Paola Barbato: la vita, l’amore e i suoi fumetti

Paola Barbato non ha bisogno di presentazioni, e quindi non ne faremo. Attualmente è in edicola con la miniserie UT, in coppia con Corrado Roi, ma la nostra intervista è incentrata piuttosto sul suo modo di scrivere i fumetti.
paola barbato
Cominciamo con la prima domanda. Ci ho riflettuto parecchio e alla fine ho deciso di partire da un argomento che tocca le mie corde di insegnante. Sto parlando di quella che ritengo essere una delle sue opere migliori, ovvero il primo numero di Le Storie, dedicato a Sanson, il boia di Parigi. Fu un esordio che fece molto discutere per la lettura che lei diede della Rivoluzione Francese. Il quadro che ne uscì, almeno nella mia interpretazione, era che tutte le manifestazioni della Storia, anche quelle universalmente riconosciute come un progresso, vengono pagate a un prezzo carissimo, che è quello del sangue delle persone. Prima di approfondire, vorrei sapere se era questo l’intento o se la storia è andata oltre le sue intenzioni iniziali.
Questa mi sembra addirittura un’ovvietà. La Storia si paga con le storie, viene fatta e pagata dagli uomini e quasi sempre il dazio è principalmente in vite. Poi sulla Rivoluzione Francese ho un’opinione ben precisa.
L’opinione mi sembra abbastanza esplicita nella storia, quindi non vorrei tornarci. È comunque un’opinione non banale su un evento sempre banalizzato, quindi consiglio a chi non ha letto di procurarselo. Piuttosto la domanda che le pongo è precisamente questa: il principio di quella storia è stato Sanson oppure la Storia? La scelta di narrare della Rivoluzione Francese dipende dal desiderio di fare di un boia il protagonista di una storia, o si è scelto Sanson come simbolo perché l’intento era quello di narrare della Rivoluzione Francese?

Mi interessava la figura del boia. Quando mi hanno proposto di scrivere una de Le Storie (non sapevo sarebbe stata quella di apertura collana) mi hanno detto di scegliere un periodo storico, e ho scelto questo anche per un banale retaggio generazionale. Mi sono fatta un po’ di domande e mi sono chiesta, semplicemente, chi azionasse la ghigliottina. Da lì sono risalita al fatto che la figura fosse una sola e che avesse attraversato indenne la Rivoluzione (prima, durante e dopo) per poi morire in tarda età. Da qui la curiosità, l’interesse per la figura storica, divenuta poi personaggio, e quindi le varie ipotesi dal punto di vista umano: come aveva vissuto, quest’uomo, lo snodarsi di simili vicende? Il resto è venuto di conseguenza.

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Immagino ci sia stato un bel lavoro di documentazione. Ha letto qualcosa sulla figura dei boia nello specifico? Ricordo che all’epoca Sanson, nella sua umanità di fronte alla morte, mi ha ricordato il Paul Edgecombe de Il Miglio Verde.
Documenti ufficiali ce ne sono pochissimi, “apocrifi” di più. Note interessanti su Sanson ne ho trovate in una dettagliata biografia di Maria Antonietta. Ma non mi sono dilungata, non era un romanzo storico ma una storia di fantasia su sfondo storico.
È una storia che all’epoca mi fece sperare molto per la collana Le Storie perché mi sembrava molto diversa dai canoni narrativi bonelliani. C’è la sequenza molto intensa del rogo delle teste, e un paio di altre scene molto silenziose. Come si approccia, dal punto di vista della sceneggiatura, alle scene senza parole?
È stato complesso imparare a farne a meno e “fidarmi” delle immagini. Per ogni sceneggiatore le scene mute sono una conquista che arriva con l’esperienza. Io tendo ancora a scrivere molto, quindi le scene mute sono frutto di applicazione più di quelle parlate.
il boia di parigi
Credo che le scene mute richiedano un grande affiatamento con il disegnatore. In Bonelli che controllo ha del lavoro finito? La costruzione della tavola è condivisa oppure, una volta consegnata la sceneggiatura, può solo incrociare le dita?
Posso solo incrociare le dita. La fortuna è di avere disegnatori bravissimi con cui c’è spesso un buon rapporto. Ci si sente, in quei casi, e a volte si cercano insieme soluzioni interessanti. In questo caso, però, mi sono affidata in tutto e per tutto a Giampo [Giampiero Casertano N.d.R.], sapendo la sua passione per le storie a sfondo storico, e non c’è stato bisogno nemmeno di sentirci.
Lei scrive anche romanzi e racconti, oltre che fumetti. Potrei chiederle qual è la differenza tra i due, ma sarebbe una domanda stupida. Invece le chiedo: trova che siano due attività indipendenti, oppure scrivere l’uno, in qualche modo, influenza la sua scrittura dell’altro? E se sì, in che modo?
No, le due cose non si influenzano in alcun modo. La lavorazione è proprio strutturata in maniera diversa, con un altro approccio.
Quale preferisce?
Non ho mai avuto ragione di dover scegliere. Preferisco fare entrambi.
Riformulo la domanda: partiamo da un’idea o una storia che ha in mente, e può scegliere se scrivere un fumetto o un racconto. A parità delle altre condizioni, qual è il primo tentativo che fa? E le anticipo la domanda successiva: esistono storie che “sente” possano essere solo un fumetto, e perché?
Non ci sono tentativi. Nel senso che le storie vengono concepite già con una destinazione, è difficile che mi venga un’idea “generica” e poi cerchi il modo in cui applicarla. È stato lo stesso quando ho scritto per la televisione o per il teatro, il medium mi è chiaro prima. È successo poi che alcuni scritti di un genere siano stati adattati a un altro. Ma è stato, per l’appunto, un adattamento.
 
In realtà la domanda mi è sorta mentre mi documentavo per l’intervista, rileggendo Sighma. Avendo lì inventato un’ambientazione ricca di particolari, ha dovuto impiegare molte pagine per spiegarla. In un romanzo sarebbe stato possibile farlo senza dover sacrificare il ritmo della narrazione, mentre la mia impressione è che il fumetto come medium soffra molto quel genere di storie.
Penso che ogni storia faccia caso a sé. Sighma era un universo complesso nato dal connubio di due intenzioni (la mia e quella di Stefano Casini), è nato come graphic novel e non l’avrei potuto sviluppare altrimenti.

sighma

I Romanzi Bonelli si sono interrotti, per essere sostituiti, a quanto pare, dalla formula della miniserie. Lei si è già cimentata in un esperimento simile con Davvero, miniserie con una storia molto particolare. Ha voglia di raccontarcela dal suo punto di vista?

Quello di Davvero è stato un esperimento su molti fronti. Nato dal mio desiderio di esplorare il genere “rosa”, partito come serie free online a cui hanno partecipato moltissimi esordienti insieme ad autori navigati e poi approdato alla Star Comics che ha deciso di interromperlo al quarto numero. Umanamente un’esperienza bellissima che ha dato grandi frutti, per il resto non è stato un successo. Rifarei comunque -quasi- tutto.

Col senno di poi, e prendendo spunto da quel “quasi”, cosa è che rifarebbe diversamente?
Probabilmente andrebbe rivista la formula del cartaceo che riproponeva le puntate online troppo a lungo prima di iniziare le nuove vicende. Ma era un azzardo troppo grande riprendere da dove si era lasciato.
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Secondo lei il fumetto ha un futuro su piattaforme diverse dal cartaceo?
Non vedo perché non dovrebbe averlo, il fumetto nasce su carta ma non per questo lo si deve considerare un supporto esclusivo o privilegiato. Il successo di nuove piattaforme sarà direttamente proporzionale all’utilizzo delle stesse da parte dei fruitori, ma abbiamo visto grandissimi successi di fumetti online passare solo in seconda battuta su carta, a volte con esiti superiori, altre analoghi, altre inferiori. Le variabili sono moltissime.
È cosa recente la pubblicazione di UT, in collaborazione con Corrado Roi. Qual è l’idea di fondo di questo progetto?
UT è un progetto su cui Corrado ha lavorato per quarant’anni, ci sono molte delle sue esperienze culturali e artistiche dentro, nella creazione di un universo analogo al nostro ma con sostanziali differenze. È stato eliminato il concetto di “uomo” mantenendo alcune caratteristiche (deteriori) della nostra specie. Una cosa diversa da tutte quelle viste finora, completamente figlia della visione del mondo di Corrado.

Ho avuto occasione oggi di leggere in anteprima il primo numero della serie per recensirlo sul nostro sito. Vorrei innanzitutto farle i complimenti: non credo che sia mai successo che un fumetto così stimolante e culturalmente denso, e allo stesso tempo difficile, sia mai stato pubblicato nelle edicole italiane. Mi permetta un paio di domande per concludere la nostra intervista. Quanto di suo c’è nei personaggi, e quanto di Roi? Trovo UT una personalità deliziosa, così poco iconica, quasi fanciullesca. I suoi dialoghi con Decio hanno una struttura davvero innovativa, colloquiale e allo stesso tempo letteraria.

Nella natura e caratterizzazione dei personaggi c’è il 98% di Corrado e il 2% mio. Corrado ha abbozzato la prima immagine di UT quando aveva 16 anni e da allora non ha più smesso di lavorarci, sotto ogni punto di vista. Il mio apporto è stato più “tecnico”, di resa delle intenzioni, di ritmo. E prima di poterlo fare sono dovuta comunque “entrare” nell’universo creato da Corrado e comprenderne tutti i meccanismi alla base.
È riuscita a rendere i dialoghi incredibilmente naturali, soprattutto visto che tutto il fumetto ha un’ambientazione molto aliena. Ha lavorato in modo diverso dal solito nello scrivere questi dialoghi?

Grazie mille per la recensione, innanzitutto. I dialoghi sono stati molto mobili e malleabili, nella prima stesura della sceneggiatura ne ho scritto una prima versione, che poi era più una traccia, a disegni fatti sono stati tutti riadattati alle immagini. Tutto l’approccio a UT è in divenire, all’ultimo minuto intere sequenze vengono spostate o invertite, la storia non è rigida, scorre su diversi binari e quindi si presta a essere adattata al ritmo poi dettato dalle immagini. Su questo lavoriamo sempre in tandem io e Corrado.

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Grazie mille per l’intervista, piuttosto! Vorrei concludere con una domanda di rito: a cosa sta lavorando adesso?

In questo momento sto lavorando a una mini-miniserie di tre numeri, uno spin-off di Orfani focalizzato su un solo personaggio. Ma non posso dire altro.

Ringraziamo (ancora) Paola Barbato per tutto il tempo che ci ha voluto dedicare.

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Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

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