Il sentiero smarrito di Amélie Fléchais – che porta a tesori e scoperte

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Amélie Fléchais è stata una meravigliosa scoperta recente, grazie a Tunué e al suo Lupetto Rosso: è un’illustratrice francese piena di talento, con una mano che riesce a rappresentare con vividezza una vasta gamma di sensazioni. Così, grande era l’aspettativa per questo nuovo titolo, edito ancora dalla Tunué, da poco nelle librerie, Il sentiero smarrito, pubblicato in Francia nel 2013, quindi una sorta di esordio dell’autrice nel mondo del graphic novel.

Come in ogni buona fiaba che si rispetti, tutto inizia con una premessa drammatica: un re e una regina innamorati, una foresta maledetta, il dramma evitabile. Da qui si aspetta senz’altro l’eroe che arrivi a risolvere la situazione, affrontando nemici e difficoltà riportando pace e amore. Ellissi fino ai nostri giorni: nel bosco maledetto, ma questo lo sappiamo solo noi, non arriva un eroe, ma ben tre! Tre bambini del Campo degli Amicicci che nel corso di una Caccia al tesoro decidono di prendere una scorciatoia e si ritrovano ovviamente nei guai. Li potremmo chiamare Lo Spocchioso – perché si auto elegge capo ed è convinto di sapere tutto -, Il Rassegnato – perché segue gli eventi sperando solo di finire presto e poter mangiare -, e Il Cyborg – perché crede di essere un robot e si esprime solo a suoni.

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Seguendo la mappa del Campo, i Nostri incontrano uno strano animale che indossa una bombetta, riescono a prenderla, non sapendo che il copricapo è ritenuto una corona dagli abitanti della foresta stregata, e che gli porterà un sacco di guai. Mentre Lo Spocchioso è così convinto di sé che non riesce a vedere nulla di strano nelle disavventure che si susseguono, Il Rassegnato si spaventa di fronte al montone parlante e agli altri strani personaggi che incontra – e forse per questo è l’unico che corre il reale pericolo di restate ferito se non ucciso -, mentre invece Il Cyborg, che vive nel suo mondo di fantasia, trova tutto perfettamente piacevole e  logico, e immaginiamo che i suoi grandi occhi riescano a vedere tutti i colori magici del bosco.

Quest’ultima affermazione necessita spiegazione, ed è molto semplice: nel volume le parti riguardanti la realtà della foresta sono rappresentate a colori, mentre le avventure dei tre ragazzini sono in bianco e nero, al tratto, tranne appunto nei momenti in cui i due mondi si uniscono e collimano: durante la lotta, in cui Il Cyborg si vede come parte di un team di robot combattenti, o quando gli animali stregati interagiscono con loro, portando la magia nella dimensione umana.

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Tornando alla storia: i tre piccoli amici salvano il mondo stregato? Cacciano via la regina cattiva? No, affatto. Vengono buttati in una discarica e ritrovati dai responsabili degli Amicicci preoccupati della loro scomparsa. Perdonatemi se non vi ho avvertito dello spoiler, ma anche per questo c’è un motivo, ed è che la storia, in quest’opera, non è importante, è solo un pretesto per disegnare un mondo favoloso e personaggi divertenti. Infatti…

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Dal punto di vista del media fumetto – questa graphic novel ci rientra solo per poco – se dovessimo giudicarla dalla storia, prenderebbe una bella insufficienza: la consecutio degli eventi è poco chiara, la trama è poco originale, il finale non conquista, fa restar male. Che i bambini siano entrati nel bosco non ha cambiato nulla, hanno solo dato fastidio come tutti gli esseri umani sanno fare quando disturbano i piani naturali. E dunque? Dunque la Fléchais non è una fumettista, e non deve essere giudicata come tale. La Fléchais è un’illustratrice, ma ancora di più un’artista. E brava, brava davvero.

La sua tecnica emerge quando usa il colore che, anche se dosato attraverso un programma digitale, mette in evidenza la morbidezza, la freschezza, la personalità del suo disegno. Le pagine iniziali, quelle da fiaba illustrata, sono esemplari del suo modo di realizzare le tavole, con una sorta di moderno horror vacui per cui ogni piccolo spazio del foglio può e deve essere riempito da un qualche elemento grafico che però non è mai inutile o eccessivo. Questo stile, che chiamerei neo-Decorativismo, ha qualcosa di magico di per se stesso, grazie appunto alla sapiente applicazione dei colori, che rivelano un ottimo gusto e si bilanciano e si esaltano a vicenda. Nel volume però ci sono anche delle pagine a penna, e credo che siano quelle a gridare a gran voce il talento dell’autrice.Il tratteggio riesce a evocare varietà di sfumature e di textures che rendono le immagini vivaci, sorprendenti e ricche quanto quelle colorate.

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Ebbene, questo volume vale solo per il suo valore grafico? Infine: no, affatto. Perché anche se la narrazione in senso stretto ha le sue carenze nell’opera, sono i disegni stessi che, per un osservatore attento, “parlano” più delle frasi dei fumetti: l’osservatore attento, infatti, si renderà conto che dalle pagine iniziali in poi un elemento è sempre, costantemente, ricorrente, riempie il volume, lo “abbraccia” e lo identifica.

Le radici.

Sospinta e sballottata da radici tortuose, la giovane si smarrì. Questa frase, che genera il seguito della storia, fa riflettere: le radici sono generalmente una metafora positiva, di qualcosa di solido, sicuro, a cui far riferimento nei momenti di smarrimento. Ma l’incipit ci suggerisce tutt’altro, scuote letteralmente il nostro concetto di radici, definendole capaci di “sballottare” e “sospingere”, suggerendo un movimento, anche violento, che è agli antipodi dell’immagine di un albero fermo e imperituro, saldo al suolo. Nel momento in cui ci si sofferma a riflettere, il valore negativo emerge con forza malefica: la radice assorbe, ma non solo i nutrienti, la radice immobilizza, blocca la possibilità del cambiamento, la radice imprigiona, come fa con la giovane e con la maledizione. La radice è una condanna, ed è questo che i disegni della Fléchais raccontano senza parlare: allora anche i rami sembrano radici, i capelli della regina sono radici, quelle che sembrano liane sono radici aeree, che somigliano a tentacoli pronti ad afferrarti, così che nell’inconscio lettore si imprimono ansia, stato di allerta, minaccia di pericolo. Perché qualcosa dentro di noi comprende che questi sottili filamenti possono portare dispiaceri.

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In questo modo Il sentiero smarrito mostra dunque come le immagini possono raccontare al di là delle parole, e come un fumetto possa essere definito Arte senza timore di smentita.

Silvia Forcina

Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

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