INTERVISTA A LUCA SALVAGNO

Luca Salvagno, classe 1962, è un vero pilastro del fumetto nostrano. Chiunque segue le storie di gente in costume con super poteri o con occhi a mandorla, e non sa di chi sto parlando, ha il dovere di scoprirlo il prima possibile! Da più parti viene considerato l’erede di Jacovitti, visto che si fece le cosiddette ossa proprio accanto al maestro, prima colorando e inchiostrando le sue storie, fino a realizzarle quando il grande Jaco passò a miglior vita, ma in realtà il disegno umoristico è solo uno delle sfaccettature di questo autore completo a 360°.

Noi di Dimensione Fumetto cogliamo l’occasione per fargli alcune domande proprio in un periodo che lo vede particolarmente impegnato e prolifico, tra pubblicazioni ne «Il Giornalino», «Il Messaggero dei Ragazzi» e mostre!

Caro Andrea, grazie della stima. È vero, sono un “pilastro”… soprattutto la testa, durissima! Mi riconosco la caparbietà nell’affrontare, anche oggi, difficoltà e rifiuti. Preferirei che fossero meno, anzi menissimo. Comunque sono un pilastro talmente laterale che, nell’edificio della comunicazione creativa, reggo, sì e no, il “peso” della curiosità di pochi amabilissimi appassionati. Mi associo all’invito di “scoprire”, non tanto me (che poi mia moglie se la ride di gusto a condividere la conoscenza delle mie “cicce pancettate e pieghe adiposette”) ma editori, personaggi e autori che non siano quelli abituali. La vera ricchezza comunicativa è la diversità. Poi, se mi consenti, alcune precisazioni: dopo la morte di Jacovitti chi era nella condizione di dover decidere come e cosa farne di Cocco Bill (allora in piena produzione) stava immaginando una “Jacschool”, ovvero uno staff di più autori che avrebbero dovuto continuare la poetica jacovittiana. Solo un paio d’anni dopo seppi da Silvia Jacovitti che ero rimasto l’unico a proseguire l’elaborazione delle avventure del “pistolero alla camomilla”. Di Jac ero stato solo un colorista, l’ultimo (ahimè!). Dico ciò non per sminuire l’esperienza (impagabile, edificante, insperata) ma per non attribuirmi mansioni che non ho avuto. Sulla qualità, genialità e quantità del lavoro creativo di Franco Benito Jacovitti mi permetto di suggerire una sintetica definizione (quasi uno slogan) per poterne “quantificare” l’entità con efficacia: sempre sorprendente!

Proanche l'occhioprio in questo periodo si sta pubblicando su «Il Messaggero dei Ragazzi» i nuovi episodi di “Saverio nella terra di nessuno”, ce ne vuoi parlare?

Saverio è la risposta avventurosa alla necessità della redazione del MERA di mettere i ragazzi di oggi in relazione con un momento assai doloroso della storia, la “Grande Guerra” di cent’anni fa. Un lavorone che è durato una paccata di mesi… ora che è concluso sono in preda ai rimorsi e al peso dei difetti. In sintesi, è un bel lavoro, ma ostico in alcuni punti. Qua e là la lettura ha degli inciampi non valutati preventivamente e corretti.

… febbraio 2014, comincio a verificare l’ipotesi di raccontare le vicende belliche attraverso lo sguardo di un coetaneo dei lettori del MERA. Primo problema da risolvere: come inserire credibilmente un minorenne dentro la guerra? Di questi tempi purtroppo sarebbe fin troppo facile, ma nell’Austria felix di “Cecco Beppe” no, la chiamata alle armi era riservata ai maggiorenni. Se non potevo spostare un ragazzo dentro gli eserciti (come fece nel 1926 Salvator Gotta con “Il Piccolo Alpino”) allora non mi restava che spostare la guerra “dentro” la sua casa, nei suoi spazi. Sapevo da tempo che alcune fasce di confine austriaco/italiane erano rimaste “terre di nessuno” per un periodo anche non breve. Caoria, nella valle del Vanoi (Trentino) è rimasta “sospesa” per molti mesi fra i due eserciti che si fronteggiavano. Conoscevo da anni i luoghi: campeggi, passeggiate, letture e racconti si erano già accumulati nel mio immaginario. In un campeggio scout di primi anni Settanta, avevamo addirittura impostato una serie di attività sulla raccolta di informazioni e oggetti, nonché un “grande gioco/ battaglia” conclusivo in “costume” sullo stesso tema. Suggestionati dal bel film di Olmi “I recuperanti” il mio caro fratellone Marco ed altri amici avevano frequentato per anni la catena del Lagorai alla ricerca anche di residuati “bellici”, attività familiarmente rinominata “chirumacataossi” (da Kiruma Kataossi, omonimo archeologo “giapponese” dei mitici colmi da barzelletta). Dunque occasione che covava da una vita. Prima di proporre il soggetto ho iniziato una lunga e varia documentazione. Se i luoghi non mi erano sconosciuti, lo erano ancora i protagonisti e le vicende. Saggi, riviste, articoli, conferenze, foto, cartoline e documenti di varie epoche hanno cominciato a tracciare fatti e personaggi. La trama, col relativo intreccio di tutti questi ingredienti, è stata il mio assillo più presente. Soprattutto perché la vita e la realtà non sono sempre logiche o efficaci dal punto di vista narrativo. Per “insaporire” senza tradire la storia reale ho cercato di dare spazio anche all’immaginario del protagonista. Attorno a lui si muovono personaggi “irreali” per noi, educati a tivù e documentari d’ogni sorta. Ma non per un ragazzino di primo Novecento. Eremiti, diavoli e personaggi delle tradizioni locali, avevano la stessa concretezza degli eserciti e delle armi che si contendevano palmi di terreno scomodo su paesaggi mozzafiato. Gli sprazzi di immaginario mi davano anche l’opportunità di “alleggerire” il peso dei drammi che le persone hanno realmente vissuto e che i miei personaggi dovevano per forza affrontare. Non è un fumetto/documentario, è un racconto immaginario tratto dalla realtà storica. I contorni sono veritieri, ma via via che la storia procede si sfumano, perché ha il sopravvento il modo di percepire che il protagonista ha della vita. Sempre più solo e sempre più assediato dai “demoni” delle sue paure… il padre emigrante in America e mai ritornato. La madre trasferita per “sicurezza” in un campo in Austria come, poi, tutti gli abitanti dei paesi rimasti tra i due fronti…

Mi sono goduto ogni attimo della lavorazione. I personaggi sono nati senza sforzo.

Inoltre si è svolta recentemente una tua mostra ad Este (Padova) con il nome di “Fumetto Multiforme”. Perché questo nome?

A proposito di “multiforme” questo è quello che scriveva Gianni Brunoro nella presentazione di una mostra: «Ogni qual volta mi capiti di pensare all’attività di Luca Salvagno, mi torna automaticamente alla memoria un antico ricordo scolastico. Ai miei tempi, come usano dire le persone anziane come me, alla scuola media inferiore ci facevano studiare – e in parte, anche imparare a memoria – quei poemi epici che oggi vengono appena sfiorati. E da allora, a me è sempre rimasto impresso quel trascinante inizio del poema omerico Odissea, che nella traduzione di Ippolito Pindemonte, che al tempo andava per la maggiore, suona così: «Musa quell’uom di multiforme ingegno…» e via di seguito, in migliaia di versi il lungo racconto della grande avventura dei viaggi di Ulisse.

Mi viene in mente, quella frase, perché anche Luca Salvagno è “uom di multiforme ingegno”. Ma mi piace anche definirlo un artista «multitasking», un aggettivo acquisito dal linguaggio attuale dell’informatica, perché anche lui, benché con suggestive scelte estetiche e puntuali capacità, lavora come un computer, su più compiti per volta, contemporaneamente. Insomma, con un po’ di paroloni, ciò che si dice una polivalenza creativa. Beninteso, la sua attività fondamentale è quella di Docente, al Liceo Artistico Corradini. Ma io lo tengo d’occhio da anni nella mia veste di critico di fumetti e sotto questo profilo posso assicurare che in tale settore egli è davvero titolare di “multiforme ingegno”. Innanzitutto, nella prospettiva che gli autori di fumetti si specializzano nel farli o di tipo comico oppure di tipo avventuroso, mentre invece Luca opera in entrambi i settori. E per di più, ottenendo eccellenti risultati in entrambi questi settori, sia nell’uno sia nell’altro campo. Dove ha la bella capacità di fare storie con stili anche abbastanza diversi fra loro. È questo suo requisito, per così dire, di universalità, che mi rimanda buffamente a quella peraltro seria definizione di “uom di multiforme ingegno”.»

Di mio posso dire che sono affetto da “multiformismo”. È un’affezione grafico-immaginativa che mi si è manifestata molto presto. Da ragazzetto avrei voluto disegnare “Sulle frontiere del Far-West” di Emilio Salgari con lo stile di Franco Caprioli. Le avventure di Sandokan con lo stile di Jacovitti e le mie avventure (trasfigurando la quotidianità della mia combriccola di amici) con lo stile di Gianni De Luca. Con gli studi artistici, alla passione per gli stili di molti autori fumettisti si è sommata l’ammirazione per i più diversi stili pittorici, cinematografici, plastici, decorativi, grafici, di design… sono arrivato ad amare anche la grafica delle confezioni delle “sottomarche” nei discount. Il “sapore” di un’epoca è più facile da intravedere nei prodotti di basso livello, nelle scopiazzature raffazzonate dei prodotti non blasonati. Il multimorfismo però non è mai stato lo scopo delle mie scelte espressive. Ho sempre cercato uno stile personale riconoscibile (trovato… non sempre e non per molto). Ancora oggi mi arrovello almanaccando ipotesi d’ogni genere per capire, riconoscere e sviluppare i “grafismi” che possono caratterizzarmi come disegnatore. Per un certo periodo sono andato alla ricerca di tracce nelle “periferie immaginative” dei miei arzigogoli preliceali. Quando disegnavo senza “maestri”. Poi ho cercato di rendere consueti alcuni movimenti con cui la mano arriva a produrre dei segni, alcune impugnature diverse degli strumenti. Modificando la forma stessa delle punte degli strumenti grafici (matite, pennini e pennelli che siano). Ho fatto appunti analizzando le tecniche di tanti autori di cui mi godevo gli originali alle varie mostre. Oggi sono convinto che solo un ampio (molto ampio) numero di tavole realizzate consecutivamente lungo un progetto ben arginato possono tracciare le vie di uno stile diverso e riconoscibile. Insomma è l’insistita ripetitività del lavoro che ci “distilla” nella riconoscibilità. Io continuo a vagabondare e non sono ancora luminosamente cristallizzato da una produzione “monopolizzante”. Anche nell’esperienza jacovittiana, tralasciando di considerare i primi anni necessari a rendere coerente, efficace e omogeneo l’inseguimento della poetica di Jac, ho volutamente modificato alcuni canoni e stilemi per non “ingessare”, bloccare la naturale evoluzione di quello stile.

Sappiamo che sei docente presso il Liceo “G. B. Ferrari” di Este. Se un tuo alunno, e non escludo che non sia già successo, ti dicesse: “Voglio diventare disegnatore di fumetti”, cosa rispalvinXonderesti?

È una domanda che vive con me, è mia, sono io. Cerco ancora di rispondermi. Quindi mi è facile condividerne alcuni aspetti, mi è più difficile essere aggiornato con le reali possibilità che possono essere offerte (di studio e di lavoro). In sintesi la mia risposta potrebbe essere:

«Riconosci le tue capacità con sincerità estrema. Amplia le tue conoscenze tecniche e stilistiche. Conosci e frequenta il mondo della comunicazione (comics, design, cinema, teatro, video, fotografia, grafica, illustrazione… insomma tutte le sue sfaccettature). Fai una sintesi programmata di tutto ciò, in funzione dell’editore a cui ti vorresti rivolgere. Lavora al meglio su progetti chiari e ben mirati. Non sognare, fai! Comincia subito. Pagine non parole.»

Per molte persone il fumetto sembra sempre più orientarsi verso un pubblico adulto. Sei d’accordo? Come lo vedi il fumetto per le attuali generazioni di ragazzi e bambini? È ancora un media di grande potenzialità nell’immaginario adolescenziale o addirittura preadolescenziale?

È vero, anch’io cerco un pubblico adulto. D’altronde “mancano” i bambini, sono pochi e isolati, e le riviste a loro dedicate scarseggiano e non hanno vita facile. Sull’importanza del media “fumetto” nei confronti della gioventù sono troppo di parte, troppo pregiudizievolmente indirizzato… nel mio cuoricione sarebbe, per loro, fonte del “meraviglioso”, quindi insostituibile. Ma so già che sono smentito dalla realtà. Nel mondo ci sono intere popolazioni giovanili che sono cresciute con le nuove tecnologie saltando completamente l’esperienza della “carta stampata”. È chiaro che per me la validità rimane, ma qui e altrove ormai si vive senza. Per me è una perdita non tanto la scomparsa del “giornaletto” dagli orizzonti quotidiani dei ragazzi, mi addolora l’invisibilità (e l’impossibilità di approccio) da parte degli stessi ai mondi immaginari narrativi di tutti gli autori che hanno reso ricca, varia, stimolante (etc. etc.) l’esperienza del fumetto nella società, da un secolo e più a questa parte! Anche se poi, qualche volta, è un piacere aprire “buchi, pertugi, porte e finestre” verso quel mondo, a qualcuno (ben disposto) che ti capita a tiro! È molto soddisfacente creare ponti, indispensabile poi per restare affacciato al quotidiano. Se non ci fossero studentesse e studenti a farmi scoprire le novità sarei ancora fermo lì a crogiolarmi nell’Arzach di MŒBIUS!!! (In realtà ci sono eccome, se volete farvi un’idea precisa della mia devozione per alcuni autori dovreste chiedermi quante copie di certe edizioni ho accumulato. Ad esempio del numero 1657 di TOPOLINO ho ben 16 copie, ne tengo sempre una vicino al mio tavolo da lavoro. In effetti è il mio talismano, scoprite qual è la “magia” di questo talismano, please…).

Comunque il fumetto è un media potente, per chi ne ha l’abitudine. Pochi, molti… non so. Boh! L’importante è creare e ri-creare immaginari (non perdere e re-incontrare i passati, tamisàre* i presenti, prospettare i futuri).

*dialettale = setacciare

Un passo decisivo indietro nel tempo. Cosa ti fece appassionare al fumetto?

Scoprire che… il gioco poteva diventare racconto. Ho sempre avuto spazi e tempi per disegnare e colorare, fin da piccolissimo. Per un periodo imprecisato i miei pupazzetti medievali o “uèstern” hanno scorrazzato liberamente in grumosi grovigli di accadimenti sovrapposti. Tutto un andirivieni di cose “che mi capivo solo io”. Verso i sei anni ho scoperto, guardando il quaderno di un coetaneo (ancora grazie, Toni Bullo!) che avrei potuto farmi capire suddividendo in riquadri con le cose che accadevano ai miei pupazzetti. Insomma avevo scoperto che potevo farmi i giornaletti da solo… di più, dopo aver ridisegnato la storia che mi aveva mostrato, ho cominciato a inventare altri personaggi… anzi, mi ci sono messo dentro, addirittura in epoche diverse e… con stili diversi (a ridaje!). Fantastico. Farli era bello quanto leggerli. Ancora oggi l’emozione e la voglia sono le stesse (anche se, per fortuna, mi si è affinata la tecnica!).SAVERIO 035-036

Oltre Jacovitti, ovviamente, quali altri autori ti hanno influenzato?

Che mi hanno influenzato? Tutti quelli che ho letto (e qualcuno anche che sto scoprendo ora, come Artyom Trakhanov). Non c’è autore che non abbia qualcosa da insegnarmi (in negativo o in positivo). Anche quelli che non sopporto m’indicano sentieri, anche da “non prendere”. Sapere cosa evitare è utile quanto sapere cosa voler fare (che ho detto!?!). Comunque ecco un elenco, sicuramente incompleto delle mie passioni, è piacevole anche solo elencare i loro nomi!

Ordunque: Aldo Capitanio, Hal Foster, J. L. Salinas, Palacios, Serpieri, Sicomoro, Kirby, Colan, Corben, De Luca, Caprioli, Toppi, Battaglia, Micheluzzi, Pratt, Giraud, Tonna (Giancarlone mio dove sei finito?), Cavazzano, Craveri, Landolfi, Franquin, Morris, A. Breccia, E. Breccia, Raymond, Caniff, Crane, Watterson, Bonfa, Silver, Quino, Rosinsky, Sienkiewicz, Pazienza, Range Murata, Otomo, Hermann, Blanc-Dumont, Mattioli, Mastantuono! Sento… son sicuro che non ho messo tutti quelli che ho cannibalmente divorato! Mi prometti che se riesco a fare una lista più completa posso aggiungerla? Se pensi che avevo già lasciato fuori: Villa, Palumbo, A. Venturi, Intini, Scarpa, Celoni… santo cielo che disastro! Uderzo?!? Nooo, anche lui, non è possibileeee…..

Tra tutto quello che viene pubblicato oggi, cosa ti piace?

Telegraficamente: ancora piango, triste lutto, conclusione Leo Pulp. Piaciuto ed emozionato con Tex di Serpieri. Evviva Lumina. Hurrà per Tuono Pettinato. Aaaaargh! Chi ha messo al mondo Riccardo Federici!?! Eppoi perché farlo così bravo?

Visto che hai anni di esperienza alle spalle, che rapporto hai con le nuove tecnologie che molti disegnatori oggi utilizzano?

Nutro per le nuove tecnologie entusiasmo e speranze (il mio primo Mac/Apple l’ho adottato nel 1991). Cerco un equilibrio funzionale nell’utilizzo delle tecniche tradizionali e digitali. La percentuale è suggerita dalle caratteristiche specifiche del progetto che devo realizzare, fino a escludere completamente le une o le altre. Mai definitivamente però. Amo i pennini quanto le applicazioni, i pennelli quanto il mouse… la tastiera e la tavoletta grafica quanto i portamine!!! In più, cerco e attendo gli sviluppi delle nuove formulazioni narrative che i mezzi contemporanei apporteranno. Chi ha orecchie da “NINTENDere”… nintenda!

In questo periodo hai davvero fatto molti progetti. Cosa aspettarci dal futuro?

Le mie intenzioni sono chiare… sottrarre a Ginormica tutto il suo quantoOOonium per avere la forza di invadere l’intero pianeta con indimenticabili capolavori… e poi ritirarmi a vivere a Modesto (California) con Derek! A conclusione confermo che il cervello è un organo del tutto sopravvalutato (soprattutto il mio)!!!

Luca Salvagno

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