italiane compare il primo numero di John Doe, una serie in formato bonelliano ma pubblicato dalla Eura Editoriale. Come un dolorino nel petto del fumetto italiano da edicola, John Doe ne annuncia la Morte.

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La Morte è una carta dei tarocchi

La Morte non è mai soltanto la fine.

Come ben sanno gli amanti dei Tarocchi, la Morte simboleggia il cambiamento, evoluzione, apertura al futuro. La Morte, come tutti i cambiamenti autentici, porta in sé un germe di distruzione e uno strascico di dolore. Quello che rinasce dopo la Morte è qualcosa di nuovo che conserva in sé ciò che lo ha preceduto, nella forma della tradizione.

Il fumetto popolare italiano da edicola ha dei canoni scolpiti nella pietra come i Dieci comandamenti. Bianco e nero, gabbia bonelliana, mensilità, colpo di scena ogni trenta pagine. Sono questi i canoni che gli hanno permesso di sopravvivere per decenni e prendere a schiaffi tutte le altre soluzioni editoriali. Ma il tempo passa comunque, anche se sei Tex.

Siamo nel 2002 e nelle edicole italiane compare il primo numero di John Doe, una serie in formato bonelliano ma pubblicato dalla Eura Editoriale. Come la seconda linea su quel maledetto test, John Doe annuncia un Cambiamento.

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Vi presento John Doe

John Doe è la creatura che deve la sua miracolosa genesi al combinarsi di una serie di eventi forse irripetibili.

Da un lato abbiamo una casa editrice con una certa storia, l’Eura Editoriale, leader italiana nella pubblicazione dei fumetti di scuola sudamericana e europea da edicola, delle mai troppo lodate serie Scorpio e Lanciostory. È proprio con quelle serie che si cimenta con l’autoproduzione, storie brevi che affiancano i più blasonati Dago, Cybersix, Nippur, prodotte da autori italiani giovani e meno giovani.

Dall’altro lato abbiamo Lorenzo Bartoli, eclettico sceneggiatore che aveva già incantato le edicole con il suo Arthur King; ed è proprio a Bartoli che l’Eura chiede di occuparsi di una serie originale per le edicole; con lui Roberto Recchioni, giovane promessa che già aveva lavorato con la Eura e scalpitava per andare a giocare con i grandi.

Bartoli conosce il mestiere, Recchioni ha l’entusiasmo di chi non ha nulla da perdere. John Doe sembra la sintesi perfetta delle personalità dei suoi due padri (con buona pace di Adinolfi).

In John Doe c’è qualcosa di compulsivo, come se fosse frutto di un’urgenza narrativa. Bartoli e Recchioni vi riversano uno spesso strato di richiami culturali, archetipi e idiosincrasie personali, tutto insieme, come se fosse un’ultima spiaggia. È come se i due avessero deciso di dare corpo, in un solo colpo, a tutte le proprie aspirazioni narrative, al loro bagaglio culturale, mescolandole in modo da forgiare una sola serie.

Come se John Doe potesse essere, più che l’inizio o una tappa di una carriera lunga, un testamento artistico.

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Poteva essere differente, in un fumetto che parla della Morte?

Soltanto chi ha la presunzione della gioventù può credere di poter rispondere, a quarant’anni, alla domanda sulla Morte, il Fumetto, e tutto quanto. Eppure Bartoli e Recchioni non sembrano scherzare quando progettano una serie dividendola in archi narrativi autoconclusivi ed estremamente diversi l’uno dall’altro; quando ci narrano di un eroe che è un bastardo egoista dal bel sorriso, che si fa nemiche le grandi potenze dell’Universo soltanto perché si comportano in modo poco professionale. Fanno sul serio quando affidano le matite a disegnatori praticamente esordienti, spesso acerbi, ma completamente dediti al loro progetto.

Fanno sul serio, e lo capisci perché dietro al vento innovativo che fa frusciare queste pagine si sente il respiro della tradizione, il rigore del lavoro di chi sa come si fa un fumetto, del sudore, della tecnica.

A rileggere oggi i primi quattro numeri di John Doe, ristampati dalla Bao Publishing, ci corre un brivido sulla schiena a ripensare a quanto tutto quello che è seguito era già contenuto in queste pagine. E non parliamo soltanto di quello che è seguito sulla serie di John Doe fino alla conclusione: ma parliamo anche di ciò che è accaduto al fumetto italiano intero, a partire da quel 2002.

I nomi di quei disegnatori esordienti ora sono sulla Hall of Fame del fumetto italiano (e, in qualche caso, internazionale). La Grande Bonelli, oggi, pubblica serie a colori e divise in archi narrativi. Dopo John Doe, e per un periodo forse troppo breve, le edicole italiane si sono riempite di sperimentazioni e personaggi e serie innovativi (mi vengono in mente Valter Buio e Dr. Morgue, ad esempio) ma fortemente ancorate a una tradizione ben precisa, quella che ha fatto del fumetto d’avventura popolare italiano un marchio di fabbrica di cui andar fieri.

Lo stesso Recchioni è oggi uno degli attori dell’evoluzione del fumetto italiano. E Bartoli? Beh, Lorenzo Bartoli è morto il 5 Ottobre 2014. Dove sarebbe oggi non possiamo dirlo, ma dove siamo noi oggi, che ci divertiamo un mondo a leggere i fumetti in Italia, lo dobbiamo anche a lui.

Questa ristampa è il giusto tributo a una generazione di artisti e a una casa editrice che hanno saputo rischiare il proprio, provando a guardare avanti.

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Perché se guardi troppo avanti non puoi vedere che la Morte. E, se non si fosse capito, è della Morte che parla John Doe.

 

 

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