Jazz a fumetti – Cinque libri per capirne di più

Scrivere di jazz è impresa ardua, descrivere con parole l’intangibile esperienza della musica è roba seria, che solo quelli bravi ci riescono. Insomma metto le mani avanti, io di jazz ci capisco poco o niente, so solo che mi piace, ne sono irrimediabilmente attratto. Quando mi capita di avere tra le mani un vinile e lo metto sul piatto e appoggio la puntina, l’universo si scioglie e si impasta come in quei quadri di Dalì dove gli orologi perdono di consistenza e colano qua e di là.

Ma che cos’è il jazz? L’etimologia della parola si perde nella leggenda. Pare che la parola “jazz” sia apparsa per la prima volta su un giornale di Chicago, il The Bullettin, per descrivere una squadra di baseball, definita con del “jazz”, cioè con del pepe, dell’entusiasmo. C’è chi assicura che la parola era un termine osceno, una parolaccia, usato tra i musicisti di Chicago che provenivano da New Orleans.

Altri sono convinti che la parola derivi dal nome di Jasbo Brown, mitico musicista scatenato e molto popolare negli anni venti, che il pubblico usava incitare con «Ancora Jas!». Altri ancora dicono che la radice sta nella parola francese jaser, “gracchiare”, “fare fracasso”, che nel dialetto della Louisiana francofona assumeva anche il significato di fare sesso.

Qualsiasi sia il reale significato della parola, di sicuro sappiamo che questo genere musicale diventato iconico, deriva dalla musica degli schiavi neri del sud degli Stati Uniti, all’inizio del XX secolo. Dai loro canti di lavoro e di preghiera (chiamati spiritual), fortemente intrisi della tradizione africana, nasce un modo di fare musica che si svilupperà principalmente prima a Chicago poi a New York.

Charlie Parker.

Un genere difficile da definire, capace di mescolarsi con altri generi e di trasformarsi nel tempo. Dall’originario ragtime suonato per lo più al pianoforte con ritmo incalzante, perfetto per le scatenate serate di ballo degli speakeasy, al blues sofferente, melodico, che mette in luce la voce delle grandi interpreti usando le cosiddette blue note (un espediente tecnico il cui nome sfrutta il gioco di parole della parola blue in inglese, che indica sia il colore blu sia nostalgia e tristezza). Dal bebop che a metà degli anni quaranta diventa popolare grazie a Charlie Parker e Dizzy Gilliespie, fatto di improvvisazione e di una forte coscienza afroamericana, al cool jazz, movimento newyorchese che migra sulla costa occidentale degli Stati Uniti, che decreta la fine del jazz come musica popolare e di massa. Poi ci sono i balli, il charleston, lo swing, il lindy hop, protagonisti delle serate dei locali di Harlem.

I balli Lindy Hop.

Generi che si parlano, si influenzano e si compenetrano, tutti figli della cultura afro-americana dell’inizio del XX secolo. Non avendo studiato musica, non mi permetto di entrare in dettagli tecnici nei quali mi perderei ben presto, posso però capire insieme a voi quanto il jazz abbia influenzato la cultura e l’arte di un secolo, il ventesimo.

Per comprendere meglio questo genere musicale, in mio soccorso, e in aiuto di tutti quelli che amano istintivamente qualcosa pur non capendola fino in fondo, arriva l’arte, il grande strumento di decodifica della società.

Tante sono le forme artistiche che hanno dialogato con il jazz, che lo hanno celebrato, raccontato, amato e imitato. In pittura, ad esempio, l’astrattismo, da Kandinskij in poi, è evidentemente una corrente altamente collegata alla musica in generale e alla cultura jazz. Gli artisti delle avanguardie storiche, a contatto con la nuova musica proveniente dagli Stati Uniti ne rimangono folgorati e ne traggono ispirazione copiandone la libertà compositiva, l’emancipazione dalla forma e il senso del ritmo. Dirà Henri Matisse che:

Non basta mettere i colori, anche se bellissimi, gli uni accanto agli altri, i colori devono reagire gli uni con gli altri. Altrimenti è cacofonia. Il jazz, invece, è ritmo e significato.

In poesia, i poeti della Beat Generation, grazie alle peculiarità delle due forme artistiche, imparentate da senso di ritmo e nella libertà compositiva, dedicarono componimenti a vari jazzisti. Fino a creare vere e proprie session poetiche, poesie recitate e accompagnate dalla musica, le più note quelle di Jack Kerouac e Steve Allen.

Jack Kerouac.

Il connubio tra cinema e jazz si sviluppa naturalmente dopo l’arrivo del sonoro, dapprima timidamente, con cammei che impreziosiscono storie di altro genere o in quelli che venivano definiti all negros movies, sottogenere cinematografico per un pubblico esclusivamente di neri. Negli anni cinquanta i jazzisti cominciano a comparire in grandi pellicole, ma sono ancora marginali nel racconto. Negli anni sessanta il jazz diventa la colonna sonora del cinema e i jazzisti collaborano attivamente alla costruzione del film.

Da quel momento il jazz diventa protagonista delle pellicole, che ne raccontano la storia grazie ai biopic e ai documentari, o che ne sfruttano le istanze politiche e sociali per affermare il proprio status di cinema moderno e libero.

Da Cotton Club di Francis Ford Coppola a Bird di Clint Eastwood, da Ascensore per il patibolo di Louis Malle, in cui il regista collabora nientemeno che con Miles Davis, a The Blues Brothers di John Landis.

La magistrale scena di apertura di Manhattan di Woody Allen, jazzista lui stesso, in cui la Rhapsody in Blue di Gershwin descrive una folgorante New York in bianco e nero è per me una delle vette inarrivabili del matrimonio tra musica e immagine.

Scena tratta da Manhattan di Woody Allen.

E il fumetto? Anche il fumetto ha esplorato profondamente il genere e ne ha narrato le vicende e gli accenti. Ecco cinque volumi da leggere per scoprire il jazz a fumetti.


Fats Waller di Igort & Sampayo, Oblomov Edizioni, narra la storia del celebre pianista, compositore e cantante statunitense. Il libro è diviso in tre capitoli, Lato A, B e conclusione, e ripercorre la carriera di Fats senza un ordine cronologico ben preciso. Anzi, la biografia di Waller si intreccia tortuosamente con la storia europea, grazie alle radio che suonano la sua musica oltreoceano e alla diffusione dei suoi dischi. Dappertutto si ascolta Fats, nella Parigi dei sarti e dei pittori squattrinati, nell’Austria nazista in cui si cominciano a respirare venti di guerra, tra le file dei volontari delle Brigate Internazionali che combatteranno in Spagna contro Franco. Difficile, a una prima lettura, seguire il filo narrativo del racconto, forse perchè non ce n’è, ma è comunque estremamente godibile, grazie al disegno di Igort fluido, elegante, ritmato e irresistibile. Gli autori inseriscono alla fine del volume una bella sintesi della successione di eventi storici che aiutano il lettore alla comprensione dei fatti e a contestualizzare il periodo in cui viene narrata la storia. Ne esce un ritratto di Waller autentico, di un artista estremamente incompreso, costretto a recitare il ruolo del buffone che gli avevano cucito addosso. Fats significa infatti grassone, nome che gli avevano dato a causa della sua stazza, che non smettevano mai di sottolineare, riducendolo ingiustamente a macchietta. Il disclaimer dei due autori però è importante, non vogliono far passare Waller come uno sciocco per cui provare pietà, e elencano le recensioni degli estimatori importanti che Fats ha avuto nel tempo, da Duke Ellington a Albert Einstein.

Cresciuto in povertà, Waller diventerà ben presto uno dei compositori più prolifici e di successo degli anni ’20 del Novecento, pare componesse dodici canzoni al giorno, molte delle quali scritte per pagare i suoi debiti.

Dopo il divorzio dalla prima moglie, da cui ebbe un figlio, fu costretto per tutta la vita a pagarle gli alimenti, cosa che lo condusse a un perenne e febbrile stato di prostrazione e ricerca di denaro. Si sposa una seconda volta, ma la sua vita sregolata non gli permette di condurre un’esperienza matrimoniale serena. La sua propensione verso alcol, cibo e serate smodate lo portarono a una morte prematura e triste, a soli trentanove anni, assiderato nella cabina di un treno.


Blues for Lady Day di Paolo Parisi edito da Coconino Press – Fandango è una bella biografia a fumetti di Billie Holiday. Eleanora Fagan, questo il suo vero nome, figlia di genitori non sposati, cresciuta senza amore e senza soldi, che grazie alla sua dote e alla sua tenacia si ritroverà a calcare i palchi di tutto il mondo e a diventare la più celebre voce del blues.

Donna coraggiosa e difficile, Parisi la celebra con questo volume, raccontandone asprezze caratteriali e successi musicali. Un fumetto asciutto, essenziale che pur non risparmiando il dramma, non fa leva sulla tragicità della storia personale della Holiday, vittima di una storia familiare che l’ha segnata per sempre, oltre che arrestata più volte per possesso e uso di droga.

Come ci spiega la nota a margine, questo libro è un blues, con un intro e un outro e i capitoli prendono i nomi da alcuni pezzi celebri di Holiday. Di blues è intrisa tutta la vita di Billie, di dolore e riscatto, di passione e radici, di emancipazione sociale e politica. Bene è raccontata la genesi del pezzo più famoso che ha cantato: Strange Fruit. Nel brano Lady Day racconta di quello strano frutto che penzola dai rami delle piante del sud degli Stati Uniti: un uomo nero, impiccato, vittima dei frequenti linciaggi subiti dalla popolazione afroamericana in quel buio periodo di segregazione razziale. Un atto coraggioso, di denuncia che divise il pubblico e che segnò la sua carriera: più volte venne costretta a non cantarla nei teatri del sud. Un volume essenziale per (ri)scoprire la storia di una donna che ha segnato la musica del XX secolo. Elegante anche il volume, un bianco e nero d’atmosfera, una palette ristretta che si accende di uno shocking magenta in copertina e che si immerge nei chiaroscuri di una storia che indaga il profondo dell’animo e la sua voce.


Coltrane di Paolo Parisi edito da Coconino Press Fandango è il racconto della vita di John William Coltrane. Tra i più grandi sassofonisti jazz, Coltrane è stato un compositore rivoluzionario che ha segnato la storia della musica. Nato in un contesto rurale, rimane orfano di padre a dodici anni e viene abbandonato dalla madre, subito dopo, emigrante in cerca di lavoro. John si dedica alla musica e a diciassette anni si trasferisce prima a Philadelphia e poi a New York dove comincerà a collaborare con i grandi del jazz, tra cui Miles Davis. Dopo un primo matrimonio fallito, si sposerà con la pianista Alice McLeod che lo accompagnerà al piano fino alla morte di lui.

Parisi, a suo agio con le biografie musicali, ci descrive con stile asciutto ed essenziale alcune fasi cruciali della storia musicale e personale di Coltrane. Dalle prime registrazioni alle esibizioni in giro per l’America, le collaborazione con Miles Davis, Bill Evans e Duke Ellington. Sullo sfondo Malcom X, le Black Panther, la cultura e i diritti dei neri, contrappuntano gli episodi di vita privata di Coltrane: il divorzio, l’incontro con Alice, l’abuso di eroina. Il libro ha una struttura quadripartita che ricalca uno degli album più celebri di Coltrane: A Love Supreme, registrato nel 1964 e ritenuto il suo capolavoro. Quattro capitoli collegati all’ascolto dei brani dell’album, che Parisi vorrebbe si ascoltasse durante la lettura, un consiglio che forse doveva inserire all’inizio del libro. Il volume, con pagine nere, fa emergere le tavole, rafforzandone il contenuto e mostrando nella loro essenzialità tutta la forza narrativa di cui sono capaci. Balle la copertina, citazione di quella dell’album Blue Train.


Cinque minuti due volte al giorno scritto da Marco Di Grazia e disegnato da Cristiano Soldatich, edito da Shockdom, racconta un particolare momento della vita del grande musicista Chet Baker. Sono gli anni ’60 e Baker si trova in Italia, in Toscana, a Lucca per la precisione, quando viene arrestato per possesso di droga e condannato a un anno di reclusione. Cinque minuti, due volte al giorno è proprio il tempo che veniva concesso a Baker durante la detenzione per suonare la tromba. Il volume ripercorre dunque i ricordi di un anziano signore e del suo nipotino che si trovano a sedere sulla panchina dove, in quel periodo, in molti si assiepavano per sentire la musica del trombettista. Durante i pochi minuti a lui concessi, Baker suonava la sua tromba come terapia e la musica si diffondeva nella strade intorno al penitenziario. Attraverso immagini oniriche, una dama blu che appare nei sogni-incubi di Baker e racconti quotidiani, il rapporto tra Chet e il suo secondino, il libro racconta la forza della musica. Un omaggio a quell’arte capace letteralmente di oltrepassare i muri e arrivare dappertutto. Lo strumento, le note, il suono raccontati in questo libro hanno il potere di salvare, di redimere, di far sopravvivere non solo chi ne è artefice, ma anche chi ne è semplice fruitore.


Leone – Appunti di una vita di Carmine Di Giandomenico e Francesco Colafella è un bel volume con copertina rigida che racconta la storia, vera, di un italiano emigrato in America. Gli appunti di questa vita, splendidamente illustrati da Di Giandomenico, ripercorrono il percorso di un uomo alle prese con i grandi temi della vita: la guerra, la ricerca dell’emancipazione, la lontananza dagli affetti, l’amore per il suo strumento, la tromba, che lo accompagnerà per tutta la sua esistenza. Un racconto non lineare che narra il riscatto, che contrappone l’Italia rurale di inizio Novecento con gli Stati Uniti dei locali alla moda, passando per gli orrori della guerra. Una vita, non come tante.

Un pensiero su “Jazz a fumetti – Cinque libri per capirne di più

  • 21 Agosto 2021 in 22:35
    Permalink

    Grazie per la citazione del nostro libro, ma soprattutto complimenti per il bell’articolo. Marco Di Grazia

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